La plebe, parte IV

Part 57

Chapter 573,673 wordsPublic domain

Il buon parroco, a questo punto, tacque un poco, non senza qualche imbarazzo. Era questo un argomento che agiva di molto, non tanto sulla capacità del suo intelletto, quanto sulla bontà del suo cuore.

— Vogliamo noi, misere, deboli, insipientissime creature che siamo, comprendere, giudicare, misurare alle povere idee che possiamo aver noi l'Ente supremo, infinito, assoluto, il Creatore di tutto, e le sue qualità, e, mi perdoni l'Altissimo, i suoi doveri?

Troppo lungo e fastidioso sarebbe riferir tutte le parole che intorno a questo argomento si scambiarono tra il prete e il perverso spirito impenitente dell'assassino, in mezzo a' quali frappose le sue lamentazioni anche la povera Margherita. Ma nè le ragioni e le esortazioni del sacerdote, nè le preghiere della vecchia contadina valsero a smuovere pur di un punto la pertinace incredulità di Gian-Luigi, quando, verso sera, un altro personaggio entrò nella cella che serviva di _confortatorio_ al _medichino_: Maurilio.

Era un moribondo che camminava: le sue membra tremavano, e il passo vacillava come quello di un ebbro. Era la forza della volontà, avreste detto anzi che era una potenza superiore, estrinseca all'individuo, che reggeva quel corpo sfibrato, che conteneva e faceva funzionare quell'organismo. Aveva dei movimenti automatici, ora bruschi, ora incerti come se determinati da molle e da suste di un meccanismo guastatosi. Recava seco nel color delle guancie, nella macilenza del viso qualche cosa di sepolcrale, quasi avreste detto un odore di fossa; il dito della morte era chiaramente impresso su quella fronte che pareva diventata più ampia, su cui parevano drizzarsi più irti e stecchiti i neri capelli. Eppure dal fondo di quelle occhiaie più infossate, raggiava una luce d'intelligenza che era maggiore di quanta possa brillare in occhio umano; e sulla grossolana volgarità di quelle sembianze plebee era sparsa come una fosforescenza, quasi pareva distesavi intorno un'aureola.

Chi lo aveva avvisato di ciò che succedeva, e che quello era l'ultimo giorno dei condannati? Non una voce umana di certo. Tutti gli amici che lo visitavano avevano cura grandissima di non parlargliene, credendo con ciò aggravare e la passione dell'animo suo, e quindi il suo male; ned egli aveva interrogato nessuno: ma ad un punto, dopo circa mezz'ora d'uno di quei sopori in cui cadeva di quando in quando, Maurilio s'era ridesto con una scossa e senza dire pure una parola, disceso stentatamente dal letto, aveva cominciato a vestirsi. A chi ne lo volle impedire e gli fece presente la sua debolezza che non lo avrebbe lasciato reggersi in piedi, il danno maggiore cui questo sforzo avrebbe recato alla sua salute, egli aveva risposto con una fermezza che in lui non era molto abituale:

— Debbo far così — e lo voglio. Ho un gran dovere da compiere. Lo spirito mio protettore mi vi spinge e mi guida e mi sorregge. Esso mi darà la forza. Lasciatemi andare.

Nulla valse a rimuoverlo dalla sua volontà, e il marchese, che dovette acconsentirvi ancor egli, ottenutagli quella licenza, ch'ei desiderava, di visitare i condannati a morte, lo faceva condurre in carrozza fino alla porta della carcere. Per primo domandò vedere _Stracciaferro_. L'assassino, riempitosi a spavento di cibo e di bevanda, erasi addormentato e russava fragorosamente in una impostatura, con tutte le apparenze d'un uomo briaco morto.

Maurilio si fermò innanzi a lui a contemplarlo, ed una indicibile amarezza gli occupò con forza maggiore di prima l'animo addolorato. Che cosa c'era ancora d'umano, d'intelligente in quella massa di carne abbandonata soltanto agli istinti brutali, alle leggi della materia? Che faceva lo spirito immortale dentro quell'organismo degradato? E quello era suo padre! La fiamma di vita che ardeva in lui s'era accesa a quel focolare; da quel sangue era stato originato il germe ond'egli era prodotto, era carne di quella carne il corpo che ospitava la sua intelligenza, il suo pensiero. Se l'opera educativa di Don Venanzio non avesse cominciato dapprima a far entrare qualche po' di luce superiore nelle tenebre del suo cervello; se la fortuna non gli avesse messo a disposizione i libri del signor Defasi dove il suo spirito s'era affinato, afforzato, innalzato, avrebb'egli resistito alle infami seduzioni del carcere in cui l'avevano fatto precipitare, alle scellerate lusinghe di _Graffigna_, ai più scellerati consigli della miseria? Figlio di quell'assassino, sarebbe diventato come suo padre: ecco quello che la società avrebbe avuto di lui, se il destino alla tutela di lei soltanto l'avesse affidato.

Uno dei fratelli della _misericordia_ che assistevano il condannato, non sapendo quali attinenze corressero fra questo giovane e l'assassino, attribuì a sola curiosità lo sguardo cui Maurilio fissava sull'addormentato prigioniero, e gli disse:

— Questa è proprio una bestiaccia senza lume di ragione: non ha fatto che mangiare a quattro ganascie, ingoiar vino e grugnire: non si è stati capaci nessuno di fargli pronunziare due parole che avessero senso.

Maurilio volse verso colui che gli aveva parlato la sua faccia di cadavere, e rispose mestamente:

— Egli è mio padre.

Il fratello della _misericordia_ fu tanto confuso e mortificato che non seppe aggiunger sillaba: mandò un'esclamazione, e ritraendosi quasi nella sua gran cappa bianca, come se tutto volesse nascondervisi al par della lumaca nella sua conchiglia, si ridusse nell'angolo il più lontano che potè.

Maurilio contemplò ancora un istante suo padre addormentato. Su quella faccia ebriosa, color del mattone troppo cotto, non un'espressione, non un movimento che accennasse soltanto ad una morale sensibilità qualunque: i lineamenti fattisi vieppiù grossolani, che parevan gonfi, che si sarebbero potuti dire turgidi di vino, avevano una placidità stupida da animale bovino che sta ruminando: un respiro grave e romoroso, ma tranquillo e regolare, dinotava in quel quasi mostruoso ammasso di carne una straordinaria potenza di vita organica, materiale. Il nostro giovane guardava quella faccia, ascoltava quel respiro con cuore palpitante, con una ansia angosciosa: ardeva dal desiderio, e raccapricciava per paura d'interrogare quella sfinge imbestialita e di sentirla rispondere; di cercare in mezzo a quella corruzione, a quell'orrore, a quell'ignobile lezzo l'anima d'un padre. Allungò la mano per iscuoterlo ad una spalla, ma se ne trattenne.

— Perchè svegliarlo? si disse. Egli ora è tranquillo e non ha un pensiero che lo crucci: gode già tutti i benefizi della morte senza i dolori dell'agonia. Ch'io aspetti che la natura medesima o la necessità lo richiami al sentimento della sua condizione.

Abbandonò quella cella e domandò di essere introdotto presso Gian-Luigi.

CAPITOLO XXXII.

Il _medichino_ s'era trovato a fronte all'ipocrisia gesuitica, colla fede sincera ma cieca e condannante la ragione; ora si trovava innanzi una credenza che si appoggiava del pari sopra le aspirazioni più nobili dell'anima umana e sopra le deduzioni del ragionamento, sostenuta dai misteriosi impulsi della natura e dalle verità scoperte dalla scienza moderna. Il grande intelletto di Maurilio, tutto questo aveva raccolto in una sintesi potente, e creatone l'edificio monumentale d'una grandiosa percezione dell'universo. Mai l'ingegno del figliuolo della plebe non era stato così eccitato nella forza della sua comprensione: mai la parola non aveva nel suo linguaggio così giusto e così vivamente tradotto il suo pensiero. Senza indugio, senza preamboli egli aveva affrontato il ponderoso argomento.

— Tu, non è guari, disse al condannato, sei venuto da me, per iniziarmi a certi tuoi concetti affine di conquistare insieme questo povero mondo terreno: io vengo da te in questi supremi istanti, per farti brillare quella luce dell'intelletto onde tu puoi conquistare il mondo dell'idea, del vero e dell'eterno.

Svolse senz'altro quelle sue teorie di cosmogonia del mondo invisibile, compagno ed anima del mondo materiale, quell'indefinito e forse infinito progresso dalla materia alla sensazione, dalla sensazione alla intelligenza, dall'intelligenza al sapere che forse non si arriverà mai, quel grandioso quadro dell'universo in cui la vita umana non è centro, non è principale, non è prova unica, nè definitiva, nè ultima, sibbene un lieve e fugace episodio, un passo, un grado, una fase di svolgimento, come il globo che ci sostiene è nel mondo astronomico non altro che un granello della sabbia infinita de' mondi seminati traverso lo spazio senza limite; svolse tutte quelle idee, insomma, che lo udimmo già adombrare nella prigione del Palazzo Madama al suo amico e compagno, Giovanni Selva, e che qui non si ripetono per evitare accrescimento di fastidio ai buoni lettori. Era tanto felice che poteva dirsi ispirato; le sue idee e il modo ond'erano espresse si presentavano di tal guisa da afferrare l'attenzione di qualunque, da vincergli la mente e scuotergli l'animo. La sua era in quel momento una vera eloquenza, dal cui fascino ogni intelligente doveva restar preso; parlava nello stesso tempo al cervello ed al cuore, trascinava la parte effettiva e convinceva la ragione dell'uomo. Le sue stesse sembianze, la sublime dignità che alla sua faccia volgare dava l'impronta della morte, cui già vi aveva impresso il morbo, quasi una preoccupazione del mondo superiore a cui era chiamato, il fulgore dell'anima traverso gli occhi, la voce cavernosa e pur vibrante con inesplicabile efficacia, tutto concorreva a dare alla sua intraducibile eloquenza una quasi irresistibil forza. Il sentimento della superiorità di quello spirito sopra il suo, sentimento che Gian-Luigi aveva pur sempre avuto in fondo all'animo, senza confessarlo a se stesso si spiccò più netto e più potente nel condannato e represse quella empia ironia onde aveva egli accolte le precedenti esortazioni religiose. In fra' Bonaventura era a parlargli l'interesse di dominazione umana che s'ammanta di religione e non fa capo che ad una superstizione che si vuole imposta allo spirito dell'uomo come freno e impedimento; in Don Venanzio era una sublime ignoranza affermativa alla quale ei credeva sovrastare per intelletto e per dignità l'audace negazione del suo orgoglio; ma qui era il genio con tutto l'ardore del suo intimo fuoco, con tutta l'azione e il prestigio della sua potenza, con tutto il peso e l'efficacia d'una vera scienza acquistata mercè lo studio e la meditazione. Gian-Luigi rimase sovraccolto, fu come sbalordito; gli parve che qualche cosa più che una ragione umana gli parlasse; ebbe primamente sentore d'una intelligenza superiore a quella onde si vantaggia l'uomo in questa vita. Quando Maurilio si tacque affranto dallo sforzo fatto pel lungo parlare, tornato nella sua primiera debolezza, anzi accresciutasi, accasciato come se la forza interiore che lo aveva sostenuto sino allora si fosse esaurita, o da lui dipartitasi, Gian-Luigi stette un istante immoto, in silenzio, gli occhi volti alla terra, pallido, le ciglia aggrottate, le guancie contratte dalla forza con cui l'intentività della sua meditazione gli faceva serrar le mascelle.

— Ebbene? diss'egli poi levando con moto brusco il capo, stringendo forte al petto le sue braccia incrociate, e saettando sul suo compagno d'infanzia uno sguardo in cui c'era un raggio quale forse non vi era mai brillalo per l'innanzi: che cosa conchiuderne a mio riguardo? che devo fare? che deve esser di me?

Maurilio così rispose:

— L'esistenza del nostro spirito immortale è un avvicendamento di vita organica quando unito colla densa materia, e di condizione immateriale, quando traverso la morte del corpo passa ad uno stadio di essere appena forse se cinto di fluidi imponderabili. Ogni vita organica ha da essere un travaglio in cui lo spirto si affina, ogni morte un salire nella scala del progresso indefinito. Chi manca alla sua missione, chi tradisce il suo debito rifarà forse e con più travagli il cammino. Nel periodo di esistenza oltre umana a cui stai presso, tu avrai da far provvista di forza morale per ricominciare forse con ancora più difficili condizioni la prova. Questa forza alla tua intelligenza già avanzata nel suo svolgimento te l'ha da concedere la luce della scienza dell'infinito a cui durante questo stadio che stai per finire, hai chiuso ostinatamente gli occhi. Sarà quello un lavorìo di perfezionamento a cui dovrai la capacità di riconoscere ed amare la virtù nella vita terrena avvenire; quel lavorìo cominciato fin d'ora sul limite di questa esistenza, e ne avrai tanto di guadagno nell'anima tua. Riconosci la legge suprema dell'universo; confessa l'intelligenza ultima verso cui camminano vacillando ed inciampando le deboli nostre; e credi in Dio.

Che fu? Qual raggio di fiamma divina come saetta penetrò nell'intimo di quel petto, squarciandolo? Il condannato era seduto, immobil sempre; a quelle ultime parole si riscosse come crollato da una mano potente, una ondata di rossore gli corse alle guancie ed un calore inesplicabile, subitaneo, invadendolo tutto, gli fece spuntare a goccioline sulla fronte il sudore; mandò un grido che pareva di dolore come uomo trafitto; sorse in piedi come per rispondere ad un subito appello a cui non si resiste.

— Dio! Dio! esclamò egli, cacciandosi le mani entro i capelli come un pazzo. L'infinito, l'assoluto, il vero, la realtà! Mistero, mistero che ho odiato, perchè non ti ho potuto stringere coll'audacia del mio pensiero, possedere coll'ansia desiosa dell'anima mia!.... Parlami nella mia debolezza, parlami nella mia impotenza, parlami nella morte.... Rivelami questa sostanza che non so capire nelle manifestazioni delle sue parvenze. Se il velo della carne mi offusca l'intelletto, mi fa ostacolo ai raggi del vero, sono lieto che tu me lo strappi. — Voglio contemplar la luce, dovessi consumare a quella fiamma il mio spirito, e distrurlo.... Dio! Dio! ti sento, e vo' comprenderti.

Ricadde come spossato. Maurilio rispettò col silenzio la stanchezza di quella crisi. Dopo un poco Gian-Luigi tese una mano al suo compagno d'infanzia, e disse modestamente:

— Credo alle tue parole, e ti ringrazio.

Stettero un pezzo seduti vicino, tenendosi per mano, discorrendo sotto voce soavemente. Quando la notte era già di molto inoltrata, Maurilio s'alzò per recarsi presso suo padre.

Gian-Luigi lo abbracciò strettamente.

— Non ci rivedremo dunque più: diss'egli con una emozione contenuta, ma quale non aveva forse avuta ancora per l'addietro: forse mai più!

— Con questo corpo, rispose Maurilio, sotto questa forma, di certo no.... La forma?... Chi può immaginare quella che vestiremo nelle esistenze avvenire; qual sia quella che corrisponde allo spirito nostro? Ma quanto a trovarci ancora nel mondo illimitato degli spiriti e nella infinitezza del tempo, ciò avverrà, lo spero, ne sono anzi sicuro, e forse fra non molto. (Sorrise mestamente, soggiungendo:) Picchio ancor io alla porta del sepolcro, e tu mi precederai di poco nel regno dei morti. Sta pur certo, che vi ci riconosceremo, e forse ci riconosceremo avvinti l'uno all'altro dalle memorie di chi sa quali vite anteriori in questo od in altri mondi; memorie che si ridesteranno al nostro spirito ora offuscato, al cadergli intorno della carne che gli fa velo.

— Tal sia di noi! esclamò Gian-Luigi, abbracciando un'altra volta Maurilio. Perchè mi sono io disgiunto da te nella vita? Le tue parole mi avrebbero salvo. In questi momenti che l'approssimarsi della morte fa solenni, vedo con più chiaro sguardo in me stesso; una gran qualità è mancata al complesso delle mie forze: quella dell'amore. Sento ora tutta la pochezza e l'impotenza dell'egoismo.... Sì; nel mio intimo c'è una energia che non si può consumare colla morte di questo corpo; bisogna che ci sieno altre vite in cui impiegarla e svolgerla, farla servire a qualche cosa, in cui riparare agli errori della presente. Avrò in esse la facoltà che qui mi è mancata; lo voglio, ed alla possa dell'intelletto, congiungerò l'intelletto d'amore. Ora vanne; addio! Ed a rivederci nell'eternità!

Si separarono con occhi asciutti e con un sorriso pieno di speranza sul labbro; Maurilio entrò nella cella in cui russava ancora _Stracciaferro_.

L'alba fatale non era lontana che di poche ore; ed un sacerdote che era accorso a confortare il condannato, volendo approfittare di quel po' di tempo che ancora rimaneva, svegliava il misero su cui così imminente incombeva la vendetta sociale. _Stracciaferro_ girava intorno stupidamente il suo sguardo avvinazzato, e per prima cosa diceva:

— Da bere..... Quell'acquarzente era buonissima.... To' la caraffa è finita..... La era troppo piccolina..... Me se ne porti un'altra.

Il sacerdote incominciava le sue esortazioni religiose; ma l'assassino, guardatolo alquanto di quella guisa con cui un lupo preso in trappola deve guardare il cacciatore che lo viene a spacciare, lo interruppe con mal piglio.

— Che storia la mi viene a contare Lei? La sappia che a me non piace quella musica, e che non intendo di quell'orecchia..... Invece di tante fanfaluche, se la è un brav'uomo, mi faccia dar da bere.... Non mi occorre altro.

Avendo quell'altro voluto insistere, il condannato entrava in una specie di furor bestiale.

— Da bere, da bere: gridava egli strepitando. Voglio dell'acquavita..... Me se ne dia.... Ci ho diritto..... La voglio, dico.

E con un'orrenda bestemmia, poichè aveva afferrata la caraffa, che già era vuota, la scaraventò con tanto impeto sul pavimento, a dispetto della _camicia di forza_ onde aveva impacciati i movimenti, che la mandò in mille frantumi. Il prete si allontanò da lui spaventato: i due fratelli della _misericordia_ si accostarono per tentar di capacitare quel forsennato; ma egli strepitava sempre più forte. Ad un punto il prete, che s'era avvicinato e stava recitando esorcismi in presenza del parosismo di quel miserabile, sentì un respiro affannoso dietro le sue spalle ed una voce, che gli disse:

— Mi lascino solo con quest'uomo, li prego.... Me gli è Dio che mi manda in questo momento presso di lui.

L'aspetto di Maurilio aveva tale imponenza d'autorità che tutti si ritrassero senza domandargliene altra spiegazione. Egli si avvicinò al condannato che urlava tuttavia, gridando colla schiuma alla bocca:

— Da bere! da bere!

Gli pose tutte due le mani sulle spalle e si chinò verso di lui, facendogli piombare addosso uno sguardo da domatore.

— Tacete ed ascoltatemi: gli disse con un accento di comando insieme e di esortazione.

_Stracciaferro_ lo guardò un istante, stupito, quasi non comprendendo tanta audacia, nè sapendo immaginarsi ciò che quello sconosciuto gli volesse; poi una fiamma selvaggia si accese in que' suoi occhi intorbidati, ed egli parve raccoglier le forze per iscuotere da sè quell'importuno, come fa il toro de' cani da presa che gli si attaccano alle tozze membra coi denti nelle così dette _corse_ in Ispagna. Ma prima che avesse tempo a compir l'atto, il giovane si era chinato vieppiù verso la faccia bestiale e gli aveva detto con forza:

— Michele Luponi: io son vostro figlio.

La fiamma si spense nelle pupille del condannato, che diventarono attonite. Stette un poco immobile, evidentemente senza aver compreso il senso delle parole, ma pur tuttavia colpitone, forse dall'accento con cui erano state pronunciate.

— Sono vostro figlio: ripetè il giovane: e vengo a voi guidato dallo spirito di mia madre.

Il miserabile crollò le spalle ed ebbe una ferina occhiata che annunziava prossimo uno scoppio d'ira.

— Figlio! disse. Che figlio d'Egitto?... Io non ho figli... Non mi rompere le tasche... Voglio da bere.

— Ricordatevi una notte tremenda a Milano..... la notte dei morti... Sono ventiquattro anni... Una povera madre vegliava sulla culla del suo bambino... Due uomini entrarono e fecero a strapparle il nato delle sue viscere... Ella volle difenderlo, e s'afferrò colla forza disperata d'una madre che non ha soccorso ad uno dei rapitori: e quell'uomo per liberarsene le piantò un coltello nel seno.

Gli occhi di _Stracciaferro_ sbarrati avevano presa l'espressione del più alto spavento.

— Che sapete voi?... Che volete voi?... gridava egli: e pareva che l'ebbrezza, sotto l'azione del commovimento destato da quel ricordo, sparisse dal suo ottuso cervello.

— Quell'omicida eravate voi, e il bambino era vostro figlio.

— No, no, non è vero: urlò il condannato cui le chiome arruffate si drizzarono in capo. Chi ha parlato mai di ciò? Nel processo non se n'è trattato... Nessuno lo sa, nessuno l'ha da sapere. È forse _Graffigna_ che mi ha tradito?... Io lo ammazzerò come egli ha ammazzato _Macobaro_... Sono già condannato a morte: che cosa mi si vuole di più?... Lasciatemi stare; lasciatemi stare; ch'io passi almeno in pace questi pochi momenti che mi rimangono. Datemi da bere, che il diavolo vi porti!...

Le nebbie dell'ebrietà tornavano ad invadere quella già mezzo estinta intelligenza; egli era ricaduto nel suo imbestiamento peggio di prima.

— Da bere! da bere! ripeteva coll'accento, collo sguardo, colla mossa d'uno scemo.

Maurilio lo scosse con una emozione che pareva di rabbia.

— Ma quel bambino che avete rubato, cui la povera madre ha difeso inutilmente a prezzo del suo sangue, quel bambino che avete venduto ed era vostro figlio — quel bambino sono io. — Io sono vostro figlio e vengo in queste vostre ore d'agonia a recarvi il mio perdono, il perdono di mia madre.

E il miserabile ormai dissensato del tutto:

— Figlio: balbettava con lingua grossa: non ho figli, io..... Non mi si venga a seccare..... Vo' da bere..... In _confortatorio_ ci si deve dar tutto quello che domandiamo..... Io domando dell'acquavita..... Od almeno mi si lasci dormire... Ho un sonno che non posso tener gli occhi aperti... Ho una sete che mi divora la gola... Ah! se non avessi le braccia in queste maniche d'inferno, vorrei ben io mettervi alla ragione tutti.

— Io non v'abbandonerò, padre mio: disse con mestizia, ma con risoluzione Maurilio: è mia madre che mi ha mandato presso di voi; lo sento, lo so; non vi abbandonerò più fino all'ultimo fatale momento... Questo momento si appressa: e come ci siete voi preparato?... Dite, dite: non vi ricordate voi che qualcuno vi parlasse un giorno della vita futura, e di Dio?..... Di certo nella vostra infanzia ve ne ha parlato vostra madre, perchè voi non foste tolto all'amor suo... Oh richiamatevi alla memoria quegli anni. La madre vi ha fatto inginocchiare, stringer le mani e pronunziar parole che avevano una misteriosa virtù di confortarvi... Ricordatevi! Ricordatevi!... Quel qualche cosa che allora si rasserenava, si calmava, si consolava in voi, non era questo corpo che il cibo satolla ed il liquore assonna; quegli intimi, ineffabili diletti toccavano ben altra parte di voi che quella cui solletica il vizio... V'è alcun che in voi diverso da quelle membra dallo stravizzo intorpidite: questo che fu assopito in voi dalla sciagurata vita materiale, ma non è estinto, perchè non può estinguersi, perchè è immortale. Cercatelo in voi con uno sforzo di volontà e ce lo troverete, e potrete ridestarlo. È immortale, vi dico, è quello che chiamiamo l'anima; e che la distruzione del corpo non distrugge. Voi dovete morire... perchè lo sapete bene che dovete morire, non è vero?... non dimenticatelo... Dovete morire tra poco: ma dovete morire voi, uomo qual siete adesso, voi Michele Luponi, voi _Stracciaferro_; ma quella parte intima di voi non morrà... quella parte che si commoveva alle dolci parole materne, alle preghiere infantili,..... quella parte vivrà ancora, vivrà sempre, vivrà secondo la sorte di cui si è fatta degna.