La plebe, parte IV

Part 56

Chapter 563,820 wordsPublic domain

— Io sapeva già molto di lui e della sua vita: continuò questi con la medesima lentezza: ma non sapevo _tutto_..... Di un uomo qual era quel povero Nariccia (Dio gli voglia usare misericordia!) è impossibile saper mai tutti i segreti; ma in faccia al sepolcro, al momento di comparire innanzi al giudice eterno, anche le anime più nere e più false sentono la pressione della verità e provano il bisogno di riconoscere la giustizia divina.

Quercia protestò con un sorriso.

— Eh! esclamò egli. Ho conosciuto anch'io e per bene quello sciagurato. Era un impostore.....

— Innanzi alla morte ed alla paura della dannazione eterna non vi hanno più ipocrisie. Quell'uomo disse tutta la verità, così che io potei riparare ad un grave errore in cui per sua colpa stava per cadere un'illustre famiglia, adottando come suo membro un estraneo che non le apparteneva.

Il _medichino_ non pensò neppure a dissimulare la sua meraviglia.

— Ah! siete voi che avete appreso al marchese la verità?... Voi dunque sapete tutto?

— Vi ho già detto che così era.

Padre Bonaventura non ebbe più dubbio nessuno sull'essere del giovane. S'e' non fosse stato lo smarrito fanciullo, come avrebb'egli avuto cognizione di codeste cose?

— Or bene: disse dopo una brevissima pausa il condannato: per qual motivo venite voi a ricordarmi codesto? Poichè siete così appuntino informato a tal riguardo, saprete pure che tutto ciò gli è, dev'essere come se non fosse stato mai, che quindi non se ne ha pur da discorrere.

— Vengo a ricordarvelo, disse il frate, appunto perchè nella sequela di questi avvenimenti riconosciate qualche cosa di più che l'opera del caso, la mano di quell'Essere supremo che tutto muove.

Volse uno sguardo verso i due confratelli della Misericordia, che fino dal principio del colloquio si erano ritratti il più lontano che si potesse, ed abbassò tuttavia la voce perchè neppure il suono di una parola giungesse sino a loro.

— Quel bambino cui Nariccia derubò dell'aver suo e volle smarrito fu quello che venne ad assassinarlo, spogliarlo e trarlo a morte...

Questa vicenda di casi era veramente così speciale che già n'era stato colpito, meditandovi sopra, l'assassino medesimo; nel rimettergliela ora innanzi la mente, fra' Bonaventura, che aveva di botto determinato giovarsi di quella circostanza per influire sull'animo del giovane, ridestò in costui tutta l'emozione, tutto il turbamento che già pensandovi da solo, egli ne aveva provato. Fece vivamente un atto colla mano come per dirgli, per imporgli tacesse, ed allontanatosi da lui, stette un istante immobile, muto, colla faccia nascosta nelle palme delle mani. Ma fu breve l'istante della sua commozione; la fiera natura non tardò a riagire in lui: rialzò la faccia in cui brillava da agghiacciare il sangue a chi lo mirasse in tutta la sua potenza malefica un sogghigno mefistofelico e disse con acre ironia:

— Io non sono dunque stato, a vostro senno, che lo stromento della Provvidenza, per punire la colpa di quell'....

Trattenne l'epiteto oltraggioso che stava per uscire dalle sue labbra a carico di quell'individuo da lui ucciso.

— Di quell'uomo: soggiunse ripigliando. Non c'è dunque imputabilità in me. E che s'immischia la giustizia umana a voler sindacare gli atti e gli stromenti di quella divina?... Se la voleva concedersi gusto di fare un processo, non è a me che lo doveva rivolgere, ma a Domineddio.

— Sì, rispose il gesuita, voi foste stromento della Provvidenza, come lo siamo tutti quanti siamo, effettuando ognuno il disegno di Dio; ma ciò non toglie che ciascuno debba portare la risponsabilità dei suoi atti.

— Signore, interruppe Gian-Luigi, queste le sono teorie filosofiche da spacciarsi ai babbei che adottano lo stupido assioma: _credo quia absurdum_. Se io nei miei fatti sono l'agente d'una volontà superiore che mi domina, non posso io essere accagionato di quel che faccio; non ho più la libertà del mio arbitrio, e senza questa libertà come aver merito o colpa?

Stimo troppo fastidioso pei miei lettori il riferir qui le ragioni addotte dal gesuita a difendere le grandi teorie dell'esistenza di Dio e dell'anima umana immortale, non che la guisa con cui esprime questi principii ne' suoi dogmi, nel suo culto e nella sua disciplina (tutte cose che si tengono) la religione cattolica. La sostanza fondamentale di tutti quegli argomenti era quella medesima che abbiamo visto nelle parole di Don Venanzio, allorchè ebbe luogo tra lui e Maurilio la discussione religiosa che fu riferita per sommi capi; con questa differenza però, che dalla parte del parroco di villaggio v'era maggior bonarietà e vi si sentiva più profonda convinzione e più sincerità di buona fede; in Padre Bonaventura erano invece maggior quantità di arzigogoli d'argomentazione scolastica da teologia di seminario, ed abbondosi quegli ornamenti (che nel discorso dell'umil prete mancavano affatto) dell'eloquenza gesuitica carezzevole, untuosa e sdolcinata.

Gian-Luigi oppose con acerbo disdegno tutte le difficoltà che suole affacciare il materialismo alle idee spiritualiste da Lucrezio in poi, rincalzate dall'aiuto potente che gli vennero a dare le scoperte della scienza moderna; ma il gesuita non solo condannava, sì ancora negava la scienza, non si contentava di cercare ai progressi positivi della medesima un'interpretazione che si potesse accordare coi principii da lui sostenuti, ma que' progressi contestava addirittura coll'ignoranza superba di chi nei quattro _cujus_ della sua teologia vede racchiuso tutto lo scibile umano, e pretendeva disfare ogni argomento avversario, scombussolare la dialettica delle deduzioni oppostegli colla indiscutibile autorità della rivelazione. Que' due individui rappresentavano due estremi opposti dell'umana ragione uscita dalla strada normale della sua vera capacità; il gesuita era di quelli che la volevan trarre all'eccesso dell'abdicazione, Gian-Luigi apparteneva allo stuolo temerario di coloro che per troppo orgoglio della medesima, per volerla fare troppo assoluta sovrana sono costretti a degradarla sino alla compiuta dipendenza di lei dalla materia. Era impossibile che s'intendessero.

— Oh sentite: disse ad un punto il giovane impazientito: mi è avviso che voi sciupate il vostro tempo, e che a me, quel poco che mi rimane, non me lo lasciate così piacevolmente occupare come si potrebbe. Io non credo a nulla, nè a Dio, nè a diavolo, nè alla mia anima, nè alla vostra, e non credo neppure al vostro zelo, nè alla vostra buona fede. Quello che voi volete si è conseguire il vanto di aver ottenuta la meravigliosa conversione del famoso scellerato di cui parla tutta la città. Bene, facciamo un patto. Tutto a questo mondo è finzione; ed ogni uomo sostiene una parte mostrandosi diverso da quello che è: io non ho fatto altro nella mia vita che rappresentare la commedia, posso bene terminarla acconciandomi ad un'ultima finzione in un ultimo episodio. Gli uomini che tutti non vogliono altro che ingannare altrui, non meritano altro che di essere ingannati. Lasciatemi tranquillo ed io farò da convertito, e domattina mi adatterò a tutte le scioccherie che voi vorrete. Il mondo sarà edificato, e la brava ignoranza del volgo popolerà il paradiso d'un beato di più.

Il gesuita non rispose; pareva che pensasse ad altro; quando verso l'uscio fu udito uno scalpiccio ed un bisbiglio; i due personaggi di questa scena rivolsero a quella parte un'occhiata e videro due persone che volevano entrare, ed a cui i fratelli della _misericordia_ impedivano il passo, dicendo:

— Pel momento non si può; sta col confessore.

Padre Bonaventura vide una di quelle persone vestita de' panni neri del prete, e parlò ad alta voce, tanto da essere udito anche da chi stava sulla porta:

— Diletto figliuolo, oh come benedico Iddio di aver data alle mie povere parole tanta forza da avervi tocco il cuore, sgombrata la nebbia dalla mente, e fattavi scorgere la luce sublime della nostra santa religione!...

Gian-Luigi represse una risatina, scambiò col frate uno sguardo profondo in cui quelle due anime si penetrarono, e disse sottovoce:

— Ad impostore, impostore e mezzo.... Il patto è dunque accettato.

— Volete ch'io dica qualche cosa al marchese di Baldissero?

— Ditegli che ho tenuto parola....

Ma in quella il condannato riconobbe quali erano le persone cui i confratelli della _misericordia_ impedivano dall'entrare, e si slanciò vivamente verso di essi.

— Lasciate, lasciate passare.... Madre mia! Mio buon Don Venanzio, venite, venite.

Entrarono la vecchia contadina ed il vecchio parroco del villaggio. Il gesuita, dritto in piedi, si trasse un poco da un canto, e rimase lì ad osservare.

Margherita non pronunziò parola: il suo non fu che un gemito: si gettò al collo del giovane e scoppiò in pianto dirotto, quantunque a vederne le ciglia rosse, le occhiaie infossate, le pupille spente si sarebbe detto che quella donna aveva già pianto tante lagrime da esaurirne la fonte.

Il condannato la guardava e l'accarezzava con aria di profonda e tenera compassione.

— Via, via: diss'egli poi con voce commossa: fa cuore, povera donna!... Dovresti tu piangermi così? Dovresti tu ancora amarmi cotanto?..... No certo. Io sono stato per te il più sconoscente dei figliuoli: mi avresti dovuto cancellare dalla tua memoria e dal tuo cuore. Gli è dunque che tu sei organicamente costituita per amare, come la pianta per fiorire e l'ape per raccogliere miele.

La povera vecchia non capiva nulla, non dava retta a nulla, non faceva che piangere e stringere a sè il giovane, come se temesse venissero allora a strapparglielo dalle braccia, ed essa lo volesse difendere contro tutti e contro tutto.

— Oh quanto ora mi duole, soggiunse Gian-Luigi, di non averti rimeritata come avrei dovuto.

Don Venanzio, che aveva udito entrando le parole di frà Bonaventura ed aveva sentito allietarsi il cuore nella credenza della conversione religiosa del giovane, prese le ultime parole di costui come un'espressione parziale di quel pentimento che la nuova fede riacquistata aveva suscitato nell'anima del reo, e si confermò nella lusinghiera opinione da lui concepita del ravvedimento di Gian-Luigi e della sua acquiescenza alle verità della fede.

— Giovanni: disse il buon vecchio commosso; riconoscere i proprii falli è il primo atto di chi si pente e sta per purgarne l'anima sua. Quella medesima ingratitudine che ora confessi verso la donna che ti fu amorosissima madre di adozione, l'hai avuta verso la Provvidenza che ti fu larga di tanti doni.....

— E sopratutto d'una così bella sorte: soggiunse amaramente Gian-Luigi.

— Ella volle colla medesima porre al cimento l'anima tua: riprese vivamente il parroco, a cui le parole del giovane tornarono di botto il timore che la conversione di lui non fosse così certa come s'era lusingato. Ma il _medichino_, che non bramava ricadere in quei discorsi, si affrettò ad esclamare con tono d'ipocrisia che la sua abitudine di fingere faceva naturalissimo:

— Lo so, lo so; e benedico appunto quella buona Provvidenza, che traverso tanto succedersi di vicende mi ha menato a questo punto. La si rallegri anco Lei, caro Don Venanzio, che ha la bontà d'interessarsi alla salvezza della miserabile anima mia: io ho aperto gli occhi alla luce della verità, ed ecco il benemerito che colla sua dialettica, colla sua eloquenza veramente ispirata da lassù, ha eseguito su di me questa operazione di cataratta morale.

Accennava ciò dicendo a Padre Bonaventura, il quale nell'angolo dove s'era ritirato e stava ad osservare ogni cosa, prendeva una mossa tutto modesta, avvolgendo in un'ostentata umiltà di cristiano e di frate il merito e il vanto dell'allegata sua vittoria sull'errore. Nelle parole del condannato c'era una finissima beffa, e nell'accento una velata ironia, cui ben sentì lo spirito arguto del gesuita, ma di cui non s'accorse menomamente la bonaria semplicità e la buona fede della candida anima di Don Venanzio.

Questi si rivolse adunque verso il frate, e con vera espansione di affetto ammirativo, quasi di riconoscenza, gli disse:

— Permetta che anch'io, il più umile dei servi del Signor nostro che è ne' cieli, la ringrazi e la benedica per questa sua così bella e felice opera di carità. Io veniva qui piegando sotto il grave carico che credevo Dio mi avesse imposto: quello di condurre alla verità quest'anima miseramente traviata, e sentendo impari al còmpito le deboli mie forze. Ecco che pietoso Padre di lassù ha suscitato a tempo Lei per ottenere questa difficile vittoria, ch'io avrei forse invano cercata. Sia lodato e benedetto il Nome dell'Altissimo, e lasci ch'io nell'opera sua, reverendo, riconosca ed adori la clemenza e l'onnipotenza divina.

Tese una mano al frate, il quale pose in essa la punta delle sue dita.

— Sì: disse poi Padre Bonaventura con maggiori le mostre della sua ipocrita umiltà, torcendo il collo, serrando le labbra, alzando di traverso gli occhi al soffitto: io non sono che un misero stromento di cui piacque servirsi al Signore. Io non riconosco altro merito in me, ed innalzo al trono del Creatore i più fervidi rendimenti di grazie.

Il _medichino_ ebbe di nuovo sulle labbra il più perfido sogghigno mefistofelico: ma per fortuna Don Venanzio non lo vide.

— Ella ha forse già udito in confessione questo infelice? domandò il parroco al gesuita.

— Sì: rispose quest'ultimo scambiando uno sguardo d'intelligenza col condannato: e domani prima dell'alba tornerò per recargli il santo viatico ed accompagnarlo fino all'ultimo passo tremendo.

A questo ricordo dell'orribile fatto che attendeva Gian-Luigi, Don Venanzio ebbe un brivido in tutta la persona, Margherita mandò un gemito, il condannato solo stette impassibile, ma un sospetto gli attraversò la mente.

— Che costui sia mandato dal marchese per custodire sulle mie labbra il suggello affinchè non ne sfugga il segreto della mia nascita? Pensò egli, e un vivo interno dispetto diede uno speciale bagliore allo sguardo con cui ricevette l'addio affettatamente affettuoso con cui lo salutava il gesuita; il quale saputo ciò che lo interessava, si sentiva ora disagiato a star lì fra l'ironia diabolica del condannato, e l'angelica buona fede del parroco del villaggio.

— Questo taumaturgo convertitore: disse il _medichino_, senza più dissimulare la sua malvagia beffa, quando il frate fu partito: è dunque molto famigliare del marchese di Baldissero?

— Sì: rispose il buon prete che non capì la ragione di questa domanda: aveva già molta attinenza con quella famiglia fin dal tempo del fu marchese padre dell'attuale.

— Gli è perciò che questi volle affidata a lui sì nobile missione..... Lei, Don Venanzio, è troppo buono e troppo onesto perchè l'accettasse e fosse capace di compirla.

Il parroco allargò tanto d'occhi.

— Che missione? domandò egli: quella di convertirti?... Ah! gli è lungo tempo che pregavo il Signore me ne rendesse degno e mi accordasse la forza e l'abilità di sostenerla....

— No: disse bruscamente Gian-Luigi: si tratta d'una missione meno nobile a cui la sua delicatezza avrebbe disdegnato, caro Don Venanzio; il marchese non si fida della mia parola e mi ha mandato intorno quell'ipocrita d'un frate a sorvegliarmi, perchè io non racconti a nessuno il segreto dell'esser mio.

— Che di' tu mai? esclamò il parroco in una meraviglia che pareva quasi spavento. Il marchese, sappilo, è incapace di un simile tratto, e quel santo religioso non si assumerebbe mai una tal parte.

— Quel santo religioso! interruppe con un ghigno il condannato a cui scappò la pazienza. Quel birbo d'un gesuita, mio caro Don Venanzio, è il più matricolato impostore che sia stato mai sotto la cappa del cielo.

E raccontò in breve con parola vivace e risentiti colori ciò che poc'anzi era intravvenuto fra lui e il frate.

A Don Venanzio, cui questa cosa tornava incredibile, parve di fare un brutto sogno.

— È impossibile! andava egli esclamando, le mani levate in alto nell'espressione dell'orrore da lui provato a siffatta rivelazione: non può un ministro di Dio scendere sì basso, tradire così il suo dovere, mentire nella più sacra cosa ch'egli abbia!

E poichè Gian-Luigi ebbe confermato con solenne asseveranza il suo dire, il vecchio sacerdote, dolorosamente sbigottito, uscì a domandare:

— Ma dunque non è punto vera la tua conversione? Non è punto vero il tuo pentimento?

— Conversione! Pentimento! disse il condannato con amarissima ironia. Mi lasci esser sincero, Don Venanzio: è nel mio carattere, e mi è debito in queste ore supreme il dire audacemente la verità. S'io fossi riuscito nell'opera che avevo intrapresa — opera assai più vasta e terribile di quanto il pubblico crede e i giudici hanno appurato; — mi sarei io pentito? avrei avuto rammarico dei mezzi adoperati? No certo! Ho comune con quella setta di cui veste la tonaca ed ha i pensieri ed usa gli accorgimenti quell'ipocrita che è testè uscito di qua, ho comune coi gesuiti, dico, il principio che qualunque sieno i mezzi, poco importa, purchè si arrivi alla meta... Mezzi buoni e mezzi cattivi... Ma nulla è di assoluto per l'uomo, e il male non è che un particolar modo di vedere e di sentire secondo le epoche, l'educazione, le diverse qualità di razza, di temperamento, d'intelligenza. Quando la maggior parte degli uomini si accorda a dir male una cosa, ha il diritto colla forza che dà il numero di imporre la sua credenza altrui. Sia: tutto è dominio della forza quaggiù e finchè un'altra forza non la vince, governi il mondo morale quell'opinione e punisca i violatori della sua ortodossia: ma il vinto, il punito, ha pur diritto nel suo foro interiore di protestare, di serbare la sua credenza, di pensare come vuole. Me colpisca pure la dominante prepotenza sociale, ma la non può farmi da me rinnegare me stesso, condannare il mio fatto, smentire la mia individualità. Io non mi converto e non mi pento.

Don Venanzio levò al cielo le palme con mossa d'uomo inorridito.

— Oh sofismi orgogliosi dell'errore! esclamò egli. Ma sventurato che tu sei!... Ciò che è male non ti accusa e denunzia la tua stessa coscienza?

— Che cos'è che chiamano coscienza gli uomini? Per molti — per quasi tutti — è un'intima, inconscia viltà; è il residuo di vane credenze e paure istillate nell'animo umano dalla presente educazione infantile e delle quali, tanta è l'impronta, rimane pur sempre in ognuno, checchè si faccia, un ricordo. La coscienza del cristiano è diversa da quella del musulmano, questa da quella del buddista, e diversa da tutte è quella del selvaggio che non ha punto, od appena se un adombramento d'idee religiose. È dunque la nostra coscienza l'arbitro per ciascuno del bene o del male? E se la mia coscienza mi lascia tranquillo, egli è segno quindi che non è male quel ch'io ho fatto?

— Perchè tu l'hai pervertita dall'influsso delle inique passioni, dai sofismi del tuo intelletto, ribelle al suo Creatore.

— E perchè le passioni non sarebbero esse una scorta verso il vero fine dell'esser nostro?

— Lo sono, quando contenute nei limiti dal timor di Dio e dall'amor del prossimo.... L'idea del bene non è una chimera, perchè trovasi in tutto il genere umano, a qualunque grado di coltura sia giunto. Anche il selvaggio che tu citavi poc'anzi, ha in fondo in fondo alle poche sue idee una nozione confusa, incerta, ma pure essenziale, del bene e del male. A seconda che l'uomo progredisce, quest'idea si fa più netta, più complessa insieme e più giusta; finchè la nostra santa religione ce ne dà la più compiuta e perfetta, perchè l'ultima espressione del vero, perchè rivelata da Dio.

— E chi non ci crede è dannato! esclamò con diabolico sogghigno il _medichino_.

Margherita non aveva parlato più, non s'era nemmeno mossa più sino allora; la teneva fra le sue una mano del giovane, e cogli occhi umidi lo stava contemplando, mentre il suo povero vecchio capo tremolava sul suo collo magro e in giù chinato dal peso degli anni. Ella non capiva molto le cose che dicevansi fra il parroco e il suo figliuolo d'adozione: la sua mente era troppo oppressa perchè potesse afferrare quelle idee, che in realtà eccedevano eziandio l'arrivo della sua intelligenza, e l'unico pensiero immanente, incessante che la possedeva era quello della morte incombente sul capo del suo caro. Ma a quella esclamazione di Gian-Luigi un raggio le penetrò di botto nel cervello abbuiato, e le fece scorgere la sostanza dei discorsi cui non aveva capito. Si trattava della salvezza del suo Giannino, e di una salvezza ben più importante di quella della vita, della salute eterna. L'idea che il dilettissimo giovane avrebbe potuto essere colpito da un'irrimediabile eternità di pene la colse allora per la prima volta, e spaventò a dismisura la sua cieca e fervente fede di cattolica.

— No, dannato: gridò ella con indicibile sbigottimento: no, Giannino, tu non hai da essere dannato! Non voglio saperti nel fuoco dell'inferno.... Pazienza io!... Darò piuttosto la mia anima al demonio, in cambio della tua.... Ho già meritato la collera di Dio con un falso giuramento per giovarti: Don Venanzio mi disse che il Signore, mercè un buon pentimento, mi avrebbe perdonata.... Perdonerà anche te, figliuol mio: è così buono e clemente il Signore!... Domandane al nostro parroco: dà retta a quel che ti dice: pentiti e Dio ti accoglierà, anche te, nel suo regno.... Pentiti, te ne prego, pentiti per amor mio, se non vuoi farmi dannata anche me.... Io già nel paradiso non ci vo' stare, se non vieni anche tu.... Vuoi tu farmi precipitar nell'inferno?

E stringeva le mani del giovane, e pregava oltre che colle parole, collo sguardo, e singhiozzando, agitava più che mai nel suo tremolìo della vecchiaia il povero capo canuto.

Il condannato le fece una carezza.

— Sta tranquilla, povera donna! Nel mondo di là, non avrai niun dispiacere da me per questa — nè per altra cagione, te ne assicuro io. E tu ed io, non dubitare, saremo tutti salvi ad un modo.

Poi si rivolse al prete.

— Una buona confessione adunque, l'assoluzione datami da un uomo mio pari scancellano agli occhi di Dio ogni colpa e mi farebbe degno della beatitudine eterna. E così quello che fu uno scellerato tutta la sua vita — Nariccia per esempio — con dieci minuti di pentimento, quando sente la vita sfuggirgli, e con qualche cerimonia, ricompra tutto il suo passato, compensa tutto il male che ha fatto e va dritto a prender posto in mezzo ai santi, mentre l'uomo che per tutta la vita fu saggio ed onesto, anche secondo quei dettami di morale di cui la maggioranza dell'umanità ha idea, se muore negando fede, oppur serbando un dubbio soltanto a qualcheduna di quelle assurdità che il sacerdozio vuole imporre alla sua ragione come dommi indiscutibili, si trova eternamente dannato.

— Questo chi lo può assicurare? disse il parroco tanto mite d'indole e d'anima sì generosamente pietosa che sentiva non dover metter limiti alla clemenza di Dio. Quel di lassù vede meglio di noi lo stato dell'anima che si presenta al suo giudizio e sa adattare ai meriti di essa la sorte che le conviene. Infinita inoltre è la sua bontà.....

— Ah non dica: interruppe il _medichino_ uscendo da quella ironica freddezza con cui aveva parlato sino allora, e dando al suo accento una vivacità che toccava all'indegnazione: infinita bontà la sua, mentre è articolo di fede la eternità delle pene! È una crudele contraddizione. Come! Per gli errori di una vita che è un soffio, che è un nulla al cospetto del tempo senza fine, la mia anima immortale sarà perduta eternamente, senza più rimedio, senza possibilità nessuna di riabilitarsi; il destino della mia immortalità sarà deciso dal breve esperimento d'un attimo ed irrevocabilmente. Dopo un passaggio nella volgare esistenza terrena, le anime piomberanno nell'inerzia eterna, queste — le poche — felici sempre, quelle — le moltissime — sempre tormentate? Un istante d'operosità senza causa in mezzo al nulla da una parte, all'ozio infinito dall'altra. E sopra i dannati a cui si rinnovano sempre più crudeli i dolori, Dio immutabile e compiacentesi, autore del male. E questa è per loro la suprema bontà?