Part 51
— Voi avete dichiarato alla società costituita una guerra, come diceste voi medesimo: così parlò a sua volta il marchese: e rimaneste vinto. Ma voi meglio d'ogni altro, voi di più vivido ingegno, di maggiore istruzione del volgo, sapevate a quali rischi andavate incontro, qual posta mettevate al giuoco, quali conseguenze affrontavate. Avete perduto....
Il _medichino_ levò il capo e interruppe vivacemente con un fiero sorriso:
— Bisogna pagare. Ella ha ragione.
Guardò bene in volto il vecchio gentiluomo e soggiunse, parlando lentamente:
— E dunque che sarà di me verso la famiglia, e della famiglia verso di me?
— Quello che vorrete voi medesimo. La famiglia non rifiuterà di affermare pubblicamente il vero, quando voi lo esigiate, quando a voi piaccia si gravi su di lei una parte di disdoro con nessuna utilità vostra....
Negli occhi di Gian-Luigi corse un lampo.
— La comprendo: diss'egli vivamente; ed affondato di nuovo il volto nelle palme delle mani, stette un poco meditando.
La cristiana santità di quel vecchio povero prete vero seguace del Vangelo, la rigida onestà e la severa onoratezza del vecchio gentiluomo facevano intorno al giovane un ambiente, per così dire, di tanto pura e sana e morale influenza, che tutto quello che v'era ancora di generoso nella traviata e sedotta di lui natura si ridestò, fu suscitato ed ebbe in quel punto nuova e maggior forza che mai.
— Ebbene: soggiunse egli poi levando il capo e sorridendo amaramente: che importa egli al mondo che il figliuolo della marchesa Aurora sia ritrovato o no? che importerà a me medesimo si sappia, se ciò non avrà da mutar per nulla la mia sorte?.... Ch'io scompaia ignoto ed ignorato, portando meco nel sepolcro il mio segreto e l'onore soltanto d'un miserabile plebeo che non ha nome... Hanno essi un onore quella razza di gente?... Avrò fatto alla famiglia che mi ha rigettato ancora questo sacrificio... Io non sono che il misero trovatello, signor marchese, si rassicuri: e morrò come tale.
Spiegò bene i due squarci di lettera che aveva ancora tra mano; li raccostò e li tenne innanzi agli occhi alcuni minuti quasi leggendo e rileggendo lo scritto parecchie fiate, poi disse scuotendo mestamente il capo:
— Ecco tutto ciò che mi rimane del padre mio; ecco tutta la mia eredità nel mondo... Povero mio padre!... Se tu avessi vissuto che cosa avresti fatto di me?
Baldissero che aveva versato il sangue di Valpetrosa, a queste parole che gli ricordavano efficacemente la risponsabilità ond'era aggravato, sentì più viva la fitta del rimorso.
Gian-Luigi accostò quei due pezzi di carta ingiallita alle labbra e ve li premette con passione.
— Addio! Addio memoria di mio padre. Oh potessi credere che tu esisti ancora, essere che fosti qui in terra l'autore della mia vita, e che un giorno ti potrò vedere e conoscere!... Addio tu pure, pensiero della madre mia; addio per sempre: voi non esistete più; tutto ha da essere precipitato nella notte dell'oblio.
Colle mani convulse stracciò in minutissime parti quella lettera e ne sparse al suolo i pezzetti; una lagrima, una lagrima sola colò lentamente sulle sue guancie pallidissime che parean di marmo.
Il marchese si alzò e disse con accento commosso e molto nobilmente:
— Vi ringrazio.
Parve che volesse tendere al prigioniero la mano; ma se ne trattenne.
— Or dunque tutto è finito per me: esclamò con voce tremante quel misero: ogni mio legame con questo mondo è sciolto...
In quel punto, per effetto d'una di quelle complesse visioni della mente che abbracciano un mondo indefinito, passarono innanzi a lui le immagini del suo passato sin dall'infanzia, e l'immagine di quello che avrebbero potuto essere la sua vita e il suo avvenire.
— Oh giovinezza! soggiunse: oh mie sciupate forze di volontà e d'ingegno!... Meglio non avessi abbandonato mai Lei, Don Venanzio, e il villaggio e la povera vecchia Margherita..... Ma l'istinto del sangue mi spingeva. Mi sentivo della razza dei leoni.....
Scosse le spalle con superba mossa da angelo fulminato.
— Ma il rimpiangere che giova?... Fu il destino che così volle..... No, io non rimpiango nulla...... Sono vinto, non sono soggiogato..... Guarderò in faccia la mia sorte fino alla fine col sogghigno che merita questa irrisione di casi che è la vita.
S'interruppe e cambiò tono.
— Sì, v'è pure alcuna cosa che rimpiango. Alcune anime generose mi hanno amato, ed io fui empio e scellerato per esse. Povera Ester! (e represse un sospiro). Povera Maria!..... Povera Candida!..... Le ho odiosamente ingannate e tradite..... Vorrei potere a ciò rimediare... e non ce n'è mezzo nessuno.....
In quella si ricordò delle lettere della contessa di Staffarda, che possedute, com'egli credeva ancora, dalla Zoe, erano per la misera donna una minaccia continua.
— Ah sì, soggiunse, alcuna cosa posso pur fare in favore di una di esse.
Domandò di scrivere poche parole; e il marchese potè dargli un fogliolino di carta ed una matita; Gian-Luigi scrisse alla Zoe l'ordine, la preghiera di restituire alla contessa le lettere, e di non tormentarla altrimenti. Don Venanzio accettò l'incarico di portar egli stesso in persona alla _Leggera_ quella carta che doveva por fine agli spasimi ed agli sgomenti d'una povera anima: e già vedemmo quali ne fossero gli effetti.
— Ed ora: disse finalmente Gian-Luigi; prego che mi si lasci solo.
Il marchese ed il parroco partirono, quest'ultimo promettendo di tornare a visitare il prigioniero quante più volte gli fosse concesso; e il _medichino_ venne ricondotto nella sua segreta.
Quel che passasse nell'anima sua chi lo potrebbe descriver mai? Certo furono spasimi che dovettero contare come parte migliore della dovuta espiazione innanzi alla clemenza di Dio: ma il segreto di quella tormentosa meditazione fu tra lui, tra l'anima sua e Colui che tutto vede.
Quando i secondini entrarono, parecchie ore più tardi, a portargli il cibo giornaliero, lo trovarono steso sul giaciglio bocconi, la faccia premuta contro la coperta di lana ravvoltolata. All'invito che il secondino gli fece di mangiare, non si mosse punto.
— La è malata? domandò il carceriere.
Il _medichino_ agitò la testa con un atto impaziente che indicava egli non desiderar altro che di essere lasciato stare.
Alla visita della sera, ed ore parecchie erano trascorse, fu trovato ancora nella medesima postura, immobile come un cadavere; e i cibi erano intatti. Il guardiano gli si accostò alquanto sbigottito e lo toccò sovra una spalla: Gian-Luigi sussultò come se fosse stato bruciato da un ferro rovente, e volse verso il carceriere una faccia in cui tanta era l'ira, e tanto insieme il tormento che pareva il sembiante di Satana fulminato. Il secondino s'arretrò intimorito e s'avviò senz'altro per uscire; ma quando fu all'uscio si ricordò che aveva una comunicazione da fargli.
— Debbo avvertirla che domani cominceranno i pubblici dibattimenti del suo processo.
Gian-Luigi si drizzò di scatto.
— Domani? domandò con emozione.
— Sì.
— Va bene.
Il guardiano uscì e il prigioniero stette ad ascoltare con una specie d'interesse il rumore delle serrature che si chiudevano, dei paletti che scorrevano; poi si mise a passeggiare nella sua oscura celletta su e giù, proprio come una belva in gabbia. Comparire al pubblico dibattimento, agli occhi curiosi di tanta gente, spettacolo miserando a quel mondo ch'egli aveva voluto dominare e cui abborriva e disprezzava! Gli era un primo supplizio, quello della gogna; gli era un'anticipazione di quell'ultima ignominiosa scena che aveva da conchiudere la sua vita, sull'infame legno del patibolo. Egli fremeva e rabbrividiva; aveva delle fiamme e dei geli che s'avvicendavano lungo i suoi nervi, entro le sue vene; sentiva la passione morale tradursi in dolori fisici che cominciando dal cervello si propagavano per tutto il suo organismo. Pensò a morire; ma come? Misurò la sua cella; non c'era spazio bastante da prendere un aire di tanta forza da fracassarsi il capo alle pareti: ed egli non voleva a niun conto il ridicolo d'un suicidio non riuscito, il quale poi avrebbe ancora preclusagli la via ad altri tentativi: e nel suicidio oramai era la sola sua speranza.
— Sosterrò anche questa prova: si disse: affronterò gli sguardi di tutta quella canèa di curiosi, la cui onestà non è che codardia; a quelle virtù bacate, a quelle infamie nascoste che si atteggiano a gente onorata, farò abbassare gli occhi sotto il fuoco de' miei e li atterrirò ancora colla mia audacia.
Al mattino volle fare un'elegante acconciatura quale d'un giovane di garbo e di buona società che si reca a far visite di rispetto; e quando lo si venne a prendere nella carcere per condurlo alla sala del pubblico dibattimento, aveva la figura tranquilla e il calmo sorriso d'un uomo sicuro di sè, che non ha rimorsi, nè timori, nè manco soggezioni.
Traversando i corridoi, i suoi occhi incontrarono ad uno svolto quelli affondati del Sott'Ispettore Barnaba.
— Signore, disse Gian-Luigi, accostandosegli. Potrei io avere un colloquio con voi?
Barnaba s'inchinò in segno d'assenso.
— Quando?
— Quando avrete avuta la vostra condanna di morte.
Il _medichino_ fece un superbo sorriso, mosse leggermente il capo, come per dire «sta bene;» e passò.
CAPITOLO XXX.
Se la sala dell'udienza nella Corte d'appello (che allora aveva in Piemonte nome di Senato) fosse zeppa di spettatori, lascio pensare ai lettori che sanno quale morbosa curiosità sia nelle cittadinanze pei processi criminali di siffatta specie. Quella banda di malfattori aveva per tanto tempo incusso timore alla città intiera; la frequenza e la gravità dei delitti commessi erano tali da far rabbrividire; la circostanza straordinaria che il capo di quella orrenda sêtta fosse un giovane elegante, accolto con favore nelle migliori società, accresceva l'interesse della cosa. Dal giorno dell'arresto dei malandrini poteva dirsi che nei crocchi cittadineschi, in tutti i convegni, nelle conversazioni delle famiglie, non erasi parlato d'altro più fuor che di ciò; in quel tempo di calma e di servitù, non essendoci concorso di novità politiche a far diversione. Tutti volevano vedere le faccie orribili di quegli assassini; e principalmente quella del loro capo, che dicevasi, e molti di veduta conoscevano, non essere niente affatto orribile, ma anzi bellissima. Le donne sopratutto avevano questo curioso desiderio, il quale, in quelle creature così facilmente eccessive, spingevasi per alcune fino all'ardore della passione. I biglietti di ingresso alle tribune riservate erano quindi stati ricercatissimi; e quel primo giorno in cui cominciavano i dibattimenti molti e molti banchi erano occupati da rappresentanti del sesso gentile di tutte le età, venute in grande eleganza d'acconciatura a cercare poco gentili emozioni in quel dramma di sangue di processo criminale. Fra queste spiccava, ned ella cercava pure nascondersi, la Zoe, la quale nel tempo di attesa, prima che entrassero gli accusati a prendere il loro posto, era il punto di mira di tutti gli sguardi e l'argomento di tutti i discorsi. Era essa giunta delle prime — in una tribuna riservata s'intende — epperò s'era impadronita del miglior posto che si potesse avere di faccia e più vicino che era possibile all'ordine dei banchi preparati pei prigionieri. Le prime signore che erano giunte dopo di lei, avevano schivato il contatto e la vicinanza della cortigiana, prendendo posto più in là che potessero dalla sontuosa di lei veste di seta; ma quelle che erano sopravvenute più tardi non avevano avuto il coraggio di andarsene piuttosto che occupare i posti che rimanevano a fianco della cortigiana, e vi si erano sedute, ostentando però di tener le spalle volte alla loro vicina, e di non lasciar posare mai su di lei gli occhi che pure la sbirciavano di soppiatto con viva curiosità. La _Leggera_, in una mossa quasi abbandonata, pareva non accorgersi di nulla, e la sua attenzione era tutta fissa sui seggioloni dove sarebbe venuta a sedere la Corte, sui banchi destinati ai rei. Nello scompartimento lasciato al pubblico volgare senza privilegio di polizza d'ingresso, fin dal primo momento in cui s'erano aperte le porte della sala, si agitava una massa variegata di popolo cencioso, che ora ronzava come uno sciame di tafani, ora muggiva come un maroso di burrasca, ora rompeva in esclamazioni d'impazienza, in bestemmie contro chi urtava di dietro per ispingersi nella sala, in motti sconci, impertinenti, tenuta in freno dai cappelli a becchi, dalle faccie burbere e dalle baionette dei carabinieri.
Stante il gran numero degl'inquisiti, per questi, come ho già detto, erasi preparato un ordine di banchi, un dietro l'altro, che venivano salendo sino alla parete della sala, in ciascuno dei quali potevano stare quattro individui. Innanzi a questi banchi era uno spazio in mezzo della sala, dove un tavolo a cui sedeva il segretario coi suoi aiuti; e di là una delle pubbliche tribune, quella in cui c'erano più donne, e in prima fila la Zoe: dal primo banco dei rei a quello della tribuna correvano appena sei passi. In quello spazio centrale, precisamente di prospetto alla gran tavola de' giudici, erano i banchi dei testimoni, che si trovavano alla sinistra di quelli degli accusati. Dietro di questi banchi dei testimoni era il locale destinato al pubblico plebeo. Fra i banchi degli accusati e la tavola della Corte, che s'elevava sopra un tavolato a cui si ascendeva per due gradini, stavano i difensori: di faccia, dalla parte opposta, i rappresentanti del Pubblico Ministero. Questa disposizione de' luoghi occorre tenere a mente per comprendere poi l'orrenda tragica scena con cui si chiusero in quella sala i dibattimenti di tal memorabile processo.
Si discorreva vivamente in tutte le tribune; il maroso del pubblico straccione muggiva più che mai: ad un tratto si fece un gran silenzio e gli occhi di tutti si volsero ad un punto: entravano i prigionieri, a due a due, in mezzo a due file di carabinieri armati. Primi venivano _Stracciaferro_ e _Graffigna_, poi Pelone, Marcaccio e la turba dei satelliti minori; fra questi v'era una faccia onesta, disfatta dal turbamento e dalla vergogna: quella del povero Andrea. Il suo arresto dovevasi a Marcaccio; il quale, parte per le minaccie, parte per le promesse di pena minore, s'era lasciato indurre a confessare qualche cosa della verità e non aveva taciuto della fabbricazione delle chiavi per mano del suo amico il ferraio senza lavoro. Di poi, pentitosi delle sue rivelazioni, le aveva contraddette, aveva voluto ritrattare, s'era posto di nuovo al niego più fermamente che mai; ma un secondo arresto di Andrea era stato deciso ed eseguito, e il vedovo di Paolina, alle fattegliene interrogazioni aveva risposto tutta la verità. Oh! Dio era stato pietoso di togliere anche colla morte la onesta moglie di quell'infelice allo spettacolo di tanta vergogna!
Mancava ancora il principale: il famoso _medichino_. Come se anche in codesto si volesse riconoscere la superiorità di lui, il capo non era stato condotto a mazzo cogli altri, ma gli si concedeva la distinzione d'una entrata speciale in scena.
Il silenzio fattosi all'entrare dei prigionieri non durò gran fatto. Tosto dopo cominciarono i discorsi, le osservazioni, i commenti, le interpretazioni, gli indovinari intorno a quelle faccie risolute, la maggior parte malvagie, feroci, fra cui dominavano la robusta, imbestialita figura di _Stracciaferro_, l'allampanata, alta persona di Pelone e la diabolica faccia sottile di _Graffigna_. Un movimento di curiosità destarono due donne che in coda a tutti gli altri imputati vennero in mezzo a' carabinieri ancor esse e furono fatte allogarsi nei banchi de' rei. Erano Maddalena e la povera vecchia Margherita. Quella conservava la sua aria sicura e petulante: appena dentro il salone aveva mandato in giro i suoi occhi ardimentosi, e, vista di subito la Zoe, aveva con essa scambiato un fuggevole ma significante ammicco. La misera Margherita invece era tanto confusa e tremante che appena se poteva reggersi e trascinarsi. Sotto l'abbronzato della sua pelle rugosa v'era un pallore che sembrava di morte: i suoi poveri vecchi occhi erano rossi dal pianto; già magrissima prima, il suo soggiorno in carcere e la pena morale l'avevano ridotta a non aver più che la sua pelle color d'alluda sulle ossa.
Nel primo banco furono posti _Stracciaferro_, _Graffigna_ e Marcaccio; quest'ultimo era al capo del banco verso quello dei testimoni. Un posto fu lasciato vacante, il primo dalla parte dove sedevano gli avvocati, serbato di certo pel _medichino_. Nel banco di dietro erano le due donne. In mezzo agli altri accusati Andrea, che pareva lo spettro dell'uomo d'un tempo, aveva posto i gomiti sulle ginocchia e s'era nascosto il volto nelle mani.
Il susurro cessò di nuovo, quando in mezzo a due carabinieri comparve il fiero e leggiadro aspetto del sedicente Gian-Luigi Quercia. Era egli un po' pallido, ma calmo e tranquillo. Dalla soglia gittò egli pure uno sguardo su tutte quelle faccie intente verso di lui che lo divoravano cogli occhi e schiuse le labbra ad un superbo, ironico sorriso; vide la Zoe e non fe' cenno nessuno, ma nel guardarla le sue pupille nere brillarono fugacemente d'una fiamma viva. La cortigiana sorrise in un certo modo ed occhieggiò essa pure con una speciale significazione che Gian-Luigi comprese.
— Sono qua, voleva essa dire, lavoro tuttavia per salvarti, ogni speranza non è ancora perduta.
Egli s'avanzò con passo tranquillo, senza braveria, fino al suo posto, fece un piccol cenno di saluto e d'incoraggiamento cogli occhi a Maddalena, il cui volto alla vista di lui s'era tutto illuminato, e tese una mano alla sua vecchia nutrice chiamandola affettuosamente per nome.
Margherita appena aveva visto entrare il suo diletto figliuolo, aveva mandato un'esclamazione soffocata ed era stata assalita da un tremito universale. Sarebbe corsa incontro a lui a gettarglisi nelle braccia, se avesse osato e se glie ne fossero bastate le forze. Lo guardava, lo guardava e gli occhi le si empivan di lagrime, e tremava sempre più. Quando egli le fu dinanzi e le tese la mano, ella ruppe in singhiozzi, e presa quella destra la baciò con trasporto.
— Oh mio Giannino!... oh mio Giannino! balbettò fra i singulti.
— Coraggio, madre! le disse amorevolmente Gian-Luigi.
Sentirsi dare questo nome di madre dal suo caro era sempre per la poveretta una gioia ineffabile. In tal punto ciò pose il colmo alla sua commozione.
— Ah! se questi signori lo permettessero, disse ella accennando i carabinieri, e se tu non te ne vergognassi, vorrei pure abbracciarti.
Quercia le regalò il più amorevole de' suoi gentili sorrisi; poi si curvò su di lei, le prese il capo fra le mani e le stampò un bacio sulla fronte; essa, la povera vecchia, gittò le sue magre braccia al collo del giovane e lo baciò replicatamente, piangendo. Questa scena destò un'universale commozione.
E questa non era ancora dileguata del tutto, quando un'altra circostanza avvenne che suscitò una impressione di ben diverso genere. In mezzo a due carabinieri anche lui, fu introdotto e condotto a sedere al banco dei testimoni un vecchio, piccolo, curvo, d'aspetto miserabile e sporco, di andatura esitante ed obliqua; era il complice propalatore, al quale (secondo l'uso di que' tempi) in premio delle sue rivelazioni era stata concessa l'impunità: Jacob Arom il rigattiere.
Entrò egli cogli occhi bassi, timoroso ed incerto; solo un istante sollevò le ciglia e saettò una guardata viperina al posto dov'era il _medichino_. Questi s'era seduto tranquillamente, senza fare la menoma attenzione agli altri coaccusati che si trovavano su quei medesimi banchi, precisamente come se non esistessero, nè questi avevano mostrato di badare a lui in alcuna maniera, fuori di _Graffigna_ che essendo più vicino al posto dove aveva da sedere il _medichino_, s'era, quasi per omaggio di rispetto, tirato più in là per lasciargliene maggior luogo; per il che Quercia, in mezzo agl'imputati, stava, come per una nuova distinzione, con una certa distanza isolato dagli altri, a cui non fu mai ch'egli volgesse una parola, un cenno, uno sguardo soltanto.
Al passargli di _Macobaro_ dinanzi, Gian-Luigi, senz'affettazione, ma con evidentissima espressione di profondo disprezzo e di schifo, volse il capo dall'altra parte per non vederlo; ma saettarono il vecchio rigattiere di sguardi micidialissimi gli altri imputati, e principalmente _Graffigna_, il quale fece colla mano un cenno pieno di minaccia. Anche nel pubblico, e specialmente in quella parte dove entrava chi volesse, si levò un susurro che poteva dirsi di riprovazione. _Macobaro_ si confuse ancora di più, e parve rannicchiarsi all'estremità di quel banco dove egli fu condotto; ma poco stante ogni rumore cessò, perchè gli uscieri imposero silenzio, ed entrarono a prender seggio i magistrati.
Io non istarò ad annoiare i lettori coll'esposizione di tutto il dibattimento del processo, delle requisitorie del fisco, e delle difese degli avvocati. Sono cose oramai che si conoscono da tutti; e i fatti che importano al nostro racconto e che vennero in quel dibattito appurati, si videro man mano avvenire. Solo dirò che la quantità dei testimoni, il numero degl'incidenti, la rilevanza delle quistioni sollevate e dibattute fra il fisco e la difesa, fecero prolungare il processo oltre le quindici sedute; che le due prime furono tutte spese nella lettura del lunghissimo atto d'accusa, in cui erano consegnati tutti i risultamenti ottenuti dalle propalazioni di Arom, dalle rivelazioni poi disconfessate di Marcaccio, dalle ingenue confessioni di Andrea, dalle indagini della Polizia; che tutte le volte fu grandissimo il numero degli spettatori e fra questi delle donne, prima sempre la Zoe; che fra i testimoni comparvero di nostra conoscenza Barnaba, Bancone, Fra Bonaventura e Giacomo Benda. La giustizia, che non ha pietà, aveva citato anche la povera Maria: e farla comparire alla vergogna di tal pubblicità sarebbe stato un'ucciderla addirittura, la infelice ragazza; ma Virginia avevale risparmiato questa prova mercè l'autorevole intervento dello zio il marchese. Anche quest'ultimo era stato sentito per ciò che era accaduto al letto di Nariccia; ma non si era all'autorevolissimo personaggio dato il carico ed il disturbo d'una comparsa in pubblico.
Solamente di quel processo riferirò l'interrogatorio del _medichino_, e la tragedia che seguì la lettura della sentenza.
Il _medichino_, come il più importante degli accusati, fu fatto levare in piedi pel primo, e il Presidente cominciò ad interrogarlo così:
— Il vostro nome?
Un gran silenzio s'era fatto nella sala, non si sentiva una mosca a volare, e tutti gli sguardi erano intenti sulla bella figura del giovane inquisito: questi con quel suo contegno di sicurezza, con quell'aria di superiorità piena di degnazione che gli erano abituali, rispose colla sua voce limpida e chiara tre parole che suonarono, in quel silenzio come un accordo musicale:
— Non ho nome.
— Voi foste registrato nei libri dell'Ospizio con quello di Giovanni Venturino, e con esso dato ad allevare alla donna Margherita Coppa; ora vi facevate chiamare in società Luigi Quercia.
L'accusato guardò fiso il Presidente, come per dire: «non ci ho nulla da contestare:» e si tacque.
— Perchè vi siete voi fabbricato un nuovo nome?
— Perchè così mi piacque.
— Credevate voi avere il diritto di cambiarvi nome ed attribuirvi qualità a vostro capriccio?
— Lo credo sicuro. Gli uomini s'erano arrogato quello di stamparmi col nome che mi avevano imposto una nota di vergogna per tutta la vita: io me ne volli liberare. Il nome di Luigi era quello del mio benefattore, medico al villaggio dove fui allevato, e lo presi in memoria di lui: quello di Quercia lo scelsi come impresa del mio avvenire, come programma di resistenza della mia volontà, ai colpi del destino nella lotta della vita.