Part 50
— Sentite, continuò il _medichino_: se gli è qualche altro tentativo per farmi parlare, è tutto inutile. Io amo che oramai mi si lasci tranquillo, e non più veder nessuno. Sarebb'egli possibile risparmiarmi la noia di questo colloquio?
— No: è ordine preciso di mettervi in comunicazione con quei signori.
Gian-Luigi represse un sospiro, si passò le mani sulla faccia, quasi volesse con quell'atto fermarsi la maschera d'indifferenza superba che imponeva alle sue sembianze e disse:
— Allora andiamo pure.
E tenne dietro al guardiano accompagnato dai quattro secondini, che tosto gli si misero alle coste.
Al primo presentarsi, Gian-Luigi apparve a Don Venanzio un po' più pallido del solito e dimagrato, ma sempre colla medesima aria d'imponenza, di superiorità e di sicurezza. Il marchese, che non ricordava aver visto mai il sedicente dottor Quercia, fissò non senza una certa emozione il suo sguardo sul giovane che, mossi pochi passi, s'era fermato dinanzi a loro, e fu colpito dalla nobile figura di lui, dalla fiera espressione de' suoi tratti, più di tutto da una abbastanza spiccata rassomiglianza colla defunta sua sorella, prova questa non meno delle altre efficace, della discendenza di quel reo, della consanguinità che a lui, marchese, consigliere della Corona, ministro di Stato, confidente del Re, avvinceva quel miserabile.
Gian-Luigi riconobbe di botto il vecchio sacerdote e l'autorevole gentiluomo ch'egli aveva visto più volte e in sociali convegni e nel corteo del Re; e fosse la vergogna di comparire innanzi a que' due in tale stato e condizione, fosse una subita emozione di sorpresa, un lieve rossore gli soffuse le guancie mentre i suoi occhi si chinavano a terra. Ma fu un istante e nulla più. Le pupille si rialzarono di nuovo con tutta l'usata sicurezza, il volto riprese l'impassibilità abituale coperta dalla vernice della cortesia; ed egli si avanzò verso i due visitatori, col garbo e coll'eleganza di un gentiluomo che riceve personaggi degni del maggior rispetto nel suo salotto.
— Loro signori, diss'egli, a visitare il povero carcerato!... Non mi stupisce di Lei, Don Venanzio; questa è opera di carità, ed Ella è stata posta al mondo per dar l'esempio di tutte le carità: e poi Ella mi conosce e mi fa il generoso regalo di volermi bene. La sua venuta mi prova che questo suo affetto la non me l'ha ritolto, ora ch'io son caduto nella disgrazia; e le accerto che non m'aspettavo punto che fosse altrimenti; ma qual ragione mai può valermi l'onore d'una visita di S. E.?
E' parlava con tanta libertà di spirito ed agiatezza di maniere che il marchese, il quale si sentiva impacciato a dispetto dell'autorità del suo grado, del suo frequente trattare coi più alti personaggi, non potè a meno di pensare quella essere una prova o del soverchio indurimento nel male di quel giovane, o della sua innocenza: osò sperare un istante quest'ultima, e i suoi occhi espressero un desiderio, un'emozione cui notò Gian-Luigi e, non comprendendone il perchè, si affaticò colla mente ad interpretare. Ma per quanto pensasse, non una supposizione glie ne veniva che gli sembrasse avere il senso comune, e tanto si struggeva della curiosità che riusciva a mala pena a frenarla.
Nessuno dei due vecchi aveva ancora risposto, impediti e l'uno e l'altro da diverso turbamento. Quercia, come se fosse nel suo quartiere a far gli onori del sontuoso salotto, accennò con gesto pieno di grazia le seggiole e disse, argutamente sorridendo:
— Facciano il favore d'accomodarsi. Mi rincresce che non ci ho poltrone da offrir loro nè un allegro foco nel camino, che sarebbe troppo necessario in quest'atmosfera da ghiacciaia; ma il generoso padron di casa, che ora mi alberga, non mi concede altre sontuosità da queste.
Siffatta scherzosità dispiacque al marchese: la non gli parve più la sicurezza dell'innocente, ma l'impudenza dell'uomo compiutamente pervertito; la sua nobile fisionomia espresse il disgusto, e la sua fronte si rannuvolò. Gian-Luigi era troppo furbo e pratico osservatore, per non accorgersene subito: smise il suo sogghigno: stese sui suoi lineamenti un velo di mestizia e di dignitoso riserbo, e si volse verso Don Venanzio. Intanto pensava, sempre più intricata in impossibili supposizioni la mente, qual cosa mai menasse da lui quello de' primi fra i potenti personaggi dello Stato.
Don Venanzio aveva gli occhi pieni di lagrime, il petto di sospiri, e guardando il suo antico discepolo, aveva una tale aria di rammarico, di dolore e di tenerezza insieme, che commoveva a vederlo. Dapprima aveva sembrato esitare se dovesse o no stringere ancora quella mano che veniva accusata di opere sì ree; ma la generosa mitezza della sua anima cristiana non lo aveva lasciato lungamente in forse: prese la destra di Gian-Luigi, la serrò con significativa pressione e disse, commossa la voce:
— Crudele figliuolo!... È così, in queste condizioni, in questo luogo ch'io doveva vederti un giorno!.... Te nato per le grandi cose!.... Ah! se tu avessi ascoltato le istruzioni e i consigli del povero vecchio prete!
Quercia lo interruppe con accento in cui l'impazienza era pur vestita di una certa deferente amorevolezza.
— Ella ha tutte le ragioni del mondo, mio caro Don Venanzio; ma pur tuttavia le sue osservazioni entrano nell'ordine di quella scienza del poi, che fu sempre inutile a tutto ed a tutti. Ella sa la massima principale della mia filosofia pratica della vita: quando una cosa è irrimediabile, da folle il disperarsene, e bisogna portarne allegramente la risponsabilità.
— Ma, sventurato! esclamò il buon prete tremando; tu dunque ammetti essere reo de' falli onde ti si accusa?
— Nè ammetto nè nego... Qui non sono a confessione: soggiunse con quel suo mefistofelico sogghigno: d'altronde Ella sa che io e la confessione non ce la diciamo troppo... Sono in mano della giustizia umana, a lei l'adoperarsi coi mezzi che le spettano a scoprire la verità; io lascio fare: e mi darò la soddisfazione di ridere o di maledirla se la sbaglia... Ma questi non sono i discorsi che debbono interessare S. E. il marchese di Baldissero, perchè non credo un sì autorevole personaggio siasi di tanto scomodato per venire a darmi il gusto di una conversazione da avvocato fiscale con un povero inquisito.
Le impressioni che provava il marchese erano molteplici e contrarie: ora badando solo alla voce di chi parlava, alle aggraziate movenze di quel giovane leggiadro, alle fattezze del viso, a certe arie, al complesso esteriore di quell'avvenente persona, egli si sentiva grado grado intenerire dalla dolcezza d'una cara memoria lontana, gli pareva scorgere in quelle le arie, le mosse, le intonazioni di voce di sua sorella, si lasciava vincere da un interessamento che era come la forza della consanguinità che lo spingesse; ora ponendo mente al significato delle parole cui pronunciava quella voce tanto simpatica, provava una ripugnanza contro lo spirito che le dettava, ed una specie di riazione, cancellando ogni ombra di tenerezza, gli rendeva poco meno che odioso quel disgraziato nel quale non vedeva più che un diabolico cinismo.
Alle ultime parole di Gian-Luigi, il marchese lo saettò d'uno sguardo di rampogna, e sedendo, aprì per la prima volta la bocca, parlando con una severa freddezza:
— La verità è quella precisamente che voi non credete. Per ragioni che saprete fra poco, m'importa di molto conoscere se voi siete e potete provarvi innocente. Don Venanzio fa tuttavia tanta stima di voi che afferma, se colpevole, avrete la franchezza di dirlo a chi lealmente v'interrogasse... e non nell'interesse dell'umana giustizia.
— In qual interesse adunque? domandò il _medichino_ sedendo ancor egli, sempre colla medesima elegante agiatezza.
— Nel vostro: rispose asciutto il marchese.
— Ed anche nel suo, Eccellenza: soggiunse ratto Gian-Luigi: se io so bene argomentare, poichè la mi ha detto or ora che certe ragioni le rendono importante la conoscenza di questa verità.
Il marchese annuì col capo.
— Sì, anche nel mio.
Gian-Luigi fece un grazioso inchino verso il parroco.
— Ringrazio Don Venanzio della buona opinione che conserva di me. Io son pronto a dargli ragione; perchè Dio mi guardi dal vedere in codesto un tranello teso alla mia buona fede!...
Baldissero fece un atto d'indignata protesta.
— Le giuro che una cosa simile non la crederei mai: continuò il _medichino_; ma per aprire la mia coscienza così di piano a lor signori, a Lei specialmente signor marchese, col quale non vi fu sinora la menoma attinenza che possa condurre ad un simile risultamento, bramerei conoscere quelle ragioni che rendono questo fatto così interessante per V. E.
Il marchese parve esitare.
— Non si tratterebbe che di anticiparmene la comunicazione: soggiunse vivamente Gian-Luigi; poichè Ella stessa mi disse che le avrei sapute fra poco.
Baldissero si raccolse un momento; poi fece un gesto colla mano che significava avrebbe accondisceso al desiderio del giovane. Questi con moto vivace di curiosità, trasse innanzi la sua seggiola e, i gomiti appoggiati alle ginocchia, si curvò verso il marchese ad ascoltare.
Dopo un istante, lo zio di Virginia, disse lentamente con voce sommessa e quasi stentata:
— Voi non avete famiglia?
— No: rispose Gian-Luigi riscuotendosi tutto e impallidendo per una subita, violenta emozione che lo assalse.
— Foste abbandonato nell'ospizio...
— Lo fui!...
— Ed avevate per segno di riconoscimento...
— Una lettera stracciata per metà.
Il marchese trasse di tasca un portafogli, lo aprì, ne levò due pezzi di carta sgualcita ed ingiallita dal tempo, e li tese verso il giovane.
— Ecco la lettera intiera.
Quercia sorse in piedi di scatto. La mano del marchese nel porgere la lettera tremava; la mano di Gian-Luigi nel prenderla tremava del pari. Afferrò quei due squarci, li scorse, li esaminò, ne lesse lo scritto. Quei caratteri gli danzavano innanzi agli occhi; la vista gli si abbuiava; una folata di supposizioni faceva ressa nel suo cervello; che si trattasse della sua origine in quel misterioso colloquio glie n'era già, fra i mille altri impossibili, balenato il pensiero. Ora non esisteva più dubbio: aveva quella lettera in mano; la sua famiglia era trovata. Si recò alla fronte i pugni chiusi e premendoveli come per contenere il cervello che era in bollore:
— Chi son io?... Chi son io dunque? esclamò; poi gettò uno sguardo inesprimibile sulla fisionomia mesta e severa del vecchio gentiluomo, tese verso di lui le mani che stringevano ancora e convulsamente quei pezzi di lettera, fece un passo a quella volta con mossa d'ineffabile trasporto e gridò, proprio dal fondo dell'anima:
— Ah! siete voi mio padre!
Il marchese si trasse vivamente all'indietro sulla sua seggiola, come se avesse ricevuto un urto nella fronte e mandò un'esclamazione soffocata. Sostenne un momento col suo lo sguardo vivo, fiammante del giovane che palpitava innanzi a lui, poscia chinò gli occhi con un'espressione che avrebbe potuto dirsi ripugnanza e si coprì colle mani il volto, come se assalito da un accesso di vergogna.
— No, non son io vostro padre: susurrò con voce appena intelligibile. Don Venanzio, mi faccia grazia, racconti Lei a questo infelice tutta la verità.
Il _medichino_ fece un cenno al parroco, perchè indugiasse alquanto a cominciar la sua narrazione. Giunto al momento tanto desiderato di apprendere la verità, sentiva, per così dire, tremar l'anima ed aveva bisogno di prepararsi per accogliere con calma il vero qualunque egli si fosse. Si premette colla destra la fronte, coprendosi gli occhi; poi incrociò le braccia e si recò lentamente alla finestra, dove rivolse lo sguardo in su e stette contemplando pochi minuti secondi quella esigua luce grigiastra che pioveva dalla tramoggia; finalmente venne presso il sacerdote; sedette in faccia a lui, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, affondò il volto nelle palme delle mani e disse:
— Parli pure, Don Venanzio.
Ascoltò immobile in quella postura tutto il racconto del parroco. Non un atto manifestò in lui le impressioni ch'e' dovette provarne; il viso, sempre nascosto, non lasciava scorgere nulla di quanto sentisse l'anima sua. Quando il vecchio prete ebbe finito, tutti si tacquero per un poco; solamente si sentiva il rumore di due respirazioni affannate: quella del marchese e quella di Gian-Luigi.
Fu quest'ultimo che ruppe finalmente il silenzio. Levò dalle mani la faccia che era pallida, pallida, ma con nessun'altra traccia d'emozione, e volse il capo verso il marchese, però senza levare gli occhi su di lui.
— Or bene: disse sommesso e quasi penosamente: or bene, quali intenzioni ha Ella a mio riguardo?
Baldissero non rispose subito; rifletteva profondamente e con visibile amarezza; con voce bassa e stentata egli pure, disse poi:
— Ora capite voi perchè m'importi sapere se voi siete innocente?
Quercia mandò un'esclamazione; volle parlare, ma di subito se ne trattenne; alla pallidezza successe sulle sue guancie un cupo rossore, l'immobilità tenuta fin allora diede luogo per riazione ad un'agitazione irrefrenabile; egli sorse e si mise ad andar su e giù con passo concitato, lasciandosi sfuggir dalle labbra interiezioni, rotti accenti e gridi a mala pena soffocati. La punizione crudelissima a' suoi delitti, di cui aveva fatto cenno Don Venanzio, era piombata in tutta la sua gravezza sull'anima ambiziosa di Gian-Luigi: quel grado a cui egli aspirava, quell'altezza a cui aveva voluto giungere erano suo diritto, li avrebbe potuto arrivare naturalmente ed onestamente; ed egli col suo fatto ora se li era resi impossibili... Impossibili? No, egli non voleva ammettere questa orrenda verità; egli non poteva rassegnarsi a questa troppo fiera condanna. Come! Gli Orti Esperidi della ricchezza e della potenza verrebbero ad aprirglisi ed egli sarebbe impotente ad entrarvi? Avere dinanzi le onorificenze, la grandezza e la gloria, e precipitare nell'ignominia!..... Doveva esserci un mezzo di salvarlo. La famiglia a cui egli apparteneva rappresentava la potenza sociale: e questa poteva creare a sua convenienza il giusto e l'ingiusto: la sua vita anteriore doveva cancellarsi, non esister più, non aver mai esistito. S'era trascinato miserabil bruco nel letame sociale: ora aveva da svegliarsi farfalla al sole della prosperità. Chi alla splendida bellezza della farfalla domanda conto della sua vile esistenza anteriore di verme? A questa sua riabilitazione l'autorità monarchica, la società, la natura medesima parevagli dovessero concorrere. Egli si sentiva rinnovato, risorto per una meravigliosa palingenesi in un essere degno della sua ventura: perchè gli altri non lo avrebbero voluto accettare come tale? Il miserabile trovatello, senza legami nel mondo, poteva essere condannato e giustiziato come un assassino, ma il nipote d'un ministro di Stato, d'un discendente degli eroi delle crociate, d'un consigliere, quasi d'un amico del Re, non doveva aver nulla di comune con quella sorte ignominiosa: sognava la trasmutazione dell'Ernani di Vittor Hugo, ieri bandito, oggi grande di Spagna.
Si fermò innanzi al marchese e ripetè con voce balzellante per èmpito d'emozione la sua prima richiesta:
— Or bene, quali sono ora le sue intenzioni a mio riguardo?... Io sono sangue suo; io sono sangue d'una delle più nobili prosapie del regno... Lo sento bene in me!... L'ho sempre pensato; l'ho sempre saputo! Vedrà zio mio che in me non è tralignata quella pianta.
(All'udirsi chiamare con quel titolo di parentela da tali labbra, il marchese di Baldissero diede in una leggera scossa).
— Il passato che importa? Continuava il giovane. Non esiste più, non ha mai esistito. Quella è la notte, ed ora mi si leva innanzi il giorno. Tutto sarà sepolto nel buio: io sorgerò raggiante nella mia nuova carriera di grandezza.... Signor marchese, glie lo giuro sulla sacra febbre della mia ambizione: io mi sento la potenza di soggiogare il mondo.
Don Venanzio gemette innanzi a quell'audace svelarsi d'un feroce egoismo: il marchese mandò un sospiro.
— Ma voi, disse quest'ultimo con solenne mestizia, non avete ancora risposto a quello che vi ho domandato. Siete voi innocente?
Il _medichino_ si trasse indietro d'un passo e si percosse coi pugni chiusi la fronte.
— Innocente! Innocente! esclamò. Ma le dico che ciò non monta.... Mi tragga di qua.... Gian-Luigi Quercia sarà morto: fra pochi anni sarà perfettamente obliato, fuorchè, come una leggenda, nella memoria dei miserabili... Maurilio di Valpetrosa, poichè quello è il mio vero nome, comparirà essere novello sulla scena più elevata del mondo.... Non sono che al principio della mia giovinezza.... Posso bene sottrarmi per un lustro, a prepararmi, oscura crisalide, alla mia grandezza avvenire... Mi mandi in Francia: andrò soldato in Algeria; mi sacrerò cavaliere al fuoco delle battaglie: sento nelle mie vene il sangue dei prodi nostri avi, signor marchese: cimenterò il mio nuovo nome al battesimo del valore; tornerò coll'illustrazione della gloria, glie lo prometto.
Baldissero levò il suo viso improntato di severità e disse con accento solenne:
— Ma se voi siete colpevole, ciò tutto non toglierà che alla nostra famiglia abbia appartenuto un.....
Non disse la parola, ma Luigi la lesse nell'espressione inorridita dello sguardo, nella piegatura dolorosa delle labbra. Il _medichino_ non osò più sostenere l'incontro degli occhi del marchese.
Questi, dopo un poco, ripigliava con crescente imponenza e gravità:
— E la giustizia, a cui dovete pagare il fio? Perchè credete voi potervi ad essa sottrarre?
— La giustizia è il ragnatelo. Debole moscerino vi sarò impigliato; mi si aiuti a valermi delle mie ali di falco e vi passerò trammezzo.....
Il marchese scosse gravemente la testa.
— Al Re medesimo dissi non è guari che nessuna considerazione avrebbe dovuto sottrarvi alla azione delle leggi: e quello che dissi allora penso anche adesso.
Gian-Luigi scoppiò in queste orribili parole:
— Ella dunque lascierà suo nipote, il figliuolo di sua sorella salire il patibolo?...
A questa cruda confessione di colpevolezza, Baldissero impallidì ancora di più, ma stette come il Farinata di Dante nell'inferno; Don Venanzio mandò un gemito e levò le mani congiunte al cielo.
— Sì, continuava con impeto Gian-Luigi, cui la emozione di quel gravissimo momento aveva tolto il possesso ch'egli soleva avere della sua volontà e della sua anima; sì, sono un miserabile, perchè ho impegnato la lotta contro la vostra società che mi aveva scacciato dal suo seno e me ne lasciai vincere. Ma di chi la colpa? Perchè m'avete respinto? M'avete cacciato nel fango e mi condannate perchè ne vengo fuori imbrattato!.... Fin dalla nascita io ho recato meco le aspirazioni verso quel mondo a cui dovevo appartenere, e che mi fu barbaramente precluso. Sentivo che era mio diritto il penetrarvi, e quando mi vi affacciai conobbi che ogni sforzo sarebbe stato inutile al trovatello per farvisi luogo, e che soli mezzi gli rimanevano da ciò l'inganno e il delitto.... Credete voi ch'io mi vi sia deciso senza strazianti dolori e senza lotte? Quando un bel giorno io mi trovai colle passioni, coi vizi, colle vanità eccitati, irritati, non soddisfatti, senza più un centesimo, in faccia ad una società che schernisce il povero ed il debole; anche a me per prima si affacciò l'idea volgare del suicidio. La somma lasciatami dal medico del villaggio aveva bastato appena a farmi delibare la coppa de' piaceri mondani: la sete se n'era accresciuta e non avevo più mezzi da accostarvi le labbra desiose. Il lavoro era mezzo troppo lento e di troppo miseri effetti. Mi cacciai, come in una voragine, in una casa di giuoco. Perdevo: l'oro esercitava su di me il suo fascino infame ed irresistibile; e vedevo passarmi dinanzi le orde sonore delle monete e sfuggirmi. Avrei dato l'anima al demonio: un arrolatore dell'esercito del male, uno dei capi della segreta congrega dei ribelli sociali mi lesse nel cuore, mi trasse in disparte, mi tastò l'animo indolorito ed infierito, mi espose bruscamente in termini grossolani la teoria delle vicende terrene che incominciava ad essere la mia. Vi è una lotta universale nella creazione organica: tutto quello che vive s'alimenta e si vantaggia di organismi più deboli del suo. L'uomo sfrutta tutto il resto della creazione, appunto perchè si trova al fastigio della medesima: col medesimo diritto l'uomo che è più forte, più accorto, più audace può vantaggiarsi del più debole, più stupido e più timido. Il tentatore cominciò a propormi ed a mostrarmi a giuocare di baro. Divenni maestro nell'arte in breve, e dividemmo i guadagni. Una sera, uscendo dal giuoco, carico appunto d'oro, venni assalito da un assassino, che mi fece luccicare innanzi agli occhi la lama d'un pugnale. Colla destra afferrai la mano che stringeva l'arma, colla sinistra il collo di quell'uomo, e l'ebbi in un attimo messo a terra presso a basire strangolato. Sopraggiunse in quella, per sua fortuna, il mio complice, e lo riconobbe.
« — _Graffigna_, gli disse, ti sei male indirizzato; costui è dei nostri e tu vedi che polso è il suo.
«Lasciai andare il mio assalitore che si scosse come un cane che vien fuor dall'acqua.
« — Signore: mi disse umilmente, raccattando per terra il suo pugnale: vedo proprio che ho sbagliato e glie ne domando mille perdoni. Ella d'or innanzi ha la mia ammirazione e può contare sulla mia servitù.
«Que' due appartenevano ad una vasta associazione di malfattori che stavasi appunto riordinando e cercava un capo autorevole, coraggioso, intelligente. Non vi dirò tutte le fasi per le quali sono passato prima di diventar io quel capo. Il male, il delitto è una macchina tremenda di ruote e di rocchetti, i cui denti imboccano, e guai chi se ne lascia pigliare pur per un solo lembo del vestito! La forza cieca, meccanica lo trae, lo trae finchè tutto lo ha preso e maciullato. E poi m'ero fatto un concetto più grandioso di quella guerra che avevo bandito agli ordini sociali e degli effetti della medesima..... Mi allontanai per due anni da questa città... Quando vi fui di ritorno ero il capo supremo della _cocca_. Quell'attività, quell'intelligenza che ho impiegato nell'opera del delitto, che cosa non avrebbero ottenuto se, rincalzate dall'autorità di potenti aderenze, dall'influenza d'un grado, le avessi rivolte in aiuto della società esistente?... Che cosa non potrei ancora ottenere se mi si accetta, non ostante il mio passato, nel campo degli onesti?
— E ciò è impossibile: interruppe severamente il marchese. Nessuno può fare che il passato non sia. L'avete detto voi stesso testè: ogni uomo deve portare la responsabilità de' suoi fatti. Io qui non sono per giudicarvi: ma vi giudica la coscienza civile rappresentata dalla giustizia umana. Avete violate le leggi della società, questa vi bandisce dal suo seno; nulla si può mutare; quello che deve compirsi si compia.
L'esaltazione a cui era stato in preda fin allora Gian-Luigi sparì ad un tratto; egli si lasciò cadere sopra una seggiola, ed esclamò coprendosi colle mani la faccia:
— E dunque mi si lascierà morire? Dunque non si vuol dare i mezzi ad un'anima come la mia di rigenerarsi e compensare il male? E Lei, marchese, lascierà che la mia ignominia sprizzi fino sul suo blasone?
Successe un istante di penoso silenzio, cui poscia fu Don Venanzio a rompere.
— L'anima umana si rigenera col pentimento, il male si espia colla punizione: disse il buon vecchio prete. Subir questa con rassegnazione, curvandosi ai voleri di Dio, è indizio ed effetto di quello. Pentimento ed espiazione conducono al perdono. Siamo deboli pur troppo noi uomini e le arti dell'eterno nostro nemico sono potenti: ma dall'altra parte immensurabile è la misericordia di Dio, e nessuno di noi può dire dov'ella si arresti e che pure abbia limiti. Se dunque vi è la speranza, anzi la certezza del perdono per tutti, vi è pure la necessità di subire la pena per tutti quelli che fallirono; o sarebbe lesa la giustizia.