La plebe, parte IV

Part 38

Chapter 383,754 wordsPublic domain

Dove la si recasse vedremo poi, ora torniamo con Barnaba che dalla camera ove giaceva il _medichino_ legato, si calava per la scala segreta nel sotterraneo della _cocca_.

Quando Barnaba discese in _Cafarnao_ la lotta era finita, il sopraggiungere del Commissario con nuovo rinforzo di poliziotti, aveva dato più animo agli assalitori ed era riuscito a superare ben tosto colla prepotenza del numero la difesa degli assassini. Questi, disarmati e strettamente legati, stavano in quella specie d'atrio circolare dove facevano capo le varie strade coperte, posti in mezzo ad una mezza dozzina de' più robusti e risoluti sgherri, i quali li custodivano tenendo gli occhi fissi su di loro e le mani sui calci delle pistole. Il signor Tofi, penetrato nello stanzone sotterraneo, tutto lieto delle infinite cose che vi scopriva, onde di gran lunga era superata la sua aspettazione, ne faceva una ricognizione sommaria; riserbandosi, a cose più calme, un minuto esame ed un esatto inventario. Intanto aveva già riconosciuto che colà stavano le prove materiali di parecchi reati di cui fino allora non si erano potuti trovare i colpevoli: quelli che in linguaggio criminale si chiamano _corpi del delitto_. Là era la cassa di ferro portata via al signor Bancone; là il mantello di Francesco Benda, di cui uno squarcio era rimasto in mano all'assassinato Nariccia; là varii e molteplici oggetti caduti nei più audaci furti ed assassinii commessi. Adocchiato finalmente l'uscio che metteva nel gabinetto particolare del _medichino_, il Commissario lo faceva atterrare, e penetrato in quel recesso, rotte le serrature dei forzieri e della scrivania, giungeva ad impadronirsi pur finalmente di tutti i segreti della tremenda associazione, di tutti i fili di quella permanente congiura di malfattori contro la proprietà e la società.

Barnaba arrivava appunto nel migliore dell'opera di sommario esame e di separazione dei documenti sequestrati.

— Signor Commissario; cominciò egli, per richiamare su di sè l'attenzione del suo superiore.

Il signor Tofi levò il viso vivamente e di sotto la larga tesa del suo cappello che teneva piantato in capo, mandò uno sguardo pieno di soddisfazione e brillante di trionfo verso il suo subordinato che gli stava ritto dinanzi. Parve persino che le sue labbra severe si atteggiassero ad una sembianza di sorriso; cosa che da anni ed anni avevano affatto disimparato.

— Ah siete qui voi!... Spero che non vi sarete mica lasciato scappare il merlotto.

Mai, a memoria di birro, il signor Commissario Tofi non aveva usato parole e tono così scherzosi.

— No, signore, rispose Barnaba, che, sfinito del tutto di forze, si appoggiò alla scrivania per sorreggersi; egli è colassù legato come un salame.

— Bene, benissimo: esclamò Tofi fregandosi le mani. Ma come colassù? Dove volete dire?

— Nella palazzina del viale.

— Ah sì! E come ce l'avete costì, perchè ce l'avete portato?

— L'abbiamo preso colà.

— Oh bella! Raccontatemi come andò la cosa.

Ma in questa il Commissario degnò accorgersi che il suo subalterno non poteva proprio più stare in piedi.

— Sedete: gli disse con accento più benigno di quello che da lui si potesse aspettare; avete bisogno di riposo; lo si vede.

Barnaba si lasciò andare sopra una scranna e raccontò le peripezie dell'arresto.

— Che minchione! esclamò il Commissario: poichè vi era sfuggito dalle branche, venirsi a porre da sè in trappola. Ma e' son tutti così: ce la fanno, ce la fanno per un pezzo, e nissuno mai, conviene dirlo, ce l'ha fatta così bene e per tanto tempo come questo scellerato, e poi ad un bel punto perdono la scrima. Ora, grazie a Dio, ce l'abbiamo ed è affar finito; non ci scappa più. Metteremo in pratica tutta la possibile sorveglianza.

— L'affidi a me, sor Commissario: esclamò con un certo ardore Barnaba, rianimandosi nonostante la sua sfinitezza. Lo vorrò sorvegliare anche quando sia nelle carceri, perchè quell'associazione di cui il _medichino_ è capo, ha tali diramazioni ed è sì potente che ci sarà impossibile, anche con questo colpo, schiacciarla del tutto, e perchè vi hanno troppe persone ed influenti che seguiteranno ad interessarsi per la sorte di quel miserabile. Dobbiamo aspettarci a molti ed accorti tentativi d'evasione.

— È giusto. Voi avete tanto merito in questa faccenda che a voi si spetta appunto il badare che la si conduca a buon termine. Del resto avete reso un sì gran servigio e ci avete posto tanto zelo che saprò raccomandarvi a chi si conviene perchè ne abbiate degno compenso. Intanto aiutatemi a frugare qui in mezzo se si trovano quelle certe lettere di quella tale signora che vi ho detto..... O forse le avete voi trovate nella palazzina?

Barnaba rispose di no: nemmeno fra le carte di quel gabinetto segreto non si trovarono le lettere che si cercavano, e che il lettore ha già indovinato esser quelle della contessa Candida Langosco di Staffarda. Si sperò allora che le si sarebbero rinvenute fra le carte che agenti speciali avevano sequestrate al domicilio abituale di Quercia e in quelle altre camere che egli teneva qua e là per la città, e di cui Arom aveva del pari rivelato l'indirizzo.

Presi seco i documenti più importanti; assicurata ben bene la custodia dei locali e d'ogni cosa; dato ordine si traducessero in carcere il bettoliere Pelone che invano invocava tutte le Madonne e tutti i Santi del Calendario a protesta della sua innocenza, e quegli altri che erano stati arrestati nell'osteria, il Commissario e Barnaba salirono nella palazzina del _medichino_, traendosi dietro ammanettati _Stracciaferro_ e _Graffigna_.

Gian-Luigi giaceva sempre sul pavimento, legato braccia e gambe, immobile, muto, l'occhio nero fisso innanzi a sè, la fronte corrugata a suo modo, un'espressione d'indomabile energia nel volto. Quando vide entrare i due agenti della polizia, que' suoi occhi ardenti li saettarono con uno sguardo d'ira feroce; visto dietro di loro i galeotti, suoi complici, trascinati dai carabinieri e dalle guardie, le sue pupille presero fugacemente un'espressione di disappunto rabbioso, di rampogna, di comando, poi divennero profondamente indifferenti.

Il Commissario si accostò al _medichino_ con passo piuttosto sollecito, come spinto dalla vivace curiosità; gli si fermò a' piedi, guardandolo attentamente, incrociando le sue braccia sul petto sporgente ed abbottonato fino al collo del suo soprabito, il mento sostenuto al solito alle stecche dure del cravattone, gli occhi felini, sfavillanti al fondo della larga tesa del cappello abbassato sul fronte da coprir le ispide e folte sopracciglia grigiastre. Il _medichino_ concentrò tutta l'attenzione delle sue pupille su quel volto burbero che gli si piantava dinanzi in alto di quella lunga, impalata, impettita persona. Non c'era nel suo sguardo e non nella sembianza la menoma vergogna nè la menoma paura: una sicurezza che poteva dirsi impudenza; quasi una sfida a quel potere che l'aveva vinto, a quella autorità che lo teneva ora in sua balìa.

Si sarebbe potuto credere che il signor Tofi dicesse qualche aspra parola di vanto dell'ottenuta vittoria, od uscisse fuori con qualche ironico cenno intorno al colloquio che avevano avuto insieme pochi giorni prima; forse il giacente medesimo se l'aspettava, e nel contegno aveva già posta per ciò tutta quella disdegnosa audacia con cui si preparava a rispondere; ma invece il Commissario non disse pure una parola; stato alquanto a contemplarlo con osservatrice e non niquitosa attenzione, si volse poscia a Barnaba, e disse a mezza voce, come risultamento del suo esame e del suo meditare:

— Un'anima da demonio, una volontà di ferro, ed un corpo da Adone..... Sicuro che c'era da far girar le teste di tutte le donne di questo mondo.

Gian-Luigi fece uno sprezzoso sogghigno e volse gli occhi ad altra parte.

— Accostatevi: disse Tofi a _Stracciaferro_ ed a _Graffigna_, tornando a tutta la brusca e fiera imperiosità del suo accento.

I due assassini, spinti alle spalle dai carabinieri, fecero pochi passi innanzi verso il luogo dove giaceva il loro capo.

— Conoscete quest'uomo? domandò loro il Commissario, additando il _medichino_.

_Stracciaferro_ e _Graffigna_ abbassarono gli occhi sul volto del giacente; il primo con quel suo piglio stupido d'uomo fatto mezzo scemo dall'abuso dei liquori, il secondo con tutta la penetrazione maliziosa del suo sguardo intelligente. Gian-Luigi li guardò egli con perfetta indifferenza, come per dire: «Rispondete un po' come vi pare, che per me gli è affatto uguale.» _Graffigna_ pensò che in ogni caso il silenzio val sempre meglio di qualunque parola, e deliberò tacersi; _Stracciaferro_ che non aveva consiglio proprio, guardò _Graffigna_, e vistolo tener chiusa ermeticamente la bocca, stè zitto ancor egli.

— Conoscete costui? ripetè il signor Tofi con più ruvido e minaccioso accento; ma nè anche questa seconda interrogazione non ebbe l'onore d'una risposta.

— Bene! esclamò egli: razza di cani, parlerete più tardi; oh ve lo assicuro io che parlerete... Ora conduceteli in prigione.

I due galeotti furono menati via.

— Slegate le gambe a quell'uomo: comandò il Commissario accennando al _medichino_ con una mossa del capo.

L'ordine fu tosto eseguito.

— Potete camminare? domandò allora il signor Tofi.

— Desidero una carrozza; rispose il _medichino_ con tono di orgogliosa superiorità: me la volete concedere?

— Potete camminare? ripetè ruvidamente il Commissario.

Gian-Luigi lo guardò con inesprimibile disdegno e gli volse le spalle.

— Sono con voi: disse al brigadiere dei carabinieri. Dove avete da condurmi?

Il brigadiere interrogò collo sguardo il Commissario.

— Al palazzo Madama: comandò questi; e poi rivolgendosi al prigioniero, soggiunse: fra un quarto d'ora ci troveremo colà di nuovo faccia a faccia, signore.

Il _medichino_, le braccia così legate come aveva che le cordicelle gli entravano nella carne intorno ai polsi e gli facevano gonfiare le vene da parere dovessero scoppiare, andò a porsi in mezzo ai carabinieri che lo dovevano accompagnare e disse loro semplicemente:

— Andiamo pure, signori.

Le gambe, per la stretta legatura che avevano sofferto sino a quel momento, gli dolevano così che sembravagli da principio non poter mutare pure un passo; ma la sua fisionomia non rivelò nemmeno con una smorfia il tormento ch'egli soffriva: impose al suo corpo d'obbedire alla volontà, alla sua mente di non sentire il dolore, e con passo franco si partì scortato dai carabinieri.

Il Commissario e Barnaba si avviarono da parte loro verso il Palazzo Madama: e la debolezza del secondo rese necessaria una carrozza. Tofi fece passare quest'essa nella strada ove abitava il generale Barranchi e fermarsi alla porta del palazzo. Per fortuna il capo supremo della Polizia era appunto in casa e, fatto introdurre senza ritardo il Commissario, ne apprendeva tosto le importanti novelle delle catture e della scoperta avvenuta quella sera.

Il bravo sor Generale lodava con moderazione e sussiego il buon successo del Commissario, e poi tosto soggiungeva:

— Spero che quelle tali lettere di cui vi ho parlato saranno già in poter vostro.

— No, Eccellenza, non ancora: rispose Tofi, e disse come nei luoghi da esso perquisiti non le si fossero rinvenute.

Barranchi corrugò la sua piccola fronte superba.

— Diavolo! Codesto ve lo avevo tanto raccomandato!

— La non dubiti, s'affrettò a soggiungere il Commissario: le si saranno trovate alla casa di quel mariuolo od in qualcuna di quelle altre camere mobiliate ch'e' teneva a pigione.

— Va bene: e ricordatevi che appena le abbiate me le recate voi stesso.

— Sì signore.

Tofi discese, tornò nella carrozza dove Barnaba era stato aspettandolo, e fu dopo pochi minuti nel suo bugigattolo al Palazzo Madama. Gli agenti che avevano fatto la perquisizione al domicilio del _medichino_ e nei varii suoi altri ricoveri, traendone in arresto i servi e taluni di coloro che gli affittavano le camere, già stavano colà per fare la relazione del loro operato. Il Commissario li interrogò sollecitamente e se ne fece rimettere le carte che avevan preso: ve n'era di molte, ed alcune abbastanza importanti, ma quelle benedette lettere tanto cercate non v'erano. Tofi fu preso dalla stizza: mandò via con mal garbo tutti que' suoi subordinati, e rimase solo con Barnaba, il quale in questo affare era naturalmente elevato al grado di suo confidente e consigliere.

— Che quello scellerato le abbia distrutte? disse il Commissario: non posso crederlo. Mi vien voglia d'interrogarlo e cercare di strappargliene la verità.

Barnaba fece un moto che indicava come alla riuscita di questo tentativo credesse poco, ma disse che era forse spediente interrogare l'arrestato in quel primo sbalordimento che certo gli aveva prodotto il suo arresto.

Tofi diede ordine il _medichino_ gli fosse condotto dinanzi.

Gian-Luigi era arrivato pur allora e stato rinchiuso in una delle segrete delle torri. Fino a che era stato in presenza di gente, la sua faccia aveva conservata una tranquillità quasi sprezzante, una fierezza quasi minacciosa: ma quando fu rimasto solo, al buio in quella piccola cella, di cui udì chiudersi con infausto rumore le serrature e tirarsi i catenacci alla porta, dritto in mezzo alla carcere, la sua fisionomia ebbe un'espressione di spasimo, di disperata rabbia, di selvaggia ferocia che avrebbe fatto paura e pietà a chi l'avesse potuto vedere. Sollevò verso la volta le sue mani ancora strettamente legate ai polsi e ruppe in orribili bestemmie.

— Ecco: si disse: tutto è finito. Stolto ch'io fui! Non ho saputo evitarla questa sorte che superbamente mi dicevo non sarebbe mai stata la mia. Qui fanno capo tutte le mie audacie e tutti i miei sogni!... E non ho nemmeno saputo uccidermi!...

Pensò scaraventarsi col capo contro la muraglia ed infrangervisi la cervice: ma era tanto buio là dentro che non si vedeva abbastanza per misurare il colpo e l'aire. In quella udì riaprirsi le varie serrature e i chiavistelli dell'uscio, una luce rossiccia penetrò nel carcere, e gli si disse che doveva comparire innanzi al Commissario. Egli aveva ricomposto il suo volto alla superba calma di prima.

— Il vostro nome? gli domandò Tofi squadrandolo col suo burbero sembiante.

— Lo sapete: rispose brusco Quercia stando innanzi all'interrogatore colla mossa di un principe.

Il Commissario proruppe coll'accento che intimoriva qualunque:

— Ah! non vi crediate di fare il bell'umore con me, chè sono capace di ridurre alla ragione anche voi.

Gian-Luigi levò le sue mani legate all'altezza dei suoi occhi e si mise a guardare le profonde incavature livide e sanguigne che gli facevano nella carne le cordicelle.

Tofi vide quell'atto; diè una volta per lo stanzino, e chiamò dalla prossima camera una guardia con voce minacciosa e tonante.

— Slegate il prigioniero: disse bruscamente alla guardia che accorse.

L'ordine fu obbedito. Il _medichino_ non disse nulla, non ringraziò nemmeno con uno sguardo, non mandò neppure un sospiro di sollievo: alzò le braccia in su ed agitò lievemente le mani per farne discendere il sangue agglomeratovisi tanto da renderne turgide le vene e gonfie le carni.

— Risponderete? disse allora il Commissario.

— No: rispose asciutto il prigioniero.

— Alla croce di Dio!

— Non bestemmiate, sor Commissario. Non ho nulla da dire, non voglio dir nulla. Rimandatemi nella carcere, risparmierete a voi l'irritazione e la collera, a me il fastidio di queste scene.

Tofi stette un istante in silenzio a guardare il suo prigioniero; poi gli si accostò lentamente.

— Lascierò il carico d'interrogarvi ai signori giudici; ve la caverete con essi come vi parrà; io vo' farvi una sola domanda che ha tratto ad un vostro interesse particolare, e rispondendo alla quale potrete averne giovamento.

Accostò le labbra all'orecchio del _medichino_ e susurrò:

— Dove sono le lettere della contessa?

Un lampo sfavillò negli occhi di Gian-Luigi.

— Ah, ah! diss'egli scherzosamente: vi ha gente che s'interessa di molto a quella prosa?... Or bene, prima di rispondere, ditemi un po', sor Commissario, quale sarà il giovamento che m'avete annunciato io ne avrei?

— Sareste trattato con più riguardi.

— Eh che cosa m'importa dei vostri riguardi? Esclamò con superbo disdegno il _medichino_. Avreste dovuto vedere ormai s'io sono una femminetta..... Quelle lettere sono in luogo sicuro, e dite a chi se ne interessa, ch'io non isvelerò questo segreto fuorchè ad una persona sola: alla contessa medesima che si degni venire a fare un'opera di carità, visitandomi carcerato.

Non fu possibile cavarne altro. Quercia fu ricondotto alla sua prigione, e il Commissario per disperato, esclamò avrebbe fatto qualunque cosa per venire a capo di spuntarla e metter la mano su quelle carte. Barnaba che aveva taciuto sino allora, accasciato com'era e mezzo disteso in un angolo, si levò e venne dire al Commissario:

— Credo avere indovinato chi è il depositario di quelle lettere.

— Chi? domandò Tofi con tutto l'interesse che meritava una simile circostanza.

— Una donna che fu la confidente di quest'uomo, che forse ne è complice e che si farebbe molto bene ad arrestare eziandio: Zoe, detta la _Leggera_.

Il Commissario strabiliò.

— La mantenuta del Duca!... Siete matto? Volete perderci tuttidue?

— Se si facesse una perquisizione colà, son certo che si troverebbero quelle lettere che vogliamo avere.

Tofi pensò un momento.

— Converrebbe che a far ciò ci fosse un agente dei più sicuri...

Barnaba si fece ancora più pallido di quello che era, disse mettendo una mano sul braccio del Commissario:

— Ci andrò io stesso.

— Voi! Se non potete più reggervi in piedi!

— Avrò forza bastante anche per ciò... Lo desidero, la prego di concedermelo.

— Ebbene sia.

Era presso la mezzanotte quando Barnaba con sufficiente scorta s'introduceva nella casa abitata dalla Zoe e suonava all'uscio della celebre cortigiana.

CAPITOLO XXIII.

La Maddalena, sferratasi a quel modo che abbiamo visto, dalle mani dell'_arciere_, si diede a correre per le viuzze scure e tortuose di quella antica parte della città, senz'altra direzione e senz'altro scopo fuor quelli d'allontanarsi dalla bettola e il più presto possibile. Si temeva inseguita, e non cessò dal correre, finchè non la si trovò fuori della città, sopra uno dei viali che circondavano allora Torino, in una perfetta oscurità ed in un più perfetto silenzio. Allora la si fermò alquanto, e per riposare, e per riavere un po' di respiro affatto impeditole dall'affanno, e per pensare che cosa dovesse fare.

La prima cosa che voleva era sapere del _medichino_. S'accorse che le gambe l'avevano portata su quel viale dove era la casetta isolata dei misteriosi ritrovi, e per prima cosa pensò accostarsi cautamente a quella palazzina, per tentare di scoprirvi alcun che. S'accorse di subito, appena l'ebbe vista, che la casa era occupata, e non dubitò punto che non ci fossero gli agenti della Polizia. Indugiatasi in quelle vicinanze un po' di tempo, ora venendo presso al muro nella speranza di scorgere cosa che le svelasse il vero, ora allontanandosene per timore d'esser vista da qualche poliziotto messo a guardia ed in agguato, avvenne che ad un punto ella vedesse uscire di là un gruppo di più persone, fra le quali non tardò a conoscere _Graffigna_ e _Stracciaferro_, posti in mezzo e legati alle mani.

Suo primo impulso fu spingersi innanzi, mostrarsi ai due mariuoli, interrogarli con uno sguardo che essi avrebbero capito ed a cui avrebbero saputo rispondere per apprenderle la sorte di Gian-Luigi. Ma se ne trattenne, con più prudente consiglio, che mostrandosi correva rischio, anzi era certa di essere arrestata anch'essa, ed allora non avrebbe più nulla potuto per _lui_, al quale, senza sapere ancora il come, era suo proposito, sua speranza, suo unico pensiero il giovare.

Vide allontanarsi il gruppo de' prigionieri, ed ella rimase colà, nascosta nell'ombra, dietro il tronco d'un grosso albero, i piedi nella neve, la testa scoperta, le spalle non difese, all'aria frizzante di quella notte d'inverno, che la era quale al momento dell'invasione de' poliziotti trovavasi nella calda atmosfera della bettola, incerta l'animo, palpitante, tremante.

Che cosa era successo in quella palazzina? Che cosa in _Cafarnao_? Era egli finito colà l'atto della tragedia in cui era in giuoco ciò ch'ella aveva di più caro sulla terra? Pareva di no, perchè nella casetta continuavano ad esser lumi e vedersi moto di ombre traverso i cristalli. Maddalena era nella più ansiosa dubbiezza del mondo. Mentre la non si poteva staccar di lì, perchè una voce segreta pareva avvertirla che in quel luogo si decideva la sorte di _lui_, la quale era la sua sorte; una quasi rampognante riflessione le diceva che forse avrebbe potuto altrove spender meglio quel tempo che lì consumava inutilmente in sì febbrile ma sì inerte aspettazione, che avrebbe dovuto esser già corsa all'abitazione di lui, dove avrebbe sentito di certo, senza pur interrogare, dalle ciarle della strada, se il _medichino_ colà fosse stato colto, o no, che avrebbe potuto già far qualche cosa per adoperarsi in favore di lui, per salvarlo.

L'istinto che la teneva inchiodata a quel luogo ebbe ragione. Dopo una lunga attesa, che a lei parve eterna, udì nuovo rumore di gente che si moveva dalla palazzina, vide un altro gruppo di persone uscire da quell'uscio, scendere lo scalino, venir lentamente traverso il cortile, accostarsi al cancello di ferro. Non ebbe mestieri che d'un'occhiata sola per conoscere al chiaror della luna, chi fosse quell'uomo che più legato ancora dei due che erano usciti precedentemente, veniva fuori in mezzo ai carabinieri, camminando con uno stento che si sforzava a dissimulare.

Era lui! Maddalena sentì il sangue darle un rimescolo: ebbe appena tanto di prudenza e di forza da trattenere nella gola il grido di dolorosa sorpresa, di spasimo e di rabbia che voleva scoppiare; si tenne al tronco dell'albero dietro cui si riparava, e nella rugosa corteccia dell'olmo piantò le sue unghie, tra per sorreggersi in piedi chè le gambe le mancavan sotto, tra per dare un subito sfogo alla tanta passione tormentosa che l'invase.

Come le apparve bello al pallido chiaror della luna! Più pallido di quel raggio, che illuminandole, pareva accarezzarne le sembianze, ma fermo, ma tranquillo, ma con una leggera amarezza d'ironia che pareva una nota di superiorità a quelli che lo circondavano, all'umana schiatta, alla sua sorte, egli rappresentava una sfera di gentilezza, un ideale di distinzione a quella giovane plebea dal sangue ardente, in cui tumultuava la passione, cui spingeva un'aspirazione d'istinto verso il bello e l'eletto, come spinge anche la farfalla notturna una ignota possa verso la lucentezza della fiamma.

Avrebbe voluto slanciarsi addosso a lui ad abbracciarlo; avrebbe voluto aver le forze di Sansone per atterrare quei rappresentanti della tirannia sociale e liberarlo; non voleva a niun conto lasciarlo passare senza fargli sentire che ella era lì, che il cuore di lei non si mutava e traboccava di passione per esso, che a costo anche della vita avrebbe ella tentato giovargli. Ma non dimenticò la prudenza, camminando pian piano, con accorta cautela, venne a portarsi innanzi ad uno dei rari lampioni che avevano ufficio, e non lo adempivano, di rischiarare il viale, e si pose in modo che ella, stando nell'ombra, vedesse chi passava nel ristretto cerchio di luce rossastra, mandata dal lampione. Quando Gian-Luigi fu a quell'altezza, ed ella ne potè ancora mirare le dilette sembianze, Maddalena levò la voce in quel silenzio della notte, che non era turbato fuorchè dal passo in cadenza dei carabinieri, gridò una sola parola:

— Spera!

I carabinieri si riscossero e gettarono acuti sguardi nell'oscurità da quella parte ond'era venuta la voce; ma nulla scorsero. Gian-Luigi quella voce la riconobbe: volse a quel punto un sorriso di ringraziamento, di gratitudine, d'affetto e continuò tranquillamente la strada.

Maddalena era sparita.