La plebe, parte IV

Part 37

Chapter 373,753 wordsPublic domain

Gli arcieri tutti quattro piombarono su di Quercia nell'atto che stava per divincolarsi dall'amplesso orrendo di quel cadavere e volgere su di sè l'arma omicida; non senza sforzi riescirono a torgli di mano il pugnale e legarne le braccia e le gambe, e finirono per lasciarlo disteso in terra ansimante, sanguinoso, pesto e allividito dai colpi ricevuti, ma terribile ancora a mirarsi. Il pittore che avesse voluto rappresentare il Satana fulminato, non avrebbe potuto trovare modello più acconcio e più efficace di quell'uomo pallido, dalle chiome nere irte sul capo come serpenti, dagli sguardi feroci e rabbiosi d'una ferocia impotente, il quale si mordeva il labbro inferiore da far spicciar il sangue che gli colava lungo il mento, sulla cui fronte la ruga profonda che vi si incavava fra le sopracciglia, pareva l'impronta della maledizione di Dio.

Barnaba, che aveva assistito con trepidante interesse alla breve ed aspra lotta, ora che si vide disteso ai piedi, vinto ma non domato, quell'uomo; come se soltanto per questo fine gli avessero bastato le forze che aveva raccolte mercè il conato perseverante della sua volontà, si lasciò cader seduto sovra una scranna, mandando un lungo sospiro, e parve presso a svenire.

Gli occhi neri del _medichino_ caduto lo saettavano con isguardi pieni d'un odio feroce.

Dopo un istante in cui gli _arcieri_ medesimi parvero riposarsi ancor essi, stupiti insieme e della forza che loro aveva opposto quel giovane dalle forme eleganti e quasi della loro vittoria, e' si volsero al caduto a vomitargli mille improperii, urtandolo co' piedi. Il _medichino_ rimase impassibile, muto ed immobile, nè i suoi occhi degnarono pure volgersi sopra i suoi insultatori, ma continuarono a restar fissi con quella espressione sopra di Barnaba.

Questi, appena gli fu tornato tanto di vigore da poter alzare la voce, gridò ai suoi subalterni:

— Silenzio olà, e fermi!... Lasciate in pace il prigioniero.

Obbedirono colla prontezza e colla sommessione della disciplina militare: e messisi nell'impostatura del rispettoso aspettar gli ordini dal superiore, uno di essi, il brigadiere, domandò:

— Che ci comanda ora?

— Procederemo alla più minuta perquisizione in tutta la casa. Chiamate gli altri uomini che abbiamo lasciato abbasso: due rimarranno qui a custodia del prigioniero, gli altri romperanno tutti gli scrigni, apriranno tutti i mobili, così ch'io possa rifrugar tutto e dappertutto.

Fu fatto secondo questi ordini. Ogni carta fu attentamente esaminata da Barnaba, quelle sopratutto che avevano apparenza di lettere di donna. Di queste se ne trovò di molte, ma non quelle che cercava l'agente della Polizia; altre carte che avessero importanza non se ne rinvennero.

— Ed ora, disse Barnaba quando la perquisizione fu finita e lo disse in modo che il _medichino_ potesse udire: ora non ci resta che penetrare nel sotterraneo.

Gli occhi di Gian-Luigi che rimanevano sempre fissi sull'agente della Polizia, diedero un leggier guizzo.

Barnaba si accostò al giacente e, curvatosi verso di lui, gli disse:

— Vedete che sono informato di tutto. So che per quella grande specchiera laggiù si penetra nel sotterraneo covo della vostra _cocca_, e so che la si può aprire mediante una molla segreta che si preme. Fareste assai bene ad indicarci questo segreto per avanzarci la fatica e il tempo di rompere ed abbattere quell'uscio così ben dissimulato, senza contare che gli è un peccato mandar a male un sì bel cristallo.

Il _medichino_ seguitò a guardar fieramente chi gli parlava, ma non disserrò le labbra.

— Rompete quello specchio, comandò Barnaba accennandolo colla mano, e sfondate l'uscio che esso nasconde.

L'ordine fu tosto eseguito. Dieci minuti dopo appariva il vano nel muro e il tenebroso pozzo della scala che s'affondava. Allora il prigioniero fece un movimento ed accennò colle pupille a Barnaba che gli stava seduto dappresso.

— Sentite: diss'egli.

Il poliziotto, aspettandosi qualche rivelazione, si curvò su di lui con sollecita premura.

— Che ragioni personali d'animosità avete voi contro di me? gli domandò Quercia, facendogli penetrare negli occhi il suo sguardo acuto.

Per un ratto istante le pupille, abitualmente velate, di Barnaba ebbero un improvviso bagliore; ma le si spensero tosto.

— Nessuna: rispose egli freddamente.

— Voi mi avete data la caccia con ispeciale accanimento; foste voi che veniste a suscitare fra i miei seguaci un traditore.

— Era dovere del mio ufficio.

Gian-Luigi fece quel suo scettico amaro sogghigno che ora su quelle labbra sanguinose era più penoso a vedersi.

— Troppo zelo: diss'egli ironicamente.

Barnaba si drizzò della persona ed accennò avviarsi verso l'uscio atterrato.

— Aspettate: disse vivamente il _medichino_ con un accento che pareva di comando.

Il poliziotto si fermò.

— Curvatevi di più verso di me. Quello che voglio dirvi dev'essere udito da voi solo.

Barnaba si chinò più che poteva.

— Per fare codesto mestiere voi dovete non esser ricco.

— Sono poverissimo.

— Chi mi lasciasse scappare potrebbe avere venti mila lire.

— Bah! dove le prendereste? Tutto quello che avevate qui sotto già vi fu sequestrato.

La risposta del poliziotto accese un po' di speranza nel cuore di Gian-Luigi. Chi si preoccupa del modo onde gli può essere pagato il compenso ad un atto che gli si domandi, è presso ad accettare di compire quest'atto.

— Ho in serbo altrove delle somme: disse con vivacità il _medichino_. Sono presso una persona, dalla quale potreste avere subito, questa sera medesima, la mercede che vi dico.

— Chi è questa persona? domandò Barnaba i cui occhi tornarono ad animarsi alquanto.

— Vi condurrò io stesso da lei, appena ci saremo tratti di qua.

— Forse la Zoe? disse l'agente poliziesco con voce che sibilava fra i denti.

Quercia era troppo osservatore per non por mente alla fiamma che aveva lampeggiato nelle pupille di Barnaba, al tremare dell'accento con cui aveva pronunziato quel nome di donna: sollevò alquanto il torso dal suolo, puntando il gomito d'uno de' suoi bracci insieme strettissimamente legati, ed affondò i suoi negli occhi dell'interlocutore.

— La Zoe!... Voi la conoscete?

Barnaba aveva chinato sulle pupille le ciglia, e volto il capo dall'altra parte.

— No: rispose freddamente. Non la conosco..... Ma mi offriste anche un milione non consentirei nemmeno a chiudere un occhio perchè voi poteste riacquistare la libertà.

— Va bene: disse con tutta indifferenza il _medichino_, lasciandosi ricadere lungo e disteso per terra: siete l'eroe della Polizia.

E non pronunziò più una parola.

— Scendiamo giù: disse Barnaba ai suoi uomini: due di voi rimangano qui; gli altri vengano meco. Credo che a quest'ora il Commissario avrà finito con quegli altri, e se no arriveremo appunto in suo aiuto.

E l'agente cogli _arcieri_, tolti i due che rimasero presso il _medichino_, sparirono nell'oscuro della scaletta che scendeva al corridoio sotterraneo.

CAPITOLO XXII.

Per l'arresto dei malfattori della _cocca_, tre squadre poliziesche eransi partite ad un tempo dal Palazzo Madama, la prima capitanata da Barnaba si era diretta alla casa Benda dove sapevasi doversi cogliere alla posta il capo della banda, e già abbiam visto quello che a questa squadra era intravvenuto; la seconda erasi recata all'abitazione ordinaria del cosidetto _medichino_ sotto la guida di un altro agente che godeva ancor egli la speciale confidenza del signor Commissario, e colà aveva arrestato i servi del sedicente dottor Quercia ed in una minutissima perquisizione sequestrato tutte le carte che vi ci aveva trovate, cui l'agente doveva consegnare nelle mani medesime del signor Tofi: quest'ultimo poi, a capo della terza squadra, più numerosa delle altre e rinforzata dall'aiuto di una mezza dozzina di carabinieri, s'era assegnato il compito di penetrare nel covo sotterraneo e misterioso di quella tremenda associazione di assassini. Giunta a poca distanza dalla strada in cui s'apriva la taverna di Pelone, questa schiera si divise in due, e chetamente le due frazioni s'avviarono, l'una verso la bettola, l'altra verso la bottega di Baciccia.

Il bravo Pelone, che già da qualche giorno aveva inquietudini e di molte, restò di stucco al vedere aprirsi l'uscio a vetri della bottega e in mezzo al fumo denso delle pipe, delle vivande, dei lumi a olio, presentarsi la faccia del Commissario, faccia che ispirava apprensione a tutti e che in quel punto alla coscienza sporca di mastro Pelone fu spaventosa come la testa della Medusa nei poeti classici. Ad accrescere spavento questa faccia tremenda era incorniciata in un fondo di ceffi arcigni di guardie poliziesche e di cappelli a becchi di carabinieri. Al fondo dello stanzone, dal suo banco a cui sedeva secondo il solito, il tavernaio, facendo una splendida eccezione alla ordinaria lentezza di moti del suo lungo corpo dinoccolato, sorse di scatto sulle sue zattere di piedi, assalito da un parosismo maligno della sua tosse profonda e dal fondo delle occhiaie incavate girando attorno uno sguardo sgomento:

— Il Commissario in persona! si disse egli in fretta in fretta con un ansioso monologo mentale. Caspita! Gli è dunque qualche cattura importante che qui si vuol fare.

Ma lo sguardo che aveva mandato in giro gli aveva fatto conoscere che presenti nell'osteria a quel momento, non c'era che una minutaglia di birbanti, pesciolini senz'importanza, per cui non occorreva tanta forza di reti nè tanta abilità di pescatore: e ciò lo spaventò ancora più.

— Ahi, ahi! Pelone, continuò egli nel suo monologo; codesto mi ha l'aria molto brutta per te; tutto ciò temo voglia avviarsi molto male. Qualcheduno avrà commesso delle imprudenze; già lo sapevo che sono una manica d'imbecilli; lo dovevo prevedere ed avrei fatto bene a contar tutto al Commissario. Ora temo d'essere nella ragna pur troppo, che il diavolo li porti tutti quanti, e me con essi.

L'alto rumore che facevasi nella bettola, e vociare nel giuoco della morra, e sbraitare di canzonaccie, e parole concitate che erano grida e sghignazzamenti e imprecazioni e bestemmie, all'entrare della forza pubblica, era cessato tutto ad un tratto, come per incanto. Tutte le faccie s'erano rivolte alla porta, tutte le bocche erano rimaste spalancate e gli occhi fissi nell'espressione d'una paurosa sorpresa, nel cuore di tutti s'era messa l'ansia, perchè fra tutti quegli avventori non ce n'era forse uno cui quella vista non dovesse dare a riflettere ai casi suoi.

La Maddalena, che trovavasi nella cucina al pian di sotto, stupita grandemente pel subito succedere senza transizione di quell'alto silenzio al baccano di prima, venne su a vedere che mai fosse capitato, e mostrò la sua faccia impertinente e rubiconda al di sopra della botola.

— Figliuola di mala femmina, sgualdrina, sfacciata che Dio ti dia bene! le disse mozzicando le parole fra le sue gengive il bettoliere che s'era levato premurosamente di dietro il banco per muover all'incontro del Commissario. Ecco qui la sbirraglia: siamo tutti perduti, che Satanasso ti abbranchi!

Maddalena per prima cosa pensò alla più diletta persona, alla sola diletta che avesse al mondo, al _medichino_, cui quel pericolo poteva minacciare; guardò alla porta e veggendo entrare cinque o sei sgherri e con essi tre carabinieri, ed una riserva di poliziotti rimanere ancora al di fuori sulla strada, capì con molto dispetto che il fuggire di là era impossibile. Suo proposito era correre in cerca di Luigi e tanto aggirarsi finchè l'avesse trovato per avvisarlo di quel che avveniva nella bettola, di guisa ch'egli potesse provvedere ai casi suoi. Qualunque altro non avrebbe più avuta speranza nessuna di riuscire in questo intento; ma la Maddalena era tenace nelle sue volontà, era audacissima, accorta, ed era donna; si disse che un'occasione di sgattaiolarsela sarebbe nata ed ella avrebbe saputo approfittarne, ed anche l'avrebbe saputa far nascere, e salita del tutto fuor della botola, si venne accostando lentamente al gruppo degli agenti della forza pubblica, come spinta soltanto da una curiosità naturale, ma affatto disinteressata.

Chi s'accostò non lentamente ma con zelante premura al sor Commissario fu mastro Pelone, il quale, trattosi fuori di dietro il banco, levatosi dal cranio lucido di avorio giallo la berrettaccia unta e bisunta, veniva all'incontro del signor Tofi, lungo la corsìa in mezzo ai due ordini di tavole, facendo passi da gigante colle sue lunghe gambaccie stecchite e trinciando inchini da toccare colla punta del suo naso da uccello di rapina le rotelle piatte de' suoi ginocchi.

— Oh signor Commissario, illustrissimo signor Commissario! gridava egli colla sua voce rauca, punteggiata dagli sbruffi della tosse: in che cosa posso servirla, signor Commissario? Mi metto a sua disposizione, signor Commissario.... Fatevi in là voi altri: si diede a gridare a parecchi degli avventori che ingombravano il passaggio, e li urtava nella schiena per farneli ritrarre: toglietevi di qua, mascalzoni, fate largo, date luogo al signor Commissario.

Questi dall'alto del suo cravattone guardò con occhio severo l'oste tutto confuso, che credette, a quell'occhiata, sentir aprirsi il terreno sotto i piedi, e non rispose pure una parola; poi volto al brigadiere dei carabinieri ed a quello delle guardie di polizia, disse:

— Nessuno esca di qua sino a nuovo ordine. Prendete nome, cognome e condizioni di tutti e quelli che sono in nota sieno ammanettati senz'altro.

Carabinieri ed _arcieri_ si posero tosto all'opera. Della maggior parte di quegl'individui non avevano pure da domandare il nome; chè erano antiche loro conoscenze e non nuovi inquilini della carcere. Tutti protestavano che gli era uno sbaglio, che erano innocenti come neonati, ma le proteste non indugiavano d'un punto il ratto procedere degli agenti della forza pubblica.

— Voi, Pelone, disse il signor Tofi con quel suo brusco accento, che gelava il sangue nelle vene a chiunque: venite meco di là in quello stanzino.

Il Commissario fe' cenno al brigadiere dei carabinieri, a quello degli sgherri e passò primo; Pelone entrò dopo di lui abbrancato ad un braccio dal caporale _arciere_, e le sue lunghe gambe gli si piegavano sotto: l'uscio a vetri colle tendine rosse fu chiuso dietro di loro.

— Pelone; cominciò il signor Tofi con quel tono che toglieva ogni volontà di resistenza; apriteci subito l'uscio segreto che c'è in quella impiallacciatura di legno, pel quale si comunica col sotterraneo ricovero della _cocca_.

L'oste sentì un brivido come mai l'uguale corrergli per tutte le vene e gli venne un nodo alla gola che, secondo si espresse egli medesimo di poi, gli parve una carezza della corda di mastro Impicca.

— Signor Commissario, balbettò egli, verde in viso e oscillando come briaco sulle sue pertiche di gambe, non so..... non capisco..... in parola di Pelone.....

Si ricordò che quel passaggio, per fortuna, ultimamente era stato murato, che quindi non lo si sarebbe rinvenuto, e povero di consiglio com'era in quel momento, preso alla sprovveduta, si figurò che il miglior mezzo era di negare risolutamente.

— Non so che cosa Vossignoria voglia dire..... che il diavolo mi porti.

Tofi lo guardò con aria feroce, e senz'aggiunger verbo andò a quel punto dove Barnaba gli aveva detto esistere il passaggio; toccò nel luogo dove, per le rivelazioni di Arom, sapevasi esistere la molla, ma nulla si mosse.

— Aprite, sarà meglio per voi: disse il Commissario furibondo a Pelone.

— La mi scusi, signor Commissario, ma per la salute dell'anima mia, per la Madonna delle grazie e quella della Consolata, pel mio Santo protettore, protesto.....

Il Commissario non lo lasciò finire: aprì l'uscio a vetri che metteva nel primo stanzone e disse con accento di comando:

— Due uomini qua con ascie e picconi.

Gli uomini vennero solleciti.

— Abbattete quel tavolato lungo tutta questa parete: comandò il signor Tofi.

In dieci minuti la bisogna fu compiuta. Non vi era passaggio di sorta nella muraglia, ma ad un punto, ed era facile accorgersene, la muratura era fresca.

Tofi si rivolse al bettoliere, più furibondo di prima.

— Brigante! Avete murato l'apertura, eh? E credete scappolarla? Miserabili! siete tutti nei miei artigli ad ogni modo, ed avrete dal boia quel che vi meritate... Distruggete quella muratura.

Gli uomini si posero a dar coi picconi in quella parte che si vedeva costruita di recente.

Ma ecco che in quella giunge correndo un arciere della squadra che erasi recata alla bottega del Baciccia, e viene a recare un'ambasciata al sor Commissario.

A questa squadra ecco che cosa era avvenuto.

Giunti alla bottega del rigattiere e trovatala chiusa, se l'erano fatta aprire ed irrompendo avevano senza perder tempo legato ben bene il Baciccia e la sua famiglia, poi recatisi diviati al nascosto passaggio che comunicava col sotterraneo, vi si erano introdotti, camminando pian piano, con ogni cautela, colle loro lanterne accese.

In _Cafarnao_ erano i soliti inquilini, che non avevano altro soggiorno più sicuro di quello: i due galeotti evasi dal bagno, _Stracciaferro_ e _Graffigna_. Dormivano ambedue; ma l'ultimo, in qualunque luogo si trovasse, non dormiva che di quel sonno che il volgo suole attribuire alla lepre, la quale non chiude che un occhio e coll'altro sta sempre spiando ciò che le succede dintorno. _Graffigna_ adunque udì fra il sonno e la veglia il rumor lontano e soffocato dei passi guardinghi di più persone suonare per la volta rimbombante del sotterraneo e si drizzò in sussulto a sedere sul suo strammazzo. Era un sogno frequente ch'ei faceva quello di essere perseguitato dai giandarmi, e credette anche questa volta essere stato disturbato da un sogno; ma ora e' si sentiva bene sveglio, e quel rumore non che dileguarsi veniva sempre più accostandosi; balzò dal giaciglio e corse alla porta che usciva su quella specie di vestibolo che precedeva lo stanzone, onde entrava colaggiù un poco d'aria e di luce, vide dal corridoio che veniva alla bottega del Baciccia, unica strada che ora ci fosse oltre quella della casina del _medichino_, appressarsi uno splendore rossiccio che giudicò prodotto da più lanterne portate a mano, e udì un tintinnare d'armi che al suo orecchio esercitato rivelò di che razza fossero i sopravenienti. D'un salto egli fu presso _Stracciaferro_ a scuoterlo vigorosamente. Suo disegno era correre in tutta fretta su per l'andito che menava alla palazzina di Quercia, il quale aveva visto ancor libero, e di là fuggire, se ancora possibile, alla aperta campagna. Ma quanto era leggiero il sonno di _Graffigna_, altrettanto era sodo e pesante quello di _Stracciaferro_ onde alle scosse ed agli urtoni che il suo compagno gli dava, quell'omaccione, senza punto destarsi, non faceva che rispondere con un grugnito e con certi atti impazienti e collerici che provavano essere il mal capitato chi venisse a disturbarne il riposo. Vedendo che la cosa premeva oltre ogni dire, _Graffigna_ pensò ricorrere ad un mezzo che ritenne infallibile: punzecchiò forte colla punta del suo pugnale nelle carni dell'addormentato e nello stesso tempo gli gridò nel padiglione dell'orecchia:

— Su, su, _Stracciaferro_; sono qui gli sbirri ad arrestarci.

L'omaccione mostrò che era sveglio pur finalmente sparando insieme una grossa bestemmia e un tremendo pugno che guai per _Graffigna_ se n'era colto.

— Possa tu venir appiccato, traditore d'un birbone da forca: esclamò _Stracciaferro_: mi lascierai tu dormire in pace?

— Il tuo augurio sta per essere avverato: di rimando _Graffigna_, martuffo del boia, mio caro amico, che ti venga un accidente; e sta per avverarsi anche per te, giacchè stiamo per essere presi come due sorci in trappola.... Ti dico che è qui la Polizia.

Questa volta _Stracciaferro_ fu desto del tutto.

— Possibile! esclamò egli levandosi.

— Senti! disse _Graffigna_.

L'omaccione udì ancor egli il passo in cadenza della squadra che s'avanzava lentamente. Al suo spirito ottuso non balenò neppure il pensiero d'un possibile scampo; non pensò che a vender cara la sua vita; girò intorno lo sguardo degli occhi sanguigni e borbottò fra i denti:

— Ah cani maledetti! Or ora ne spedisco io una frolla all'altro mondo a farmi da battistrada.

Aveva visto in un angolo un palo di ferro di quelli onde si servivano ad abbattere imposte e sgangherar usci, e fu ad afferrarlo, maneggiandolo con tanta facilità, come altri farebbe d'un semplice bastone.

_Graffigna_ gli spiegò in fretta in fretta la possibilità che forse eravi ancora di fuggire per la casetta del _medichino_; ed egli allora consentì a tentar questo passo, armato del suo palo di ferro; ma era troppo tardi, ed appena usciti dallo stanzone, i due banditi si videro saltare addosso gli agenti della forza pubblica. Si ritirarono essi sulla soglia del _Cafarnao_, in alto dei pochi gradini che vi conducevano, e disperati del tutto della vita, si prepararono ad una strenua difesa. Non racconterò le vicende di questa lotta resa più orribile dal luogo, dalle tenebre appena se rotte da quella luce rossiccia che pareva anch'essa macchiata di sangue, dalla forza erculea di _Stracciaferro_, dall'agilità di _Graffigna_ che balzava come una pantera addosso ai nemici e riparava poscia sotto la protezione della tremenda mazza del suo compagno, riportando ad ogni volta bagnata di sangue novello la lama sottile del suo pugnale. Il fatto è che già troppo durava questo combattimento, senza che si fosse potuto venire a capo di opprimere i due assassini, e parecchi degli assalitori giacevano malconci; speravano gli agenti della Polizia veder giungere da un momento all'altro il rinforzo del Commissario co' suoi uomini, che secondo le intese dovevano riunirsi colà appunto al resto della squadra, ma non vedendo nulla arrivar mai, chi comandava quella frazione aveva pensato miglior consiglio mandare alcuno ad istruire il signor Tofi di quello che avveniva ed invocarne sollecito il soccorso. Codesto era venuto a fare l'uomo che abbiamo visto soprarrivare sollecito alla taverna di Pelone, e il Commissario appena inteso com'erano le cose, lasciato nella bettola appena quanti uomini bastassero a tenere in freno gli arrestati che già erano a due a due avvinti dalle manette, con tutto il resto delle sue forze accorse sul luogo del conflitto.

La Maddalena, visto partire il Commissario e la maggior parte dei birri, sentì accrescersi la sua mai perduta speranza di fuggire. Se ne venne tranquillamente verso la porta d'uscita, e saettò un'occhiata assassina all'_arciere_ che stava là appostato. Quell'_arciere_, per fortuna di Maddalena e per sua sfortuna, praticava non di rado nella bettola, e le attrattive petulanti della giovane lo tentavano maledettamente; a quell'occhiata ch'egli credette gli dicesse tante cose, non potè a meno che rispondere con un fatuo sorriso di compiacenza.

Maddalena, con atto di affettuosa domestichezza, gli pose una delle sue mani paffutelle sul petto.

— Ho da dirvi una cosa: gli susurrò sotto voce, ponendogli bene innanzi le sue pupille smaglianti, la sua faccia fresca e il suo sorriso provocatore.

— Che cosa? disse il babbuino aitandosi ed andando tutto in brodo di giuggiole.

— Non qui: soggiunse la briccona sempre più sommesso, guardandosi dattorno con diffidenza: venite fuori un momento; è una cosa che vi farà piacere.

E senza attender altro, lesta pose la mano sulla gruccia della serratura, socchiuse l'uscio e sgusciò fuori: ma l'_arciere_ fu sollecito ad allungar il braccio, afferrò la ragazza pei panni e le tenne dietro nella strada.

— Or bene, parlate ora, mia cara...

Non ebbe tempo a finire queste parole che la Maddalena, la quale forzuta era e coraggiosa più che a donna s'addica, gli scaraventava un pugno sul naso con tanta violenza che il povero _arciere_ vedeva a un tratto cento mila fiammelle, e recandosi le mani alla parte offesa non pensava più a trattenere la donna, che non perdeva tempo a darsela a gambe e spariva ratta nell'oscurità di quelle viuzze contorte.