Part 33
Un domestico glie ne aprì l'uscio ed alzò la portiera: Maurilio vide innanzi a sè, aggruppate presso il grande camino, quattro persone che volsero verso di lui il loro volto su cui si dipingeva una curiosità in tutti diversa: quelle quattro persone erano il marchese e sua moglie, la loro nipote Virginia ed il loro figliuolo Ettore, uscito il giorno prima soltanto dagli arresti di rigore in cittadella.
Ma prima di entrar testimonii a questa scena che sta per aver luogo, è conveniente assistere ad un'altra che in quell'ora medesima succede nel piccolo e remoto quartiere di Barnaba, l'agente segreto della polizia. Già dal giorno prima il ferito s'era provato a scendere di letto; ma la debolezza non gli aveva consentito che di far pochi passi per la stanza.
— Eppure _voglio_ esser guarito: aveva mormorato fra sè con fermezza tenace; _voglio_ fra pochi giorni, fra tre, fra quattro al più, poter uscire, poter io recarmi all'importante impresa. Lo _voglio_! Questo mio corpo non me l'hanno avvezzo fin da piccino a piegarsi ad ogni maggiore sforzo secondo le volontà altrui? Non ho io conservato sempre colla mia volontà un predominio assoluto sopra di lui? Or dunque voglio esser guarito, e lo sarò....
E ripeteva a mezza voce coi denti stretti, come per fermar meglio, dar maggior forza alla sua risoluzione ed imprimersela più profonda nel pensiero, la parola: _voglio!_
Quel giorno in cui Maurilio faceva ritorno a Torino, Barnaba due volte volle calare dal suo giaciglio, vestirsi e provare a camminare. La seconda di queste volte era appunto alla sera. Una piccola lucerna illuminava di poca luce quella stanza; il viso del poliziotto, pallido ed affilato, pareva una maschera di cera a quel fioco lume gialliccio; Meo colla grossa faccia più melensa, e le chiome più scarmigliate del solito dava il braccio al convalescente che mutava adagio adagio i passi, appoggiato da una parte al non corrisposto amante di Maddalena, dall'altra ad un bastone. _Macobaro_ seduto in un angolo col suo aspetto d'arpia seguiva degli occhi que' due che gli passavano innanzi lentamente andando e venendo.
— Sì, sì, disse Barnaba ad un tratto fermandosi in mezzo la stanza, coll'aiuto di qualcheduno potrò uscire dopo dimani, e se non a piedi, in carrozza, recarmi là dove occorre. Che ne dite Jacob?
— Dico che gli è possibilissimo: rispose il vecchio rigattiere che aveva sul suo volto le mostre di una profonda preoccupazione: ma non conviene che per esercitarsi al camminare la si stanchi di troppo, chè allora poi sarebbe peggio.
— No, no: disse il ferito con una specie d'impazienza: so io bene come devo fare..... Bisogna esercitarlo questo miserabile d'un nostro corpo di nervi e di muscoli per ottenerne quello che si vuole.
E riprese il suo lento passeggiare. Arom sostenne il mento ai suoi due pugni chiusi e si diede tutto alle sue meditazioni che parevano tutt'altro che liete. Successe un silenzio di parecchi minuti, finchè Barnaba andò a sedersi in faccia al vecchio ebreo, e guardatolo attentamente un poco, gli disse poi con vibrato e quasi crudo accento:
— Voi pensate a vostra figlia, alla vostra Ester, non è vero? State tranquillo che fra poco ne avrete piena vendetta.
Jacob sollevò un momento quei suoi occhi piccini, affondati nell'occhiaia, che avevano il guizzo di quelli d'un serpente.
— Penso anche ad un'altra cosa: disse con voce sommessa; penso se mai potrò riavere quelle cinquanta mila lire che ho dato al _medichino_.
Barnaba fece un atto di dispettoso disappunto.
— Le avrai, vecchio avaro, esclamò impaziente, se ci servirai a dovere.
In quella fu picchiato con mano risoluta all'uscio d'ingresso, e Meo andò a dimandare chi fosse.
— Apri, son io: rispose la voce forte e burbera del commissario Tofi.
— Già levato! esclamò questi entrando nella camera in cui era Barnaba, col suo passo sonante e il portamento da militare: molto bene! È necessario affrettarsi ad agire.
— Perchè? È succeduto qualche cosa di nuovo? domandò Barnaba con molto interesse.
— È succeduto che quel mariuolo sta per isposare una infelice di ragazza di buona famiglia, e gli sponsali avranno luogo domani sera.
Il convalescente pregò il suo superiore gli narrasse tutti i particolari ch'e' sapeva intorno a questa novella; e quando gli ebbe intesi colla più seria e fissa attenzione di cui fosse capace, egli che aveva penetrato le intenzioni del _medichino_, disse:
— Lei ha ragione, non conviene più indugiare. Quello sciagurato vuole sposare, intascar la dote e fuggire... Di domani bisogna che sia arrestato.
— Ciò non è tutto: riprese il Commissario che non aveva voluto neppure sedersi e stava col suo largo cappellaccio in capo, le mani affondate nelle gran tasche laterali del soprabito. Ci è ancora un'altra novità più strepitosa ed importantissima. Ecco una lettera che ho ricevuto testè dal giudice istruttore.
Trasse da una di quelle sue tasche un foglio che spiegò e porse così aperto a Barnaba: questi lesse il seguente corto bigliettino:
«Il medico che cura il signor Nariccia mi fa avvertito adess'adesso che quest'infelice vittima di quell'orribile assassinio, per un caso provvidenziale, ch'egli non osava nemmeno sperare, ha riacquistato in parte l'uso della favella. Siccome c'è timore che questo non sia che un temporaneo e fuggitivo miglioramento, così è bene non perder tempo ad approfittarne; ho perciò determinato di recarmi questa sera medesima a tentare un interrogatorio dell'assassinato e la pregherei a volerci intervenire Ella pure per recarmi il soccorso della sua pratica e della sua intelligenza.
«L'aspetto dunque senz'altro al domicilio del signor Nariccia medesimo alle ore otto di questa sera, che prima mi sarebbe impossibile di recarmici, ed ho l'onore, ecc.»
— Sono le sette e tre quarti: disse il Commissario quando Barnaba ebbe finito di leggere, e trasse dal taschino un grosso orologio d'argento tenuto ad un occhiello del panciotto per una catena d'acciaio: ci ho giusto il tempo di recarmivi.
Il convalescente restituì la lettera al signor Tofi, poi con qualche sforzo, ma senza l'aiuto di nessuno, sorse in piedi e stette, sorreggendosi alla spalliera della seggiola.
— Signor Commissario: disse con voce impressa di tanto desiderio, che tremava come per emozione; mi conceda che io l'accompagni colà....
— Siete matto..... Potete appena camminare.
— Manderò Meo a prendere una carrozza.
— E le scale?...
— Non tenterò neppure di farle..... e forse ne sarei anche capace..... ma per essere più sicuro e avanzar tempo Meo mi porterà.
Tofi non ci pensò che un minuto secondo.
— Bene: diss'egli colla sua solita ruvidezza: mi potete fors'anco essere utile. Venite.
Si fece come Barnaba aveva detto, e un quarto d'ora non era passato che il Commissario e Barnaba entravano nella camera dove giaceva Nariccia e dove non tardava a raggiungerli il giudice istruttore.
L'usuraio era sempre immobile stecchito e pareva un cadavere mummificato, in cui per miracolo fossero rimasti vivi gli occhi: questi in quella faccia gialla di morto, al fondo di quelle occhiaie incavate e d'un brutto lividore, nella loro irrequietezza avevano una pena, uno spasimo, uno spavento che ti stringeva l'animo, che era una cosa orribile a vedersi. Quegli occhi agitati che vivevano soli in quel corpo morto parevano suppliziati che cercassero fuga, scampo, pietà dalla loro tortura: pareva che le più tremende visioni passassero innanzi a quelle pupille in cui ardeva la febbre; come certo innanzi alla mente passavano tremendi i ricordi di un colpevole passato, le azioni d'una vita scellerata. Le labbra erano livide, e l'inferiore contorto da una parte penzolava dando a quel viso di pergamena una smorfia immobilitata come quella d'una maschera, che faceva paura e ribrezzo a mirarsi. Fra quelle labbra la lingua impacciata, grossa, pendente riusciva a balbettare a stento alcune parole.
Barnaba, a cui la fatica d'esser venuto fin lì, benchè portato per le scale da Meo e per la strada dalla carrozza, aveva tolta ogni forza, si lasciò cader seduto sopra una seggiola al fondo del letto in cui giaceva Nariccia, e quelle due faccie cadaveriche e quei quattro occhi febbrilmente vividi in mezzo il gialliccio pallore da morto si guardarono fisamente, curiosamente, con avida reciproca investigazione. Erano due vittime del medesimo individuo che dovevano assembrare le volontà in un intento comune: quello della vendetta.
Nariccia, sviato lo sguardo dal volto macilento di Barnaba, lo fece scorrere con istupore interrogativo sopra le persone che in gruppo vide accostarglisi e stargli dintorno; le sue labbra contorte si mossero penosamente, la lingua penzolante si agitò e una voce gutturale, stentata, che pareva quella d'un ventriloquo, pronunziò stentatamente alcune parole, che non furono comprese.
— Che cosa avete detto? domandò il medico, il quale, dietro espressa volontà del giudice istruttore, doveva assistere all'interrogatorio. Abbiate la compiacenza di ripetere.
— Confessarmi, confessarmi: balbettò il paralitico colla medesima voce stentata e sommessa, ma con terribile espressione d'angoscia nell'accento: voglio confessarmi prima di morire.
Il medico, il giudice ed il Commissario s'erano curvati sopra il letto a cogliere il debole suono della voce di quel meschino.
— Che cosa disse? domandò Barnaba il quale dal posto ov'egli si trovava non aveva potuto udire.
— Domanda di confessarsi: rispose il medico.
— E' non fa altro dacchè ha riacquistato l'uso della parola: disse l'infermiere che era stato posto a vegliare sul giacente: di queste poche ore l'avrà già domandato un migliaio di volte.
— Sì, vi confesserete e potrete adempiere ai vostri doveri di cristiano: ma prima è necessario che voi adempiate a quelli che avete verso la giustizia umana, che noi qui rappresentiamo. Fate dunque coraggio, raccoglietevi e preparatevi a rispondere alle nostre interrogazioni.
— Mi resterà ancora tempo abbastanza da confessarmi poi? domandò la voce soffocata e penosa del moribondo.
— Sì, disse il medico; stia di buon animo che vi è di meglio ancora per lei: la speranza della guarigione.
Gli occhi di Nariccia espressero un dubbio desolante in risposta a queste confortevoli parole del medico.
Il giudice cominciò senz'altro l'interrogatorio. L'infermiere era stato mandato nelle altre stanze; un segretario s'era seduto ad un tavolino stato posto più presso al letto che fosse possibile, e teneva innanzi a sè la carta su cui era preparato a scrivere le risposte; non altra luce rischiarava l'oscurità di quella stanza, fuor quella della lampada sormontata da una ventola opaca che stava sul tavolino dove s'accingeva a scrivere il segretario; così alto silenzio regnava che si udiva il rumore della respirazione affannosa del giacente, e che le parole da lui pronunziate in risposta alle fattegli domande, quantunque dette a voce più che sommessa, erano intese da tutti.
— Voi siete nel pieno possesso della vostra ragione? cominciò il giudice, parlando piano ancor egli, e curvo sopra il letto.
— Sì.
— Da quando siete rientrato nella vostra cognizione?
— Da parecchi giorni.... non so bene.... quando mi vidi attorno tanta gente....
— Vi ricordate (questa domanda fu fatta dietro suggerimento di Tofi) che vi furono rivolte già altra fiata varie interrogazioni circa il delitto di cui foste vittima?
— Mi ricordo.
— Eravate allora in voi come ora?
— Sì.
— E non potevate parlare?
— No.
— Dacchè siete rinvenuto, avete sempre avuto la cognizione, tuttochè immobile e senza parola?
— Sì.
— Vi ricordate delle risposte che avete espresso allora con segni fatti degli occhi alle domande mossevi?
— Sì.
— Quelle vostre risposte erano la verità?
— Sì.
— Sareste pronto a riconfermarle?
— Sì.
Le domande che sappiamo essergli state fatte in quell'occasione gli furono nuovamente dirette una per una, ed egli colla voce diede la medesima risposta che aveva dato cogli occhi.
— Avete conosciuto i vostri assassini?
— Sì.
— Di due avete annuito al nome che se ne disse: vorreste ripetere questi nomi?
— Sono _Graffigna_ e _Stracciaferro_.
— E il terzo? Sapete il nome del terzo?
— Sì.
La respirazione del giacente si fece più affannosa e gli occhi si turbarono.
Il medico diede il consiglio di lasciarlo un poco riposare.
Dopo cinque minuti il giudice istruttore riprese:
— Questo nome siete disposto a dircelo?
— Sì.
— Voi capite tutta l'importanza delle parole che state per pronunziare!
— Sì.
— E siete sicuro della verità di esse?
— Sicurissimo.
— Allora diteci questo nome.
— Quercia.
Barnaba che pure si aspettava quel nome, che era sicuro non altro sarebbe uscito da quella bocca convulsa, tuttavia diede in una leggiera scossa e mandò una soffocata esclamazione: gli altri si guardarono in faccia e per un minuto secondo nessuno parlò; non s'udì che il rifiato grave del giacente e lo scricchiolar della penna del segretario che scriveva nel processo verbale incancellabilmente quel nome.
— Ma qual Quercia? susurrò poscia la voce fiacca di Barnaba; ve ne possono essere parecchi, conviene farglielo specificare.
E Nariccia, interrogato in proposito dal giudice, diede tutte le più precise informazioni che si desideravano.
— Signore, disse il giudice al Commissario, quando l'interrogatorio fu finito, della giornata di domani sarà spiccato un ordine di arresto contro quel tale, e sarà sua cura farlo eseguire.
Tofi chinò bruscamente il capo in segno affermativo.
— Sarà eseguito: diss'egli; e frattanto lo farò codiare dai miei agenti. So che col pretesto d'un viaggio di nozze e' si è già procurato un passaporto per l'estero; se appena un timore che si sospetti di lui gli entra nell'animo, può partirne improvviso. Al menomo cenno ch'egli faccia di abbandonar Torino, ordine o non ordine, lo agguantiamo.
— Signor Commissario, disse una voce tremante, quasi supplichevole, all'orecchia di Tofi, mi conceda il favore di affidare a me l'impresa di questa cattura... sotto la sua direzione s'intende.
Il Commissario guardò la faccia patita di Barnaba entro la quale gli occhi ardevano più febbrilmente che mai.
— Ve ne sentirete già capace?
— Oh sì! esclamò il poliziotto. La vedrà! E sarà questa una grazia che mi darà mezzo di rientrare nel favore dei superiori e nell'impiego.
— Va bene..... Di quello che avrete fatto e di quello che farete informerò chi si deve.
Frattanto il giacente, stanco e spossato dallo sforzo mentale che aveva dovuto fare per raccogliere le sue idee, da quello fisico stesso per ispiccar la parola colla sua lingua inretita, dalla passione che glie ne dava necessariamente all'animo il ricordare quei brutti, orribili momenti in cui aveva visto la morte incombere sul suo capo, l'aveva sentita piombare su di lui; Nariccia, dico, aveva chiuso gli occhi e sarebbe sembrato affatto un cadavere se non avesse rivelato in lui un resto di vita la respirazione tronca, affannosa e sibilante.
Quando dal silenzio fattosi intorno a lui, il misero capì che tutte quelle persone eransi partite, egli riaprì nuovamente gli occhi e guardò di qua e di là con una specie di terrore; dalla sua gola uscì una voce che pareva un rantolo e le labbra gli si agitarono con penoso sforzo.
L'infermiere, che era tornato presso di lui, si curvò sul letto con quella indifferente tranquillità che hanno per cotali spettacoli questa gente avvezza a veder soffrire e morire.
— Eh? che cosa la dice? domandò.
— Confessarmi, confessarmi: balbettò Nariccia.
— Ah! gli è vero; ma ora non posso lasciarla sola per andare in cerca d'un confessore: dimani mattina, appena mi si venga a sostituire, glie ne andrò a chiamar uno; Padre Bonaventura del Carmine, che è già venuto tante volte a prendere di sue notizie.
Il moribondo avrebbe voluto esclamare: — No, non quello; — ma le forze glie ne mancarono affatto. Richiuse gli occhi e parve fuor dei sensi od assopito.
L'infermiere, guardatolo un poco, disse fra sè:
— Domattina! Chi sa se avrà ancora bisogno del confessore domattina, e non sia già precipitato a casa del diavolo. Sarebbe poco male un pelacristiani di questa fatta.
E s'adagiò tranquillamente sopra un sofà per passare con più agio possibile la notte. Se Nariccia fosse morto in quella notte senza confessione, avrebbe portato seco un gran segreto.
Ora è tempo che ritorniamo nel palazzo Baldissero dove Maurilio viene ufficialmente presentato alla nobile famiglia.
CAPITOLO XVIII.
Entrando nel gran salone splendidamente illuminato, Maurilio s'era fermato appena fatti pochi passi sul morbido tappeto, come preso da abbacinamento. Sul volto superbo della marchesa e del suo figliuolo Ettore stava una scontentezza che si frenava, domata, soggiogata, direi quasi, dalla espressa volontà del capo della famiglia alla cui autorità essi piegavano la fronte; Virginia, ella, mostrava una sincera emozione che la straordinaria e commovente circostanza ben era fatta per suscitare in un'anima eletta ed amorevole come la sua. Lo strano contegno tenuto da Maurilio con essa in quell'occasione che abbiamo narrato, quando ella ebbe appreso dallo zio l'essere del giovane, aveva avuto da lei la seguente spiegazione: egli conoscendo il segreto della sua nascita era stato mosso allora a manifestarlesi, e l'emozione dell'affetto, la timidità, il brusco e quasi sdegnoso fuggire di lei glie lo avevano impedito. Ella si era fatta viva rampogna d'essersi allora in quel modo diportata. Una parte di quell'affetto, di quel trasporto dell'anima che aveva per la memoria della madre, di cui appena era se ricordava una vaga immagine, aveva sentito rivolgersi verso colui che ora le si additava fratello. Le parve come se qualche cosa di quella madre tanto desiderata, rivivesse; ella che, tranne quello dello zio, non aveva affetti vivaci e teneri intorno a sè, benedisse Iddio di concederle a compagno, di condurle innanzi chi aveva nelle vene il medesimo suo sangue materno. Perciò all'entrare di Maurilio fu con sollecita premura che Virginia fece alcuni passi verso di lui ad incontrarlo. Il marchese però la prevenne ed accostatosi egli primo al giovane, lo prese per mano.
— Eccovi qui i vostri più prossimi congiunti dal lato materno: diss'egli. Questa è vostra zia, la marchesa di Baldissero, questi è vostro cugino, mio figlio Ettore, due altri miei figliuoli che sono nell'Accademia Militare conoscerete poi, e questa è vostra sorella Virginia.
Maurilio fece un inchino alla marchesa che si degnò appena corrispondergli con un altezzoso cenno del capo; scambiò con Ettore un'occhiata ed un saluto in cui c'era nulla d'affettuoso nè manco di cortese; ma tremò da capo a piedi innanzi allo splendido sguardo della fanciulla che si accostò a lui, tendendogli ambedue le mani.
— Mio fratello! esclamò essa con una voce piena d'emozione ed un accento che a queste sole due parole dava la significazione di tanti sentimenti e sensazioni.
Egli prese nelle sue larghe, grosse, volgari manaccie quelle piccole, esili, bianche, dalla pelle finissima che Virginia gli porgeva, non osò stringerle, ma le tenne alquanto, sempre più tremante, e invano tentando di balbettare una parola che esprimesse il suo pensiero.
La scena fu fredda, impacciosa: la presenza della marchesa e del marchesino versava un gelo che impediva ogni espansione. Maurilio medesimo era troppo commosso per parlare; nel suo petto non abbastanza soffocato ancora era quell'amore che tutta aveva dominata la sua giovinezza, perchè egli osasse, per dir così, andare in fondo al proprio cuore, perchè osasse aprire il varco a quei sentimenti che gli sobbollivano con tramestìo confuso nell'anima. Virginia medesima dal contegno di questo rinvenuto fratello, dal suo aspetto ebbe come una specie di delusione; sentì quel suo trasporto d'affetto, quasi risospinto, venirle a ripiombare sull'animo e ritorlo alla dolce espansione di prima; nello sguardo profondo del giovane il quale pure aveva qualche cosa di quello che avevano i bellissimi occhi suoi, Virginia travide alcun che di misterioso, ond'ebbe pressochè paura e sospetto. Scambiate poche parole di convenevoli quali l'occasione li suggeriva, nessuno più seppe che cosa dire, e fu il marchesino Ettore che più impaziente tolse primo il commiato.
— Io sono stato troppo tempo condannato alla immobilità forzata dentro una camera, diss'egli con amaro sorriso facendo allusione alla sua appena finita prigionia in Cittadella, perchè ora mi rassegni a star lungo tempo inchiodato in casa.
Baciò la mano di sua madre, s'inchinò con un rispetto, in cui non c'era mostra d'affezione, al genitore, strinse la destra a Virginia e fermatosi un momento innanzi a Maurilio gli disse con un accento di finissima, velata ironia:
— Mio cugino, _puisque cousin il y a_, a rivederci. Faremo più ampia conoscenza più tardi: e se potremo andare d'accordo... tanto meglio!
Maurilio non rispose, guardò fiso, seriamente, quasi severamente il marchesino che girava sui suoi talloni con una sprezzosa leggerezza, e non gli fece manco un cenno di saluto.
— Signora, disse poi Maurilio accostandosi alla fanciulla più commosso e tremebondo di prima, non osando levare le pupille sul volto di lei: signora... mia sorella... Virginia... Vorrei domandarvi un favore.
La donzella vide la commozione del giovane e ne fu commossa ella pure.
— Parlate: disse con un interesse, con una specie di tenerezza che fece battere il cuore di Maurilio.
— Voi avete bene un ritratto di _nostra_ madre?
— Sì.
— Conducetemi innanzi ad esso, ve ne prego.
Virginia parve esitare un momento. Quel ritratto era appeso nella sua camera, in faccia al suo letto; le ripugnava a tutta prima introdurre colà un individuo che appena se aveva cessato d'essere per lei un estraneo. Un estraneo? Ah no, non doveva esserlo più. Che cosa avrebbe detto la madre se avesse visto la freddezza diffidente con cui essa accoglieva il fratello, la madre che con tanta espansione avrebbe aperte al figliuolo le braccia, la madre che lieta sarebbe stata se di subito fosse nato fra di loro vivace l'affetto fraterno? Prese ella per mano Maurilio e gli disse:
— Venite.
Si arrestarono tuttedue, tenendosi per mano, innanzi al quadro in cui la contessa Aurora era stata rappresentata quando, già colpita dal dolore, portava nell'anima una ferita insanabile e ne lasciava scorgere le traccie nel pallore del volto e nella mestizia desolata dello sguardo. Tuttedue levarono gli occhi, che si rassomigliavano, verso quegli occhi dipinti, che rassomigliavano ai loro; tuttidue sentirono invadersi da una tenerezza d'affetto più viva, più cara, più calda. A Maurilio nello sguardo mite, triste, nobilmente rassegnato, profondamente pensoso del ritratto, parve scorgere alcun che di quell'inesplicabile, mesta soavità della sua visione: Virginia pensò alla gioia suprema che avrebbe avuta sua madre, se ancora viva avesse visto restituirsi al suo amore quel figliuolo che aveva pianto estinto, e credette vedere nella tela dipinta medesima, rallegrarsi e balenare soavemente quegli occhi color del mare. Il giovane giurò a sè stesso che su quella fanciulla, orfana al par di lui, in cui tante rivivevano delle sembianze materne, avrebbe volto gran parte di quell'affetto che più non poteva consecrare alla persona viva della madre, avrebbe per lei ogni cosa tentato, tutto sacrificato, se occorreva, ogni cosa sofferto per conferire in ogni modo a lui possibile a renderla felice: la donzella da parte sua promise a sè stessa, e ne sentì come il dovere, di compensare ella col suo di sorella quell'amore di madre che questa non aveva potuto mai, non poteva più rivolgere su di lui, di fargli provare quell'affetto dolcissimo di famiglia onde il derelitto era stato sin allora per tutta la vita affatto scevro. Le loro mani, che ancora erano unite, si strinsero, quasi a scambiarsi la mutua interna promessa fatta dal loro cuore, gli occhi s'incontrarono, ed ella porgendo la sua fronte china alle labbra di Maurilio, gli disse:
— Fratello mio, potrò finalmente parlare con alcuno di mia madre, ne parleremo sovente insieme, e ci ameremo com'ella ci avrebbe amati.