Part 32
— Ah! esclamò egli: non vorrei perderci in codesto i miei poveri denari che ho dati a quello scellerato dietro una cambiale coll'avallo della contessa di Staffarda.
Queste parole fecero nascere un nuovo pensiero in Barnaba. Avvisò che anche di codesto poteva trar profitto pel conseguimento del suo scopo. Gli influenti personaggi con cui il _medichino_ aveva attinenza e che lo proteggevano, avrebbero forse pensato a sottrarlo, anche per riguardo a se stessi, alla giustizia; sarebbe stato opportuno far nascere in quei medesimi il desiderio eziandio di vederlo perduto, e forse quella cambiale gli porgeva il destro da ciò.
— Quel titolo, diss'egli a _Macobaro_, vorreste voi affidarlo a me?
Il vecchio fece una smorfia che dinotava chiaramente come questo partito poco gli piacesse.
— Voi siete nelle mie mani, e potrei imporvelo con assoluto comando; vi consiglio però a farlo di buon grado, assicurandovi che non sarete defraudato dell'aver vostro.
Jacob capì che bisognava rassegnarsi; e di quel giorno medesimo consegnava sospirando nelle mani di Barnaba la cambiale in quistione.
Ora, il giorno dopo, capitava giusto nella stanza del ferito il commissario Tofi, il quale veniva a narrargli tutto ciò che era avvenuto a proposito del dottor Quercia e che abbiamo visto nei capitoli precedenti.
Barnaba ascoltò silenziosamente a suo modo, e poi disse:
— Ciò che vi ha di pregiudizievole in codesto si è che così venne data a quel briccone la sveglia, e ch'ei penserà a porsi in salvo. Conviene farlo custodire ben bene perchè non fugga.
— Ho già dato gli ordini opportuni per ciò..... Ah! l'avrei fatto arrestare senz'altro. Ma il conte Langosco, che a dispetto di tutto lo protegge sempre, sarebbe andato dal generale Barranchi, e mi si sarebbe fatto un rabbuffo.
— Il conte Langosco non lo proteggerà più. Se l'affare dei diamanti non ha bastato, ce n'è qui un altro che lo indegnerà vivamente contro quel cotale e gli farà nascere una maledetta voglia di vederselo torre per sempre dai piedi. Agendo con prudenza si può ottenere d'avere il conte dalla nostra.
Diede la cambiale che sappiamo al Commissario e gli espose quello che a suo avviso doveva farsi, e come. Il signor Tofi approvò tutto e tolse commiato per andar tosto a mettere in pratica i datigli suggerimenti.
— Fra cinque o sei giorni potrò stare in piedi: disse a mo' di conclusione Barnaba, i cui occhi brillavano fieramente: potrò procedere io stesso all'arresto ed alla perquisizione di chi so io e dove so io.
Delle rivelazioni fattegli da _Macobaro_ intorno alla _cocca_ ed al suo capo, non aveva ancora voluto dir nulla al Commissario perchè a sè desiderava serbato l'onore e la soddisfazione dell'importante cattura.
Il signor Tofi si recò dal conte Barranchi, e fu dietro il colloquio avuto insieme che il generale domandò al marito di Candida quell'abboccamento che abbiamo detto.
Barranchi, quando Langosco fu da lui, non fece che ripetergli le parole che destramente gli aveva suggerito il Commissario e che da costui erano state combinate con Barnaba.
— Vengo a darvi un'altra prova, conte, del come la mia polizia si faccia: disse con importanza il generale. Noi sappiamo tutto! E sappiamo qualche cosa che vi riguarda, che forse non sapete nemmeno voi.
— Che cosa? domandò torbidamente il conte che da qualche giorno, per le buone ragioni che conosciamo, non era di umore nè ciarliero nè tollerante.
— Fra noi, amici da lungo tempo, della stessa classe, delle medesime idee, possiamo parlarci francamente, non è vero? D'altronde voi lo sapete che io non ci ho mai valuto niente nelle diplomaticherie. Sono un militare, tutto d'un pezzo, e basta. Ecco dunque di che si tratta. Vostra moglie si è lasciata abbindolare così da mettere la sua firma per avallo ad una cambiale del valore di 52 mila lire.
Il conte sussultò, ma non disse nulla.
— Chi le ha carpita questa firma, continuò Barranchi, forse voi potrete indovinarlo.....
— Lo indovino: interruppe con accento cupo Langosco, alle cui guancie saliva un lieve rossore. Ebbene? e con ciò?
— Noi non si vuole che una famiglia come la vostra sia esposta a certe pubblicità, a certi commenti.....
Il marito di Candida fece un atto che significava nello stesso tempo un ringraziamento e il desiderio di veder troncate quelle parole.
— La disgraziata cambiale abbiamo trovato modo di averla in poter nostro.
— Sì? proruppe vivamente il conte di Staffarda. Lasciatemela vedere, vi prego.
Barranchi la prese da uno dei cassettini della scrivania e glie la porse. Langosco esaminò attentamente la firma della moglie, e più amaro del solito gli sfiorò le labbra il suo ghigno.
— Ebbene, diss'egli al generale porgendogli il foglio, non vedo qui che ci sia nulla da fare. All'epoca della scadenza la contessa farà onore alla sua firma.
— Legalmente ella non poteva obbligarsi....
— La contessa ha firmato: disse con vibrato accento Langosco; e la contessa pagherà.
— Ma quell'uomo a cui favore diede il suo nome è uno sciagurato, indegno d'ogni riguardo.
Il conte scosse la testa come per dire che ciò non ci aveva nulla da fare nella quistione.
— Voi non lo conoscete ancora bene, continuava Barranchi. Abbiamo dati positivi per credere che quel cotale è capace di tutto.... Si hanno i più gravi sospetti sul conto di lui.... Volete che ve lo dica?... E guardate quanto bisogni davvero andar guardingo nello stringere attinenze fuori della nostra classe... Si dubita che quell'individuo sia complice degli assassini dell'usuraio Nariccia.
Langosco, a cui questo brutto sospetto si era già presentato eziandio, impallidì, ma non disse verbo.
— Sapete, continuava Barranchi, che il nostro diligente commissario Tofi aveva già pensato farlo arrestare e perquisire la sua abitazione?
— Ciò non dev'essere, disse vivamente il conte di Staffarda, il quale mise una mano sul braccio del generale come per chiamarne vieppiù l'attenzione sulle sue parole. Siamo amici, generale, ed io per rendervi un servizio che salvasse il decoro della vostra famiglia farei tutto quello che fosse in mio potere. Conviene che ci sosteniamo e ci aiutiamo a vicenda noi che lo spirito rivoluzionario moderno minaccia.... Quel cotale non conviene sia arrestato e gli si faccia un processo.
Abbassò la voce e disse lentamente:
— Fra una settimana sarà fuori di Stato, ve ne do la mia parola.... Aspettate una settimana a farlo arrestare.
Barranchi fece gravemente un segno negativo e Langosco aggrottò le sopracciglia.
— Mi neghereste ciò, anche s'io ve lo chiedessi come un favore?
— Ve lo negherei, perchè così vuole il vantaggio del pubblico.
Il conte di Staffarda fece un brusco movimento cui tosto però represse: il generale continuava:
— Perchè così vuole eziandio il vostro medesimo interesse.
— Oh come?
— Nella stessa guisa che quel mariuolo ottenne questa cambiale, può avere ottenuto altre carte, altri documenti, lettere... o che so io, per cui possa rimanere compromessa qualche persona.... qualche persona, voi mi capite.... che non da me certo, e nemmeno da voi, si vorrebbe potesse venire in ballo. Ora siffatte carte in una perquisizione cadrebbero in potere degli agenti della polizia...
— Ed è ciò che vuolsi evitare: proruppe vivamente Langosco.
— No: disse il generale sorridendo furbescamente, e tenendosene d'un'accortezza che non era sua: no, perchè — (e qui abbassò ancor egli la voce) — quelle carte, qualunque siensi, venute nelle mani d'un uomo acconcio, a cui si daranno le opportune istruzioni, del medesimo commissario Tofi, per esempio, fidatissimo e intelligentissimo, potranno passare senza ritardo qui nel mio studio, e di qua a voi medesimo che ne potrete fare ciò che più vi aggradirà.
Il marito di Candida prese vivamente la mano del Comandante dei Carabinieri e glie la strinse forte per muto attestato di riconoscenza.
— E ciò, seguitava il generale trionfante, varrà sempre meglio che lasciare in potere di quello sciagurato, ancorchè se ne vada in altri paesi, un'arma che potrà rivolgere a vostro danno quando che sia.
— Avete ragione: disse con voce soffocata il conte di Staffarda.
— E pensate che se gl'indizi non c'ingannano, e son tali da poter essere omai sicuri di ciò, colla cattura di costui avremo in mano le fila di quella iniqua setta di malandrini, cui si devono i tanti misteriosi delitti che ebbero luogo ultimamente. Quanto a quella cambiale poi...
— Quella sarà pagata: interruppe con una certa alterigia Langosco, e prese quindi commiato dal generale.
— Contessa; disse poscia con severità quasi sprezzosa il conte a sua moglie, appena fu solo con lei: conviene che vi procuriate al più presto le cinquantadue mila lire da pagare quella cambiale che avete firmata.
Candida levò la testa e gli occhi verso il marito; e senza parlare lo guardò coll'aria smemorata ed offesa di chi non capisce ciò che gli vien detto, e crede d'esser fatto mira d'uno stupido ed insolente scherzo.
Il conte seguitava:
— A me è assolutamente impossibile procurarmele; ma con tutto ciò esigo e pretendo che in pochi giorni quella somma sia pagata. Se non ci avete altro modo, ricorrete a vostro padre, il quale _per l'onore della sua figliuola_ non vorrà, spero, far la menoma difficoltà a venirvi in aiuto.
La contessa guardava sempre il marito di quella guisa, se non che nei suoi occhi scuri si accresceva ogni minuto più la fiamma dello sdegno.
— Vorrete voi avere la compiacenza di por termine a questo che io non so come chiamare, se sciocco scherzo, o temeraria menzogna? Proruppe ella con accento pieno d'ira contenuta e con voce che vibrava profondamente agitata. Siete voi che avete bisogno ancora di tal somma ed avete inventato questo bel metodo per estorcerla alla mia condiscendenza stata troppa finora?
Langosco mandò un'esclamazione soffocata in cui c'erano collera, dolore, vergogna, e si trasse indietro d'un passo come se dal colpo d'una mano robusta al petto fosse stato respinto.
— Ah voi mi calunniate ed insultate! diss'egli con una specie di ruggito.
Candida, che fin allora era rimasta a sedere, si drizzò in piedi, e la faccia dritta levata, fulminando il marito con uno sguardo superbo esclamò:
— E voi che state facendo verso di me? Insulti e calunnie sono le vostre parole, ed io sono una donna, signor conte.
Il marito represse quell'ira che sentiva nel suo petto presso a prorompere. Sapeva quella donna troppo fiera per abbassarsi a mentire ed abbastanza audace per non isconfessare qualunque sua azione. Un sospetto che ancora non gli era balenato alla mente glie ne nacque di botto. Quell'uomo di cui egli aveva creduto scoprire pochi giorni prima che giuocava di baro, che era ritenuto complice d'un assassinio, non era egli capace di tutto? Il conte tornò accostarsi a sua moglie, e guardandola ben bene entro gli occhi, la sua faccia magra e giallognola a un palmo appena di distanza dal viso di lei, di qualche tempo patito e pallido, le disse con parola lenta e spiccata:
— Voi dunque non avete firmata a favore di _quell'uomo_ una cambiale di 52 mila lire?
— Nessuna: rispose seccamente la contessa.
— Ebbene: disse con feroce crudeltà il marito: quella cambiale col vostro nome, l'ho veduta io stesso poc'anzi; e ciò vuol dire che il vostro amante, signora contessa, è tutt'insieme un baro, un assassino ed un falsario.
Le guancie di Candida si fecero d'un rosso cupo e impallidirono poi tosto; gli occhi lampeggiarono e ratto si spensero; le labbra frementi s'aprirono e s'agitarono come sotto la pressione di fiere parole che stessero per prorompere, ma non una voce ne uscì. Da parecchi giorni troppe e troppo fiere erano le emozioni onde quella misera donna era colpita: a quest'ultima non resse. Credette ella o non credette la terribile accusa? Non ebbe campo a sceverare ella stessa nella confusione della sua mente le proprie impressioni. Sentì uno sdegno indicibile e insieme, in fondo all'anima, una segreta, tremenda paura. Il cuore cessò di batterle, il cervello fu oppresso dall'èmpito del sangue che vi salì vorticoso: agitò le braccia, mandò un rantolo, e su quella poltrona da cui s'era drizzata poc'anzi ricadde pallida come un cadavere.
Il conte le fu presso senza premura, senza interesse, senza pietà nessuna, e la esaminò attentamente.
— Animo! diss'egli coi denti stretti: non è tempo di svenimenti; fatevi coraggio ed udite tutto il vero.
Le prese una mano e la trovò inerte e fredda poco meno che quella d'una morta; la lasciò ricadere, e guardò un istante la donna svenuta con più amaro che mai sulle labbra il suo ghigno; poi diede una forte tirata al cordone del campanello.
— La vostra padrona è svenuta: disse alla cameriera che si presentò: soccorretela, mettetela a letto, e si mandi tosto per un medico.
E lento e tranquillo rientrò nelle proprie stanze.
Dopo uno svenimento di mezz'ora, Candida risensava e in mezzo alla confusione delle idee in cui si trovava tuttavia e all'indolorimento generale del corpo, il suo primo pensiero era quello della orrenda novella appresa dal marito. Che questi era incapace di mentire e calunniare troppo ella sapeva. La cambiale falsa era dunque un fatto reale. Delle altre accuse in quel momento non si ricordava, non si preoccupava. Non aveva tempo nè spirito da indegnarsi, da soffermarsi a considerare l'infamia e la scelleraggine della cosa; al suo animo di donna fatalmente posseduto da una tenace, indomabile passione, un solo oggetto premeva, un solo si presentava: quello di salvare il suo amante. Per ciò non v'era che un modo solo, e il conte medesimo glie lo aveva additato: ricorrere a suo padre, farsene dare la somma occorrente, pagar tutto, ottenere coll'influsso del barone La Cappa che in ogni modo l'affare rimanesse soffocato, a Quercia non si desse molestia. La cosa premeva, bisognava correre senza indugio, Candida volle scendere di letto e non potè; le parve d'essere inchiodata in mezzo alle coltri; fece uno sforzo, e tutte le idee le si smarrirono di nuovo, l'intelligenza le si offuscò e tornò a perdere la cognizione, non in uno svenimento, ma nel parosismo d'una febbre gagliarda sopraggiuntale.
Il conte, avvertitone, corse al capezzale di Candida, e siccome rotte e tronche parole uscivano dalle livide, aride labbra della giacente, timoroso ella nel delirio parlasse, allontanò dal letto ogni altro, per rimanerci egli solo, oggetto di meraviglia ai servi che non lo avrebbero creduto mai così tenero della moglie.
Il medico, fatto venire, annunziò che quella era una grave malattia, e che per allora non poteva predire quali ne sarebbero state le conseguenze.
La cameriera della contessa, che sappiamo avere intime relazioni con Gian-Luigi, si affrettò di quella sera medesima a recargli l'annunzio di quel caso.
— Anche questa è per me un'avversa circostanza: disse il _medichino_ dopo congedata la fante con larga rimunerazione. Questa malattia toglie di agire a costei che in certe contingenze, guidata da me, avrebbe potuto essermi d'un aiuto efficace. Conviene davvero che io m'affretti il più che si possa e me ne vada sotto altro cielo.
CAPITOLO XVII.
Maurilio rimase al villaggio tutta una settimana. I suoi dubbi continuarono ad agitarlo, ma non un barlume più venne a rischiarargli la tenebra in cui era caduta a questo riguardo la sua mente. Invano erasi recato di nuovo a quel luogo in cui lo aveva visitato l'apparizione: invano questa, e colà e altrove, aveva invocata con trasporto d'anima ineffabile, con vera frenesia di desiderio: nulla, nulla più era venuto a confermargli o distruggergli quello strano sospetto che così inopinato e così stranamente gli era stato saettato nell'anima. Col trascorrere dei giorni, per ciò, anche questo dubbio aveva scemato di forza: la ragione aveva riagito contro l'immaginativa, e debolmente dapprima, con più forza di poi, aveva mostrato la insussistenza di quel sospetto che non era forse altro se non un portato dell'inferma fantasia. Ad ogni modo, appena di ritorno a Torino, ei si proponeva di raccogliere con religiosa cura tutte quelle informazioni e que' documenti che si poteva sul conto del padre e della madre, tanto da formare colla menoma interruzione di anella quella catena di fatti che dall'amore della nobile donzella di Baldissero pel giovane patriota milanese, doveva condurre fino al ricevimento di lui come rampollo di quell'unione nella illustre famiglia di Aurora.
Al settimo giorno dopo la sua partenza da Torino, Maurilio ricevette una lettera dal marchese di Baldissero, nella quale gli si diceva: essere tempo ch'egli ritornasse, S. M. con immensa degnazione, di cui Maurilio avrebbe dovuto esserle riconoscente tutta la vita, non averlo dimenticato, ma aver fatto benignamente sapere a lui, marchese, che suo nipote sarebbe impiegato nel gabinetto particolare di S. M. medesima: convenire ch'egli senza ritardo si recasse ai piedi dell'Augusto personaggio ad esprimergli quella gratitudine che era più di un dovere: per ciò si tenesse preparato a partir di colà il giorno vegnente, che la carrozza sarebbe venuta a prenderlo al villaggio.
Maurilio lesse e rilesse quella lettera, domandandosi che cosa doveva fare. L'idea glie ne venne un momento di rispondere al marchese, rinunziar egli alle nuove grandezze che gli offriva la sorte, voler fermare la sua dimora al villaggio e viverci ignorato; ma non tardò a riconoscere che questo sarebbe stato «per viltate un gran rifiuto,» che se il destino gli porgeva in quella guisa alcuna possibilità di fare un po' di bene, era suo dovere non fallire all'opera, che il dar corpo ed importanza a quei vaghi, aerei dubbi, senza fondamento di sorta, era peggio che una follia. Annunziò adunque a Don Venanzio il suo ritorno in città pel giorno dopo; e diffatti verso il cader della notte dell'ottavo dì dacchè erasi di là partito, egli, nella carrozza collo stemma della famiglia di Baldissero, rientrava sotto il portone del superbo palazzo, dov'egli, quasi ragazzo ancora, coi panni e nelle condizioni di povero figlio del popolo era entrato primamente di straforo per ammirare la bellezza di Virginia, ond'era stato ammaliato.
Il maggiordomo era ad accoglierlo in alto dello scalone.
— Signore, gli disse con un rispetto che si vedeva chiaramente ispirato dagli ordini espressi del padrone, S. E. il marchese la prega, quando Ella siasi riposata, ristorata e rassettata, di voler passare nel salone, dove troverà riunita tutta la famiglia.
Maurilio fece un muto segno di assentimento.
Il maggiordomo, camminandogli innanzi per quei locali, tutti già rischiarati, lo condusse alla camera assegnatagli, che era un'altra da quella che gli era stata data come a segretario, al primo piano ancor essa come quella degli altri componenti della famiglia, più elegante per mobili, per arazzi e per tappeto.
Il servo, che seguiva, depose sulla pietra di marmo d'una mensola i due candelabri d'argento dalle candele accese che aveva tra mano; e il maggiordomo inchinandosi innanzi al giovane gli disse:
— È pronta una refezione per Vossignoria. Desidera Ella esser subito servita?
Maurilio che pareva aver perduto la parola mettendo piede sul limitare di quel palazzo, fece un cenno che voleva dire, non aver egli bisogno nè desiderio di nulla; il maggiordomo lo interpretò invece per un assentimento anche questo e dopo un altro profondo inchino si ritirò annunziando che colà stesso sarebbe tosto recata la refezione. Il giovane non aveva in quel momento per la testa altro che un pensiero: avrebbe visto fra poco tutta la famiglia, le sarebbe comparso dinanzi egli a prendere ufficialmente il suo posto in mezzo a lei: quest'idea lo turbava e lo spaventava. Sollevò gli occhi e incontrò la sua pallida figura riflessa nello specchio che stava sopra alla mensola su cui il lacchè aveva deposto i lumi, e diede in una scossa come se quella fosse la vista inaspettata d'un ignoto che venisse a guastargli la solitudine che desiderava: dietro la sua, vide pure la figura del valletto che lo guardava con un'impertinente curiosità ammantata di rispetto, degna affatto di un servo di nobil casa. Si rivolse vivamente.
— Che fate costì? domandò con tono abbastanza superbo da padrone che gli valse di botto una maggior stima da parte del domestico.
— Aspetto gli ordini di Vossignoria, in caso volesse cambiarsi d'abiti.
Ma il nostro giovane, cresciuto fra gl'infimi, allevato in mezzo la plebe, non aveva nè indole, nè abitudine da mantenersi in quello sprezzoso contegno d'uomo che si ritien di razza superiore e che non vede nel suo simile che un passivo stromento delle sue volontà; sentì una soggezione e quasi una specie di vergogna de' fatti suoi in presenza di quel cotale, più alto, più grosso, più forte di lui, dalle braccia che avrebbero potuto fare tanto lavoro utile, il quale gli stava dinanzi nella sua livrea gallonata per prestargli dei servizi che non gli erano necessarii e di cui aveva sempre fatto senza. Chinò gli occhi con una nuova umiltà che di colpo fece sparire tutto quel po' di stima che il domestico aveva sentito per lui, e rispose impacciatamente:
— No.... non ho bisogno di nulla: ritiratevi pure.
Mentre il domestico apriva la porta per uscire, entrarono due altri portando un deschetto apparecchiato, che posero poco distante dal camino: uno di essi tirò presso al tavolino un seggiolone e disse al giovane:
— Se Vossignoria vuole accomodarsi, eccola servita.
E i due nuovi valletti venuti stettero come due cariatidi, uno di qua, l'altro di là del deschetto su cui fumava mandando un profumo appetitoso una zuppiera d'argento.
Maurilio sempre immobile, sempre dritto a quel punto da cui vedeva riflesso nello specchio in mezzo alle vacillanti fiammelle dei candelabri, il suo pallido viso che spiccava nella penombra del fondo della stanza; Maurilio guardava con occhio attonito il luccicare degli argenti e dei cristalli sulla tavola dove ripercotevansi e rimbalzavano i raggi di due altri candelabri d'argento, la candidezza della finissima tovaglia, la forma spigliata della bottiglia di vino di Bordeaux, i galloni delle livree e le braccia imbottite della soffice poltrona che parevano tendersi verso di lui per invitarlo.
Dopo un silenzio di pochi minuti, il giovane capì che doveva dire o fare qualche cosa. Fece un evidente sforzo per sciogliere la lingua che gli pareva annodatasi; ed ebbe mestieri d'un atto di coraggio per pronunziare le seguenti parole:
— Andate..... Desidero rimaner solo.
I domestici salutarono e partirono. Allora egli, quando ebbe visto l'uscio richiudersi dietro le loro spalle, si mise a passeggiare su e giù per la camera a capo chino, sostenendo colla mano destra il mento e colla sinistra il gomito del braccio destro. Non pensava a nulla di preciso, ma sentiva un gran disagio di sè, una strana malavoglia. Ora che l'orizzonte della vita pareva esserglisi aperto dinanzi, egli non iscorgeva che buio, peggio di prima, buio in sè ed intorno a sè. La sua mente vagava, vagava in un indefinito chimerizzare, che non aveva neppure una lontana somiglianza di forme, che niuna parola, che nemmeno l'incerto, ondeggiante, generico linguaggio della musica varrebbe ad esprimere.
Ma passando e ripassando egli innanzi alla tavola apparecchiata, gli effluvii di quella succosa zuppa, che profumava l'aria della stanza, finirono per solleticare e destare i suoi sensi: si fermò, si raccostò al desco, cedette all'invito della poltrona, si lasciò cadere fra quelle braccia così benignamente allargate. Quando ebbe mangiato un buon tondo di minestra al consommé, una buona fetta di _pâté_ e bevuto un buon bicchiere di Bordeaux, le cose apparvero sotto ai suoi occhi con aspetto un po' diverso da quel di prima. Si fece coraggio, l'idea di affrontare la presenza e gli sguardi della sua nuova famiglia gli fece battere il cuore, ma non lo spaventò più: si guardò nello specchio con meno spregio e ripugnanza di se stesso; camminò con passo più sicuro per la stanza, si raggiustò la cravatta al collo e i panni addosso, e s'avviò abbastanza risolutamente verso il salone.