La plebe, parte IV

Part 26

Chapter 263,896 wordsPublic domain

— Non parli, glielo proibisco. Sono venuta a pregarla di guarir presto, e la mi deve obbedire. A questo patto soltanto le perdonerò il troppo dolore ch'Ella ha dato a sua madre, a tutta la sua famiglia.....

Stette un breve momento, e poi soggiunse a voce più bassa:

— Ed a me.

Francesco beveva cogli occhi lo sguardo, colle orecchie la voce dell'amata fanciulla. Sentiva nelle vene, in tutto l'esser suo rifluire di subito nuova e più potente la vita; gli pareva di colpo fugato ogni male, e quasi effettuato in lui il miracolo del Nazareno, che aveva detto all'infermo di levarsi, prendersi il suo letto in ispalla e camminare. Le parole gli mancavano alle idee, le idee stesse gli mancavano all'espressione della sua felicità.

Non passarono più che dieci minuti. Fu un attimo pel loro desiderio, ma vi fu abbastanza di tempo perchè le più svariate e numerose sensazioni di tenerezza e d'amore si avvicendassero nelle loro anime. Le labbra non promisero nulla, gli occhi si scambiarono mille giuramenti. Virginia, allontanandosi dal giacente per partirsi, lasciava nel cuore di lui un balsamo taumaturgo da risanarlo assai più presto e meglio d'ogni farmaco di medico.

Mentre la fanciulla stava per uscire di quella stanza, vi entrò un uomo. Era il padre di Francesco, che veniva inquieto a vedere suo figlio. In presenza delle donne Virginia non aveva avuto pure un istante di turbamento o di confusione; la vista d'un uomo la fece arrossire fino alla radice dei capelli. Prese ella vivamente per mano Maria, come se volesse con quell'atto significare che all'interesse ed all'affetto per la compagna dovevasi la sua presenza in quel luogo, e s'affrettò ad uscire dalla stanza, passando innanzi a Giacomo, il quale, riconosciutala, salutava con profondissimo inchino.

Giunte nella camera che precedeva quella di Francesco, Maria e Virginia trovarono Gian-Luigi che sopraggiungeva, preceduto da un domestico. Maria arrossì leggermente nel rispondere al saluto del giovane i cui sguardi e la cui attenzione furono attirati dalla superba bellezza della titolata fanciulla. L'aspetto di Quercia era tale ancor esso da non passare inosservato a qualunque lo vedesse, e Virginia, senza pur darsene conto, fissò quasi con curiosità i suoi limpidi occhi sulle sembianze virilmente belle di quel nuovo venuto, e rispose con una cortesia che era presso che famigliare e benevola al saluto di quel giovane che non ricordava aver veduto ancora mai. Avviene molte volte che al bel primo incontrarci con una persona, questa non ci pare affatto estranea; o sia una somiglianza con altre persone, o sia una certa misteriosa affinità fra i nostri esseri che si rivela con una specie d'istinto inavvertito, o sia un effetto travelato di attinenze anteriori avute in una vita precedente, il fatto è che certuni appena ci vengono innanzi ci sembrano conoscenze d'antica data, e siamo disposti di subito a conceder loro più domestichezza ed interesse che non ad altri da molto tempo già conosciuti. Fu un poco di quest'effetto che Virginia provò alla vista di Gian-Luigi, e quasi uguale fu quello che sentì il giovane a trovarsi faccia a faccia colla nobil ragazza cui aveva vista da lontano parecchie volte, ma non aveva mai accostata. E, cosa strana, in questa sua sensazione, non entrava menomamente quel suo ardore di voluttà che gli faceva desiderare ogni bellezza di donna, ma eravi come una tinta di rispetto, come un'ombra di affettuosa deferenza, come un istintivo impulso ad inchinar riverente quelle belle sembianze.

Maria vide l'ammirativa fissità dello sguardo di Gian-Luigi su Virginia, e sentì una dolorosa fitta nel cuore. Anche la gelosia doveva nascere in quella povera, innocente fanciulla a confermarle e ribadirle nell'anima l'infausta passione che vi si era insinuata. Non disse che poche parole a Quercia, invitandolo a passare nella camera di Francesco, e seguitò ad accompagnare la bella visitatrice che si partiva, fino all'anticamera.

Nel momento di prender commiato, Virginia, stringendo amichevolmente la mano a Maria, le disse:

— Scriverò a Lei per avere ulteriormente le nuove di suo fratello; la sia compiacente di darmene senza troppa parsimonia.... E spero che ci rivedremo.

Quando la nobil fanciulla fu partita, Maria pensò un istante, invece di tornare presso suo fratello, di andarsi a rinchiudere nella sua camera e non uscirne più finchè Quercia si fosse partito; e s'avviò realmente per porre in atto questa risoluzione, ma non n'ebbe la forza. Quando fu nel salotto che precedeva la camera di Francesco, vide che Gian-Luigi non era passato di là, ma stava lì tuttavia, come aspettando. Si turbò molto nel trovarsi sola con lui, non osò guardarlo e stette impacciata, a pochi passi da lui, senza parlare.

Egli le faceva piombare addosso quel suo sguardo caldo, luminoso, efficace, che penetrava nell'anima; e la giovanetta, pur colle palpebre abbassate, lo sentiva posarsi con infinita soavità, come una carezza amorosa, sulla fronte, sul volto, sulla persona, avvolgerla come d'un fluido voluttuoso, e vincerle ogni volontà. Quercia s'accostò alla fanciulla, e le prese una mano; ella si mise a tremar leggermente, e volle liberar la sua destra, ma egli ne la trattenne con dolce violenza.

— Maria! susurrò egli chinando la sua bocca sulle chiome di seta che ornavano la testolina curva della ragazza: e la sua voce era sì espressiva ed insinuante! e l'accento era pieno di tanto amore e di sì cara espansione che una dolcezza ineffabile invase ed occupò tutto l'essere della innamorata fanciulla.

I suoi occhi si levarono quasi tratti a forza verso gli occhi di lui, e la luce brillò in essi ripercossa da due lagrimette.

— Maria! ripetè egli col medesimo accento, premendosi al petto quella mano che seguitava a tener fra le sue.

Dal labbro della giovane fuggì, saettato per così dire dall'emozione, il segreto del suo cordoglio.

— Ah! com'Ella ha guardato la contessina di Castelletto! disse con amarezza in cui non c'era rimprovero, ma dolore.

Quercia cominciò per rispondere con un sorriso soltanto, ma con uno di quei suoi sorrisi ammaliatori che erano più eloquenti d'ogni parola, e che bastò a rassicurare ed a rallietare l'animo di Maria; poi disse:

— Sì, la ho guardata, perchè io ammiro la pietà dovunque si manifesti, e trovo degno di lode il sentimento che condusse presso il letto del giacente la figliuola d'una superbissima schiatta. La ho guardata, ma l'ho io veduta? Come donna, no. Di donne ve n'è una sola al mondo ch'io veda oramai, una sola che esista per me...

S'interruppe, sollevò lentamente alle sue labbra la mano che teneva e vi posò un lungo e caldissimo bacio; poi soggiunse con voce più bassa, ma con accento ancor più espressivo:

— E quest'unica donna — Maria — sei tu!

La fanciulla si riscosse come subitaneamente colpita da una potente scintilla elettrica, arrossì, impallidì, tremò, accennò cadere, si aggrappò al braccio di lui per sostenersi.

— Sì, Maria, sei tu. Benedico questo momento che Dio mi concede da poterti parlare in libertà. T'amo e voglio che tu sia la donna compagna del mio destino; ma non mi piace ottenere questa felicità da altri che dall'amor tuo. Ti senti tu di amarmi? Ti senti tu d'esser mia, tutta mia, sempre mia?

Ella appoggiò la sua fronte al petto di lui per nascondere il dolce rossore del suo viso e mormorò sommessamente:

— Sì... Oh sarò felice!

Allora egli la staccò dolcemente da sè, e con gentile riverenza inchinandosi innanzi, disse:

— Mi permette dunque, madamigella, ch'io domandi la mano di Lei ai suoi genitori?

Maria gli porse la destra.

— Ed io glie la do senz'altro. Babbo e mamma non avranno altra volontà che la mia.

Quando Quercia ebbe baciata quella mano, ella si fuggì ratta, e questa volta andò proprio a serrarsi nella sua camera, dove sentiva il bisogno di essere sola.

Il _medichino_ la seguitò con uno sguardo in cui brillava una bassa cupidigia sensuale.

— Oltre i suoi denari, disse fra sè con cinismo, avrò anche una donnetta che mi piace... finchè ne sia poi stufo.

Ricompose la sua faccia ad espressione onesta, ed entrò nella camera di Francesco.

Il miglioramento dell'infermo era evidente anche agli occhi d'un profano all'arte medica; e il padre e la madre di lui lo avevano subito avvertito, pensatevi se con lieto animo. Quercia certificò questo prospero mutamento e crebbe la consolazione dei parenti, il buonumore del malato. Per la prima volta, dopo parecchi giorni, in quella famiglia così crudelmente provata, entrò di nuovo la tranquillità dello spirito e trovò luogo il sorriso.

Si parlò con mente più libera di cose varie e indifferenti; e Francesco domandò che cosa succedesse per la città, come si fossero passati gli ultimi giorni di carnovale e quali novità occupassero le ciarle dei cittadini. Il sor Giacomo, fra altre cose, disse della principale di codeste novità, che era quella dell'assassinio di Nariccia, di cui non sapeva bene però tutti i particolari, essendo vissuto in quei giorni così segregato dal mondo, e quindi chiedendone al dottore: ma questi non parlò a lungo di tale argomento; ripetè spiccio le voci principali che correvano, e poi tosto consigliò a fare in modo che l'infermo non avesse tanto da parlare, e quindi troncare per allora il discorso.

Ma il ricordare quel delitto aveva richiamato qualche cosa alla mente del padre di Francesco. Quercia, che era osservatore acutissimo e sempre in sull'avviso, s'accorse che a questo proposito alcun che era intravvenuto che più da vicino toccava quella famiglia o il sor Giacomo solo, perchè quest'ultimo aveva preso un aspetto alquanto preoccupato, e guardava il dottore con una certa espressione fra di curiosità e di dubbio, di esitanza e di imbarazzo che pareva significare aver egli qualche cosa da dire ed essere incerto se e come dirla.

Gian-Luigi decise tosto tagliar netto il nodo; si chinò verso il signor Benda, e gli disse sotto voce:

— Avrei bisogno di parlarle. La mi vuole concedere due minuti di colloquio nel suo studio?

— Volentieri. Ho giusto ancor io una strana circostanza da comunicarle.

Quando furono di là il giovane invitò il padre di Francesco a parlare per primo: ma il signor Giacomo non volle.

— No, no, parli Lei: il suo contegno mi dice che le sono cose gravi quelle che la mi ha da dire, ed io, avvezzo oramai a nuovi colpi della sventura, sono ansioso di sentire se qualche nuovo malanno ci minaccia.

Luigi fece sorridendo un atto rassicuratore.

— No. Debbo trattenerla di due cose: la prima è una bazzecola che la mia poca memoria mi ha tolto di dirle prima, come già avrei dovuto fare; l'altra è una proposta, importantissima per me, pel quale si tratta della felicità della vita.

Il signor Giacomo, la cui curiosità fu vivamente desta da tali parole, fe' cenno al suo interlocutore parlasse liberamente.

— Cominciamo dalla cosa indifferente. Il parlare ora del delitto commesso la notte dell'ultima domenica di carnovale, mi ha fatto ricordare che io, quella notte medesima, quando mi sono partito di qua, su questo stesso viale che qui conduce, fui vittima d'un'aggressione.

— Lei?

— Sì, signore. Due uomini mi assalirono, dei quali uno era un colosso. Non pensai mi convenisse opporre resistenza; mi spogliarono di quanti denari avevo, e, quel che più mi dolse, mi presero anche il mantello che qui mi era stato imprestato: ed ecco la cagione per cui non l'ho potuto ancora, nè lo potrò mai restituire.

Giacomo fece un atto ed un'esclamazione che significavano: «Ora capisco tutto.»

— Egli è appunto cosa che riguarda quel benedetto mantello che io le ho da dire. In causa di esso io ebbi una chiamata dal giudice istruttore.

— Davvero? esclamò Quercia, che nascose il suo malessere sotto le mostre dello stupore.

— Sicuro; e ci fui questa mattina medesima.

— E che le si disse adunque? Il mio aggressore sarebbe stato arrestato?

— No, ma il suo aggressore dev'essere niente meno che l'assassino di quell'usuraio.

— Possibile! Oh come? oh come?

— Nelle mani dell'assassinato si trovò un pezzo di bavero, sotto cui trapunte due lettere iniziali. La Polizia ebbe a sè tutti i sarti della città per vedere se alcuno riconoscesse in quello un suo lavoro, e il sarto mio e di mio figlio disse che quello era il colletto d'un mantello da lui fatto pochi mesi sono per Francesco, del cui nome infatti sono iniziali le lettere che vi si trovano trapunte. (E il nostro sarto ha appunto l'uso di ricamare tali cifre per distinguere i panni miei da quelli di mio figlio). Mi si mostrò quello squarcio e mi si domandò se lo riconoscevo: io risposi che quelle erano invero le iniziali del nome di mio figlio, che ben mi pareva quello il pezzo d'un suo vestito, ma che non potevo esserne sicuro. Si volle sapere se un mantello od altro oggetto di vestiario qualunque mancasse alla guardaroba di Francesco, e per che cagione la ci mancasse, ed io dovetti contare come quella sera fatale avessimo dovuto imprestare a Lei, a cui abbiamo tanto debito di riconoscenza, un mantello per tornarsene la notte a casa sua.

Gian-Luigi ebbe tanta padronanza di sè da nascondere la sua contrarietà, la fiera rabbia ond'era assalito.

— Ho avuto torto, diss'egli, a non dare importanza a quell'aggressione. Se fossi andato subito a denunziare il fatto, dando io i connotati dei malandrini, e li posso dare esattissimi, avrei forse conferito allo scoprimento de' rei; ma pensai allora che non valesse manco la pena di scomodarsi. Però si è ancora certamente in tempo, e conto recarmi tosto dal Commissario di Polizia.

— Farà bene. Di sicuro non è su Lei che possano cadere sospetti di tal fatta; ma un altro da questo viluppo di circostanze potrebbe venir compromesso. È meglio affrettarsi a dilucidare le cose.

Quercia, con atto di cordiale franchezza, tese la mano al signor Giacomo.

— Lei, signore, mi dice superiore a questi sospetti, e sono persuaso che tale mi crede; ma in realtà Ella conosce poco di me e nulla delle cose mie. Avrà udito di me varii giudizi nel mondo, e forse malevoli i più: ma il vero è che nessuno sa nulla dell'esser mio, del mio passato, delle mie reali condizioni. Ebbene ora voglio che Ella mi conosca compiutamente; devo farmene compiutamente conoscere, prima di avventurare una domanda, da cui, come già accennai, dipende la felicità di tutta la mia vita.

Si raccolse un momento, e poi raccontò il seguente romanzetto della sua vita ch'egli si era preparato per simile occasione.

— Lungo tempo io vissi come trovatello. La mia nascita toglieva un vistoso patrimonio a certi collaterali della mia famiglia, i quali mi fecero pertanto sparire e mi relegarono in un ospizio. Un po' di rimorso in que' sciagurati che così mi sacrificavano, li indusse a farmi levare di là ed affidarmi alle cure d'una donna che mi fosse nutrice e madre, incaricando di vigilare su di me un medico del villaggio in cui questa donna abitava. Quando fui cresciuto, questo medico, sempre per mandato di que' tali, mi fece studiare, mi mandò all'Università, e poichè fu giunto all'estremo di vita mi ebbe a sè e mi rivelò il segreto. I miei nemici avevano così bene prese le loro precauzioni che nessun documento più, nessuna prova sopravanzava da farmi restituire il mio nome e l'esser mio; d'altronde trattavasi dell'onore di certi autorevolissimi personaggi che si voleva salvo ad ogni modo, così che se io, istrutto di qualche cosa, avessi tentato il ricupero del mio vero stato, mi sarei esposto anche al pericolo di vedere minacciata, non che la libertà, la mia vita. Per rimediare in alcun modo al torto che mi era fatto, quei medesimi avevano mandato al medico circa cento cinquanta mila lire da darmi _brevi manu_, capitale che per poco mi sapessi industriare avrebbe bastato a farmi vivere agiatamente. Il medico medesimo, commosso dalla pietà del mio caso, mi lasciava parte delle sue sostanze. Che doveva io fare? che mezzi mi restavano da ribellarmi contro il mio destino? Accettai e mi tacqui. Quel capitale, che fu da principio di poco meno che duecento mila lire, per mezzo di certe speculazioni industriali... fatte in Francia... ho più che accresciuto; ed ecco l'origine di quella ricchezza che la gente trova forse misteriosa, e di cui non curo, anzi disdegno di porgere al volgare la menoma spiegazione. A Lei, prima di fare la domanda che sto per volgerle, dovevo dare questa spiegazione; ed anzi, siccome la non è obbligata a credermi soltanto sulla parola, le darò per prova della verità del mio asserto uno scritto tutto di pugno di quel medico, — e la sua firma si può riscontrare e fare autenticare per vera quandochessia — nel quale ogni cosa è narrata per disteso, scritto lasciatomi da lui, appunto perchè in qualunque caso io potessi trionfalmente rispondere ad ogni sospetto che potesse sorgere, ad ogni accusa che mi si potesse affacciare intorno alle fonti di quelle mie sostanze.

— Io non ho bisogno di questo — si credette in obbligo di dire il signor Giacomo, il quale non sapeva ancora a che volesse parare il giovane con siffatti discorsi — per prestar fede alle sue parole.

E Gian-Luigi con maggiore la vivacità:

— Crede Ella dunque che un uomo in queste circostanze, con mezzo milione di patrimonio, possa aspirare senza troppa audacia alla mano della fanciulla d'un'onesta famiglia, d'una fanciulla ch'egli ama più d'ogni cosa al mondo?

Giacomo comprese finalmente; ma la cosa gli giunse così inaspettata che non ebbe parole fatte e non seppe dimostrare il suo stupore altrimenti che coll'espressione della sua faccia; il giovane inchinandosegli dinanzi con cerimonia, come aveva fatto testè dinanzi a Maria, gli disse con accento solenne:

— Ho l'onore di domandarle la mano di sua figlia, madamigella Maria.

Il signor Benda, tanto meravigliato ancora che non sapeva bene tuttavia se questa domanda gli faceva piacere o no, rispose come rispondono tutti i padri in simili occasioni: esser questo un onore, ma prima di prendere una decisione aver bisogno di consultare la famiglia, e la figliuola sopratutto, eccetera, eccetera, e soggiunse che in quelle tristi circostanze in cui si trovavano, troppo non era acconcio il tempo a pensare e parlare di cose siffatte.

Quercia si credette allora in obbligo di spiegare la ragione per cui non ostante la poco propizia occasione, chè riconosceva ancor egli quella essere tale, avesse pur tuttavia affrettato di avventurare la sua domanda. Disse che il suo amore per Maria era nato ben dapprima ch'egli si fosse introdotto in quella casa (il mentire non gli costava nulla) che ora avvicinandola erasi quell'affetto accresciuto a dismisura, e che, dovendo egli partire fra poco tempo per recarsi in Francia, appunto per quelle sue certe speculazioni che aveva detto averci colà intraprese, e fermarcisi forse un anno ed anco più, non poteva acquietarsi all'idea di partire senza aver deciso il destino del suo amore. Questo era il motivo per cui aveva così bruscamente dichiarato le sue intenzioni, e pregava in conseguenza che non gli si facesse di tanto ritardare, qualunque si fosse, la risposta che invocava.

Il signor Giacomo fissò il dopo dimani per una risposta definitiva, e i due si separarono con una stretta di mano che era più che d'amico, quasi già di congiunto.

Gian-Luigi, uscendo da quella casa, s'affrettò verso il Palazzo Madama, dove domandò di parlare al signor Commissario.

CAPITOLO XIII.

Quando il signor Tofi udì annunziare che il dottor Quercia domandava di parlargli, provò una viva sorpresa che si manifestò in un leggier trasalto ed in un vivace lampeggiar degli occhi sotto le folte sopracciglia. La preda veniva da se stessa all'arrivo del cacciatore: vero era che questa preda aveva unghie ed artigli, ma com'era bene armato altresì il cacciatore a combatterla! Primo impulso del Commissario fu quello di far sollecitamente introdurre questo inaspettato visitatore: ma poi stimò meglio per varie ragioni non mostrare e non aver premura. Quercia, venendo da se stesso ad offrirsi al combattimento, ci veniva di sicuro preparato, munito di buone difese, avendo studiato i colpi e le mosse; conveniva di meglio all'avversario meditare un momento anche lui sul modo di condursi. Non voleva porre piede in fallo; le protezioni che sapeva al giovane acquistate dalle sue attinenze con una certa sfera sociale che aveva ogni autorità ed ogni privilegio, lo impacciavano non poco, non voleva movere un passo più in là di quello che si dovesse, per paura di aversi a ritirar indietro, la qual cosa sarebbe stata sua vergogna e suo danno. Ad ogni buon conto disse alla guardia che gli aveva annunziata quella visita:

— In quanti uomini siete costì?

— Siamo sette.

— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete passare solamente quando avrò suonato.

Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone, il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo stanzino profondamente meditabondo.

Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere, mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava, il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso, poi divenne grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di superiore:

— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi? Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più opportuno.

La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare timorosamente l'ambasciata.

Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:

— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.