Part 23
Maurilio che conosceva l'esistenza dello squarcio di lettera stato trovato su Gian-Luigi quando raccolto nella ruota degli esposti, gli domandò se quella fugace speranza si era annodata a quel pezzo di carta.
— Sì, rispose Quercia: ma non ti posso dire di più.
— Lasciami ancora vedere quel foglio: disse Maurilio come per una subita ispirazione.
Gian-Luigi esitò un momento, e poi andò ad uno stipo dicendo:
— Sì, vo' mostrartelo.
Gian-Luigi non trasse fuor dello stipo un solo fogliolino, ma due: e tornando presso Maurilio cominciò a porgergliene uno. Era quello trovatogli nelle fascie: la metà d'una lettera di poche righe stracciata per lo lungo. Le parole che vi si leggevano non presentavano senso veruno, nè contenevano alcun nome od altra indicazione che valesse a far congetturare in modo anche lontano d'onde e da chi provenisse quello scritto: si vedeva che appositamente era stato scelto quel biglietto indifferentissimo perchè chi lo avesse in mano di quanti non ne conoscessero la calligrafia, non potesse ricavarne il menomo indizio di chi avesse potuto esserne l'autore. Però parecchi squarci di frase avevano colpito Gian-Luigi, ora che aveva riletto e riesaminato le cento volte quel pezzo di carta dopo che gli era capitato in mano quell'altra letterina della medesima scrittura che trovavasi nello scrigno di Nariccia. Capivasi che quel bigliettino lacerato era stato scritto per dar commissioni frettolose e concise a qualcheduno; ed a quelle parole che prima non avevano significato, tenendo presente quell'altro bigliettino, se ne poteva ora facilmente attribuir uno.
Nella carta lacerata che era la metà di destra del fogliolino si leggeva:
-all'ora che v'ho già indi- -zione perchè nulla trapeli -il mio indirizzo e voi tosto -qui dopo la nostra partenza. -Quanto alle somme deposita- -scritto, rimangano presso di voi -cisione.
Nel biglietto trovato appo Nariccia, leggevasi:
«Essa si è finalmente decisa. Lo stato in cui si trova non ammetteva più indugi. Partiremo domani. Preparatemi una quindicina di mila lire; per ora mi bastano; il resto delle somme lascio ancora presso di voi, e vi prego di ritenerle alle medesime condizioni: chè per l'avvenire poi...»
E qui era interrotto, perchè la fiamma aveva divorato il resto.
Era evidente una correlazione fra quei due biglietti, e il cenno di somme depositate presso colui al quale erano scritti e l'uno e l'altro, indicava che erano indirizzati alla medesima persona. Ora questa persona non poteva essere altri, a senno di Gian-Luigi, che Nariccia, presso il quale la seconda di tali lettere era stata ritrovata. Nariccia adunque era in grado di sapere il segreto della nascita di quel bambino al quale, esponendolo, era stata posta come contrassegno di riconoscimento la lettera stracciata: ed egli stesso, Gian-Luigi, quel labbro che poteva rivelargli il suo destino aveva reso mutolo per sempre; imperocchè, informatosi per vie indirette, ma con molta premura, dello stato della sua vittima, l'assassino aveva appreso che perduta aveva con ogni movibilità la facoltà di parlare, e che il medico aveva dichiarato impossibile potesse riacquistarla durante que' pochi giorni che sarebbero rimasti da vivere all'assassinato. Il _medichino_ trovavasi quindi in una strana condizione. Suo interesse immediato era che l'usuraio morisse mutolo e presto: ma il pensare che seco egli portasse il mistero del suo essere eragli pure tormentoso pensiero. Oh! s'egli avesse potuto entrare solo in quella camera dove il vecchio giaceva, richiamarlo un istante alla pienezza delle sue facoltà, strappargli il suo segreto, le prove che forse egli ne aveva, e poi ripiombarlo nell'ombre della morte in cui s'affondava a poco a poco!...
Maurilio esaminò attentamente quel foglio lacero che più volte aveva già visto ancor egli e lo confrontò con quel secondo che Gian-Luigi gli porse eziandio di poi, ed egli pure ne conchiuse ciò che già aveva conchiuso Gian-Luigi medesimo: che quelle due scritture erano state vergate dalla stessa mano e che le erano indirizzate alla medesima persona.
— Io dunque non mi sbaglio? domandò Gian-Luigi, che desiderava ardentemente vedere le sue indicazioni confermate da un osservatore indifferente alla questione, e non facile perciò ad essere illuso dal desiderio: questi scritti sono d'un medesimo autore, ed hanno relazione alla medesima bisogna...
— Certo che sì.... Dove hai tu preso questa seconda lettera?
Quercia tolse vivamente di mano al compagno l'uno e l'altro foglio e rispose asciuttamente:
— Questo non te lo posso dire.... È una trovata che ad ogni modo mi ha da essere inutile.... Si socchiuse un momento l'uscio del mistero, e poi mi fu serrato sul muso inesorabilmente e spietatamente per sempre.
Andò a riporre i due fogli nello stipo, che chiuse accuratamente, e tornò presso Maurilio.
— Tu dunque abiti ora come casa tua il palazzo dei Baldissero?
Accompagnò queste parole con un sospiro, che, se non era d'invidia, era l'espressione d'un intenso desiderio.
Maurilio rispose con un altro sospiro, che era quasi un soffocato gemito di dolore.
— Non ancora... Parto oggi stesso pel nostro villaggio con Don Venanzio, e starò colà non so quanto, forse pochi giorni, forse mesi.
Gian-Luigi guardò Maurilio negli occhi di una strana maniera, come se volesse penetrargli nell'anima.
— Sei un essere originale tu!... Che vuoi andare a fare colaggiù?... Mentre ti si apre a larghi battenti la porta del palazzo incantato dove t'aspettano gli splendori della vita, tu scappi a rintanarti nello squallido tugurio che non ti ricorda se non privazioni, stenti e miseria. Tu hai conservato amore a quello sciagurato paese in cui vivono più sciagurati esseri in sciaguratissime condizioni! È un mistero psicologico che non arrivo a spiegarmi. Per me quella terra, quelle miserabili casipole, quelle desolate campagne non rappresentano che una somma di rabbie, di vergogne, d'affanni. Odio tutto questo, come odio le mie condizioni.
Pose di nuovo una mano sulla spalla del suo compagno.
— Ma tu hai pure un'ambizione che cova sotto quel tuo vasto cranio bernoccoluto... Quale? Avrai tu penetrato nell'intimo della mia anima, senza che io abbia potuto leggere pur una parola nel libro chiuso della tua? Che cerchi tu nella vita? Che pensi? Che tenti? Ora che la sorte mette a tua disposizione mezzi efficaci e potenti, che opera ti vuoi tu imporre, a qual fine usarli, verso qual meta intendi camminare?
Maurilio si sottrasse al tocco della mano di Gian-Luigi, se ne discostò di alcuni passi ed affondando nelle sue manaccie grossolane la sua testa dalle irte chiome, esclamò con una specie di sgomento:
— Non so..... non so nulla di me..... Sono ore tremende queste mie, in cui mi affanno a cercar me stesso... e non mi trovo.
In questa il colloquio dei due giovani fu interrotto dall'arrivo, come già abbiam visto, del signor Defasi e di Andrea, e pochi minuti dopo Gian-Luigi, acconsentendo alla preghiera fattagli dai due nuovi venuti, usciva con loro per tentar di ricuperare il cadavere di Paolina, mentre Maurilio rientrava nel palazzo Baldissero, donde poco dopo, senza aver rivisto altri che il marchese, partivasi con Don Venanzio alla volta del villaggio. Andremo a raggiungervelo fra poco: per ora teniam dietro, se vi piace, allo sciagurato Gian-Luigi, la cui buona stella sta per tramontare, e di cui vengono a precipitare la sorte fatali circostanze ed inattesi avvenimenti.
Parlando egli a chi si doveva per ottenere facoltà di ritirare dal gabinetto anatomico il corpo della Paolina, Quercia udì da quel medico esclamare, poichè la chiesta licenza fu accordata:
— Ah! v'è da ier sera nella _griglia_[1] un bellissimo soggetto, che potrebbe vantaggiosamente rimpiazzare questo che le abbandoniamo.
[1] Chiamavasi e chiamasi ancora la _griglia_ il luogo a Torino in cui si espongono alla vista del pubblico i cadaveri degli sconosciuti.
Gian-Luigi, senza pur saperne il perchè, provò una scossa, e domandò con istrano interesse:
— Una disgrazia? Una morte accidentale?
— Pare un suicidio. Un'annegata che fu ieri pescata nel Po.
— Una donna?
— Sì, giovane... e direi fanciulla, se non la si trovasse in istato _interessante_.
Per quanto poco facile il _medichino_ fosse a commuoversi, il sangue gli diede un rimescolo: ma aveva su di sè tanta forza da non lasciar nulla apparire.
— E non fu conosciuta? domandò egli sbadatamente.
— No... Almeno finora, a quanto io sappia.
— Bella? chiese ancora Gian-Luigi senza guardare il suo interlocutore.
— Bellissima. Delle chiome d'ebano, delle fattezze scultorie, un corpo fatto a meraviglia... Fui chiamato io ad esaminarla per farne l'accertamento legale della morte; ne ho già vedute di molte io donne, e morte e vive, ma le dico in verità che di così ben fatte m'avvenne raro o non mai di trovarne.
— E la fu trovata nel Po?
— Sì, impigliata nella diga del canale Michelotti. Eh uno dei soliti romanzi a tristo fine: una povera giovane sedotta di certo e abbandonata dal suo seduttore. Questa razza di birboni, in simili casi, dovrebbero essi portar la pena dell'omicidio e dell'infanticidio.
Quercia voltò il discorso, e poco stante tolse congedo; ma quando ebbe tutto provveduto quello che occorreva per l'interesse di Andrea, una tremenda curiosità, che lo aveva preso di botto alle parole del medico e non lo aveva lasciato più, lo trasse suo malgrado verso quel luogo funesto ove si vedeva esposto il cadavere dell'infelice. Voleva vedere quell'annegata e temeva. Entrò nel vasto cortile del palazzo municipale, che allora chiamavasi _Corte del burro_, e dove in quel tempo aveva luogo quel tristo spettacolo, con una lentezza prodotta dal contrasto di due forze che in lui si combattevano: un'attrazione ed una ripugnanza, penose ambedue; si venne accostando adagio al folto capannello di gente che si serrava innanzi al cancello di ferro, dietro il quale, in una specie di strombatura profonda circa un metro, sopra una tavola di costruzione laterizia giaceva lungo e disteso il cadavere.
Da principio non potè veder nulla, chè la ressa della gente affollata impediva di penetrare al suo sguardo: ma udì con un'amara irritazione i commenti dei curiosi che gli stavano davanti.
— Che bel tôcco di ragazza! Guarda che sopracciglia!
— E che aria fiera pur da morta!
— Altro che fiera! La par che minacci.
— Ha dovuto morire mandando mille accidenti a qualcheduno.
— La conosci tu?
— Io no.
— Neppur io.
— A me la non mi pare una figura affatto nuova, ma non saprei dire dove l'abbia vista.
— Madonna Santa della Consolata! Così giovane e così bella, e fare una simil fine. Che cos'è di noi se il Signore ci toglie di capo la sua santa mano!
Qualcheduno finalmente di quelli che erano in prima fila si mosse e partì: avvenne un movimento generale di tutta quella piccola massa di gente, e Gian-Luigi potè profittarne per ispingersi avanti. Giunse quasi a toccare il cancello di ferro, fra il capo di due altri curiosi potè insinuarsi il suo sguardo. Era assai tempo che una emozione come quella che sentì in quel punto non aveva scossi i suoi nervi d'acciaio. Vide il cadavere giacente della donna. La riconobbe di subito, e non c'era da esitare, tanto n'erano poco alterati i tratti. Era Ester.
Ella giaceva come persona addormentata, il capo volto un poco dalla parte degli spettatori. Le sue treccie disciolte, gravi per l'acqua ond'erano ancora impregnate, le cadevano sul petto: giallognolo era il pallore della sua carnagione bruna, sì che l'avreste detta una statua d'avorio ingiallita dal tempo. I suoi lineamenti avevano in realtà una severa espressione che non era di collera ma di potente rampogna, d'inesorabile accusa. Era contro il destino, era contro la malvagità degli uomini ond'era stata tratta a quel passo crudele, che s'era ribellato, adontato l'ultimo pensiero della morente sì da imprimere sul volto di lei un tal segno d'implacabile rancore? Gian-Luigi sapeva che cosa crederne; e in faccia a quel cadavere provò un turbamento, qual forse non aveva ancora provato mai, egli che aveva soggiogata al suo perfido volere ogni sensibilità dell'anima. Sentì quasi un'emozione di paura, gli parve che quelle palpebre abbassate e circondate da un livido cerchio dovessero sollevarsi e lanciargli di mezzo alle lunghe ciglia uno sguardo di tremendo sdegno; gli parve che, alla sua presenza, al suo accostarsi, quel cadavere avrebbe dovuto riscuotersi e da quelle labbra violacee uscire una terribil parola.
Qual è mai questo strano effetto della morte che sopra ogni individuo pone un suggello di solenne autorità onde l'animo anche dei più arditi riman sovraccolto? Se quell'audace giovane si fosse trovato innanzi alla persona viva di quella infelice, ch'egli aveva empiamente sacrificata alla sua scellerata passione, non la menoma soggezione, non il menomo turbamento avrebbe pur tocco il suo animo; avrebbe egli freddamente ascoltato ogni rimprovero, sarebbe rimasto incommosso ad ogni lamento, ad ogni lagrima, ad ogni più disperata parola, ad ogni più disperata esplosione di dolore, di furore, di minaccia, avrebbe risposto col silenzio, o colla collera, o collo scherno fors'anco. Invece, innanzi a quel cadavere la sua anima quasi tremava, e il suo sguardo rifuggiva da quella vista, poco meno che timoroso. Non era quello un implicito riconoscimento che oltre quella materia ora inanimata sopravviveva pure ancora alcuna cosa di quella Ester che lo aveva amato, che s'era sacrificata per lui, che in causa di lui era stata tratta a quel fine fatale? E questo non so che d'immateriale, di cui il seduttore non aveva avuto la menoma soggezione durante la sua vita corporea, ora, sciolto dalla sua servitù al corpo, aveva acquistato un'autorità, una maggioranza che ne imponeva a colui che aveva perduto quell'anima, colui che il destino, una giustizia superiore forse aveva tratto innanzi a quel cadavere. Gian-Luigi subiva questa influenza per istinto, senza rendersene conto; egli il quale non credeva che alla materia, egli che, allevato da un ateo materialista, non vedeva nell'universo che leggi materiali, eterne, allo infuori d'ogni volontà e d'ogni intelligenza di qualsiasi ente superiore, non vedeva nell'uomo che un organismo cui scioglie e distrugge per sempre la morte.
Un popolano che stava in prima fila de' curiosi, presso il cancello di ferro, sentì il fremito d'una delle persone che il premer della folla di dietro gli pigiava addosso; si volse, vide la faccia autorevole, le sopracciglia aggrottate, lo sguardo imponente di un uomo signorilmente vestito, e per quella deferenza che è insita in chi si sa umile, povero e nullo, e subisce l'influsso delle apparenze del potere e della ricchezza, si trasse in là e lasciò rispettosamente luogo. Il _medichino_ si trovò egli a contatto del cancello di ferro, e ne abbrancò colla sua mano elegantemente inguantata una sbarra.
— È dessa, è proprio dessa: si diceva egli con una contrarietà quasi rabbiosa della propria impotenza. La è morta e non c'è rimedio... Non v'è Dio nè diavolo che potrebbe far rivivere quelle forme, che potrebbe riaggiustare quella macchina infranta... Disgraziata!... Io avrei pur trovato modo di salvarla!
Egli l'avrebbe fatta sottrarsi in qualche riposto luogo all'ira del padre, al disprezzo della gente; colà quella passione che nell'infelice non era ancora estinta per lui avrebbe conservato ai desiderii della sua ardente natura quella giovanile bellezza pur tanta. Qualche cosa come un desiderio, che era un'empietà innanzi alla rigidezza di quel cadavere, sorse nel pensiero scellerato di quell'uomo reo di ogni colpa. La memoria nella sua fantasia venne a dare alle forme di quella povera morta le sembianze della vita rigogliosa, con tutta l'ardenza del sangue giovanile che aveva conosciuta in lei. Rivide quelle braccia, ora abbandonate, levarsi e con nodo tenace e soavissimo avvincergli il collo; rivide quel candido petto anelante premersi contro il suo da fargliene sentire il palpito; rivide lo sguardo pieno di fiamme; quasi risentì sulla bocca il bacio ardente di quelle labbra ora allividite e contratte dall'agonia suprema della morte.
In quel momento, per rifare di quella morta l'Ester che era stata poco tempo innanzi, Gian-Luigi avrebbe dato non so che. Strinse quasi convulsamente colle mani le barre di ferro a cui si appoggiava, e chinò il capo verso il cadavere, quasi volesse, quasi sperasse potere, col suo, soffiare in esso di nuovo l'alito della vita; ma ad un tratto, come un ghigno mefistofelico, guizzò tra i suoi pensieri.
— Stolto: si disse; mi sarei sopraccaricato d'un imbarazzo che mi avrebbe impacciato nelle mie faccende fin troppo, e che non avrebbe tardato a non darmi più che fastidii e noia: la poverina, per mio vantaggio, fu bene ispirata. I morti non tornano più, non imbarazzano più nessuno, non fan più male di sorta.
Egli si sbagliava: la morte d'Ester doveva concorrere ancor essa alla perdita di lui, oramai decisa dalla giustizia di Dio.
Mentre Gian-Luigi, tornato in tutta l'empia freddezza del suo spirito, fattosi quel ragionamento per cui conchiudeva che la morte di Ester era una sua ventura, stava per ritirarsi di là, avvenne un movimento nella folla, che gl'impedì di aprirvisi il passo.
Un povero vecchio, vestito di miserissimi panni, faceva ogni sforzo per ispingersi innanzi verso la cancellata, e siccome deboli aveva le forze, e un tremito ne scuoteva le membra, così da non poter avanzare in nessun modo in mezzo alla folla, egli si era messo a supplicare con voce piagnucolosa e rotta dall'affanno:
— Per carità, mi lascino passare... Mi dicono che la è una giovane... Io ho perduta mia figlia... Mi lascino vedere se la è mia figlia.
Il _medichino_ riconobbe la voce fioca e l'accento nasale di _Macobaro_. Tanto più avrebbe voluto affrettarsi a partire; ma il movimento fatto dagli astanti per dar passo al vecchio, e poi quello di curioso interesse che li faceva restringersi intorno al padre della morta, per assistere alla scena che stava per aver luogo, impedirono affatto a Gian-Luigi di allontanarsi. Il rigattiere ebreo giunse alla cancellata, e s'aggrappò ancor egli colle scarne mani tremanti alle sbarre di ferro. I suoi luridi panni frusti e sporchi toccavano l'elegante pastrano di Gian-Luigi; ma egli non vedeva nessuno, non poteva veder null'altro che quel cadavere di donna che gli stava disteso dinanzi.
Lo guardò per un poco, fiso, in silenzio, immobile, senza trarre quasi neppure il fiato. Pareva che stentasse a riconoscerlo, che non volesse prestar fede all'evidenza, che credesse quella non altro che un'illusione ed aspettasse vedersela dileguata. Ma ad un tratto mandò un grido che si poteva dire un urlo.
— Mia figlia! Mia figlia! esclamò egli tendendo le braccia traverso le sbarre, come se la volesse afferrare, e prendersela e seco portarsela: è mia figlia.
Ogni traccia di quell'odio che ultimamente aveva improvviso concepito per la colpevole, ogni sdegno contro di lei, sparì di botto nel misero padre, per lasciar rivivere in tutta la sua forza quel primitivo amore ch'egli sentiva per essa, quasi uguale a quello che aveva pel suo tesoro. Ricordò ancor egli di colpo, e tutto ad un tratto, il passato di quella infelice: quando era bambina, quando accoglieva con un sì bel sorriso il padre al suo ritorno in casa, quando gli dava il bacio della sera ed il saluto del mattino; quando vivevano sì lietamente in quell'oscuro quartieretto che la bellezza di lei illuminava. E tutto ciò era cambiato poichè un infame era venuto a cacciarsi in mezzo a loro. Ricordò la mestizia sopraggiunta in Ester; poi tutte le scene tremende che erano succedute; per ultimo la tremenda maledizione con cui egli aveva flagellata la figliuola, quando il caso glie l'aveva fatta ritrovare fuggitiva nell'oscurità vespertina della strada. Si percotè coi pugni chiusi la fronte; si strappò i capelli grigiastri che gli pendevano alle tempia.
— Eterno Iddio! esclamò: perchè hai tu dato ascolto alla maledizione d'un padre?... Disgraziato! Disgraziato!... Sono io che l'ho uccisa... Io, ed un altro!... Un altro! soggiunse con accento d'odio infinito levando al cielo i pugni stretti e gli sguardi infiammati.
Un istinto parve avvertirlo in quella che l'_altro_ di cui parlava era lì, al suo fianco, sì da toccarsi, e che Dio li aveva voluti appunto raccogliere insieme innanzi al cadavere della loro vittima. Si volse di scatto e i suoi occhi che brillavano ferocemente in fondo alle sue occhiaie infossate, s'incontrarono nelle pupille fieramente corrusche di Gian-Luigi.
_Macobaro_ mandò un'esclamazione gutturale che pareva un grido belluino, e sulla sua faccia cinerina e macilenta corse un lampo come di gioia feroce. Afferrò con una delle sue mani fatte ad artigli, dalle dita lunghe, scarne, nere, unghiate, il braccio di Quercia e disse:
— Ah sei qui tu?... Vedi, vedi che hai fatto di mia figlia... Rendimi la mia figliuola, scellerato!
Una subita e viva emozione corse il cerchio degli spettatori. Gian-Luigi non si scompose: con un moto ratto e violento del suo braccio robusto rigettò da sè il vecchio ebreo, e prese una mossa come di difesa. Intorno a lui si fece un po' di largo e tutti gli occhi erano conversi su questi due personaggi che accennavano rappresentare una scena interessante di dramma innanzi a quel cadavere di donna.
Quercia girò intorno i suoi occhi che facevano chinare innanzi a sè tutti gli altri.
— Quest'uomo, disse pacatamente, od è pazzo, tratto fuor di senno dal dolore, od è illuso da una strana rassomiglianza... Io non lo conosco.
_Macobaro_ diede un balzo, come se volesse lanciarsi addosso al giovane elegante: ma questi lo prevenne, gli pose una mano sulla spalla, e guardandolo in certo modo speciale, come il domatore di fiere guarda il tigre che vuol ribellarglisi, soggiunse lentamente:
— Io non vi conosco brav'uomo. Guardatemi bene, e vedrete che siete vittima d'un errore.
Mai gli occhi neri del _medichino_ non avevano avuta tanta efficacia, tanta imponenza, tanta autorità. Il vecchio avrebbe voluto resistere a quell'influsso, ma non potè: la forza di quella individualità più potente, l'abitudine di cedere ad essa, la soggezione di quell'autorità che il _medichino_ aveva saputo acquistarsi e sapeva difendere e mantenere, ebbero ancora la loro efficacia in _Macobaro_; curvò il capo innanzi al suo superiore e sottrasse le sue pupille dallo sguardo di quelle di lui.
— Mi conoscete voi dunque? domandò Quercia.
— No, no, balbettò il padre di Ester, guardando sempre per terra. Perdoni ad un povero vecchio che non sa più quel che si faccia.
Gian-Luigi fece un gesto da eroe che mostra la sua clemenza, e s'allontanò lentamente. Jacob non rivolse più verso di lui nemmeno uno sguardo; si voltò verso il cadavere della figlia, e tendendo le due braccia traverso le sbarre, le disse piano piano che niuno potesse udire:
— Sta, sta tranquilla che ti vendicherò... Ci vendicherò tuttedue.
Poscia si levò di là ed allontanossi con passo barcollante. Pochi minuti dopo egli era in istretto colloquio con Barnaba, la cui ferita era in via di guarigione così bene che già poteva egli sedersi sul letto.