La plebe, parte IV

Part 22

Chapter 223,824 wordsPublic domain

«L'associazione è una forma non dirò novella, ma rinnovellata dall'attività dello spirito moderno. È una leva taumaturga in mano ai santi principii della democrazia, che muterà faccia al mondo. Associazione industriale di capitali per giungere a forza maggiore di produttività; associazione fraterna, quasi direi cristiana, di salarii per dare all'operaio la sicurezza dell'avvenire e la dignità della vita presente, il pane della vecchiaia e il miglioramento materiale delle sue condizioni; associazione del capitale e del lavoro, i due gran fattori della ricchezza nazionale, per ottenere il comune accordo, il comune vantaggio, cessando un fatale ed illogico antagonismo.

«L'associazione permette ad un'accolta d'individui, isolatamente deboli, di avere una grande potenza. L'idea di associarsi è un'idea sana, perchè proviene da uno dei sentimenti più profondi e più speciali nell'uomo; è il principio della solidarietà, principio essenzialmente umano, essenzialmente cristiano, fruttuosamente applicato e sancito. Per questo mezzo gli operai possono unirsi affine di produrre essi stessi, esercitare un'industria, una manifattura, possono provvedere al mantenimento loro con meno costo di spesa, procurarsi alloggi, vitto, istruzione a miglior mercato, possono cambiare i loro risparmi in capitali che loro dieno sempre crescente interesse. L'associazione fra capitale e lavoro, quella che fa partecipare ai benefizi del principale l'operaio, sorride al mio pensiero come la più acconcia a metter pace fra il possidente ed il proletario, a far sparire quest'ultimo, ad accrescere il benessere del lavoratore. Il povero e l'ignorante cesserebbero d'esistere, e con essi molti dei delitti cui procurano l'abbiezione dello spirito e la miseria. Quel sovrano che procurasse al suo popolo cotal pacifico rivolgimento, sarebbe più grande di Cesare e di Alessandro, meriterebbe l'entusiasmo dei presenti e dei posteri più che la sanguinosa gloria di Napoleone.

Carlo Alberto guardava sempre fiso il giovane democratico che parlava con calda eloquenza cui la nostra fredda e povera prosa non valse menomamente a ritrarre, mentre dagli occhi, quasi direi dalla fronte eziandio, uscivano fiamme. La faccia del Re rimaneva impassibile; ma in fondo in fondo alle pupille, dietro la velatura abituale del suo sguardo, si sarebbe pur detto che alcuna favilla si rifletteva di quel fuoco che divampava nell'anima e nelle parole del giovane. Alla intelligenza nobilmente ambiziosa di quel discendente di monarchi, appariva come una terra promessa di splendore e di gloria rivelatagli dall'entusiastico discorso del giovane plebeo. Egli vi si affacciava e rimaneva affascinato e spaventato in una dalla splendida visione, e sentiva un impulso di effettuare quell'apparsagli chimera, e gli pareva pregustare la dolcezza di applausi infiniti di tutto un popolo fatto felice, di tutta una società rinnovellata.

Ma dopo un poco il Re scosse la testa e disse colla sua voce senza vibrazione e col suo accento quasi melanconico:

— Ma queste sono idee generali, vaghe come le fantasie d'un sognatore che non si trovò mai alla pratica delle cose. Come farebbe Ella se avesse da tradurre in atto cotali suoi principii?

— È il fatto di poche leggi. Una che renda più libera e più mobile e quindi più accessibile che si possa la proprietà. V. M. ha già fatto molto a questo riguardo nel suo Codice civile: bisognerebbe spingersi più in là, e forse non di un solo passo. Un'altra legge che rendesse obbligatoria l'istruzione affidandola ai Comuni; e compagna a questa la legge che desse la più ampia libertà ai Comuni medesimi ed alle Provincie. La legge quindi che permettesse le associazioni; e per ultimo una politica costituzione rappresentativa.

— E se il popolo abusasse di tutte queste cose? domandò il Re fissando sempre il suo sguardo sul volto del giovane.

— Ne abuserà di certo: rispose questi francamente: finchè dall'abuso abbia appunto imparato il modo di servirsene a dovere. Si tenga un uomo per anni ed anni legato sopra una seggiola senza lasciarlo muovere, e poi lo si liberi: è certo che nei primi passi che farà camminando, egli traballerà....

— Gli sarà dunque mestieri d'un sostegno.

— Sostegno al popolo saranno l'autorità della legge e l'azione del governo che colle nostre abitudini sarà per molto tempo fin troppa.

Carlo Alberto sviò gli occhi da quelli di Maurilio, chinò la fronte nell'ombra e si tacque. Rimasero ambidue per alcuni minuti in silenzio: poscia il giovane si appoggiò con audace famigliarità alla tavola ed abbassando alquanto la voce, riprese a parlare.

— E di questa guisa si redimerebbe eziandio da ogni influsso straniero l'Italia.

Il Re si scosse leggermente, sollevò un istante le palpebre, ma tornò ad abbassarle senza far motto.

— Simili riforme, continuava Maurilio, compite da V. M. nei proprii Stati, richiederebbero di necessità le uguali nelle altre regioni italiane. Per quanto si faccia a tenerle divise, le parti della Penisola sono oramai, più che materialmente, moralmente unite da un comune concetto che è un comune bisogno. Un progresso in una italica provincia si ripercote in tutte le altre, crea la necessità d'imitarlo in tutti i governi. V. M. facendo del Piemonte un modello di Stato libero e colto alla moderna, trarrà a forza con sè, dietro sè, tutti i Principi e i popoli d'Italia. E allora l'Italia avrà una forza reale e superiore ad opporre all'Austria.

A questo nome Carlo Alberto fece un moto come se volesse interrompere; ma quel moto lasciò a metà e permise il giovane continuasse.

— Non è coll'armi, almeno per ora, e se un miracoloso caso non intravviene, che l'Italia possa mai combattere il suo eterno nemico: bisogna vincerlo colla civiltà. Più delle baionette valgono in questa lotta le idee, e bisogna colla istruzione spargere e fecondare le migliori e più sane idee nel popolo italiano, affine di prepararlo e guidarlo ad una supremazia morale ed intellettuale, la quale si convertirà necessariamente anche in politica ed economica. Conviene che non c'illudiamo sulla vera condizione delle cose. Una nazione non soggiace ad un'altra, se non perchè questa seconda val più della prima intellettualmente e moralmente: e ciò sopratutto nell'evo moderno. Una volta era la sola forza materiale che dava il primato; ora la forza materiale non ha valore se non si rincalza con quella del sapere. Noi Italiani abbiamo il coraggio di dircela questa verità, soggiaciamo a dominio straniero, perchè la razza germanica, un governo rappresentante della quale ci tiene soggetti, è più innanzi di noi nella via del progresso, nell'istruzione, nel lavoro, nel sentimento del dovere, nella moralità. Facciamo di passarle innanzi noi, prepariamo delle generazioni più colte ed oneste, ed avremo procacciata, se non la nostra, la redenzione dei nostri figliuoli. Sarà forse necessaria anche allora una lotta materiale; ma avvenendo questa quando la gara nella coltura sia già vinta, sarà più facile e più sicura la vittoria.

Carlo Alberto rialzò il capo e fece vedere quel suo misterioso sorriso.

— Le sue sono idee generose, ma quanto sieno attuabili conoscerà fra qualche anno, allorchè l'età abbia di meglio maturata la sua mente. Ella è molto giovane, e del quesito così complesso non abbraccia tutte le parti, e della libertà e de' suoi effetti ha concetto non esatto e cui smentiscono le storie. La consiglio a riflettere e studiare, e valersi dei lumi e della molta esperienza di colui che la sua fortuna le volle dare per zio, l'egregio marchese di Baldissero, nostro fedele e benemerito ministro.

Maurilio avrebbe avuto mille cose da rispondere ancora: il suo concetto della libertà avrebbe voluto spiegare e confermare coll'esempio degli Stati Uniti d'America; ma l'accento del Re mostrava che il colloquio doveva finire; si alzò e stette in piedi presso la tavola in mossa rispettosa di attesa. Carlo Alberto prese lo scartafaccio del giovane che gli stava innanzi e glie lo porse.

— Eccole il suo scritto. Lo rinchiuda nel suo scrigno ed aspetti a leggerlo fra cinque o sei anni. Vedrà allora che ben diversi giudizi porterà sulle cose e sugli uomini.

Fece un cenno di capo che era un congedo; e Maurilio, preso con mano sollecita il suo quaderno, s'inchinò ed uscì, il capo confuso e il passo barcollante. Nella camera vicina ritrovò il marchese che lo attendeva. S'avviarono senza dirsi una parola, salirono nella carrozza che stava sul viale, e furono ricondotti al palazzo. Maurilio si teneva il viso nelle mani e respirava con alito affannoso. Il marchese ad un punto discretamente volle mettere il discorso sul colloquio avuto col Re.

— Non so, non so più nulla: rispose con impeto il giovane. Credo che nella mia mente s'è dileguata per un'istante la nebbia. Ora è tornata più cupa ed opaca di prima.

Il Re aveva seguìto col suo sguardo il giovane liberale che partivasi da lui. Ne' suoi occhi c'era un interessamento benevolo. Quando fu solo, s'alzò e si mise a passeggiare lentamente, con passo che pareva quasi guardingo, sul tappeto della camera.

— Gioventù, gioventù! mormorava egli fra se stesso. Credono poter da un giorno all'altro cambiar faccia al mondo. Quelle riforme sarebbero la negazione del Governo: sarebbero il suicidio della monarchia. Riforme!... E l'Austria me ne lascierebbe compire?... Ha ragione. Bisogna rendersi superiori d'animo e di mente ai Tedeschi: ed è appunto quello che Vienna non permetterà mai.

S'accostò al camino, posò il gomito alla tavola di marmo e chinando la sua alta persona, guardò il fuoco, come se in quella fiamma ed in quelle braci gli apparissero chi sa quali visioni.

E strane visioni gli si spiegavano veramente dinanzi. Vide campi biondi per messi abbondanti, e lieti villici lavorare allegramente cantando; vide officine piene del gaio tumulto del lavoro, e magazzini riboccanti di merci, e battelli a vapore sul mare, e treni di ferrovie per terra spargere in ogni dove prodotti e ricchezza; vide città e villaggi puliti, ordinati, tranquilli, e scuole piene di giovani e di bambini, e chiese piene di fedeli; vide un popolo, onesto, laborioso, agiato e in mezzo un uomo dalle sembianze modeste passare con un sorriso paterno, accompagnato dalle benedizioni di tutti: ed una voce gli pronunziava all'orecchio le seguenti parole: «la gloria di Washington.»

Poi un'altra visione succedeva. Erano campi di guerra in cui dominava la strage. Tutto un popolo che sorgeva infiammato da patrio fervore ed accorreva in armi sotto una bandiera in cui splendeva una bianca croce, quella di Savoia; schiere di prodi che si precipitavano impetuosi contro le fitte falangi, contro i baluardi del nemico oppressore; una pioggia di palle, una tempesta di fuoco, un orribile avvolgimento di morte, e in mezzo a questo turbinio spaventoso un uomo più alto di tutti, a capo di tutti, che, la spada imbrandita, il coraggio negli sguardi, si slanciava dove più forte il pericolo a strappar la vittoria; e un lungo, sonorissimo plauso d'esercito e di popoli, e un'eco imperitura nelle pagine degli annali umani.

— O l'una o l'altra di queste glorie; si disse con un'interna concitazione cui non nascondeva compiutamente la freddezza abituale delle sue sembianze.

Alla sua fantasia di re guerriero, discendente da principi guerrieri, sorrideva maggiormente la gloria del guerriero. Un altro pensiero venne a farlo sorridere a quel suo modo misterioso. Oh vedere umiliata dalla sconfitta l'Austria, che lui aveva umiliato coll'oltraggio ed umiliava tuttavia col sospetto!

— O l'una o l'altra di tali glorie, ripetè; e perchè non tuttedue?

Sollevò il capo. Nell'alto specchio vide la sua pallida fronte e la sua scarna faccia, che sembravano, nell'ombra mandata dalla ventola, la faccia e la fronte d'uno spettro. Si trasse per moto istintivo indietro d'un passo, vide ad un tratto tutti gli orrori della guerra: morti e morenti, e saccheggi ed incendi e rovine. Si passò la mano sulla fronte, deviò lo sguardo dallo specchio e disse curvando il capo:

— Sia quello che vuole il nostro Signore Iddio!

CAPITOLO XI.

Una strana notte fu quella che passò Maurilio. Non dormì e non fu sveglio; non ebbe sogni e le più matte immagini di chimere danzarono nella sua turbata fantasia. Il povero villaggio in cui era stato allevato e le sontuosità cittadine, il fienile in cui bambino aveva tremato del freddo e la camera in cui aveva parlato al Re, la modesta pulita stanzina in cui gli faceva scuola il parroco e lo studio severo del marchese, Menico e la Giovanna, Nariccia e il signor Defasi, Don Venanzio e il marchese, Francesco Benda e gli altri amici suoi, e Carlo Alberto, e il Commissario di Polizia, e _Stracciaferro_ e _Graffigna_ suoi antichi compagni di carcere passavano e ripassavano innanzi alla sua mente in una confusione di scene senza senso e senza nesso che s'avvicendavano, sparivano, tornavano, si interrompevano, si ripigliavano con un tormentoso brulichio del cervello.

In quel disordine predominavano, affacciandosi di quando in quando, due figure: una quella della splendida bellezza di Virginia che gettava su quel caosse il raggio d'un suo sorriso provocatore; l'altra quella di Gian-Luigi che appariva tratto tratto con un aspetto mefistofelico a far suonare in quel tumulto un ghigno di scherno. Virginia, nè pure il più pazzamente audace de' suoi sogni avuti fino allora non glie l'aveva mostrata mai di quella guisa. La gli veniva dinanzi disciolte le chiome d'oro, sparse sull'eburneo seno trasparente fra il velo di seta che le facevano quegli abbandonati capelli; la si chinava verso di lui dal piedistallo di nubi rosate sopra cui s'ergeva oltre la comune altezza dei mortali: gli lanciava nel volto, negli occhi, nel cervello, nel cuore un sorriso d'indefinibile procacia, un sorriso di seduttrice, un sorriso di donna tocca dal dito impuro d'Asmodeo, ed una voce vibrante come un acuto stromento metallico gli diceva: «Amami, amami, fammi tua.» E la vaga forma gli protendeva le braccia e coll'influsso del suo sguardo non umano lo attraeva a sè così che a lui pareva esser levato nell'aria, ed accostarsi, accostarsi la sua bocca desiosa a quella bocca di sì desiato riso: ma quando già erano per toccarsi le labbra frementi, quando già si fondevano l'una nell'altra le fiamme dei vividi sguardi, ecco una voce di rampogna tremenda gridargli all'orecchio: «Empio! è tua sorella.» Ed egli ricadeva di botto con dolorosa scossa sul suo letto, come un Titano fulminato dalla soglia dell'Olimpo alle rupi della terra; e tutto gli si scombuiava dinanzi, e perdeva ogni coscienza di pensiero per non conservar più che un senso indefinito, vago, ma profondo, d'inenarrabile dolore.

Poi nella notte tenebrosa della sua mente ricominciavano da capo a disegnarsi incertamente delle forme che via via, man mano prendevano più corpo e venivano a sfilargli dinanzi in una processione che gli rappresentava frammisti, intralciati i fatti del suo passato, le vicende mirabili del presente, e le possibili avventure del futuro. Allora veniva poco a poco architettandosi un romanzo impossibile di successi della sua vita ambiziosamente lieti; gli si veniva disegnando dinanzi un quadro di grandi e nobili venture delle quali egli era il benemerito eroe, finchè di dietro in quella tela dava del capo e la sfondava apparendo con uno scroscio di cachinno una figura ironica e beffarda, quella di Gian-Luigi, che gli gridava con accento fra la collera, la compassione e il disprezzo:

— Imbecille! Non t'accorgi tu che tutto questo è un sogno? Tu saresti un discendente di nobile prosapia, ed io sempre un miserabile bastardo d'ignoti genitori? Eh via! È impossibile. Metti l'animo in pace, e torna a nasconderti nella tua nullità.

L'alba tardiva della giornata invernale rompeva le tenebre della notte, e la mente di Maurilio, stanca di questa sequela di febbrili visioni, era caduta in un torpore che non era riposo, ma che era pure una sospensione da quello strano e doloroso travaglio. Giacque inerte per alcun tempo, senza più idee, senza propositi, senza pensieri. Pur due immagini vegliavano ancora, per così dire, benchè non avvertite, in fondo a quella nebbia dell'intelligenza; e quando il giovane aprì gli occhi alla luce del giorno, che s'era fatto pieno, e tornò nella precisa cognizione di sè, le trovò ambedue chiare e spiccate, ma ora nell'essere loro naturale presentarglisi come due doveri da compiere. Bisognava fuggire Virginia, almeno per alcun tempo, finchè la forza della volontà fortemente impiegata avesse sostituito l'affetto fraterno a quella ora scellerata passione d'amore; conveniva apprendere al suo compagno d'infanzia e di sorte la ventura del suo destino. Ad ottenere il primo scopo già aveva deciso partire quella stessa mattina con Don Venanzio, e presane licenza dallo zio; per la seconda cosa da farsi determinò andare senza indugio a narrare ogni cosa a Gian-Luigi.

Questi riposava ancora nel suo letto sontuoso nella camera elegantissima del suo ricco quartiere. Maurilio insistette presso il servitore così che ottenne il suo nome fosse annunziato tuttavia al padrone, il quale diede ordine il mattiniero visitatore fosse tosto introdotto.

Marullo aprì le imposte della finestra, fece passare il giovane e si ritirò.

Gian-Luigi si sollevò alquanto della persona in mezzo al candore delle sue finissime lenzuola, puntando il gomito sui cuscini, e collo sguardo curioso più che colla parola interrogò il compagno.

— Tu a quest'ora? disse. C'è egli qualche cosa di nuovo?

Maurilio, senza parlare, fece col capo un grave cenno di sì.

— Oh, oh! esclamò Quercia, balzando sul letto, il tuo viso mi annunzia che non le sono bazzecole. Da coricato non sono capace d'ascoltar cose gravi. Aspetta un momento che salto giù e in un attimo sono preparato a darti udienza. Siedi costì presso al fuoco e prendi un sigaro, se ti piace fumare.

Il visitatore rifiutò con atto cortese, s'accostò al camino e volgendo al fuoco le spalle stette in piedi ad aspettare, mentre il suo sguardo esaminava non senza curiosità le signorili suppellettili di quella stanza. Il letto era incortinato di seta, di velluto finissimo eran ricoperte le seggiole, di Persia era il tappeto sul pavimento, di legno d'India erano i mobili intarsiati con belli ornamenti ed adorni di fregi di metallo indorato: l'orologio a pendolo era un amorino d'oro che faceva all'altalena sopra un cespuglio di rose smaltate: sopra la pietra di marmo del comodino stavano due pistole di bella fattura ricchissimamente adorne d'argento niellato.

Gian-Luigi che si aggiustava il goletto della camicia innanzi all'alta spera fino a terra dell'armadio d'un bel lavoro di scorniciature e d'intaglio, vide entro lo specchio lo sguardo che Maurilio posò e tenne fermo su quell'armi. Si volse indietro e gli disse:

— Ah ah! tu guardi que' gingilli eh? Prendili in mano ed esaminali, se ti piace questa fatta lavori. E' sono un certo arnese che diventano ormai indispensabili, chi vuol pararsi contro ogni pericolo.

— È vero: rispose sbadatamente Maurilio che poco metteva attenzione a questi discorsi indifferenti; e l'assassinio di quel povero Nariccia è cosa da mettere in apprensione qualunque.

Quercia si volse subitamente in là, e non parlò più. In pochi minuti però ebbe finito di vestirsi, e serrandosi ai lombi i cordoni di seta d'una veste da camera di lana finissima foderata di raso celeste, venne a sedersi presso il fuoco in una poltrona a sdraio.

— Eccomi a te, disse allora. Siedi o sta ritto, come ti piace, e parla... Ma forse ch'io indovino la cagione della tua venuta. Tu hai pensato di meglio alle parole ch'io ti dissi pochi giorni sono, e sei venuto a modificare la risposta che allora tu mi hai data.

Maurilio scosse lentamente la testa.

— No: rispose. Sono venuto ad apprenderti una grande e strana fortuna che mi tocca: sì grande e sì strana che non posso crederci ancora.

Si chinò verso il suo uditore e colle più brevi parole che gli fu possibile, concitatamente gli raccontò tutto quello che gli era avvenuto.

Gian-Luigi, al primo annunzio di quel fatto, aveva mandato un'esclamazione e dato un trabalzo. Poi la sua faccia aveva presa un'aria d'incredulità che assai si accostava a quella beffa ironica, cui nelle fantasie della sua notte Maurilio aveva visto all'immagine di lui; quindi, mentre l'espositore più e più veniva narrando ed adducendo le prove e certificando l'avvenuto riconoscimento, quell'espressione s'era scambiata a poco a poco in un'altra ancora meno benevola e niente soddisfatta. Lo sguardo nero di Gian-Luigi stava fisso con niquitosa intentività sulla faccia del parlatore: v'erano lampi d'odio e d'invidia, vi appariva una voglia intensa e sterminata che tutto ciò non fosse vero: ad un punto quello sguardo divenne quello con cui un derubato perseguita e rampogna il rapitore del suo bene: esso pareva voler dire: «Sciagurato! quello era mio destino, quella avrebbe dovuta essere mia ventura, e tu me l'hai rapita.»

Vedevasi che i suoi sentimenti erano sì forti che egli non pensava nemmeno più a nasconderli. Maurilio se ne sentì una pena, un'amarezza, quasi uno spavento entrargli nell'anima. Finì precipitosamente il suo discorso, quasi impacciato, quasi vergognoso di sè, e chinò gli occhi poco meno che un reo dopo aver confessato la sua colpa. Gian-Luigi anche lui aveva chinato gli occhi; era divenuto pallido e ombre indefinibili venivano e andavano sulla sua bella fronte. A un tratto, senza pure una parola, s'alzò, incrociò le braccia al petto e fece due o tre giri per la stanza a capo chino. Poscia si fermò improvviso; allentò il nodo delle braccia e le lasciò cadere lungo la persona, sollevò la testa e si riscosse come per farsi cadere di dosso il peso d'un uggioso pensiero; illuminò la sua leggiadra faccia d'uno dei più graziosi suoi sorrisi.

Venne presso a Maurilio e con mossa cordialissima gli tese la destra.

— La tua felice ventura, diss'egli, lo confesso, per primo ha trovato in me un invidioso. Tutti abbiamo più o meno un demone interno che alla felicità del nostro fratello si adonta perchè la non è toccata a noi. A te dunque l'effettuazione delle più care speranze... a me nulla. Io non mi potrò dunque trar mai dall'ignobile condizione di trovatello che nascondo come una vergogna. Non verrà la fortuna ad aprirmi a due battenti la porta del mondo legale, nè varrà mai la mia attività e la mia ambizione a sfondarle con prepotente successo..... Condannato a perire, peggio che nell'oscurità, nell'ignominia.

Maurilio protestò con un'esclamazione contro la verità di queste ultime desolate parole; Luigi atteggiò le labbra ad un misterioso, amarissimo sorriso.

— Sarà così: riprese. Sii tu almeno felice! Tu hai cervello e polsi da stare in mezzo ai leoni; poichè la sorte vi ti caccia, sappiti farvi il tuo luogo e la tua parte.

Si passò la destra, che aveva tolta più fredda che un pezzo di marmo da quella di Maurilio, sulla fronte come per iscacciarne l'ultima ombra di turbamento e di mestizia.

— Che pensi tu di fare?

— Non so: rispose con voce appena da udirsi Maurilio, la cui mente pareva ad un tratto sviata a tutt'altri pensieri.

— Non sai? esclamò Gian-Luigi. Ecco sempre i soliti giuochi di quel demone dell'azzardo! I suoi favori cascano su quelli che sono impreparati a riceverli... Ah! se io fossi a luogo tuo!...

S'interruppe e tornò a fare alcuni giri per la stanza; poi venne in faccia a Maurilio che stava sempre in piedi presso il camino e gli pose le due mani sulle spalle.

— Ho sperato anch'io potere un dì rivendicare come miei un nome ed una famiglia... Pochi giorni sono mi venne in mano quasi un bandolo della matassa.....

— Come! in che modo? chiese con interesse Maurilio richiamato dagli atti del compagno a fare attenzione alle parole di lui.

Ma un ratto annuvolamento ebbe luogo sul volto di Quercia.

— Eh! appena colto il bandolo mi si è strappato di mano.... Oh chi potesse trovar modo d'andare a chiamare il suo segreto ad un cadavere!...