La plebe, parte IV

Part 17

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L'Arcivescovo di Torino, che era presente eziandio, e pareva sonnecchiare tranquillamente, all'udir nominare la Chiesa arricciò il suo naso rubicondo ed aprì i suoi occhietti vivaci.

— Sire: diss'egli, senza lasciar tempo di rispondere al Riformatore degli studi; l'istruzione la si dia tutta, e popolare e non, in mano della Chiesa; ed anche lo Stato se ne troverà bene. Noi faremo di tutti dei buoni cristiani e dei sudditi fedeli.

Il Re fece un cenno grazioso col capo verso l'Arcivescovo, che poteva significare un assentire, un ringraziamento od un semplice atto di cortesia, e poi si levò in piedi. Tutti s'alzarono: il Consiglio era finito.

Tolsero commiato e se ne partirono tutti; ma Carlo Alberto parlando a Baldissero gli disse:

— Marchese si fermi.

Il marchese, che già s'inchinava presso la porta per partirsi, tornò indietro lentamente verso il Re, il quale, secondo suo costume, s'intromise nella strombatura della finestra che guardava nella piazza.

Baldissero stette aspettando: Carlo Alberto per un poco rimase in silenzio. Con una mossa che gli era abituale, sulla mano del braccio sinistro che teneva ripiegato al petto aveva appoggiato il gomito dell'altro braccio e sosteneva alla mano destra la sua fronte vasta e scialba come quella d'un cadavere.

— Nessuno di quegli uomini mi comprende; mormorava il Re, in modo che parevano sfuggirgli inavvertite siffatte parole. Nessuno ha la intelligenza delle grandi cose, niuno vede al di là dell'oggi, niuno saprebbe indovinare le mie idee ed incarnarle.

Le sue dita si contrassero sopra la fronte, liscia come la lapide d'un sepolcro.

— Ah! se potessi da me! soggiunse, ma così piano che non l'avrebbe pur udito chi avesse potuto mettere il suo orecchio sulle pallide di lui labbra. Se potessi io stesso dar forme concrete al mio pensiero, trovarne il modo d'eseguimento ed aver la forza di porlo in atto!...

Nella sua anima successe in quell'istante fugace, ratto ma vivo, uno di quegli scombuiamenti che la turbavano di frequente: una specie di lotta fra la volontà e l'insufficienza dei mezzi, fra l'ardore dello spirito e la debolezza dell'intelligenza, quando la idea si travede e non si può afferrare, quando s'indovina, s'intuisce confusamente, in nube, il vero, il bene, il bello, e la mente non ha forza di definirselo innanzi in maniera efficace e precisa, così bene che dopo un poco d'inutili sforzi la si accascia sfiduciata e stanca per cadere in balìa d'un'altra mente fors'anche meno elevata, ma più pratica e più operosa.

Il marchese stava osservando rispettosamente il Re, due passi da lui lontano. Carlo Alberto si riscosse e rivolse verso il suo fedele la faccia melanconica e severa.

— La ho pregata di fermarsi, marchese, gli disse, per parlarle di quel cotale, autore del manoscritto da Lei comunicatomi, e che, arrestato come cospiratore, fu, dietro le raccomandazioni di Lei, per mio ordine espresso liberato senza ritardo.

Baldissero fece una lieve mossa per accennare ch'egli era pronto a rispondere ad ogni richiesta. Il Re sviò lo sguardo dalla faccia del marchese e lo fissò vago ed incerto nell'orizzonte traverso i cristalli della finestra: rimase in silenzio e parve aver subitamente volto il pensiero a tutt'altro. Nel suo intimo frattanto meditava, se facesse bene a parlare, se miglior consiglio non sarebbe stato il rinunziare affatto a tutte quelle idee non ancora ben determinate, a tutti quei disegni tuttavia in nube cui aveva desti in lui la lettura delle pagine scritte dal trovatello.

Egli tutte le aveva attentamente lette, molte aveva rilette più volte, e assai meditatovi sopra. Uno strano effetto sulla sua natura facilmente esaltabile, benchè sotto apparenze contegnose e fredde, sulla sua anima tra cavalleresca ed ascetica, inviluppata d'un altissimo orgoglio per la dignità del grado, aveva prodotto quella lettura che rispondeva a certe velleità di audaci pensamenti, a certe aspirazioni di novatore e di messia che brulicavano segretamente in fondo al suo essere di sovrano, innamorato della gloria e che vorrebbe stampare profonda e luminosa l'orma del suo regno. Il fatalismo cattolico del suo spirito alquanto superstizioso, per poco non lo aveva persuaso che era stato Iddio medesimo a mandargli sott'occhi quello scritto in cui erano trattate tante di quelle questioni sociali che preoccupavano la sua mente di re che avrebbe voluto essere riformatore, ed alcune v'erano sciolte. Gli parve che da quelle carte sgualcite su cui una mano febbrile aveva scritto un tanto mondo di pensieri, uscisse come la voce del popolo medesimo il quale avesse acquistato coscienza e sapienza de' suoi destini e de' suoi bisogni e quindi formolasse, ad ammaestrarlo, in linguaggio tra di poeta, tra di statista, le necessità economiche, morali e sociali della nuova vita civile, sentite non avvertite dalla massa comune, e i rimedi acconci alle medesime; la voce, direi, della Sfinge, di cui egli voleva essere l'Edipo e dominarla. L'autore di quelle pagine non era egli l'uomo che invano andava cautamente cercando intorno a sè, e cui gli aveva mandato la Provvidenza? Pensò a quel suo antecessore (e fu pure un glorioso principe quello!), il quale dal nulla aveva innalzato alle prime cariche il Bogino, che fu uno dei più valenti ministri del Piemonte. Se nelle file della plebe trovavasi un ingegno superiore, il quale potesse rendere eminenti servigi alla monarchia e al paese, perchè non l'avrebbe egli tratto di là e postolo in condizione da poter compiere la sua missione? Era suo dovere il farlo; sarebbe stata sua gloria l'averlo fatto. La conseguenza di tutti questi pensieri si fu che egli decise informarsi meglio dell'essere di quel cotale presso il marchese di Baldissero. Ma ora, come già accennai, le solite dubbiezze, che al punto dell'azione assalivano sempre la sua anima esitante, lo facevano restio e come peritoso al parlare.

Il marchese attendeva tuttavia le interrogazioni del Re. Questi ruppe finalmente il silenzio, senza volgere gli occhi su colui che l'ascoltava, guardando sempre con pupille vaghe nel grigio del cielo annuvolato.

— Credono che la plebe non pensi, diss'egli, credono che ignori ancora come un tempo. La rivoluzione francese ha inoculato il veleno nel sangue delle generazioni di questo secolo di qualunque classe; esso serpeggia e si diffonde. Ci vorrebbe sangue e fuoco ad estirparlo. E chi oserebbe fare da Torquemada nel secolo XIX?... Ed ancora! Si riuscirebbe egli forse? Le plebi pensano più che non si creda. Quel zibaldone di temerità, di matte idee, di potenti concetti n'è una prova. Se viene un giorno un'intelligenza superiore che mostri loro la terra promessa d'una riforma sociale? Se acquistano un giorno la coscienza della loro forza? Bisognerebbe fare qualche cosa per le plebi... Ma che cosa? Qual pericolo toccare all'edifizio della società! Come prendersela, dove incominciare, a qual punto arrestarsi? Questo è da definirsi; ed ecco dov'è necessaria l'opera d'un ingegno superiore.

Si voltò allora verso il marchese.

— Lo scrittore di quelle pagine, domandò, Ella lo conosce, lo ha visto, gli ha parlato?

— Sì, Maestà, rispose Baldissero, e l'ho anzi preso per mio segretario.

Il Re lo guardò con espressione di alquanto sospetto.

— Ah! gli è suo segretario?

Ma dinanzi alla nobile fisionomia del marchese ogni ombra di sospetto s'affrettò a sparire dalla fronte di Carlo Alberto.

— Ha fatto benissimo: soggiunse vivamente: e l'aspetto di colui, la parola, come sono?

— Ha l'aspetto d'un uomo che ha sofferto: rispose mestamente il marchese, il quale abbassò gli occhi pensando con rimorso seco stesso di chi fosse la colpa di quelle sofferenze. A prima vista le sue sembianze possono tornare poco o punto piacevoli; ma la sua fisionomia non è quella d'un indifferente. Interessa di botto e la sua fronte fa pensare. Quando parla è in sulle prime peritoso ed impacciato; ma poscia la lingua gli si snoda e l'eloquenza del labbro asseconda assai bene la vivacità dell'idea.

Carlo Alberto atteggiò la bocca a quel suo indefinibile sorriso melanconico e stentato, che pareva insieme timido e falso.

— M'è venuta una curiosità da Califfo di Bagdad. Voglio vedere quest'uomo e discorrere con lui. Ma il Re in questo colloquio non ha da comparire. Lo lascieremo alla porta. Vuol Ella rendermi un servizio, marchese?

— Comandi, Maestà.

— Questa sera conduca da me il suo segretario... non qua, nella palazzina che ho recentemente acquistata sotto il giardino. Alle nove una persona fidata aprirà loro il cancello e li introdurrà in una camera terrena, dov'io sarò ad aspettarli. Quel giovane non deve in alcun modo sapere a chi dovrà parlare.

Il marchese s'inchinò in segno d'ubbidienza.

— Farò secondo gli ordini di V. M., ma le faccio osservare che sarà molto difficile che quel cotale non riconosca l'interlocutore con cui avrà l'alto onore di trovarsi.

— Non credo, disse il Re sorridendo, che le mie sembianze possano essergli tanto famigliari: mi acconcerò di modo e farò che vi sia una luce che giovino a trarlo in inganno....

S'interruppe, esitò un momentino e poi riprese con voce più bassa:

— Se però Ella crede che in ciò possa essere qualche inconveniente.....

— Oh no, s'affrettò a rispondere il marchese. Spero che quel giovane sia degno d'ogni fiducia...

Il marchese era sul punto di svelare al Re il segreto della nascita di Maurilio: ma Carlo Alberto pose fine al colloquio.

— Allora siamo intesi: diss'egli tendendo la mano a Baldissero. Questa sera alle nove.

Il marchese s'inchinò colla dignità d'un gentiluomo: toccò rispettosamente quella mano che gli veniva pôrta, e rispose:

— Alle nove senza fallo.

Carlo Alberto guardò fisamente per un poco la portiera che era ricaduta dietro le spalle del marchese partitosi: e poi disse fra sè, curvando il capo:

— Ho fatto bene? ho fatto male?... Al postutto son sempre in tempo di mandare dire al marchese che non se ne fa nulla.

Il marchese nella sua carrozza, tornando al suo palazzo, era occupato da molti e varii pensieri. Nell'apprezzamento delle cose egli subiva pure l'influsso del suo grado, della sua qualità, della sua educazione. Non si è impunemente nobili, nati ed allevati in corte, servitori devoti di monarchi, senza acquistare una certa dipendenza d'animo verso chi occupa quel supremo dei gradi sociali; anche pel vecchio, valoroso gentiluomo, una parola del Re formava un'autorità indiscutibile. Dei talenti di Maurilio ben aveva egli potuto persuadersi e dalla lettura di quello scritto e dai discorsi dal giovane tenutigli; capace com'egli era d'apprezzar giustamente il vero merito, il marchese non aveva tardato a riconoscere la superiorità di quell'intelligenza; ma pur tuttavia, dopo le parole intorno a quel cotale dettegli dal Re, dopo il desiderio manifestato dal Re di avere con questo sconosciuto un colloquio, s'accrebbe ancora in lui il concetto ammirativo che si era formato del trovatello, e nacque in esso un nuovo sentimento che ancora non s'era fatto vivo verso quell'infelice che gli era venuto innanzi, raccattato, per così dire, nel fango della strada: un sentimento d'orgoglio ch'egli avesse di suo sangue nelle vene, che fosse nato di sua sorella.

— Coi suoi talenti, col mio appoggio e colle aderenze della nostra famiglia, colla stima del Re (e potesse anco acquistarne la benevolenza!) dove non può egli giungere?

Così pensava non senza compiacenza il marchese; ma di colpo venne a turbarlo il ricordo delle parole dettegli da fra' Bonaventura: e se Maurilio fosse davvero quell'incorreggibile rivoluzionario, reo di sovversivi intendimenti da far inorridire? Che farne? Come gloriarsi d'averlo tralcio del proprio tronco? Il Re se ne sarebbe sgomentato ben presto, poi sdegnato: egli stesso, il marchese, quando manifestasse i legami di parentela che a lui annodavano quel temerario, correrebbe pericolo di scadere nella estimazione e nella benevolenza del Re.

Giunse a palazzo e scese di carrozza con animo perplesso. Il suo cameriere gli venne incontro e gli disse coi soliti accento e modi pieni di rispetto:

— Il parroco Don Venanzio attende gli ordini di V. E. nello studio.

Il marchese mandò un lieve sospiro di soddisfazione; avrebbe udito sulle labbra del vecchio prete i consigli della vera religione e la vera voce del dovere.

— Solo? domandò egli.

— Signor no: vi è pure il segretario.

Baldissero sostò un momento; parve esitare; si domandò a sè stesso se dovesse o no vedere in quel momento il giovane della cui sorte trattavasi, se e quale effetto la vista di lui avrebbe prodotto sulla definitiva risoluzione ch'egli doveva prendere. L'esitazione fu corta: si disse che era appunto il meglio lo studiare ancora, subito, in tal punto, la fisionomia di quel giovane; entrò risolutamente nel gabinetto di studio. I due che stavano colà seduti si alzarono con rispetto; e il vecchio sacerdote fece un passo verso il marchese, come si fa per la persona che giunge desiosamente aspettata; ma Baldissero aveva rivolto lo sguardo e l'attenzione esclusivamente sopra Maurilio. In quel momento la sua impressione tornò ad essere quella poco favorevole che ne aveva avuta la prima volta in cui il giovane era comparso ai suoi occhi. Quella testa grossa, ispida, direi quasi, e quelle sembianze tormentate; quell'occhio affondato e quella bocca larga a labbra pallide e sottili; quel corpo ricurvo e quelle manaccie grossolane gli presentavano un complesso così lontano dal tipo aristocratico di eleganza e di leggiadria che era quello della sua famiglia, e il quale così egregiamente era incarnato nella infelice sua sorella, che il marchese non potè a meno di dirsi: «È impossibile che costui sia mio nipote.»

Don Venanzio cominciò egli a parlare.

— Signor marchese, eccoci ancora ad implorare la sua protezione per un altro massimo favore.

— È cosa che riguarda Lei? domandò Baldissero sviando finalmente gli occhi dalla faccia di Maurilio, il quale sotto a quello sguardo, freddamente scrutatore e quasi ostile, sentiva, per la naturale sua timidità, confondersi e smarrirsi. Il tono poi con cui era fatta la domanda del marchese diceva chiaramente: «Badate che se si tratta d'un interesse vostro, Don Venanzio, sono dispostissimo a soddisfarvi, non così se si tratta d'altri.»

— No, signore, rispose il parroco, riguarda anche ciò questo mio figliolo d'adozione.

Il marchese non diè risposta alcuna; sedette e fe' cenno agli altri due sedessero anche loro; la sua mossa era quella d'un uomo disposto ad ascoltare.

Don Venanzio, senz'attendere altra licenza, prese ad esporre ciò che per essi volevasi. Disse della misteriosità della nascita di Maurilio, dei segni di riconoscimento trovati appo lui, del caso meraviglioso che pochi giorni prima li aveva posti a contatto colla _Gattona_, della certezza che ci aveva costei conoscere la famiglia a cui apparteneva il giovane, dell'obbligo che quella vecchia mendicante si era assunto di svelare la verità dopo due giorni. Soggiunse come fosse allora intravvenuto un nuovo fatto, l'intromettersi cioè del gesuita, fra' Bonaventura, di cui narrò il colloquio cercato ed avuto la sera innanzi con Maurilio. Stupito e messo in sospetto da ciò, egli stesso, Don Venanzio, era tornato dalla _Gattona_ ad interrogarnela, e non aveva potuto trarne fuori se non che la chiave del segreto era davvero in mano di quel gesuita di lei confessore, e ch'ella non altrimenti avrebbe parlato che se il frate glie ne avesse dato licenza. Don Venanzio aveva capito che quella vecchia, o direttamente o per mezzo del gesuita, aveva fatto conoscere alla famiglia, forse potente, di cui Maurilio aveva diritto di portare il nome, che il fanciullo voluto smarrito era lì, pronto a rivendicare i suoi diritti; e quella famiglia aveva forse empiamente deciso di respingerlo. In tale emergenza egli aveva pensato ricorrere eziandio alla efficace protezione del marchese. Era un'opera di giustizia e di carità che doveva tentare il generoso animo d'un tant'uomo. Come se già sapesse appuntino i dubbi e le obbiezioni che voleva sottoporgli e intorno a cui voleva consultarlo il marchese, tutte combattè e distrusse le sofistiche ragioni che si vorrebbero accampare per esimersi dal sacrosanto dovere di riconoscere quell'abbandonato fanciullo, e lo fece con quell'eloquenza bonaria e semplice del cuore che è la più efficace su persona d'animo eletto, e ci mise tanto calore che non so chi non ne sarebbe stato vinto.

Il marchese ascoltò immobile, curva sul petto la testa, nascondendosi colla palma la faccia sotto il pretesto di sostenervi la fronte: quando il sacerdote ebbe finito, stette un momento ancora in silenzio e senza fare atto di sorta: poi trasse giù dal viso la mano, e rivolse a Maurilio uno sguardo che non era più quello quasi ripugnante di prima.

— Signor.... Maurilio. (Esitò un momento a pronunziare questo nome, quasi avessero difficoltà le sue labbra a spiccarnelo, ma poi lo disse con una certa emozione poco meno che affettuosa). Signor Maurilio, così parlò con voce lenta e sommessa, Ella ha dunque alcuni contrassegni. Desidererei vederli. Vorrebbe favorire di mostrarmeli?

Maurilio, che li aveva presso di sè, fu lesto a porgerli al marchese. Questi riconobbe al primo colpo d'occhio il rosario di sua sorella, e lo prese affrettatamente, con mano tremante. Sentì una subita tenerezza ineffabile invadergli l'anima. Avrebbe voluto portarselo alle labbra e baciarlo: ma non osò. Ogni suo dubbio a quella vista era dileguato: gli parve scorgere Aurora medesima uscita dal suo sepolcro e venutagli innanzi a dirgli: «questo è mio figlio.» Quante preghiere non aveva ella innalzato al cielo, tenendo quel rosario tra mano! Di quante lagrime non l'aveva essa bagnato! Sotto la protezione di quel pietoso amuleto, di quella preziosa reliquia famigliare, aveva ella voluto porre il suo figliuolo, raccomandandolo alla Divina Consolatrice di tutti gli umani dolori; ed ecco che quella reliquia appunto riconduceva alla famiglia di lei quel figliolo cui una barbara malignità aveva voluto sbandire. Si domandò s'egli non dovesse di subito aprirgli le braccia e dirgli: «tu se' mio sangue.» Guardò ancora la faccia strana del giovane. Non ostante la sua emozione, durava nel suo animo verso Maurilio un segreto sentimento, quasi un istinto, di ripulsione. Si disse che non conveniva lasciarsi guidare ad un passo irrevocabile dalla commozione d'un momento, che occorreva prendere una decisione definitiva a sangue più raffreddo: desiderò parlare ancora e più specialmente di ciò con Don Venanzio.

— Mi lasci questi oggetti, la prego, diss'egli a Maurilio. Nessuno più di me, le assicuro, s'interessa nè può interessarsi per Lei e per questi suoi casi... E di ciò appunto, e di quel che sia da farsi, desidero ora stesso parlare con Don Venanzio.

Maurilio s'alzò e tolse commiato. Era uscito appena dallo studio del marchese, che un domestico venne a dirgli come la contessina Virginia desiderasse parlargli. Il giovane ebbe in pensiero per prima cosa rifiutarsi d'andare da lei, ma non l'osò: si compresse con una mano il cuore e seguì il domestico che lo conduceva nel quartiere della nobile donzella.

Il marchese teneva sempre in mano il rosario di Aurora, e lo guardava con occhi umidi di pianto; quando Maurilio fu fuor della stanza, egli non resse più alla piena del suo affetto e baciò quel rosario con passione.

Don Venanzio sorse di scatto in piedi, tutto commosso.

— Che? esclamò egli. Ella dunque, signor marchese, riconosce questo contrassegno? Ella forse sa?...

— Tutto. La famiglia del suo protetto è la mia: sua madre fu mia sorella.

Il vecchio prete alzò le mani tremanti verso il cielo, e con voce piena d'esultanza, di riconoscenza, di ammirazione, esclamò:

— Divina Provvidenza! Come sono profondi i tuoi disegni! come imperscrutabili le tue vie!... Tu il figliuolo scacciato l'hai ricondotto al focolare domestico, oltre l'arrivo del senno umano, e me hai voluto stromento della tua grazia al miserello. Posso io dunque cantare il _nunc dimictis_?

— La sua parte non è finita, Don Venanzio, disse il marchese. Le tocca ancora rassicurare la mia coscienza, dileguare i miei dubbi, illuminare la mia mente.

Senz'altro più, espose francamente, cordialmente, interamente il più segreto dei suoi pensieri a questo riguardo e confessò tutte le sue esitazioni e ripugnanze. Il vecchio sacerdote combattè ogni cosa ad una ad una: affermò che non ostante i varii errori che riconosceva egli stesso nei giudizi e nelle opinioni di Maurilio, la mente di costui elettissima e l'animo nobilissimo lo facevano tuttavia degno della miglior sorte e del miglior nome del mondo; soggiunse che quand'anche non fosse così, il dovere della famiglia ond'egli era nato rimaneva pur sempre il medesimo e bisognava compirlo; certo era meno piacevole lo aver da accogliere un cotale che aveva sempre vissuto in isfera diversa da quella che si avrebbe voluto, con idee e costumi affatto diversi, colla disgrazia d'aver dovuto assaggiare della carcere per delittuosa imputazione; ma di tutto ciò a chi la colpa? alla famiglia medesima che lo aveva rigettato e posto in quelle condizioni; e parte dell'ammenda che ella doveva farne, sarebbe stato eziandio il passar sopra a codesto, il superare quelle antipatie e quelle ripugnanze. Il marchese era troppo uno spirito superiore per non comprendere codesto, per volere ad un individuo fare pagare il fio di risultamenti dovuti alle circostanze ed al fatto altrui: d'altronde Maurilio, ingiustamente accusato, aveva visto solennemente proclamata la sua innocenza ed aveva da quella bolgia infernale dove era stato precipitato, della miseria, della carcere, della malvagia compagnia, portata fuori un'anima sempre onesta, la qual cosa era merito maggiore di molto che non quello di chi, favorito da ogni condizione, non fallì mai.

Un'ora durò il colloquio fra Don Venanzio ed il marchese. Questi che aveva ad un tratto affacciate in corpo tutte le sue obbiezioni, non le venne più ripetendo a seconda che il buono ed umile prete di campagna, coll'impeto della sua eloquenza naturale, rozza anzi, ma efficace, col calore d'un'anima sempre giovanile ed ardente pel bene, il quale si crede compire un'opera di apostolato, le andava distruggendo ad una ad una. Ascoltava e li, il marchese, con mossa che dinotava tutta l'attenzione prestata al suo interlocutore e la potenza riflessiva impiegata dalla sua mente; sorreggeva secondo il solito la testa alla sua mano bianca ed affilata, mentre lo sguardo stava fiso sulla fiamma che volteggiava nel focolare; di quando in quando frammischiava alle argomentazioni del parroco un dubbio, un'osservazione, una richiesta, che erano come un nuovo incentivo al fuoco del discorso del protettore di Maurilio.

Quando fu trascorsa quell'ora che ho detto, il marchese finalmente si mosse, tirò giù dal capo la destra e lasciò scorgere la sua nobile fisionomia colle traccia di alquanta commozione, si alzò in piedi, drizzando la sua alta e distinta persona e mandò un sospiro che avreste potuto interpretare come di rassegnazione o come di sollievo.

— Sia fatta la sua volontà, Don Venanzio....

Questi fece un atto come volendo protestare; il marchese s'affrettò a soggiungere:

— Che credo sia pure quella di Dio. Il figliuolo di mia sorella sarà accolto in casa mia..... come il figliuolo di mia sorella.

Pose mano al fiocco del cordone che pendeva presso il camino, ed una scampanellata ferma, risoluta, imperiosa avvisò il cameriere che S. E. aveva bisogno di lui.

— Dite al segretario si compiaccia di venir qui subito; comandò il marchese al servo presentatosi sollecito alla porta.

Il cameriere notò l'uso del verbo _compiacersi_, acquistò una maggiore stima che non avesse per l'innanzi ad un segretario, in favore de! quale S. E. si serviva di tali termini, e si affrettò verso il quartiere di Maurilio più rispettoso che non avrebbe mai creduto di dover essere verso un cotale che egli aveva visto entrare in quella casa in sì poveri arnesi.