La plebe, parte IV

Part 11

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Il giovane sorse in piedi con tutta freddezza, e disse lentamente:

— Io non sono punto ambizioso. Nelle mie sofferenze ho sentito le sofferenze di tutta una classe: non aspiro al mio solo vantaggio: voglio lavorare per quello di tutti gl'infelici, per quello in conseguenza di tutto l'umano consorzio, della civiltà. O che ha ella creduto la famiglia — ch'io non so se giungerò mai a chiamare mia — ha creduto potermi imporre una condizione per compir essa il dovere che le incombe di riconoscermi? Ed una scellerata condizione, qual è quella di rinnegare le mie opinioni, di mutare dall'oggi al domani convinzioni e credenze, cui non il particolare interesse, glie lo giuro, ma l'apprezzamento del vero, ma la matura riflessione del mio intelletto mi ha ispirate? La s'è ingannata; la s'inganna ancor Ella, Padre, nel credermi capace di ciò. Fosse anche una madre che mi tendesse le braccia a questi patti, io sarei disposto a farle la nobile risposta di D'Alembert.

Il gesuita s'alzò egli pure. La sua faccia smise ad un tratto ogni espressione di benignità per assumerne una di riserbata freddezza: aveva capito che ogni ulteriore insistenza sarebbe stata inutile, che quella volontà non si smoveva nè per blandizie, nè per offerte; pensò un momento ricorrere alle minaccie e ne fece un lieve tentativo.

— Ella dunque, disse tornando a più cerimoniose forme di discorso, è un nemico sfidato della Chiesa e del Trono, e vorrebbe combattere queste due istituzioni sacrosante in qualunque condizione si trovasse?

— No: rispose con forza Maurilio protestando. Non penso che la Chiesa e il Trono sieno ostacoli assoluti al progresso che vagheggio; spero quindi che anche con essi possa il vantaggio delle plebi ottenersi. Sono forme anche quelle istituzioni, e col moto del tempo ancor esse debbono modificarsi. Credo che le si salveranno appunto modificandosi, secondo il progresso sociale.

— Niente affatto. Chi le vuol toccare, vuol farle perire. Le sono come la nostra benemerita Compagnia: e il motto che si disse di noi, deve applicarsi anche a quelle istituzioni che noi colle nostre deboli forze difendiamo: _sint ut sunt aut non sint_.... E saranno! _Portae inferi non praevalebunt_. Crede Ella che le si lasceranno assalire dalle temerità dei novatori moderni, senza difendersi e senza riagire? Hanno dalla parte loro il comando, l'autorità, la forza sociale, la parola di Dio, val quanto dire la verità e la potenza. Le temerarie idee e i loro più temerarii profeti rimarranno schiacciati.

Maurilio sollevò la sua vasta fronte intelligente.

— I profeti, sia; può essere: esclamò egli, e questa volta la sua voce vibrava coll'emozione ond'è dominato l'uomo il quale bandisce una coraggiosa verità contrastata: ma le idee no. Soffocate per qualche tempo soltanto, esse non muoiono, per dolori e tormenti di coloro che le patrocinano non rinunziano, nel sangue anche dei loro proclamatori non si spengono. Aspettano: si nascondono forse, ripostamente serpeggiano fuor dell'arrivo delle polizie e delle predicazioni e della propaganda del clero; e un bel dì sorgono in uno scoppio che è un trionfo, padrone del campo, dominatrici del mondo. Guardi nella storia del passato, e vedrà sempre essere avvenuto così, cominciando dalla più grande delle idee, dall'idea cristiana....

— Ah! Ella bestemmia! Oserebbe paragonare le temerità delle malvagie passioni demagogiche alle sacrosante cose della divina nostra religione?

— Anche le idee del Cristo erano temerità demagogiche pei gaudenti del mondo pagano.... Io sono un nulla nel mondo; ma tutte le mie poche forze ho consecrato al servizio di certi principii a cui ho dato irrevocabilmente l'acquiescenza dell'animo mio e il consentimento del mio pensiero; e quali che sieno le seduzioni onde mi si voglia allettare, qualunque le minaccie che mi si facciano trasparire, non muterò, se Dio mi assiste, per tutta la vita. Ho pensato sempre a quel momento che mi pareva pure impossibile, in cui la mia famiglia potrebbe riaprirsi per me, che ne fui, non so per qual cagione, spietatamente reietto, ed ho sperato parecchie volte eziandio, glie lo confesso, che questa famiglia potrebbe non essere nè spregevole, nè disonorata, avrei dato qualunque cosa per giungere a questo risultamento; mi dicevo che non la menoma recriminazione, non il menomo lamento avrei mosso contro quella barbarie che mi ha condannato al supplizio di tanti anni di miserabil vita, di disprezzata condizione; ma non avrei creduto mai che questa famiglia volesse ancora impormi un sacrifizio cui non posso e non debbo sopportare: quello della coscienza, quello di ciò che l'uomo ha di più sacro, le proprie convinzioni. Se codesto pretende da me, le dica, signore, che preferisco rimanermi nell'oscurità del mio nulla.

S'avviò per andarsene; il gesuita non lo trattenne; prese anzi la lampada e gli fece lume fino al cominciar delle scale, dove, appena chiamato, venne il frate laico per guidar fuor del convento il visitatore.

— Addio: gli disse Padre Bonaventura. Non dispero che veniale a migliori pensamenti. Se mai crederete d'aver qualche cosa da dirmi poi, se vi sentirete in migliori disposizioni, venite a trovarmi....

Maurilio fece risolutamente un segno negativo, come per dire che non sarebbe venuto mai. Il gesuita mandò un sospiro.

— Dio vi guidi ed illumini! Colla vostra famiglia, se pur sono veri i sospetti che se ne hanno, se la Provvidenza vuole porvi in presenza di lei, tratterete voi medesimo senza intermezzo; io ho fatto quello che ho creduto bene per tutti, e mio dovere.

Rientrò nella sua cella, e intanto pensava:

— Se non ci fosse immischiato quello stupido di un onest'uomo che è Don Venanzio, il meglio sarebbe lasciar tutto ignorare al marchese e trovar modo di fare sparire ogni traccia.... Ciò non potendo più oramai, è meglio svelare io stesso la verità al marchese e disporlo in guisa che stimi dover suo non riconoscere il figliuolo di sua sorella.

CAPITOLO VI.

Battevano appena le nove quando il padre gesuita presentavasi al palazzo Baldissero e veniva tosto introdotto presso il marchese, il quale, dopo una notte insonne, stava ansiosamente aspettandolo. Invitato a parlare sollecitamente, fra' Bonaventura incominciò, con aria compunta e mani al petto intrecciate, un lungo esordio sulle vie imperscrutabili della Provvidenza, cui il marchese finì per interrompere:

— Scusi.... Il fatto, a cui Ella fece allusione nella sua lettera di ier sera, è desso la trista avventura della fu mia povera sorella?

— Eccellenza sì: rispose il frate inchinandosi.

— Le confesso che molto mi punge la sollecitudine di sapere qual cosa mai, dopo tanto tempo, possa avvenire che abbia ancora attinenza a quelle disgraziate vicende. La prego dirmi senza ambagi, senza indugi e senza circonlocuzioni ciò di che si tratta.

Il gesuita fece col capo un segno di umile assentimento, ed abbassando la voce ed accostando vieppiù la sua seggiola alla poltrona in cui stava il marchese, come se avesse voluto che manco l'aria potesse cogliere le parole che stava per pronunziare, disse:

— Il figliuolo, frutto di quel condannato matrimonio, fu creduto dalla marchesina Aurora, e da Lei medesima, signor marchese, morisse pochi giorni dopo la sua nascita.

Baldissero si riscosse in violento, ma tosto frenato sussulto; il suo sguardo s'affondò negli occhi del gesuita che teneva la placida faccia tonda a pochi centimetri dalle orecchie del marchese.

— Così affermarono, e con giuramento, diss'egli pesando sulle parole, coloro che assistettero in quella circostanza mia sorella: Nariccia, la cameriera Modestina... e Lei stessa, Padre Bonaventura.

Questi fece comparire sulle sue labbra rubiconde un sorriso tutto amenità, levò la destra bianca e grassotta in un atto di mite protesta e scotendo negativamente il capo, soggiunse con una cortese vivacità d'accento:

— Perdoni, perdoni.... Io no!... Io non contraddissi le parole degli altri.... Ecco tutto!

— Le confermò col suo silenzio.

— La permetta.... Il silenzio non conferma nulla.

Il marchese, con moto vivace, rivolse la poltrona e se stesso verso il suo interlocutore così da rimanere con lui proprio faccia a faccia.

— Quel bambino non morì dunque allora, in fascie?

Bonaventura scosse gravemente la testa.

— No, signor marchese.

— E perchè fu detto morisse?

— Perchè tale fu la volontà, tale il comando di S. E. il marchese, padre di V. E.

Baldissero si trasse indietro nella sua poltrona, impallidì leggermente, e mandando un'esclamazione, interruppe con tono quasi di minacciosa ammonizione:

— Badi bene!...

Ma il gesuita riprendendo con qualche calore:

— Di tutto quel che dico ho sempre buone prove per dimostrarne la verità. Tengo delle lettere che scrisse a me stesso su tal proposito S. E.; esistono testimonii Nariccia e la _Gattona_, e quando a Lei non sembrino guarentigia sufficiente di sincerità, il mio carattere, la mia parola....

Il marchese fece bruscamente un atto che voleva significare la sua piena fiducia nelle parole del gesuita.

— E di quel fanciullo adunque, domandò impazientemente, che cosa avvenne?

Padre Bonaventura narrò ciò che noi già sappiamo: Nariccia specialmente incaricato di ciò dal vecchio marchese averlo seco portato un giorno, nè alcun altro di quelli che stavano intorno alla vedova di Maurilio aver saputo mai che cosa ne avesse fatto.

Sulla nobil faccia del marchese si dipinse l'espressione di un acuto dolore, d'una penosa vergogna. Che cosa non avrebb'egli dato, perchè non si fosse potuto accagionar mai di simil fatto suo padre! Pose la fronte sulla palma della sua mano e stette un istante impensierito, poi vivamente impugnò la nappa in cui finiva il cordone del campanello che pendeva presso al luogo dov'egli sedeva e diede una forte tirata: un lacchè si presentò sollecito all'uscio.

— Si corra tosto in casa di Nariccia: comandò egli: e gli si dica di venir qui, subito, senza il menomo indugio.

Il domestico sparì con una premura che era indizio di quella colla quale avrebbe eseguita la commissione.

Baldissero si volse di nuovo al gesuita.

— E come, dissegli con accento di rampogna, potè Ella prender parte a questo crudele inganno?

— Io non vi ho preso parte diretta, rispose colla sua melliflua parlantina padre Bonaventura: mi sono rimasto a non dissentire. Ho considerato d'altronde la specialità delle circostanze che permetteva, che consigliava una specialità di propositi. L'interesse e la pace di una nobile stirpe come la sua, signor marchese, sono cose di tal rilievo che ad ottenerle si può e si deve anco ammettere delle eccezioni a qualche regola generale. Io sapeva d'altronde che la generosità del fu signor marchese non avrebbe mancato di provvedere alla sorte futura di quel bambino, e credo infatti che così abbia egli voluto fare e le circostanze soltanto abbiano impedito che le sue intenzioni avessero effetto....

Il marchese, che ascoltava non senza qualche impazienza i gesuiteschi avvolgimenti di parole del frate, interruppe bruscamente a questo punto, venendo la sua attenzione richiamata all'argomento principale e più interessante.

— Ella dunque sa qualche cosa dell'ulteriore destino di quell'infelice?

— Allora io non ne seppi più nulla, nè di poi cercai mai di saperne, o cosa alcuna venne a mia conoscenza a questo riguardo.... Ma ora finalmente....

— Finalmente? interruppe con accento d'ansiosa interrogazione il fratello della povera defunta Aurora: quel fanciullo vive?

Padre Bonaventura fece un cenno affermativo.

— Ella lo conosce?

— Signor sì.

— Dov'è?

Il gesuita si curvò ancora di più verso il marchese, abbassò ancora più la voce e rispose:

— Qui nello stesso suo palazzo.

Il marchese afferrò una delle mani del frate e gliela strinse forte.

— Si spieghi, la prego: disse con voce vibrata, in cui più che una preghiera era un comando.

Padre Bonaventura narrò quanto aveva appreso dalla _Gattona_, la circostanza de' contrassegni, l'intromissione di Don Venanzio e va dicendo quello che noi sappiamo già.

Il marchese ascoltò tutto ciò con un'agitazione ed un turbamento cui non cercò in modo nessuno di dissimulare: quando il frate ebbe finito, rimase un istante immobile, il capo chino, come senza volontà e senza consiglio. Ancor egli vedeva in questo succedersi e combinarsi d'avvenimenti la mano della Provvidenza, che voleva riparato un tale delitto, e si veniva chiedendo che cosa gli toccasse di fare in presenza di cotali circostanze. Il gesuita che indovinava ciò che si passava nell'animo di lui, disse col suo accento e co' suoi modi insinuanti:

— Sì, qui è innegabile il Dito di Dio che ha voluto trarle innanzi a Lei quel disgraziato giovane, perchè Ella lo salvasse.

— Qui!... qui stesso!... esclamò allora il marchese rompendo il silenzio. Come un estraneo, come un poveretto sono io stesso che l'ho introdotto nella casa di sua madre! Oh poichè Iddio lo volle fare in questo modo rientrare sotto questo tetto, gli è perchè ci rimanesse come a suo posto....

Era la naturale generosità del marchese che si manifestava nel suo primo impulso; ma l'interruppe l'accortezza delle convenienze che parlò colla voce melliflua del gesuita.

— Guardiamoci di non interpretare malamente i disegni di Quel di lassù. Certo a riguardo di questo giovane qualche cosa ha da farsi, ma che sia questo qualche cosa, converrà deciderlo con matura e ponderata riflessione.

— Gli furon tolti famiglia e nome: disse con vivacità il marchese: bisogna rendergli e il nome e la famiglia.

— Sta bene; ma prima bisogna chiarirsi di quale condizione egli sia degno. V. E. sa meglio di me che se alcuno vien messo in posto a cui non sia acconcio, ad altro non riesce che a far male per sè e per altrui. Ella di certo ha qualche obbligo verso quel giovane, quantunque cotali obblighi non sia un fatto suo ad averglieli dati: ma doveri ben maggiori e più importanti V. E. ha eziandio verso la dignità della sua famiglia, verso la causa del bene, verso la patria, verso la società. Ora l'alto suo senno deve accordare così l'adempimento di questi doveri, che soddisfacendo agli uni non riesca a ledere gli altri. Badi bene, signor marchese, che volendo restituire alla sua famiglia un rampollo il quale in realtà non le appartiene che per indiretto legame, Ella non faccia poi capo ad altro che a dare al suo lignaggio il disdoro d'un nemico dell'ordine, della religione e della monarchia, ed a porre questo nemico in condizioni appunto da poter di meglio nuocere a quelle sacrosante cose cui osteggia.

— Che sa Ella del come questo giovane pensa e ragiona? domandò il marchese non senza qualche meraviglia.

— Ho creduto dovermi informare appuntino dell'essere morale e intellettivo di quell'individuo, prima di fare il menomo passo presso V. E. a questo proposito. Ho sentito che tale era il dovere di me che avevo avuta la parte ch'Ella sa in quei funesti avvenimenti, dovere accresciutomi ancora dal mio lungo ossequio devotissimo alla sua illustre famiglia, dal mio stesso sacro carattere di sacerdote. Ho dunque voluto appurare da me stesso chi e che cosa fosse quel giovane; trovai modo d'averlo a me, lo scrutai con attento esame e ne conchiusi che in esso vi era un demagogo incorreggibile, un invasato senza più rimedio dall'iniquissimo spirito rivoluzionario che è lo spirito del male.

— Ha tanto talento! esclamò quasi involontariamente il marchese.

— Sì; soggiunse con calore Padre Bonaventura, ed è perciò tanto più pericoloso. A questa capacità volta al male, vorrebbe Ella dare i mezzi di far più male?

— Tornato nelle condizioni normali della sua vera esistenza; riparata la grande ingiustizia che fu commessa a suo riguardo, si calmerà l'irritazione dell'anima sua e quella mente acuta potrà scorgere il vero.

— Non lo speri: interruppe con maggior vivacità il gesuita. Se la mia esperienza m'abbia posto in grado di conoscere gli uomini, e se grazie al Signore io possedo una certa abilità nel penetrare a prima veduta entro l'animo di chi mi parla, e leggerne l'indole sulle sembianze e sui cambiamenti della fisionomia, Ella lo sa.

Il marchese fece un sorriso ed un cenno del capo ad accennare che era affatto conscio di tale prerogativa del frate.

— Ebbene, questi continuava, io ho parlato per un'ora con quel cotale, più che non mi occorra a scoprire l'intimo pensiero, anche di chi voglia celarmelo — e le assicuro che quel giovane non vuole per nulla nè sarebbe capace ad infingersi — e l'ho definitivamente giudicato. È una di quelle nature ferme e tenaci che s'abbrancano ad un'idea come l'ostrica allo scoglio, che vivono di essa, che non vogliono e non possono separarsene, e piuttosto morrebbero. Di quel legno si fanno i fanatici d'ogni razza ed i martiri. Guidato sulla buona via, sarebbe stato un valente campione per noi. Ora è troppo tardi: l'albero si è già malamente piegato e più non si drizza; piuttosto si rompe.

Il marchese fissò in volto il gesuita con quel suo sguardo nobile e dignitoso e disse lentamente:

— In conclusione, che cosa crede Ella, Padre, che si debba fare?

— Lasciargli ignorare quello che ignorò fin adesso.... e ch'egli, se noi vogliamo, non avrà nessun mezzo di scoprir mai, fargli offrire un'acconcia somma che gli costituisca una discreta ricchezza perchè si allontani e corra in quelle terre laggiù oltre l'Atlantico, dove pare si siano dato ritrovo tutte le pazzie umane, e dove gli è proprio anche per lui il suo posto.

La coscienza del marchese si ribellò di botto a quest'iniqua proposta.

— Come! esclamò egli. Io lo defrauderei un'altra volta del suo diritto, dell'esser suo? Egli è figliuolo legittimo d'un legittimo matrimonio: questa è la sacrosanta verità che si ha l'obbligo di riconoscere.

Padre Bonaventura, colla mossa che gli era solita, levò in alto la sua mano bianca come quella d'una signora.

— Conviene distinguere: disse colla maggiore unzione del suo accento dolcereccio. Se si trattasse di caso vergine, non ancora pregiudicato in nissun modo, V. E. avrebbe forse compiuta ragione. Io non voglio con ciò muovere il menomo rimprovero alla venerata memoria di suo padre, l'illustre signor marchese; egli a prendere la determinazione che fu la sua ebbe valevoli e imperiosi motivi che debbono tenerci ben ben lontani dal condannarlo....

Baldissero fece vivamente un atto, con cui voleva significare ch'egli si guardava dal condannare suo padre.

— Ma però ammetto, continuava il gesuita, che Ella, trovandosi in quelle medesime circostanze potesse, e credesse anzi suo dovere, adottare altra risoluzione. Ora noi siamo dinanzi ad una condizione di cose affatto diversa. L'ingiustizia — chiamiamola pure con questo nome severo — fu commessa: sono venticinque anni oramai che la è cosa compiuta, e quell'individuo si è adattato alle condizioni in cui fu posto, venne su colla natura informata a quell'ambiente, coll'essere costituito di quegli elementi. Ho già avuto l'onore di dirle qual egli sia pur troppo; e le ripeto che torlo ad un tratto a quelle sue condizioni per trabalzarlo in altre a cui non è acconcio per nulla, riesce evidentemente un far male a lui, un creare un pericolo alla società. Che gli si migliori la sorte: questo sì, a ciò credo egli abbia qualche diritto, ma pretendere di più non lo può neppure quel giovane il quale, in fin dei conti, non ha nessun mezzo sicuro e legale di venire alla scoperta mai de' suoi parenti, cui basta il silenzio della _Gattona_, la quale non ha ancora parlato, e di Nariccia che non parlerà se non si vuole, per lasciar sempre nelle più dense tenebre intorno alla sua origine, il quale ci viene innanzi con indizi fortissimi di essere quello che pensammo finora perduto per sempre, ma non ce ne porge però delle prove sicure ed irrefragabili. Chi o qual cosa ne può togliere il dubbio che quegli oggetti, per un caso qualunque, e mille ce ne possono essere stati, non sieno caduti in potere d'un altro? Come rimaner proprio certi che il bambino trovato in mezzo di una strada a Torino sia proprio quello nato in una villa presso Milano? E non deve metterci in sospetto la differenza delle epoche fra la nascita e il rinvenimento, che sarebbe accaduto un anno dopo? Sono tutte questioni, pare a me, che ci debbono fare riguardosi e di molto. Come vorrebbe Ella risuscitare tutto quel tristo passato, richiamare l'attenzione del mondo sopra un sì doloroso episodio della sua famiglia ora compiutamente posto in oblìo per chiamare a condizione di cui non è degno un cotale cui nulla mai potrà provare sia davvero l'individuo supposto?

Il marchese stette alquanto pensoso, evidentemente impressionato da queste parole.

— Prima di decidere se questi dubbi ch'Ella accenna con giusto criterio sieno risolubili o no, converrà parlare con messer Nariccia. Egli ci potrà chiarire di molte cose, e forse dalle sue rivelazioni sorgerà alla nostra mente l'evidenza.... Ma, appunto; nessuno ancora ritorna a darmi conto della imbasciata fatta a Nariccia.

Tese la mano per afferrare il cordone del campanello, ma in quel punto medesimo l'uscio s'aprì vivamente e il cameriere del marchese, così concitato che aveva perfino trascurato di chieder licenza d'entrare, si precipitò nella camera con aspetto turbatissimo e quasi sgomento.

— Volevo suonare, appunto per voi: disse il marchese prima che il servo aprisse bocca. Si fu da Nariccia?

— Sì.... sì signore: rispose l'altro con voce che tremava. Ci fui io stesso.... Ah! Eccellenza, se sapesse!...

Il marchese notò allora il turbamento del domestico.

— Ebbene?... Che avvenne?... Ce l'avete trovato?

— Il povero signor Nariccia questa notte fu barbaramente assassinato.

Baldissero e fra' Bonaventura sorsero di scatto da sedere. — Assassinato! esclamarono essi. Morto?

— No.... Pare ch'e' non sia morto del tutto, per ora, ma gli è poco meno. Non ha cognizione, non può più parlare, ed ho udito che i medici lo danno per bello e spacciato.... gli assassini gli hanno quasi tagliata la testa. Un rubalizio dei più audaci e dei più barbari che sia stato compito mai.... La povera vecchia fante fu sgozzata come un pollastro: quella è morta per davvero.... Scassinarono il forziere e portarono via tutto il denaro che c'era, si dice delle somme enormi.... E dovevano aver delle chiavi che aprivano dapertutto, perchè non ci fu la menoma effrazione, ned alcuno dei casigliani ebbe ad udire il menomo rumore.... La cosa fu scoperta stamattina che andò, secondo il solito, a recar loro il latte la rivendugliola della cantonata, e trovato l'uscio aperto s'introdusse nel quartiere e mirò l'orrendo spettacolo. Ella mise in un momento a rumore tutta la casa e non tardarono ad accorrere la giustizia e la forza pubblica.... Adesso colà c'è un mondo di gente.... Già si dice che gli assassini sono i soliti di quella famosa _cocca_ che non si sa mai cogliere e che sono il terrore di tutta la città.

Il marchese fece un atto colla mano che il servo prese per un ordine di silenzio e un cenno di congedo: si tacque, e camminando all'indietro come i gamberi si avviò verso l'uscita.

— Si attacchino i miei cavalli.... subito: comandò il marchese.

E il domestico dopo un ultimo inchino uscì sollecito.

— È una fatalità che il filo ci si debba spezzare tra mano? Soggiunse il marchese. Nariccia che potrebbe dileguare i dubbi, ci viene ora tolto. Voglio vederlo: Padre, venite anche voi meco.

— Molto volentieri: rispose untuosamente il gesuita, tanto più che se quell'infelice non è ancora morto, può essergli utile il mio santo ministero.