Part 43
Giacomo volse uno sguardo sul volto pallido di suo figlio, il cui capo riposava sul seno di Maria e che non aveva di vivo altro più che gli occhi larghi, irrequieti, ardenti di nuova febbre sopravvenuta, senza parola, senza quasi il respiro, e ristette; si percosse coi pugni chiusi la fronte ed esclamò con ispasimo doloroso, presso che disperato:
— Ma che cosa fare? che cosa fare adunque?
Teresa, la cui anima di madre era pure torturata dal massimo affanno, le cui membra tremavano dal più alto spavento, rispose tuttavia con quella nobile rassegnazione che nella donna è forza e coraggio:
— Rimanere insieme, correre, se non altro, noi tutti la medesima sorte, e pregare la salute da Dio.
Un picchio nell'uscio ed una voce affannosa, ma sommessa, si udirono dalla stanza vicina; la voce era quella del capo-fabbrica, che chiamava il padrone per nome.
Giacomo s'affrettò ad aprire e si vide innanzi insieme con colui che aveva parlato la grossa persona di Bastiano, che rotava degli occhi terribili sotto la fascia ond'era ancora coperta la sua fronte e che stringeva con mano contratta il suo grosso randello.
Abbiamo visto come nella medesima casa in cui egli abitava colla sua famiglia, Giacomo Benda avesse assegnato un quartieretto per alloggio ad alcuni dei capi-officina, e fra questi primo il direttore degli opifizi. Per fortuna al momento in cui la turba dei sollevati era giunta alla fabbrica, tutti costoro erano in casa, e di animo comune, come era naturalissimo, riunitisi, e con essi, ci s'intende, Bastiano, avevano determinato di adoperarsi in ogni loro modo a difesa del principale e della sua famiglia. Avevano tenuto una specie di consiglio di guerra, il quale, stante l'urgenza delle circostanze, era riuscito cortissimo, ed adottato il piano del portiere, che s'era costituito generale in capo di propria autorità, ma cui nessuno aveva pure accennato di voler contestare, venivano a comunicare al principale le loro decisioni ed il loro disegno di difesa.
— Sor Giacomo: disse adunque il capo-fabbrica senza perdersi in preamboli che non erano frutta di stagione: ad assalirci sono delle centinaia; a difendere la casa, non contando lei, non siamo che cinque uomini; impossibile adunque poterli respingere, od impedire soltanto che rompano il portone.
Qui Bastiano interruppe:
— Eh! gli è ben solido e forte quel benedetto portone, e te l'ho assicurato io con certe sbarre, che non sono canapuli, alla croce di Dio! ma quando ci si mettono in tanti a fare una cosa!.... Può resistere mezz'ora, tre quarti d'ora, fors'anco un'ora, ma poi....,
— Bisogna impedire più lungamente possibile che quei forsennati arrivino fin qua: continuava il buon Ambrogio; abbiamo sbarrati ben bene tutti gli usci e la turba ancorchè penetri nella casa avrà da indugiarsi quanto meno ad abbatterli l'un dopo l'altro... Guadagnar tempo è tutto per noi, perchè non è possibile che si lascii compiere una tanta scelleraggine, e i soccorsi della forza pubblica non tarderanno ad arrivarci. — Noi poi, cinque con Bastiano, ci metteremo qui in questa camera che precede quella di sor avvocatino, e gli sciagurati non arriveranno di là che passando sui nostri corpi.
— Giuraddio! gridò Bastiano per appoggiare le parole del suo compagno, brandendo il suo bastone.
Giacomo sentì il ciglio inumidirsi di lagrime; strinse fortemente le mani dei due fedeli, e disse con voce commossa:
— Vi ringrazio, vi ringrazio... ed accetto la vostra eroica proposta... Sarò io qui con voi... E se sopravviveremo, voi sarete per me più che amici, più che fratelli...
— Ah! gli è per la fabbrica che non possiamo far nulla: disse con accento addolorato il direttore dei laboratorii.
— Che importa? disse Giacomo. Pera la fabbrica purchè si salvino i miei.
In quella un barlume di speranza venne a rallegrarli: il rumore al portone cessò di botto e tutta quella turba parve si allontanasse dalla casa. Che essa avesse rinunziato al suo proposito? Che già i soccorsi fossero giunti e la forza avesse scacciato i rivoltosi? Ah! non era nulla di tutto ciò pur troppo, e quel pericolo che pareva allontanarsi facevasi invece più pressante e maggiore che mai.
Graffigna, Marcaccio, Tanasio, Stracciaferro e il traviato Andrea (di cui la risoluzione alla trista opera era stata eccitata e mantenuta coll'aiuto dell'ebbrezza) erano a capo della banda assalitrice.
Il primo dei nominati, il quale capiva quanto fosse conveniente il far presto, s'impazientava assai nel vedere come gli sforzi di tutta quella gente, e perfino la forza erculea di Stracciaferro si spuntassero incontro alla solidità delle imposte di quel maledetto portone; si accostò a Tanasio e gli disse in un'orecchia:
— La fabbrica ha bene qualche uscita dall'altra parte?
— Sì; una porticina.
— È probabile che la sia meno forte di questo maledetto portone?
— Oibò! la è tutta rivestita e sprangata di ferro all'interno.
— E le finestre?
— Ci hanno tutte una famosa inferriata che a romperla o tagliarla ce ne vuole.
— Ecchè? Non ci sarebbe il mezzo d'introdursi per colà, qualcheduno che fosse destro ed ardito?
Tanasio fu sventuratamente illuminato da un'idea.
— Sì che c'è! Il fenile, al di sopra della rimessa, prende aria dalla parte della campagna per due buchi tondi in cui passa comodamente un uomo. Se ci fosse qualcheduno di molto agile....
— Ci sono io, disse modestamente Graffigna.
— Potrebbe, sollevato sulle spalle di alcuno alto e robusto....
— C'è Stracciaferro che è fatto apposta.
— Potrebbe arrampicarsi fin colà e penetrarvi. Dal fenile è un affar da nulla scendere nella corte.
— E per penetrare nella fabbrica?
— Le finestre verso il cortile non hanno inferriata.
— Buono! E là si potrà aprire la porticina.
— Sì, perchè io so dove il capo-fabbrica tiene la chiave nel suo gabinetto.
— Allora converrà che vi ci arrampichiamo tutti due. Siete uomo da ciò voi?
— Sì che lo sono.
— Ebbene, senza perder tempo, _marche_, andiamoci.
Presero seco Stracciaferro, Marcaccio e pochi altri, e destramente sgusciarono via di mezzo la folla, camminando rasente il muro verso il luogo indicato da Tanasio; in breve giunsero colà; Stracciaferro sollevò Graffigna fra le sue braccia come se fosse un bambino, e tanto lo sporse in su che questi potè arrivare colle dita l'orlo del finestruolo rotondo; coll'agilità d'un animale felino Graffigna vi s'aggrappò ed aiutato dalle mani di Stracciaferro che ne lo spingeva alle piante, strisciando, rampicandosi contro il muro quasi come una lucertola, pervenne ad entrare nel fenile. Allora fu la volta di Tanasio, al quale fu resa più facile la salita dal soccorso che anche Graffigna gli potè prestare traendolo su, prima pel colletto dell'abito, poi per le braccia. Quando i due scellerati furono nel fenile, non perdettero pure un minuto di tempo e scesero senza il menomo ostacolo nella corte, l'attraversarono correndo, e giunsero alle finestre del pian terreno di cui rompendo un vetro aprirono agevolmente quella che era più comoda per introdurvisi, ed arrivarono il loro scopo: quello cioè che cinque minuti dopo la porticina era spalancata all'invasione dei riottosi, cui Marcaccio era andato ad avvertire, e che, abbandonato perciò il portone principale, accorrevano in furia alla piccola porta posteriore.
Da ciò era provenuto che il rumore innanzi alla facciata della casa cessasse subitamente, e il pericolo agli assaliti sembrasse allontanato. Anche nella stanza del ferito s'erano acquetati i cuori palpitanti di Teresa e di Maria; e Giacomo rientrando ad unirsi con loro, le donne gli si gettarono nelle braccia rallegrantisi in quell'amplesso della miracolosamente scampata sventura. Ma non fu lunga l'illusione di quella povera gente. Da un'altra parte, men vicino, ma più cupo e più terribile ancora giunse colà il rumore del tumulto. Il padre di Francesco capì di subito, indovinò che cosa era accaduto.
— La mia fabbrica! esclamò: ah gli iniqui hanno invasa la fabbrica!
Si slanciò di nuovo nella stanza vicina, la cui finestra si apriva nel cortile; un infausto chiarore di luce rossigna lo ferì negli occhi. Vide, traverso le finestre degli opifizi illuminati, correre ed agitarsi innumere forme nere che parevano demoni intenti all'opera della distruzione, e qua e colà di sotto il tetto, lanciarsi in turbini vorticosi verso il cielo il fumo e le fiamme dell'appiccato incendio.
L'infelice sentì infrangersi il cuore.
— Infamia! Infamia! diss'egli, coi denti contratti, serrando i pugni, mentre dagli occhi gli uscivano, più che per dolore, per rabbia, amare stille di pianto. Ah! l'uomo è tristo, l'uomo è feroce, vile e scellerato. Qual padrone fu più generoso e caritatevole verso i suoi operai?... Ecco la ricompensa che quei ribaldi me ne danno... Oh Dio ne li maledica!...
Teresa lo chiamava dalla stanza del figliuolo: quella voce lo ridusse in se stesso, gli fece sentire tutta la necessità di tornarsi in calma, di mantenere inalterata il più possibile tutta la freddezza della sua ragione. Fu capace di tale sforzo sopra sè da rendere tranquilla l'espressione della sua faccia; si premette coi pugni chiusi le occhiaie ad asciugarvi le lagrime, a ricacciare indietro quelle che volessero ancora spuntarvi, e rispose con voce ferma alla moglie:
— Vengo.
S'avviò diffatti con passo calmo e posato; ma davanti a lui vide le faccie pallide e sconvolte dei cinque uomini che gli si erano profferti ed erano accorsi lì a sua difesa. Si fermò a contemplarli un istante in silenzio; sulla sua faccia apparve una espressione di dubbio, di diffidenza, di ostile dispetto.
— Che fate voi qui? domandò egli bruscamente: che volete voi fare? Difendermi: avete detto. Mal consigliati! Perchè arrischierete la vostra vita per me e pei miei?... Siete uomini come gli altri; siete compagni di quella gente là; dunque provvedete un po' meglio a' fatti vostri, e senza esitazione veruna fate francamente quel che l'interesse vi consiglia e ve ne dice in segreto il cuore: abbandonateci, ponetevi in salvo voi, le vostre famiglie e le vostre robe: lo potete ancora; o meglio andate a congiungervi a quella frotta di assassini che distrugge la ricchezza accumulata dal lavoro di anni e di anni d'un onesto padre di famiglia; sarete più sicuri ancora, e ci avrete anzi giovamento... potrete prendere parte anche voi al bottino...
S'arrestò perchè vide sul volto leale di quella brava gente una sì dolorosa sorpresa che, a dispetto della sua stessa commozione, della irritazione della sua rabbiosa passione, pur ne fu tocco; capì che egli faceva loro un gravissimo, immeritato oltraggio. La faccia grossolana, ma buona, di Bastiano, protestava sopratutto contro la crudele accusa.
— Ah no: ripigliò con altro accento il signor Benda, porgendo di nuovo ai suoi subordinati le due mani con atto pieno di fiducia e d'espansione: voi non siete di quelli; per voi non è un peso la riconoscenza, non è manco una tentazione l'ingratitudine.
Quegli uomini afferrarono le mani ch'egli tendeva loro e le strinsero con forza, pronunziando confusamente tutti insieme parole di devozione e d'affetto.
— Oh dite, dite: riprese Giacomo, che a quelle dimostrazioni sentì entrare in petto una specie di tenerezza: ho io meritato codesto dai miei operai?
— No, no, certo che no, mille volte no; _Lei_, che è il migliore fra quanti padroni sieno al mondo: esclamarono in una i capi-officina; ma c'è qualche maledetto suo nemico che ha messo su quest'infame macchinazione.
— Ah! se lo potessi cogliere questo cotale: urlò a suo modo Bastiano, brandendo l'inseparabile suo randello.
Lo scoppio di voce del brav'uomo fece accorrere dalla stanza vicina Teresa vieppiù inquieta.
— Che cos'è? domandò essa aprendo il battente dell'uscio.
Ma nessuno ebbe tempo di farle una risposta. La funesta luce dell'incendio con rapidità spaventosa sviluppatosi le percosse gli occhi traverso i vetri della finestra. In fondo al cortile gli opificii ardevano oramai compiutamente. Era uno spettacolo di terribile, spaventosa bellezza. Le fiamme uscivano violente da ogni apertura, si strisciavano su per le pareti, lambivano il cornicione del fabbricato, cominciavano a mordere i capi dei travi del tetto, vi si appiccavano qua e colà, di passaggio soltanto dapprima, per divampare ed estinguersi, per isparire e tornare, come folletti aleggianti con bizzarro capriccio, che si conchiudeva poi in uno stabile dominio cui allargandosi prendeva l'incendio. Tratto tratto, come se qualcheduno si compiacesse a gettare in quel vasto focolare, che oramai occupava tutto il piano terreno, qualche ammasso di materie più infiammabili o di limature di ferro, le fiamme divampavano più brillanti e maggiori, od una colonna densa di scintilluccie accese, vivacissime, danzanti irrequiete, schioppettanti per l'aria, come un fuoco artificiale, si sollevava verso il cielo, illuminando d'un color di sangue tutte le cose circostanti, e la casa e le rimesse e le scuderie e i magazzini e la neve del cortile. Già s'udiva il rumore speciale dell'incendio, il crepitar delle fiamme, lo scroscio dei materiali che cadevano, e in mezzo a tutto questo gli urli efferati di quella turba di barbari e di iniqui. Le mogli e i bambini dei capioperai che abitavano il piano superiore della casa strillavano disperatamente.
— Gran Dio! Madonna Santa! esclamò Teresa a quella vista. Il fuoco! Siamo tutti persi.
Francesco dal suo letto udì queste tremende parole della madre. Per quanta impressione fosse la sua, lo sforzo fatto poco prima lo aveva talmente prostrato ch'egli non potè altro più che agitare sui cuscini la sua testa dolorante.
— Il fuoco, diss'egli con appena un soffio di voce sulle aride labbra: il fuoco! Ed io non posso far nulla nè per altri, nè per me! O mio Dio! O mio Dio!
Padre e madre accorsero presso di lui. A Giacomo la necessità di attenuare il pericolo alla mente del figliuolo, l'aver trovato delle anime devote e fedeli in que' cinque uomini che si consecravano anima e corpo alla loro difesa, avevano restituita tutta la sua primiera energia; si accostò al giacente la faccia sicura e parlò con voce tranquilla:
— È alla fabbrica che ne volevano quei scellerati; l'hanno invasa e vi appiccarono il fuoco. Ciò vuol dire che ora, contenti di sì bella impresa, noi ci lascieranno tranquilli.... Quanto al danno della fabbrica gli è nulla, perchè quella benedetta assicurazione contro gl'incendi a cui siamo associati ci compenserà d'ogni cosa.
La sua tranquillità così ben simulata, riuscì a calmare alquanto l'ansia e lo spavento degli altri.
— Ma, disse ancora Francesco, guardando attentamente negli occhi suo padre; l'incendio non può egli avvolgerci nelle sue spire e consumarci prima che i soccorsi sieno giunti?
— Oibò: rispose con fermo viso il padre. Esso è nel centro degli opifizi; per fortuna non c'è buffo d'aria che spiri, e prima che arrivi a comunicarsi ai fabbricati laterali, da cui potrebbe poi arrivare sino a noi, ce ne vuole. D'altronde quella mano di scellerati non tarderà a fuggire essa stessa innanzi alle fiamme da lei suscitate, e potremo noi medesimi per mano alle nostre trombe idrauliche e in brev'ora, anche senza soccorsi, spegnere l'incendio.
Ma la sicurezza e le lusinghiere speranze, cui manifestava, Giacomo era ben lontano dall'avere realmente in cuor suo. Egli, con fondamento pur troppo, temeva che le fiamme, già così potenti fin da principio per essere stato il fuoco appiccato in più luoghi, non tardassero ad appigliarsi ai corpi di casa che fiancheggiavano il cortile, dove avrebbero trovato una troppa e funesta esca nel fieno e nella paglia che vi stavano in abbondanza raccolti; era men vero che non soffiasse aria in quell'ora, chè anzi un vivace e frizzante vento del nord curvava le fiamme nella direzione appunto della casa, le flagellava ed agitava a farle più impetuose e più vive; dell'usare le trombe idrauliche non era pur da pensarci, chè la presenza dei saccheggiatori noi consentiva a niun modo, e che questi si sarebbero ritratti abbastanza per tempo da lasciar agio agli abitanti di provvedere a tal bisogna non aveva egli pure la menoma speranza. E poi, fosse anche ciò avvenuto, che avrebbe provato l'opera di sei uomini contro la terribile potenza d'un incendio di tali proporzioni? E nemmanco era sincera in lui l'opinione cui Giacomo aveva con tanta sicurezza espressa, che i rivoltosi, contenti di porre a fuoco ed a ruba la fabbrica, non avrebbero nulla più tentato contro la famiglia del principale e rispettatone l'abitazione; ben sapeva come l'uomo, una volta avviato giù per la china del male, precipiti per essa con moto accelerato fino a tal grado che non avrebbe mai sognato dapprima, e che tanto più ciò avviene delle masse di plebe, le quali, uscite dall'ordine, niuno può dire a qual eccesso nel tumulto non sieno per arrivare.
E le sue paure avevano diffatti ragione, e compiutamente; perchè il fuoco incitato dalla brezza si piegava verso l'abitazione, e già guadagnava lentamente le travature dei letti degli edifizi laterali; e, camminando più frettolosamente dell'incendio, una frotta d'uomini dalle faccie malvagie, dall'aspetto spaventoso, anneriti dal fumo il volto e le mani, gli occhi ardenti dalla cupidigia, dall'ardore della ferocia, dalla passione del delitto, s'avviavano verso l'abitazione della famiglia Benda guidati dal rosso chiarore dell'incendio che rifletteva la sua luce spaventosa sulle pareti e sui cristalli delle finestre della casa. In questo gruppo di sciagurati erano primi, s'intende, Graffigna, Stracciaferro, Marcaccio, Tanasio, e il misero Andrea, che ubbriaco fradicio, il cervello vieppiù eccitato da quello spettacolo, dal calore dell'incendio, dal fragore, dallo schiamazzo degli urli, da quel parosismo di furore, ond'era stata invasa quella turba scatenata, veniva ripetendo con crescente violenza:
— Ah ah! il sig. Benda non mi ha più voluto accogliere nella sua fabbrica. Mi ha mandato a crepar di fame. Sta bene; ora l'aggiusto io, la sua fabbrica e lui!
Appena penetrati nelle officine col mezzo che abbiam visto, mentre la folla degli operai si dava a guastare vandalicamente macchine, attrezzi e locali, quelli fra gl'invasori che appartenevano alla cocca, duce ed ispiratore Graffigna, si affrettavano al luogo dove per mezzo di Tanasio sapevano essere la cassa, e coi più acconci stromenti che loro forniva la stessa officina, giovandosi della forza straordinaria di Stracciaferro, in poco di tempo l'ebbero infranta e s'impadronirono di quanto conteneva. La forza di quel Sansone da galera, alla cui opera si doveva un così sollecito risultamento, venne ancora adoperata dal furbo Graffigna, che era l'intelligenza la quale metteva in giuoco quella macchina potente di carne ed ossa, affine d'impedire lo sperpero del bottino, ed evitare i guai che furono sul punto di nascere per la distribuzione del medesimo. Appena vista la preda, tutti quegli uomini si erano lanciati avidamente colle mani fatte ad artiglio per arraffarne la maggior parte che potessero; ma Graffigna, ponendo innanzi Stracciaferro, aveva gridato l'alto là colla sua voce fessa e sottile, che in quel momento solenne aveva trovata tanta forza da farsi udire distintamente in mezzo a quel fracasso indemoniato che aveva luogo tutt'intorno.
— Che nessuno tocchi, aveva gridato, che nessuno si serva, giuraddio! Si faranno le parti secondo regola e giustizia a cose finite; e il primo che avanza una mano, il mio buon amico Stracciaferro è incaricato di rompergli il grugno.
Il buon amico di Graffigna aveva commentato le parole di costui con un atto silenzioso ma eloquentissimo, levando in su agli occhi degli astanti le due masse nodose che erano i suoi pugni serrati; e innanzi alla figura bestiale e terribile di quel colosso, anche i più ardimentosi s'erano arretrati. Graffigna aveva spartito il bottino fra le sue e le tasche di Stracciaferro.
Codesto era appena finito che una nuova invasione di riottosi precipitavasi con accresciuto rumore sulla misera fabbrica. Erano le altre bande che soprarrivavano e volevano prender parte al saccheggio, alla devastazione. Come accade ad una fiorente campagna su cui s'abbatta ad un tratto una di quelle tremende nuvole di cavallette divoratrici che in pochissimo di tempo la riducono spoglia, nuda e desolata come dal gelo dell'inverno, così in un breve succedersi di minuti avvenne di quella misera officina così ben fornita, ordinata, dalle prospere condizioni pur dianzi. Tutto fu sciupato, tutto distrutto; il torrente irrompitore, colla sua potenza irrefrenabile ed infinita ebbe in un attimo ogni cosa messa a sperpero, portata via, infranta sul suo passaggio: le alte muraglie degli stanzoni vuotati parevano assistere con doloroso stupore a quella ridda infernale, a quella bufera di collera umana che strepitava in mezzo a loro; tutto trasportava frattanto con sè il turbine.
Ma quell'opera riusciva poca e non appagante abbastanza per la suscitata ferocia di quella turba scatenata. Il flagello sociale della rivolta aveva bisogno di ricorrere ad un flagello dato dalle forze della natura per averne collaborazione al suo empio proposito. La medesima idea funesta, come sempre avviene in simili casi, balenò contemporaneamente in più cervelli eccitati, la parola non fu manco pronunziata da labbro nessuno, e la cosa fu fatta in pari tempo da più mani scellerate: il fuoco venne appiccato in varii punti. Graffigna capì sollecito che quando i saccheggiatori non avessero più nulla da sperperare e da rubare negli opificii, si sarebbero gettati ancora mal paghi sull'abitazione del principale, e si affrettò a prendere una determinazione che doveva recargli due vantaggi: fuggire il fuoco che scacciava innanzi a sè gli assalitori, come demone che minaccia afferrare chi lo ha evocato, e giunger primo alla seconda cassa del fabbricante, innanzi che altre mani potessero arrivarla, innanzi che ad impedirgli l'agognato bottino venissero i soccorsi della forza pubblica: raccolse intorno a sè un manipolo dei più fidi e dei più acconci, e con essi accorse alla casa.
Furono arrestati dalla porticina del cortile accuratamente chiusa e solidamente abbarrata.
— Animo, Stracciaferro: disse Graffigna, gettami abbasso quest'uscio.
Il colosso si diede a percuotere nelle imposte con uno dei più grossi di quei martelli di cui si servono a battere il ferro affuocato sull'incudine, martellaccio ond'egli erasi armato, e che maneggiava con tanta facilità con quanta altri farebbe di un bastone.
I poveri assediati, dalle due stanze in cui s'erano rinchiusi, udirono i colpi tremendi e capirono che poco tempo avrebbe potuto resistere l'ostacolo dell'uscio; diffatti di lì a poco le imposte cedevano crocchiando, ed il varco era aperto. Ma in quel punto ecco sopraggiungere dagl'incendiati opifici una nuova frotta accorrente sulle poste di quei primi per prender parte ancor essi al saccheggio della casa. Graffigna che vide un imbarazzo non lieve alle sue mire in questo sorvenire di rinforzi, accorto com'egli era, non tardò a trovarci il rimedio.
— Eh un momento, cari amici che il boia v'impicchi: gridò ai sopravvenuti che tumultuariamente spingendosi tutti insieme verso la non larga apertura dell'uscio scassinato ed infranto facevano tal ressa da impedirsi a vicenda il passo; se facciam così ci schiaccieremo fra noi qui alla porta e non riusciremo a penetrarvi nessuno. C'è un'altra entrata per la scala grande di sotto l'atrio del portone; una parte di voi corra per di là, e dalle due parti verremo più facilmente a capo di renderci padroni della casa.
Il consiglio era buono; e lo resero ancora più efficace alcuni sergozzoni che Stracciaferro distribuì con assoluta imparzialità ai più ostinati che volevano cacciarsi innanzi. La turba maggiore si precipitò sotto l'atrio e salì come un uragano lo scalone; Graffigna co' suoi fidi s'introdusse per la scaletta.