Part 42
— Fu arrestato pochi giorni sono...
— Sì, Maestà, per un equivoco, ma il conte San Luca, e S. A. R. il Principe di Lucca chiarirono la sua innocenza, e fu tosto rilasciato.
Carlo Alberto fece il suo strano e misterioso sorriso; ad un tratto, come se per l'associazione di idee gli fosse venuto un nuovo e diverso pensiero, abbassò il cannocchiale e disse al cortigiano:
— Preghi il conte Barranchi di venirmi a parlare.
Diede con un lieve cenno di capo il congedo al Presidente della nobile Direzione teatrale; e questi rinculò, come aveva fatto il Cerimoniere, per allontanarsi. Fece l'imbasciata al generale Barranchi che recò sollecito i cordoni argentati del suo uniforme, lo sbarbaglio delle decorazioni che gli occupavano tutto il petto, ad inchinarsi alle spalle del Re.
— Conte, gli disse questi; sa Ella darmi notizie dell'avvocato Benda?
La domanda riuscì così strana ed inaspettata al signor generale che non ebbe di subito parole fatte per la risposta; il Re lo guardò stupito della tardanza di questa, e lo sguardo reale gli diede subito ispirazione e voce.
— Sì, Maestà, s'affrettò a dire. Sta meglio, sta molto meglio: è in fin dei conti cosa di poco momento.
— Mi fu detto invece, disse lentamente il Re, che la fosse una ferita gravissima.
— Pareva da principio, ma poi...
— Godo assai che sia com'Ella dice; e se il signor Benda guarisce presto e agevolmente, ciò vorrà di tanto migliorare la condizione del marchese di Baldissero innanzi a' suoi giudici.
Barranchi mostrò tanto stupore nella sua faccia da tracotante atteggiata ora all'umiltà ossequente di cortigiano, che il Re si compiacque di dare più ampia spiegazione del suo pensiero.
— Com'Ella sa, conte, io ho pubblicato un Codice Penale, in cui il duello è punito quale reato.
— Ma il figliuolo del marchese?..... susurrò Barranchi.
— Il figliuolo del marchese è un suddito come un altro, che non è per nissun modo al di sopra delle leggi.
Il generale ebbe tuttavia l'ardire di soggiungere:
— Credevo che gli arresti...
E Carlo Alberto, interrompendolo con una certa vivacità:
— Gli arresti glie li abbiam fatti intimare come nostro gentiluomo di Corte, e quindi soggetto ad una disciplina di obbedienza al nostro volere (cui noi gli avevamo fatto specialmente conoscere) e ch'egli ha audacemente infranto. Ciò però non lo assolve di dover rispondere all'Autorità competente della sua violazione della legge. Desidero anzi che sia dato un esempio, perchè si conosca che chi nella gerarchia sociale è più vicino al Trono, deve mostrarsi ed essere di tanto più zelante nell'ossequio alla legge.
Fece il piccol cenno di capo che equivaleva al congedo, e il conte, camminando a ritroso, andò a nascondere il suo stupore, per quelle parole del Re, fra la giubba ricamata d'un ciambellano e l'uniforme d'un aiutante di campo.
— Questa sera il Re è di cattivo umore, mormorò egli all'orecchio del ciambellano.
L'atto dell'opera era finito e passava l'intermezzo fra questo e l'azione coreografica, quando ad un tratto un certo movimento si manifestò nella massa dei corifei e delle comparse di Corte che riempiva la loggia reale, e questo movimento rapido si propagò nel resto del teatro, crescendo di vivezza e d'intensità, d'uno in altro ordine di palchi e fino nel mare onduloso di teste della platea. Che cosa era avvenuto?
Qualcheduno degli staffieri s'era presentato alla soglia della loggia reale ed aveva detto poche parole a quello de' suoi compagni che stava là impalato, a due passi dalle _Guardie del Corpo_ in sentinella. Questi s'era inoltrato ed aveva parlato a sua volta piano ad uno scudiere, che era andato dal Ministro degl'interni a trasmettergli, come un'ambasciata, le parole che aveva udite, le quali erano le seguenti:
— C'è costì nella galleria un messo che dice avere gravi ed urgenti cose a comunicare a S. E. il Ministro degl'interni intorno a tumulti che hanno luogo in un punto della città.
La novella parve abbastanza interessante a S. E. perchè s'affrettasse ad uscire della loggia ed a recarsi colà dove il messo aspettava. Era un agente particolare addetto al servizio segreto del Ministro; e il suo aspetto scalmanato, il respiro affannoso e la faccia turbata dicevano abbastanza fin dalla prima il peso delle novelle che arrecava.
Non erano due minuti che il Ministro aveva lasciato la loggia reale, quando da parte di lui venivano sollecitamente pregati a venire nella galleria, dov'egli li attendeva il Governatore di Torino e il Generale dei Carabinieri.
— Che cos'è? Che cos'è? si domandarono dall'uno all'altro i cortigiani e le dame, vedendo uscire a quel modo con una certa premura gl'indicati personaggi.
Lo scudiere che aveva trasmessa al Ministro l'imbasciata parlò di novelle gravi di tumulti che stavano avvenendo nella città, e siccome nessuno ne sapeva dare i particolari, la cosa, secondo quel che sempre suole, prese tosto nell'immaginazione di chi diceva ed ascoltava, le maggiori proporzioni. La grandissima curiosità suscitatasi faceva friggere i nobili nervi dei cortigiani e delle dame, e sarebbero di sicuro corsi tutti quanti dietro le LL. EE. a cercare di apprendere tutta la verità, se non fossero state a tenerli colà le catene — d'oro, se volete, ma sempre salde — dell'etichetta e del cerimoniale di Corte.
Qualche uffizialetto sgattaiolò fuori della loggia reale e corse, per avere il merito d'esser il primo, a recare l'importante novella nel palchetto di alcuna nobile signora alla moda, assiepata da visitatori. Ciò bastò perchè in un attimo la notizia circolasse in tutto il second'ordine dei palchi, si trasmettesse al primo ed al terzo, salisse fino alle alte regioni del quarto e del quinto.
Ed anco in platea non tardava a penetrare e spargersi il tristo annunzio. Qualcheduno era pur sopraggiunto dal di fuori che aveva recato, una turba immensa, migliaia e migliaia di rivoltosi avere assalito, saccheggiato, incendiato, tre, quattro, tutte le fabbriche che si contavano nei sobborghi e nelle vicinanze di Torino, ed ora quelli indemoniati, avanzarsi, vincitori, trionfanti, ebbri di liquori, di ferocia e di bottino, verso l'interno della città.
Se nel cortèo reale, fra i titolati e decorati _mannechini_ di Corte, l'emozione era frenata e doma dalla legge infrangibile dell'etichetta, questa ragione non esistendo più per la folla degli spettatori stipati ne' palchetti e nella platea, l'agitazione dei discorsi, degli atti, di tutte quelle teste fu somma allo scorrere sopra di loro di sì nuova e tremenda novella; ed un susurrio, un bisbiglio, un fremito di voci si elevò a dispetto del silenzio che doveva imporre l'ossequio per la presenza dell'Augusta famiglia regnante.
Carlo Alberto non tardò a notare questa novità: fece il solito cenno al signor Cerimoniere, e questi s'affrettò a venire curvo come un tenero alberello piegato dal vento, all'arrivo della voce sommessa di S. M.
— Che cos'è stato a produrre questo commovimento che vedo in tutto il teatro?
— Non saprei bene, Maestà: rispose il Cerimoniere, il quale in fatti non sapeva in che modo rispondere per non dispiacere a nessuno e non compromettersi per nulla.
— Non ha Ella udito dir niente?
Il valente uomo non avrebbe mancato del coraggio di dire anche una bugia per trarsi d'impaccio: ma la menzogna gli parve tornasse troppo improbabile.
— Pare che si dica che vi possa essere qualche cosa di nuovo per Torino... Sembrerebbe che alcuni mascalzoni avrebbero cominciato a far chiasso.
Tutti questi dubitativi e questi condizionali impazientarono il Re.
— S'informi di tutto esattamente, disse con una certa vivezza: voglio conoscere, e tosto, intiera la verità.
Il Cerimoniere stava per allontanarsi, quando il Re, come ravvisato, domandò:
— Il Ministro degli interni?
— Si è allontanato adess'adesso per un istante, chiamato appunto, se pure non erro, da questo incidente.
Carlo Alberto volse alquanto il capo e fece scorrere il suo occhio velato sopra la cerchia dei cortigiani.
— E il Governatore?
— Andato ancor egli col Ministro.
— Ed è con loro eziandio il conte Barranchi?
— Sì, Maestà.
— Faccia il piacere, mandi subito per essi, affinchè vengano tutti e tre a parlarmi senza ritardo.
Il gran Cerimoniere s'affrettò a trasmettere l'ordine sovrano; e tosto dopo i tre personaggi designati rientravano nella loggia. S'inoltrarono presso al seggio reale fino alla distanza cui soleva tenersi il Cerimoniere, e s'inchinarono. Il Re fece segno al Ministro degl'interni che venisse a parlargli il primo. Il Ministro mosse due passi innanzi e si curvò verso il capo canuto del Re: gli altri due stettero dritti impalati, in riga col Cerimoniere di Corte.
— Che cos'è che succede? interrogò Cario Alberto. Dica tutto. Ella sa ch'io non voglio che mi si nasconda il vero.
— Ho avuto l'onore, rispose il Ministro, di prevenire V. M. che si tentava di far sorgere de' guai fra la sua buona popolazione di Torino.
— Ed io le aveva detto, si prendessero tutte le più efficaci misure perchè questi guai non avvenissero.
— Non si è mancato al dover nostro, Maestà. Mi sono messo in relazione coll'autorità militare per mezzo del signor Governatore e del Generale Comandante la divisione, e colla Polizia per mezzo del Generale dei Carabinieri, affine di stabilire un accordo comune in un'azione di concerto.
— E non ostante questo accordo e questo concerto, disse il Re con una certa ironia, ma velatissima, i guai non si sono evitati.
— È cosa di poco momento, Maestà. Non tarderà ogni tumulto ad essere represso, e la compiuta tranquillità ristabilita; anzi.... gli ordini sono già trasmessi... a quest'ora scommetterei che tutto è finito.
— Ma, in fine, quali sono i particolari del fatto?
— Una mano di sciagurati, la feccia proprio della plebe, fra cui alcuni operai, o tristi o traviati, tentarono penetrare in alcune fabbriche; ma noi che avevamo avuto sentore della cosa, abbiamo guernite le principali e le più minacciate, d'un certo presidio di guardie di polizia e di carabinieri; inoltre, siccome le truppe erano consegnate nelle caserme fin da questa mattina e l'ordine opportuno era dato, alla prima chiamata degli agenti di polizia, accorsero sopra luogo dei forti picchetti di fanteria. I tumultuanti, che al trovare l'inaspettata resistenza ed al vedere le divise dei carabinieri nelle fabbriche cui movevano per assalire, già nicchiavano, al sopraggiungere dei soldati, se la diedero a gambe; e così avvenne presso quasi tutti i minacciati opifizi.
Il Re, a prima giunta, non badò a quel quasi.
— E tutto è dunque finito così?
Il Ministro esitò.
— Mi dica ogni cosa: soggiunse vivamente Carlo Alberto.
— Disgraziatamente, riprese il Ministro, una di codeste fabbriche, la quale non si credeva minacciata, non fu custodita come le altre.
Il Re sollevò vivamente gli occhi in volto al Ministro.
— Ebbene?
— I riottosi, scacciati da tutti gli altri luoghi, si raccozzarono e si gettarono tutti quanti contro di quella; riuscirono facilmente a penetrarvi, e pare che abbiano incominciato a saccheggiarla.
Carlo Alberto aggrottò le sopracciglia ed espresse nella faccia un vivo dispiacere.
— Ah codesto mi duole, diss'egli, mi duole assai; e non avrei voluto che una simil cosa succedesse sotto il mio regno..... Le sarei stato molto obbligato, conte, s'Ella avesse saputo fare in modo che Lei ministro, questo dispiacere mi fosse risparmiato.
Il Ministro arrossì a quel rimprovero.
— Creda, Maestà, che per parte mia.....
Il Re l'interruppe.
— Ed ora si è provvisto a che sì disgraziata vicenda abbia fine?
— Sì, Maestà. Il Governatore e il Generale dei Carabinieri hanno mandato i loro ordini; uno squadrone di questi ed una compagnia di Bersaglieri furono spediti a passo di corsa; e benchè quella fabbrica sia un po' lontana, ritengo che a quest'ora saranno già arrivati o saranno presso ad arrivare sul luogo.
Carlo Alberto che non aveva ancora dimandato quale si fosse questa fabbrica, ebbe curiosità di saperlo.
— Ella non mi ha ancora detto di chi sia quello sventurato opifizio.
— È l'officina di ferro del Benda.
S. M. fece un lieve moto della persona.
— Me ne dispiace, disse con tono di vero rincrescimento; oh mi dispiace tanto di più... Dica al Governatore che mi si accosti.
Il Ministro si ritrasse, e il Governatore prese sollecitamente il suo posto.
Carlo Alberto parlò molto severamente.
— Come non prese Ella tutte le disposizioni necessarie perchè gli sciagurati fatti che ho inteso dal Ministro non avvenissero?
Il vecchio militare rispose con rispettosa fermezza:
— Io ho fatto tutto quello che mi spettava nelle mie attribuzioni. Appena ricevuta in proposito la comunicazione del Ministero, io provvidi perchè ci fosse pronta ad ogni qualunque momento una forza bastevole a reprimere la sommossa, tutta la forza disponibile che abbiamo a Torino; ma l'impiego poi di questa forza non si apparteneva a me il determinarlo, nè pel luogo nè per l'ora, sibbene alla Polizia a cui disposizione l'avevo messa.
Il Re guardò il Governatore con un'aria che voleva dire: «Avete ragione:» ma non lo espresse a parole.
— Ed ora, soggiuns'egli poi, un nerbo di truppe sufficiente è stato spedito?
— Sì, Maestà.
— Va bene... Mi faccia venire il Generale dei Carabinieri.
Fu la volta del conte Barranchi di tornare presso Sua Maestà.
— Perchè, gli domandò il Re più severo ancora di quel che avesse parlato al Governatore, non ha Ella premunito, come le altre, la fabbrica del sig. Benda dagli assalti di quella canaglia?
— Non si sospettava, non si credeva.... disse il comandante della Polizia.
— Invece era da sospettarsi e da credersi più di questa che delle altre, poichè ier l'altro già avevano avuto luogo in essa dei guai.
Barranchi rimase alquanto sconcertato, e maledisse in cuor suo che il Re fosse così ben informato.
— Maestà, diss'egli dopo un minuto secondo di meditazione: tutto il male non viene per nuocere. Quella famiglia è un nido di rivoluzionarii.
Ma il Re lo guardò di tal guisa che le parole gli si arrestarono sulla bocca rimasta aperta.
— Non sa Ella, che dobbiamo la nostra protezione a tutti quanti i nostri sudditi? Signor conte, desidero che in codesto Ella non abbia neppure colpa di negligenza, ma non le posso dissimulare che tutto ciò mi è assai spiacevole.
Al rimprovero del Re il Ministro degl'interni era diventato rosso: a quello che ora toccava a lui, il conte Barranchi si fece addirittura scarlatto.
— Desidero, continuò Carlo Alberto, di essere informato sollecitamente e man mano di tutto quello che accade.... Dia gli ordini opportuni.
Barranchi si sprofondò in un inchino che non finiva più; e come il Re aveva fatto col capo il cenno di congedo, egli si ritrasse col volto del colore di matton cotto, e coi lineamenti sconvolti, come di chi è minacciato da un colpo apopletico.
La notizia che il Generale dei Carabinieri era caduto in disgrazia del Re circolò subito nella folla dei cortigiani, e parecchi che l'avevano amara con lui, ma che pure fino allora gli avevano sempre fatto bocchin da ridere, ebbero l'ardimento di voltargli le spalle mentr'egli passava loro dappresso.
Ma tutto questo andirivieni nella loggia reale, e questo confabulare col Re di personaggi importanti erano stati osservati dal pubblico ed avevano conferito a dare maggiore vivacità e forza alle supposizioni, alle voci allarmami, alle gravi novelle che correvano pel teatro.
Come vi potete pensare, erano esse arrivate eziandio fino al sedicente dottor Quercia, che le accoglieva con una finta sbadataggine e con una specie d'incredula indifferenza, ma che in cuore s'allegrava, augurandosi che reale fosse la gravità delle novelle comunicategli.
Voglioso d'accertarsene, egli s'era rivolto al conte di San Luca, che ho detto sedere in una poltrona d'orchestra non molto lontana da quella di Quercia.
— Ella, signor conte, per mezzo di suo zio il Generale, potrebbe saper tosto ed esatta la verità.
— È giusto: esclamò San Luca, il quale s'affrettò ad abbandonare il suo posto per correre in cerca di informazioni.
Dieci minuti dopo egli ritornava: non aveva potuto arrivare sino allo zio, ma aveva parlato all'uffiziale medesimo per mezzo di cui il conte Barranchi aveva trasmesso i suoi ordini.
— Ebbene? Ebbene? gli domandarono ansiosamente tutti i vicini, fra cui Quercia, aggruppandosi intorno a lui.
— Non è vero, rispose San Luca, che sieno molte le fabbriche saccheggiate; non è che una sola fuori di città.
— Quale? domandò Luigi che ebbe di subito come un indovinamento del vero.
— Quella Benda.
Quercia si morse le labbra per non lasciarne prorompere una bestemmia: e senza por tempo in mezzo si tolse di là frettoloso.
— Dove andate? domandarono alcuni.
— Cospetto! Alla fabbrica Benda. Quella famiglia è de' miei amici, e corro a vedere se posso essere loro capace di qualche soccorso.
Questo generoso impulso del giovane fu molto ammirato. Gian-Luigi si precipitò fuori di teatro, corse nella piazza ad una carrozza da nolo, ed aprendone lo sportello disse vivamente al cocchiere:
— Sul viale ***; ti dirò io quando avrai da fermare. Ti do uno scudo se ci arrivi in dieci minuti.
Si slanciò nell'interno della carrozza; il cocchiere levò con una mano la coperta che stava sul dorso del cavallo, coll'altra diede alla povera bestia quattro buone frustate; e la carrozza partì di galoppo.
CAPITOLO XXVIII.
Le bande degl'insorti in numero di quattro, ordinate come il _medichino_ aveva stabilito ed insegnato, raccozzatesi in punti diversi e con buona ragione trascelti, verso le sette, già essendo piena in quella stagione la notte, s'erano avviate, ciascuna verso quella meta che le era stata particolarmente assegnata; ma tre di esse non avevano tardato a trovare innanzi a sè l'ostacolo della truppa in tanta forza che una follia soltanto sarebbe stato un tentativo di resistenza. I riottosi avevano dato indietro, e come se i soldati non avessero comando che di impedirli dai luoghi custoditi, li avevano lasciati allontanare tranquillamente senza cercare di sbaragliarli e disperderli; ed allora per queste frotte ributtate, come se alcuno fosse colà appostato per dare a tempo opportuno il motto d'ordine, era corso il grido: «alla fabbrica Benda;» e tutta quella massa d'uomini eccitati dai fumi del vino s'era diretta all'officina di sor Giacomo.
Quella fra le bande che già fin dalla prima distribuzione delle parti doveva rivolgersi verso la casa e gli opifizi dei nostri amici ed assalirli, non ostante che Gian-Luigi avesse tentato poi, per mezzo di Graffigna, ottenere che verso quel luogo non si dirigesse, mercè la malizia di Graffigna medesimo che la guidava, era stata una delle più sollecite a recarsi al suo destino, e non aveva trovato sui suoi passi ombra d'ostacolo. Bastiano, che aveva ancora la testa fasciata, udito il rumore della folla avvicinantesi, il quale pareva quello dell'onda rumorosa d'un torrente straripato, aveva appena avuto tempo di chiudere ed abbarrare il portone da basso, che la turba veniva proprio come un fiotto a battere contro le pareti della casa, vociando, urlando, strepitando in mille guise.
La famigliuola stava riunita nella stanza di Francesco, che, alquanto migliorato, sonnecchiava per la prima volta tranquillamente senza febbre. La madre lo guardava intenerita, e sentiva ancor essa per la prima volta scemare alquanto, rammollirsi per così dire, la tensione dello spasimo e dell'affanno che le avevano torturata l'anima dal primo istante in cui aveva veduto comparirle innanzi il figliuolo ferito. Ad un punto, essa prima di tutti, per quell'acuità di sensi che dà in tali circostanze la sollecitudine del profondo, vivissimo affetto, udì lontano il fragore delle grida e dei passi della frotta minacciosa, come il rombo d'un temporale che sorge all'orizzonte. Senza che la povera madre si rendesse pure il menomo conto di ciò che potesse essere, una indefinita paura la riscosse nell'intimo: guardò Francesco che continuava tuttavia nel suo placido riposo; credette non foss'altro che una frotta di ubbriachi in quella sera dell'ultima domenica carnevalesca, si dolse che avessero proprio da passar colà, in quel viale deserto dov'essi dimoravano, per turbare il sonno del ferito, e pregò mentalmente dalla Santa Vergine che li tenesse lontani e non lasciasse che troncassero quel riposo riparatore del giacente; ma ad ogni minuto secondo il rumore cresceva, ed oramai appariva troppo maggiore e troppo diverso da quello che faccia una mano di ubbriachi. Anche Giacomo, anche Maria levarono il capo attoniti, turbati, quasi atterriti; udirono lo sportello nell'imposta del portone da basso chiudersi con violenza, e tosto dopo lo scoppio delle grida di morte sotto la finestra e una salve di colpi violenti contro la porta.
— Che cos'è? domandò Francesco svegliandosi in sussulto e guardando con occhio largo i volti impalliditi de' suoi. È un nuovo guaio nella fabbrica? A quest'ora?
— Sta tranquillo: gli rispose il padre. Non so che cosa sia, ma vado a vedere...
Una più violenta esplosione di grida lo interruppe: in mezzo a quelle varie voci che urlavano parole diverse, parecchie delle più forti si unirono in un grido solo che giunse distinto alle orecchie dell'assalita famiglia.
— Morte a Benda!
Francesco nel suo letto trasalì; il padre si slanciò verso la finestra; ma in quella una grandinata di sassi venne lanciata con impeto contro la casa e precisamente contro la finestra dalla quale traverso i vetri appariva nella notte il fioco raggio della lampada, e due tre pietre rompendo la doppia invetrata penetrarono entro la camera; Giacomo stesso fu colpito abbastanza gravemente nel braccio, uno dei sassi venne rotolando fino ai piedi del letto in cui giaceva il ferito: le due donne non poterono frenare un grido di spavento.
Giacomo lasciò scappare una bestemmia.
— Morte a noi! esclamò Francesco vivamente e dolorosissimamente commosso: e ci si assale in questa guisa?... Oh per Iddio!...
E fece un moto per levarsi sul letto, e gettar i piedi sul pavimento: ma si fu appena sollevato di alquanto che dovette ricadere con tutto il suo peso sui cuscini, fattosi più bianco in volto delle sue lenzuola, presso a svenire; Teresa accorse al capezzale del figlio.
— Francesco! Francesco, per carità! esclamò ella: non muoverti.
Sor Giacomo s'era affrettalo a chiudere le imposte di legno sopra le invetrate rotte da cui penetrava fischiando l'aria gelata di quella notte invernale. Maria spaventata era accorsa presso il fratello ad aiutare la madre nell'opera di soccorrerlo. Al di fuori continuavano le grida e la tempesta dei sassi contro la parete e le finestre della casa di cui si udivano i vetri cadere infranti; le pietre che percuotevano nelle medesime imposte chiuse da Giacomo erano così frequenti che minacciavano romperle; spesseggiavano e più violenti i colpi nel portone che si voleva atterrare.
Il padre di Francesco, risoluto ed impetuoso come egli era, determinò di presente affrontare faccia a faccia quel pericolo, piuttosto di attendere, superate le deboli barriere che gli si potevano opporre, venisse a coglierlo colà nel santuario della sua famiglia. Si slanciò verso l'uscio della stanza; ma la moglie che vide quell'atto, che capì quel disegno, più ratta di lui gli fu innanzi sulla soglia e lo prese alle braccia con forza straordinaria.
— Che vuoi tu fare? gli disse autorevolmente. Esporti al furore di quelle belve eccitate? Ciò potresti se tu fossi solo... mi ci siamo noi...
— E forse questo è il modo migliore di salvarvene: disse Giacomo nella cui testa batteva il sangue tumultuosamente.
— No, disse la donna; e noi non vogliamo di salvamento a simil prezzo... Quegli sconsigliati non si possono più dominare... Non è che un esporti facil preda alla loro ferocia. Non uscire, Giacomo, te ne prego, per amore di Dio, per amore dei nostri figli, in nome di Francesco... Vuoi tu ucciderlo di subito quel poveretto?