Part 41
— Rimorsi! esclamò. Che vocabolo ho io pronunziato cui ho voluto ed ho detto tante volte cancellato dal mio linguaggio come l'idea che rappresenta dal mio pensiero? Lasciamo quelle debolezze alla femminetta in cui la carne lottò colla paura del confessore e vinse. Un uomo che, in presenza delle vicende della vita, assecondò arditamente l'impulso della sua natura, quindi le leggi dell'esplicamento del proprio individuo, non deve avere nè pentimenti nè rimpianti. Incontrò nel suo cammino la necessità del male e dovette con essa procedere come con un compagno di viaggio... Il male? (Crollò le spalle con una disdegnosa impazienza). Una parola di convenzione anco quella. È una relatività delle nostre apprensioni. Esiste esso il male nell'assoluto?... Incontrò delle difficoltà al suo passo, e dovette superarle affine di proseguire. Alcuno rimase schiacciato. E con ciò? Tutta la natura è una lotta per la vita. L'animalità è un immenso fratricidio. L'uomo al fastigio della piramide di questa creazione organica, che nella sua stessa distruzione attinge gli elementi della vita, è condannato, più ancora d'ogni altro animale, per vivere, per pensare, per esplicarsi, a servire, invocare, gridare la legge di morte. Non ho rimorsi; non voglio averne. Posto di nuovo al principio della mia giovinezza, pressato dalle circostanze che mi spingevano, io sceglierei ancora la medesima strada. Fu fatale; anche i Numi della Grecia subivano il Fato.
«Ed ora una nuova forza, nata non in me, ma che in me si ripercuote, vuole spingermi fuori di questa via che gli uomini chiamano del delitto. È fatale anche ciò? Sì certo sarà, dove io ci riesca.»
Fece una nuova pausa: la ruga della sua fronte si mostrava profondamente incavata, e dalle ciglia abbassate usciva pur tuttavia una fiera luce dagli occhi suoi.
— La natura, che è nostra grande maestra universale, ci dà un terribile insegnamento. Quando un mezzo qualunque le è diventato inutile..... non aspetta nè anco che sia diventato dannoso... certe volte, per una specie di capriccio, soltanto quando esso le torna meno gradito, spietatamente lo distrugge. L'uomo forte, l'uomo superiore, nella sua azione sul mondo ambiente, ha il còmpito della natura, attua ancor egli un'opera creativa, nell'ordine materiale, così bene come, e più, in quello intellettivo e morale. È un coadiutore consciente della madre natura; ha diritto, ha dovere d'imitarla. Io, la cocca, non dovrei con atto positivo distruggerla per mia opera medesima; non avrei che da lasciarla schiacciare: le circostanze mi si offrono operatrici esse stesse... non ho che da volere... non ho che da aiutarle...
Fu scosso come da una specie di brivido. Battè sulla tavola un colpo più forte del pugnale che vi si piantò, e sorse in piedi per una subita spinta di irrequietudine. Una voce che pareva estranea gli aveva gridato all'orecchio quella parola sotto a cui le labbra gli si erano irrigidite poc'anzi.
— Ma questo è un tradimento!
Andò su e giù della stanza con passo concitato, i pugni chiusi, gli occhi atterrati, le mascelle contratte.
— Mistero! Mistero! Mistero! gridò egli con una esplosione di rabbia profonda. Tutto è mistero in noi e fuori di noi. Dicevo che l'uomo è sempre via via diverso nella successione delle sue ore di vita. Gli è peggio: esso non è nemmanco mai uno nel suo essere, in un suo momento d'esistenza. Ecco, in che stanno ora due tendenze, due spiriti, due individui: l'uno è quello che ha scosso il fastello de' pregiudizi di quella grettezza di concetto, che gli uomini chiamano superbamente la morale; l'altro invece si sente riprendere a poco a poco dall'influsso di quella pretesa legge. Che sarei io, se non avessi infranto mai codesta legge, e camminato per la mia via ubbidiente all'ordine del contingente, al concetto dell'umanità presente effettuato nel reale? Quest'altro Luigi che ne sarebbe restato, io lo sento in me, lo porto meco in potenza, me lo vedo davanti nel campo oscuro e confuso della mia coscienza; e sono pur tutt'altro, e penso insieme in due modi diversi, e quel che voglia non so....
Crollò il capo nell'amaro sorriso dello scettico.
— Stolto! stolto! tre, quattro, cento volte stolto!... Noi non siamo che un risultamento. Non abbiamo neppure il diritto di chiamarci individui. L'universo può continuamente su noi, siamo l'opera sua incessante; materialmente o moralmente esso ci fa e ci disfa, atomi d'un nembo infinito di polvere, goccie d'un oceano sterminato. Noi non siamo nè una volontà, nè un disegno prestabilito, nè una monade indivisibile; siamo un aggregato in un oscillamento continuo de' suoi elementi.... Va al fondo di tutto questo, distruggi quella misteriosa forza di turbinio che chiama, agglomera e rigetta via via le varie molecole dell'eterno ambiente, che cosa ci trovi?... Il nulla!
Entrò nel riposto suo gabinetto che teneva sempre chiuso a chiave. Accese una dozzina di lumi, che sparsero colà un vivo chiarore rossigno, trasse da una specie di stipo un portaliquori in cui parecchie fiaschette di liquidi che a quella luce smagliavano con diversi e brillanti colori, lo pose sulla tavola innanzi a cui soleva sedere lavorando, e riempitosi un piccolo bicchierino di un liquore colore di smeraldo, lo tracannò d'un fiato. Si volse poscia ad una donna, che, discinta nelle vesti, mezzo nuda il seno, le chiome disciolte, pallida in viso, ma con occhi ardenti e labbra color di sangue, al veder entrare il medichino s'era sollevata alquanto della persona, appoggiandosi col gomito sul sofà dove giaceva distesa, e stava seguitando con isguardo sottomesso insieme e appassionato il giovane in ogni sua mossa.
— Maddalena! le disse Gian-Luigi con voce metallica, stranamente vibrante: ho bisogno di stordirmi, ho bisogno d'obliare, non fosse che un'ora. Questi liquori e tu dovete fare cotal miracolo anche questa volta... Te ne senti tu capace? Anche tu, povera donna, sei un inconscio elemento della mia vita. Segui la legge della tua natura e dàmmi quel che può dare il tuo essere. Il mondo lo chiama vizio e corruzione; lite di parole: è il frutto dell'albero, quale lo volle l'inconcepibile azzardo..... Tu non mi comprendi?... Che importa? Ora mi piaci; e ti basti. Percossa, scacciata da me, tu sei venuta trascinandoti sulle ginocchia a domandare perdono e la grazia di sedermi ai piedi... Ebbene, ti accetto, e ti rivoglio. Questo liquore m'inebria... ed anche il tuo bacio da vampiro, il tuo alito di fuoco m'inebriano..... Sono in faccia alla sfinge, sono in faccia all'abisso, sono in procinto di lottare coll'inevitabile... Ho bisogno d'ebbrezza.
Maddalena schiuse le voluttuose labbra al sorriso della Sunamite, e Gian-Luigi si precipitò fra le braccia che gli si protendevano, quasi direi palpitanti.
CAPITOLO XXVII.
Siamo alla sera della domenica. Il tempo è freddo e nuvoloso; la città, non ostante gli accesi lampioni, allora più scarsi che adesso non sieno, è avvolta nelle tenebre a cagione della densa nebbia che tutta la ricopre. In Piazza Castello, al fondo della spianata del Palazzo Reale, questo risplende per tutti i finestroni della luce che mandano i mille doppieri ond'è internamente illuminato: luce che, per la nebbia traverso cui è rifratta, diventa all'occhio del riguardante di colore rossigno. Anche i portici del Teatro Regio sfavillano d'una maggior luce, e sotto di essi passa, entrando ed uscendone, una doppia corrente di carrozze che colle loro lanterne dànno immagine d'un'ordinata, lenta processione di lucciole, il cui fuoco tremola palpitante traverso la nebbia della notte.
Tutto luce, animazione, sfarzo è nell'interno la sala del teatro _illuminata a giorno_, brillante per le acconciature elegantissime di quante più ricche e belle dame contenga l'eletta cittadinanza.
Si aspetta la venuta della Corte che deve comparire fra poco nel Palco Reale in cui centinaia di fiammelle de' doppieri si riflettono sulle dorature delle pareti, sull'oro dei ricami delle drapperie di velluto cremisino.
Il teatro è pieno zeppo di gente, le conversazioni da capo a fondo della vasta sala, su per ogni ordine di loggie, sono vivacissime, ma non potreste dire quella essere allegria che agiti quelle numerose teste, come il vento agita nel campo le rigonfie spighe della messe. È un'agitazione che ha tutte le arie d'un'aspettativa quasi ansiosa, è come un sentimento di affanno e di paura istintivo. Di che? Nessuno forse lo sa ben chiaro: ma si sente qualche cosa nell'atmosfera medesima che si respira che v'inquieta. Tutto il giorno quella specie di intima emozione ha dominato la città. Voci vaghe sono corse, piene d'un certo terrore, misterioso perchè indefinito; fu come se moralmente si sentisse il terreno vacillare sotto i piedi, accadde allo ambiente degli animi quello che alla natura, quando appressandosi un temporale, di cui non si vede neppure ancora la minaccia, già tuttavia si avverte una inquietudine febbrile anche negli esseri inanimati traverso la campagna. Questa disposizione degli animi è venuta crescendo. Si temeva che _avvenisse qualche cosa_, e si aveva una curiosità estrema di assistervi. Mai il teatro non era stato così gremito di spettatori. Voltavano le loro faccie aspettanti verso il palco reale che in mezzo a quella ricurva parete di loggie piene di gente, vuoto ancora, colla tanta luce che mandava, pareva appunto il campo in cui avesse da venirsi a scrivere la parola del destino.
Lungo tutta la giornata avevano occupati i viali della città e le più basse osterie dei sobborghi le turbe degli operai di quasi tutte le fabbriche, i quali con una meravigliosa intesa avevano intimato ai padroni la guerra dello sciopero. Nel pomeriggio, alcuni gruppi di plebei, mezzo avvinazzati, con faccie truci e minacciose, s'erano avventurati nelle strade perfino della città, tenendosi a braccia, urtando nel passaggio con villana provocazione i tranquilli cittadini, sbraitando a squarciagola sciagurate canzonaccie; una frotta di cenciosi era entrata in uno degli eleganti caffè, s'era fatta servire di quanto vi aveva di meglio, poi per paga avevano rotto chicchere e bicchieri, minacciato i garzoni, ed eran fuggiti solamente innanzi alla guardia che era accorsa. Una nuvola di _arcieri_, di _veterani_ del Comando militare, di carabinieri e di guardie municipali aveva dato la caccia a queste squadre di tumultuanti penetrate in città e le avevano facilmente fatte ritrarsi; ma colà sui viali pareva che temessero ad andarli perseguitare e disperdere. I buoni borghesi se ne stupivano. Bene susurravasi che le due brigate di guarnigione avevano tutti i loro uomini consegnati alle caserme per essere pronti ad ogni evento, e diffatti non un soldato vedevasi per le vie; ben sapevasi che le guardie al Palazzo Reale, al Palazzo Madama ed alle quattro porte erano state rinforzate, ma pure la paura del tranquillo proprietario e del poco eroico bottegaio si domandava il perchè della tolleranza della Polizia verso quelle sembianze di riottosi. Erano i primi sintomi d'un'agitazione rivoluzionaria qualunque che si mostrassero all'aperto in quella monotonia di sistema repressivo: il Re, dicevasi, n'era sdegnatissimo; chi poteva recarsi a teatro era ansioso di accorrervi quella sera per leggere sulla faccia pallida e misteriosa di Carlo Alberto il riflesso, il ripercotersi, l'effetto di quegli eventi.
Nella folla che si serrava fra le pareti del teatro, c'erano eziandio molti dei giovani liberali che avevano ordita la trama di quella temeraria congiura politica per la libertà della patria. Avevano rinunziato, per le ragioni che sappiamo, al matto loro proposito; ma pur tuttavia erano accorsi colà dove la scena principale dell'immaginato dramma politico avrebbe dovuto avvenire, ed essi avervi sì gran parte. Pensando all'audacissima opera che s'erano assunta, il cuore palpitava ancora nel loro petto, e forse, nell'intimo, quasi tutti si rallegravano che la Provvidenza li avesse sciolti, senza lor fallire, dal terribile impegno. Più che agli altri batteva agitato il cuore a Mario Tiburzio. Quanto a lui, probabilmente, più tranquillo e' sarebbe stato, se l'arditissimo disegno avesse avuto da compiersi. La sua fede nel patriottismo del monarca era troppo ancora recente, e con troppo lieve forza radicata, perchè il suo animo vi si potesse acquetare.
— Noi abbiamo rinunziato ad una realtà forse, per un'ombra: dicevasi.
Gli tornavano alla mente le parole di Quercia e si domandava se non aveva questi ragione, se in lui, Mario, non era ufficio, quasi dovere di patriota, far violenza al destino. Coll'aiuto delle turbe suscitate da Gian-Luigi, la rivoluzione in Torino avrebbe vinto; le altre città sarebbero state trascinate dall'esempio; era questa una prospettiva possibile, più reale e più prossima che non la problematica promessa di un re, legata a circostanze che forse non si verificherebbero mai. Ora egli sta per comparire là in faccia a questo re, segretamente impegnato colla rivoluzione, in apparenza fiero sostegno d'ogni più stretta forma del passato, consacratosi, nell'ombra, campione dell'indipendenza della patria, alla luce della vita pubblica e del mondo diplomatico, devoto amico allo straniero oppressore. Da quelle tavole del palco scenico egli doveva gridare a quel discendente di principi la parola del popolo, a quell'erede di tante generazioni nella storia, il motto della generazione novella in un nuovo ciclo storico che doveva aprirsi; ora invece gli verrà innanzi a mandargli le note di un canto d'opera.
E pensava a Quercia, al principio ch'esso rappresentava, di cui fin allora egli non aveva tenuto calcolo a dovere, al suo persistere nella risoluzione della lotta, malgrado il ritrarsi di lui, Mario, e dei suoi. Aveva cercato più volte di Luigi affine di tentare ancora dissuaderlo, e non aveva potuto trovarlo mai; gli aveva scritto e non ricevutane risposta nessuna. Ora sentiva incomber su di sè una tremenda responsabilità di quanto fosse per avvenire. Non avrebb'egli dovuto, poichè da mutuo, solenne impegno eran legati, continuare a correre colla plebe la sorte medesima? Ma poichè, a suo senno, la riuscita impossibile e i danni crudelmente inutili, non era obbligo suo l'aver impedito in ogni modo che la fatal lotta succedesse? Gli elementi del suo giudizio morale si confondevano così stranamente e penosamente in lui, ch'e' non ci vedeva più lume. Si diceva che avrebbe dovuto morire coi rivoltosi che morrebbero; si diceva che avrebbe dovuto rendere impossibile lo scoppio, anche denunziandone il disegno: egli invece non aveva saputo che farsi, era stato inoperoso in una indecisione che era forse la peggiore delle colpe.
Mentre Mario Tiburzio stava tormentandosi di questa guisa nel camerino dove si vestiva, il teatro empitosi per l'affatto era tutto un brulichio. Fra gli _habitués_ notavasi chi c'era e chi non c'era. Mancava la famiglia di Baldissero che aveva dato ad altri il suo palchetto, ma sapevasi che il figliuolo primogenito del marchese, in seguito al suo duello, era stato, d'ordine espresso del Re, condotto agli arresti nella Cittadella, e si capiva quella mancanza dai più, quantunque alcuni zelanti la giudicassero pur tuttavia quasi una colpa verso il Re, da parte del vecchio ministro di Stato: c'era invece la contessa Langosco di Staffarda, alla quale tutti s'accordavano nel trovare un'aria sempre più originale in quella evidente preoccupazione onde appariva posseduta.
Luigi Quercia, abbandonatamente seduto nella sua poltrona d'orchestra, guardava di qua e di là col suo cannocchiale, e scambiava parole allegre e vivaci coi suoi vicini dintorno, fra cui poco discosto il conte San Luca. Fuori di quel caldo e splendido ambiente, nella fredda oscurità di quella notte nebbiosa, stava per giuocarsi una tremenda partita, da cui dipendeva il suo destino: ed egli era là, sorridente di naturale e tranquilla gaiezza, con animo così leggiero e mente così libera, come se di nulla si trattasse. Fino al momento appunto di venire in teatro, egli ai capi della rivolta raccolti in Cafarnao aveva dato le ultime istruzioni, ed accomiatandoli aveva detto loro: — «Nel migliore della danza mi vedrete poi comparire e mettermi a vostro capo.» Li aveva guardati ad uscire con una strana espressione che pareva di sollievo, e gli era venuto in mente l'_Ave Caesar, morituri te salutant_ dei gladiatori, i quali non dovevano uscir più dall'arena che morti. Aveva fatto dietro di essi un feroce sorriso; e levandosi i guanti che avevano toccato quelle mani, li aveva gettati per calzarne un altro paio di nuovi.
Mentre egli discorreva il più lietamente del mondo, di piacevolezze, di avventure galanti, di arte, di aneddoti più o meno maligni, andava pure seco stesso pensando: «Or ora incomincia l'azione: farsa o tragedia? Quei grulli birboni non sanno che in questo momento traggono il dado per sapere s'e' saranno predoni impiccati, od eroi celebrati nella storia.... Forse a questo momento la è già incominciata. Ne udremo ben tosto ripercotersi qui dentro il rumore.»
E con questi pensieri il suo cuore non aveva pur tuttavia un solo palpito più affrettato, il suo volto non un lineamento scosso dalla menoma emozione. Ah! egli era fatto veramente per dominare il pericolo e comandare anco al destino.
Di tratto in tratto egli volgeva il suo cannocchiale verso la contessa Candida e le faceva un cenno leggerissimo, un fugace ammicco che conteneva un'assicuranza, una risposta affermativa ad un'ansiosa interrogazione che gli occhi della contessa con febbrile ardore, come spinti da una forza oltre la volontà di lei, continuavano a rivolgergli. Era la continuazione, o meglio la ripetizione d'un dialogo che quel dì medesimo aveva avuto luogo tra di loro per lettere.
Essa gli aveva scritto, secondo il solito, in francese:
«Non dimenticate, per amor di Dio, l'affare dei diamanti. Io sono in un'ansietà inesprimibile. Domani mattina, per tempo, fate che io li riabbia, ve ne prego.
«T'amo sempre alla follia, e più ancora.»
Luigi aveva risposto sulla medesima cartolina profumata, e rimandatogli per lo stesso messaggiere fedele e sicuro, queste parole pure in francese:
«Li avrete domani al vostro svegliarvi.
«T'amo del pari.»
Verso le otto e un quarto una nuova agitazione commosse la fitta siepe di teste che si stipavano in platea; un'onda dalla porta si spinse e rifluì verso il centro: «È qui il Re» corse di bocca in bocca; tutte le faccie si volsero in su, verso la loggia reale; i suonatori nell'orchestra, incravattati di bianco e vestiti di nero, intuonarono la _marcia d'ordinanza_; nella gran loggia, al centro del teatro, entrò il Re e presso di lui la Regina, e dietro loro tutta la Corte che s'allargò in cerchio per la loggia fiammante di luce, come un fiotto di ori e di gemme, colle sue monture ricamate, collo sbarbaglio delle sue decorazioni, coi gioielli delle sue dame.
Carlo Alberto si avanzò fino al parapetto, da cui pendeva il tappeto, largo quanto l'apertura della loggia, di velluto cremisi con suvvi ricamato in oro lo stemma reale, ed intorno un'alta e grossa frangia d'oro. Tutte le signore nei palchetti s'erano levate in piedi e fecero la riverenza: tutti gli uomini in platea, ne' banchi ordinari e ne' seggioloni d'orchestra, s'erano drizzati del paro e voltati verso la loggia reale; alcuni applausi, ma freddi, cerimoniosi, senza spontaneità, suonarono dalle mani inguantate dei nobili e degli ufficiali dell'esercito, che smaltavano di loro spalline d'argento e dorate la massa compatta degli abiti neri.
Il Re s'inchinò leggermente, salutando a destra e sinistra con un cortese cenno del capo; questo saluto fece eziandio la Regina che gli veniva accosto, mezzo passo più indietro; poi sedettero, il Re in metà, la sua consorte a destra, e i Principi del sangue a loro lato dall'una e dall'altra parte; formavano così una linea smagliante in cui ripercotevano a gara i raggi della luce e i bottoni lucenti delle monture e le decorazioni che coprivano il petto degli uomini, e i diamanti che sfavillavano intorno al capo ed al collo della Regina e della moglie del Principe ereditario. Dietro questa linea, le dame sedettero in semicerchio presso le pareti della loggia; in piedi, secondo il rango assegnato dalle leggi supreme della gerarchia e dalla autorità irrefragabile dell'etichetta, stettero i dignitari dello Stato, i funzionari di Corte, i brillanti parassiti di vario genere che debbono dar lustro alla monarchia e vivere dello splendore di essa. Notavansi in quel gruppo numeroso di divise, di abiti ricamati, di gran cordoni e di _crachats_, tutti i ministri, S. E. il Governatore di Torino, il Generale comandante dei Carabinieri, conte Barranchi, l'Intendente Generale, tutte le Eccellenze possibili ed immaginabili; dietro la seggiola del Re, a pochi passi di distanza, da poter tosto esser pronto al menomo cenno sovrano, si teneva rigido, impettito, coll'aria d'importanza d'un uomo che fa da Atlante ad un mondo, il gran Cerimoniere di Corte. Egli diffatti regolava tutto quel mondo speciale — che a lui pareva più rilevante e maggiore dell'intiero universo — col codice dell'etichetta; per suo cenno passavano e sfilavano i varii fortunati personaggi a cui la carica o la volontà sovrana dava il privilegio di poter accostarsi colla persona incurvata alla spalliera della seggiola reale, udire qualche parola dell'augusto labbro, risponderne alcuna anche loro nello sprofondarsi in riverenze, e tornare a perdersi nel serbatoio comune de' cortigiani.
Gli spettatori si erano seduti di nuovo ancor essi e tosto dopo il telone si era levato per dar principio al secondo atto dell'opera. Mario Tiburzio era, come si suol dire, di prima scena, e si avanzò verso la ribalta, precisamente in faccia del Re. Fissò egli lo sguardo in quella pallida figura che aveva un vago sorriso sulle labbra, una nube di mestizia sulla fronte e il riflesso d'un segreto ardore negli occhi.
— Eccomi in faccia ancor io all'enimma coronato: pensò l'emigrato romano. La parola ch'esso disse di sè a Massimo d'Azeglio è la vera?
Pochi degli spettatori e nessuno dei nobili occupanti il palco reale, facevano attenzione allo spettacolo: e quindi non fu menomamente notata l'audacia di quella fissità di sguardo dell'umile artista di teatro verso l'augusta persona di chi sta sopra a tutti e a tutto nello Stato; ma ben la vide il Re. Svanì dalle sue labbra il sorriso; si accrebbe la nuvola sulla fronte, si smorzò come dietro un velo la ardenza degli occhi. Il Re si volse al Cerimoniere di Corte e fece un legger cenno di richiamo; l'importante personaggio accorse sollecito, il corpo ripiegato in due.
— Sa Ella dirmi il nome di quel cantante?
Il cortigiano guardò stupito la faccia del Re, da cui non si sarebbe mai più aspettato una simile domanda, essendo conosciuta da tutti la profonda di lui indifferenza per le cose dell'arte teatrale, e poi fissò, aggrottando le sopracciglia, quel miserabile di un artista che aveva l'onore di destare la curiosità sovrana.
— Non lo so davvero. Maestà, rispose: non è del resto che una seconda parte...
— Voglio sapere come si chiama: disse il Re.
— C'è qui il Presidente della R. Direzione dei Regi teatri; e certo egli potrà soddisfare al desiderio di V. M.
— Lo faccia venire.
Il Gran Cerimoniere indietrò di alcuni passi, la faccia sempre volta alla spalliera della seggiola del Re, la schiena orizzontale; poscia si drizzò, e visto nel mazzo dei ricamati e decorati il nominato Presidente, gli fe' segno di accostarsi.
— S. M. desidera parlarle: gli disse.
Il personaggio così chiamato s'avvicinò a sua volta nella medesima guisa al Re, il quale gli fece la domanda rivolta poc'anzi al signor Cerimoniere.
— Si chiama Medoro Bigonci, rispose il Presidente: è secondo baritono, e fa eziandio da supplimento al primo. Ha dei mezzi naturali, buona voce, manca di studio, fa inappuntabilmente il suo dovere.
Carlo Alberto avevasi recato agli occhi il cannocchiale ed onorava d'un particolare esame il giovane artista.
— Ha un aspetto ardito molto: diss'egli. È romano, non è vero?
— Sì, Maestà.