Part 38
E i soliti appostati qua e colà:
— È un cane come gli altri.
— I ricchi sono tutti d'una risma.
— E pensare che siamo noi che l'abbiamo fatto ricco...
— E che continuiamo a farlo.
— Se dunque ei non ci vuole far ragione, abbasso anche a lui.
— Sì sì abbasso!... Abbasso Benda!
E questo grido ostile risuonò formidabile a far tremare le invetrate delle finestre nell'officina.
Un uomo si precipitò come un furibondo in mezzo ai tumultuanti operai, facendosi largo con tremendi spintoni e vociando con polmoni degni di Stentore, l'omerico banditore de' Greci. Era il grosso Bastiano, armato dell'inseparabile grosso bastone, che al rumore accorreva scandolezzato in grado superlativo della scellerata opera di quel tumulto, dell'iniqua eresia di quelle grida.
In un attimo, grazie alle sue larghe spalle ed ai suoi robusti gomiti, fu egli nel centro dell'attruppamento dove stavano ancora dritti sulla panca il capo-fabbrica sbalordito e Tanasio trionfante, e senza metter tempo in mezzo apostrofò la turba con vociona ben più risonante ancora di quella del capo dei riottosi, tale da superare tutto il fracasso delle parole e delle esclamazioni altrui.
— Che novelle son queste? Che diavolo di Satanasso s'è impadronito di voi, sciagurati che vi caschi addosso un accidente?... Abbasso Benda?... Giuraddio!... chi è che ha da osare gridare questa bestemmia, qui fra queste muraglie, e che io l'intenda?.. Vorrei un po' vederlo, sangue d'una rapa!...
E girò intorno su quelle faccie che aveva di sotto lo sguardo del mitologico Nettuno di Virgilio quando dà la ramanzina ai fiotti irati del mare col suo famoso _quos ego!_... Sulle folle, massime a tutta prima, le mostre del vigore e della risoluzione, riescono sempre ad imporne. Per un momento Bastiano fu davvero il Nettuno di quella tempesta; il fragore si converse in un mormorio di parole susurrate sommesso, quasi con vergogna e confusione; gli animi dei tranquilli e moderati furono incoraggiti, il capo-fabbrica medesimo a quell'esempio attinse una maggior energia, e sentì anzi un certo sdegno d'essersi lasciato dominare dalla prepotenza di quel tumulto; Tanasio si tacque come se allora non gli si affacciasse allo spirito maligno pure una parola da dire; la parte buona e della ragione fu sul punto di prendere il sopravvento.
— Orsù, disse a sua volta il capo-fabbrica con nuova fermezza; è ora di finirla, figliuoli. Siate sicuri che tutto ciò cui potrà fare il signor Benda a rendere migliori le vostre condizioni, egli lo farà; e per intanto ritornate al lavoro; chè gli è gran tempo, e così scioperando non fate che il vostro danno.
La turba esitava, anche i più risoluti nicchiavano; Tanasio capì che bisognava fare uno sforzo per riprendere la influenza che gli sfuggiva.
— Tornare al lavoro! diss'egli. Bravi! Vuol dire riprendere la catena e portarla come prima. Sareste di gran minchioni a lasciarvi raggirare di questa guisa. Oh che, non s'è detto abbastanza chiaro, e non è abbastanza giusto? Non si torna più al lavoro finchè non è fatta ragione alle nostre domande.
— No, no, non si torna più al lavoro: gridarono alcune voci nella massa degli operai, ma erano isolate e non pareva avessero da trascinare al loro partito la generalità.
Il capo-fabbrica avvisò che un'altra e maggiore manifestazione d'energia sarebbe opportuna e farebbe addirittura traboccare la bilancia oscillante dalla parte dell'ordine e della pacificazione.
— Al lavoro subito: gridò egli con forza; e chi si rifiuta obbedire, può far conto d'aver ricevuto il suo congedo e di non appartenere più ai nostri opifici.
Questa minaccia piena d'ardimento stava per ottenere il più favorevole effetto, quando Bastiano venne a guastar tutto colla sua imprudenza. Se una coraggiosa e forte risoluzione può imporne alle turbe, difficile riesce al contrario che queste non si ribellino alla violenza, soprattutto quando è troppo chiara cosa che esse sono forti più che non occorre per respingere e schiacciare quella violenza che si voglia esercitar su di loro.
Bastiano adunque, volendo ribadire l'effetto delle parole di sor Ambrogio, soggiunse con aria di sfida e di minaccia:
— E se qualcheduno vuole ancora alzar la cresta, lo prendo io con due dita al colletto e lo porto fuor della fabbrica a imparar la creanza.
A questa insolente uscita rispose un mormorio di sdegno. Bastiano si appoggiò bravamente sul suo bastone e dall'altezza della sua gran persona innalzata ancora dalla panca su cui era salito, dominando tutta quella folla sottoposta, continuò:
— C'è qualcheduno che abbia alcuna cosa da ridire? Ch'e' salti fuori.
Tanasio prese alle spalle il capo-fabbrica che si trovava trammezzo a lui ed a Bastiano e lo spinse giù; poi fece un passo verso il colossale portinaio, e col coraggio che gli dava il sapere dietro di sè un buon numero di aiutatori e difensori, disse standogli a fronte:
— Ci son qua io che ho da ridirci non poco. E vi dico che al lavoro non si ha da tornar più, e che voi non avete a ficcar il becco in questa faccenda e dovete tornarvene più che in fretta alla vostra loggia, se non volete che la creanza ve la insegniamo noi con una buona lezione che vi ammacchi le costole.
— Ah sì? esclamò Bastiano che non era dei meglio lodevoli per tolleranza di propositi e longanimità di pazienza; e senza aspettar di più afferrò Tanasio pel collo e fece a scaraventarlo giù dalla panca in mezzo alla folla de' suoi compagni: ma l'operaio s'attaccò ai panni del suo assalitore e, cadendo, lo trascinò seco per terra. Bastiano si vide così in un attimo preso in mezzo fra dieci o dodici che gli furono sopra a percuoterlo ed opprimerlo prima che avesse avuto tempo a pur pensare di porsi in sulle difese, senza che gli restasse agio a maneggiar il suo bastone. Il bravo portinaio non si smarrì d'animo nè anco in presenza di questa lotta per lui disperata; ma per quanto fosse egli forte e robusto, che poteva contro una dozzina di furibondi che lo percuotevano senza misericordia? In breve fu lasciato lì sul terreno colle membra peste, la testa spaccata, tutto sanguinoso e appena se ancora in cognizione di se medesimo.
Una volta incominciata la violenza non ebbe più ritegno. Il capo-fabbrica fuggì a mala pena, per non essere maltrattato ancor egli, e corse tutto affannoso, coi panni laceri indosso, dal principale a raccontare gli avvenimenti dell'officina: i riottosi trionfanti e vieppiù eccitati, percorsero gli opifici con ogni più malvagio grido e con ogni più fiera minaccia contro il padrone, impedendo a forza di mettersi al lavoro i compagni, strappandoli di locale in locale ai loro posti, guastando le fucine, rompendo i mantici, sperperando gli attrezzi. Tutto ciò faceva un baccano che pareva davvero il rumore d'un mare in burrasca.
Sor Giacomo era già avvisato da questo rumore, che giungeva fino alla stanza di Francesco, come alcun che di grave avvenisse nelle officine. Teresa aveva guardato suo marito con inquietudine quasi per chiedergliene una spiegazione; e il ferito medesimo, che era stato aggiustato in letto come desiderava per mezzo di suo padre e di Quercia, domandò che significasse quel fracasso che pareva uno scoppio di lontana bufera. Il padre di Francesco ebbe una rabbia grandissima di ciò che quegli sciagurati venissero a turbare financo la quiete così necessaria a suo figlio sofferente, e maggiore ancora lo spavento che aumentandosi il guaio arrecasse peggior danno alla condizione del ferito.
— Non è nulla, non è nulla: rispose pertanto simulando più che seppe l'indifferenza; ed uscì frettoloso dicendosi con compresso sdegno: — furfanti, vado io ora a metterli alla ragione.
Mentre correva verso la fabbrica, s'incontrò coll'Ambrogio che veniva nello stato che ho detto a portargliene le novelle; più in là incontrò Bastiano tutto malconcio, la testa rotta, sanguinante, che se ne veniva via barcollando e bestemmiando come un turco. Benda non istette nè a discorrere, nè a dimandare dell'altro: si cacciò di furia nelle officine e andò dritto verso il gruppo dei più fragorosi e de' più tumultuanti.
Al vederlo un movimento d'attenzione fece far sosta alla sommossa.
— Il principale! il principale! si esclamò di stanza in istanza, e un certo effetto d'apprensione, di aspettativa, di soggezione si produsse.
Benda non aspettò che gli si parlasse, non mosse richiesta, non volle ulteriori informazioni, ma con voce cui dava maggior forza la collera, proruppe:
— Sciagurati! Fuori di qua tutti!.... Siete i più tristi uomini del mondo, e vorrei prima dar fuoco io medesimo alla mia fabbrica che farvi guadagnare ancora il becco di un quattrino.... Fuori di qua, vi dico, subito, e non venite mai più a comparirmi dinanzi, che nessuno di voi da me nè lavoro, nè altro non potrà aver mai.
Alcuno volle parlare.
— Silenzio: gridò egli più forte. Non voglio intendere nulla.... Fuori tutti, ripeto.... Voi non volete più lavorare, ed io non vi voglio più nelle mie officine, anche se foste voi a pagar me.... Uscite: questa è casa mia, e ve lo comando.
Gli operai uscirono a gruppi, a rilento, metà mogi, metà borbottando, i più con evidente rincrescimento e malavoglia. Se sor Giacomo avesse detto alcuna parola di conciliazione, forse avrebbe potuto ancora ravviarsi l'animo dei più; ma egli era troppo irritato per pensare solamente a codesto; anzi ad alcuni (ed erano fra i migliori e più cheti operai) che gli si accostarono peritosi coll'intenzione evidente di voler dire qualche cosa, il principale non diede altro incoraggiamento al parlare che mostrando loro con atto di sdegnoso comando la porta.
Sor Giacomo rimase l'ultimo col capo-fabbrica.
— Ed ora come la facciamo? domandò questi tutto costernato.
— In un modo o nell'altro l'aggiusteremo: rispose Benda crollando le spalle. Certo quei furfanti mi fanno perdere qualche buona giornata... Ma a dar ragione alle loro pretese, a lasciar imperversare così la indisciplina ci avrei perso anche di più..... A che cosa sia da farsi penseremo poi; per ora non voglio che esser lasciato tranquillo.
Uscirono dagli opifizi, chiudendo dietro di sè le porte. Ma gli operai non si erano mica partiti del tutto; se ne stavano a frotte aggruppati nel cortile e borbottavano in animati discorsi. Vedendo venire e passare in mezzo all'uno ed all'altro dei loro gruppi il principale, essi lo seguivano con uno sguardo in cui non c'era più nulla della primitiva soggezione.
Giacomo si fermò ad un tratto e colla medesima voce e col medesimo tono con cui aveva loro parlato nella fabbrica, disse vibratamente agli operai:
— Vi ho comandato d'andar fuori non solo dalle officine, ma di casa mia. Sgombrate adunque il cortile, e presto.
I borbottii cessarono, successe un alto silenzio, durante cui gli operai si guardavano in faccia l'un l'altro; ma nessuno si mosse.
Una voce di mezzo ai gruppi sorse allora e disse spiccatamente:
— Prima di partire, vogliamo essere pagati di ciò che ci si deve.
Era la voce di Tanasio.
La domanda non era nè indiscreta nè fuor di luogo, ma Giacomo Benda non aveva in quel momento abbastanza di calma da capirne la giustizia e la opportunità.
— Ch'io vi paghi? gridò egli con bizza che gli fece arrossare le guancie e sfavillare più ancora di prima gli occhi. Nè anche un soldo vi vo' dar più, birboni che siete.... Ciò che vi si deve?... Ma per mille diavoli, e ciò che mi dovete voi pei guasti che mi avete fatti negli opifizi?
Gli si poteva rispondere che questo brutto vandalismo era l'opera di alcuni e che non era equo farne pagar la pena, defraudandoli dell'aver loro, anche a quelli che n'erano innocenti; ma Tanasio, l'oratore della rivolta, avanzandosi verso il principale colla sua occhiaia dritta allividita da un famoso pugno che gli era toccato nella lotta contro Bastiano, fu meno logico e più temerario.
— Codeste le son male gretole: diss'egli, vogliamo essere pagati, e ci faremo pagare.
— Ci faremo!? esclamò sor Giacomo al colmo dell'indignazione. Vi farò cacciare a legnate di qua, se fate l'insolente.
— Legnate a noi? urlò Tanasio, e volgendosi ai compagni: lo udite? Ci si toglie il pane, ci si spoglia di tutto, ci si nega perfino quel po' di sacrosanto denaro che ci fanno guadagnare stentando, e poi ci si minacciano le legnate come ai cani!... Giuraddio! che gli è tempo di metterli alla ragione codestoro.
Fu uno scoppio di grida.
— Sì sì, alla ragione!... Abbasso! Abbasso!
E minacciosi si fecero intorno al principale.
Queste grida riscossero nella stanza di Francesco tutti quelli che vi si trovavano. Il ferito fece un sobbalzo nel letto e domandò inquieto che cosa fesse; Teresa e Maria impallidirono assalite da un pauroso presentimento; Luigi Quercia corse alla finestra che guardava appunto nel cortile.
— Non è nulla; diss'egli rivolto al malato, per tranquillarlo: non vi agitate nè inquietate; è una lite fra operai che sarà presto finita.
Ma Teresa non aveva potuto tenersi di accorrere anch'essa alla finestra. Vide suo marito circondato tutt'intorno dalla folla degli operai che vociando agitavano furiosamente teste e braccia, dando immagine d'un debole legnetto nel mare, assalito d'ogni parte dai fiotti burrascosi che stanno per sommergerlo, ed una esclamazione di spavento sfuggì a forza dalle sue labbra.
— Ah mio Dio!
— Taccia: le disse sollecito e vibrato Luigi. Una emozione troppo viva sarebbe fatale a Francesco.
Questi diffatti s'agitava nel letto, spaventato da quel grido della madre, e sforzandosi inutilmente di levarsi a sedere diceva con ansietà:
— Che cos'è?... Mamma, è avvenuto qualche cosa di brutto?
Teresa si dominò all'istante: fu d'un balzo alla sponda del letto con un sorriso sulle labbra, pallide e tremanti.
— Vuoi star fermo? diss'ella con amoroso rimprovero: gli è nulla... Sono alcuni che litigano..... Sai che codesto mi fa pena..... Ma vado io a dir loro di finirla, e son sicura di farli smetter tosto.
— Signora Teresa, disse Quercia, se la mi permette, vado io colaggiù...
— No, no, disse vivamente la madre di Francesco; Lei stia qui presso mio figlio, la prego, voglio esserci io...
Ed accennò cogli occhi come per dire: «si tratta di mio marito e di mio figlio altresì; è mio debito accorrervi.» Uscì frettolosa di camera, e Francesco pregò Maria e Luigi che guardassero dalla finestra ciò che stava per succedere e glie ne dicessero.
Teresa con impeto irrefrenabile erasi precipitata nel cortile e cacciatasi furiosamente in mezzo al ribollire della sommossa, là dove aveva visto circondato dal più fitto de' riottosi suo marito. Luigi e Maria alla finestra non potevano udire le parole che si dicevano, e non sentivano che il confuso rombo di tutte quelle voci minacciose e concitate. Non si guardavano l'un l'altro, i due giovani; ma la fanciulla sentivasi pur tuttavia da quella vicinanza, dal contatto leggerissimo di lui, profondamente turbata. Egli fissava con certo sguardo strano e lucente quell'onda di teste umane che si agitava là sotto.
— Ecco la forza che io vorrei guidare a mio profitto: pensava egli: ecco scatenato il mostro dalla irresistibil possa... Ah chi potesse dirigere lo scoppio dell'ira popolare! E sarò io quello?
Maria vedendo la madre e il padre compiutamente avvolti da quel turbine, di botto impallidì e fu sul punto di lasciar scorgere il suo sgomento al fratello che seguitava ansioso a domandare che avvenisse.
— Calmati, Maria, disse piano Luigi colla sua voce armoniosa e confortatrice. Io te e i tuoi difenderò da ogni pericolo, salverò ad ogni costo: se occorrerà metterò la mia vita per risparmiarti un affanno, una lacrima!
Maria si sentì tremar l'anima nel più intimo; nè punto s'offese ch'egli le desse del tu con tanta dimestichezza; una nuova sicuranza la occupò; volse gli occhi miti e raggianti sul maschio volto di lui, come a ringraziarlo, come a prendere atto della protezione di lui e dichiarare che vi si affidava, che contava su di essa.
— È una coppia di mascalzoni che si vogliono levar gli occhi di capo: disse Quercia a Francesco per tranquillarne l'ansietà sempre più accresciutasi; ora vado io a spartirli.....
E si mosse diffatti per scendere nel cortile ancor esso; ma in quella un subito silenzio succedette al rumore che si faceva, e dalla finestra i due giovani videro gli operai, in sembianza ammansati, uscire a frotte dal cortile, e Teresa andando ora dall'uno ora dall'altro e stringer loro le mani e pronunziar parole che parevano di ringraziamento, mentre il marito, pallido ancora, colle sopracciglia aggrottate e in aria di sdegnosa fermezza stava colle braccia incrociate al petto, guardando quel pericolo che andava ora via via dileguandosi intorno a lui.
Ecco che cosa era avvenuto:
La madre di Francesco, sopravvenuta nel momento appunto in cui le minaccie stavano per tradursi in atto contro suo marito, con quel meraviglioso coraggio di donna che non teme pericoli quando è in giuoco la sorte de' suoi cari, si era lanciala innanzi a Giacomo a fare scudo a lui di se stessa.
— Per carità, fermatevi, ascoltate.
Come la donna dell'aneddoto fiorentino, cacciandosi innanzi al leone che le portava via il suo bambino, compì il miracolo di imporne alla belva, così fece Teresa di quell'altra belva che è una turba di popolo inferocita.
Gli operai si fermarono, si arretrarono. Coll'istinto donnesco, ella capì che teneva in pugno la vittoria e che non bisognava lasciarsela scappare. Giunse le mani nell'atto della maggior supplicazione e continuò con voce affatto compagna alla mossa:
— Vi prego in nome di Dio, in nome delle vostre famiglie, in nome dei vostri figliuoli! Mio figlio è là che spasima nell'agonia, lottando colla morte: volete voi aiutar questa a vincere? Volete voi togliermi mio figlio? volete uccidermelo?
I tumultuanti si arretrarono ancora di più e su quelle labbra frementi tacque di subito ogni grido. L'angoscia di quella povera madre li aveva commossi, l'immagine evocata de' loro figli aveva improvvisamente richiamata a miti propositi l'anima dei più; i pochi, cui nulla era capace di toccare, sentirono che continuando nelle voglie crudeli sarebbero stati isolati ed avrebbero anzi avuto contro di sè i loro compagni. Teresa ripigliò con accento di profonda gratitudine:
— Ah voi siete buoni, lo so, voi non volete far male ad una povera madre... Siate ringraziati, siate benedetti... Noi faremo tutto ciò che possiamo per voi; ma meglio di noi vi compenseranno Dio e la Santa Vergine Madre.
Molti avevano ricevuto benefizio di soccorsi nelle infermità e nella miseria da quella donna che ora li pregava; l'avevano vista lei e sua figlia entrare come angeli consolatori nelle squallide loro soffitte e lasciarvi partendo un po' di gioia e di pace. Costoro presero a braccia i più riottosi, che non osarono nemmeno contrastare, e li trassero via con loro senza manco più parlare. In pochi minuti il cortile fu sgombro e la fabbrica silenziosa; gli operai, muti, a tre, a quattro si allontanarono dirigendosi giù del viale verso la città.
Teresa, per prima cosa, passato il pericolo, si era gettata al collo del marito e l'aveva baciato con trasporto.
— Vieni, vieni, aveva ella detto di poi traendolo dolcemente con sè; andiamo presso nostro figlio.
Nel salire le scale s'incontrarono in Luigi che partiva.
— Francesco, loro disse il giovane, è compiutamente rassicurato. Per fortuna, e grazie al suo coraggio, signora Teresa, si è riuscito a risparmiargli una emozione, che avrebbe potuto essergli fatale.
La madre del ferito non rispose che mandando un'esclamazione e prendendo la corsa per arrivare più presto nella stanza del figliuolo.
Sul passo del portone, Quercia, che stava per salire in carrozza, vide il colossale portinaio, che si era fasciata comecchessiasi la testa rotta e che con occhio torvo guardava dietro agli ultimi degli operai che si vedevano ancora in lontananza, borbottando fra sè parole minacciose e imprecazioni all'indirizzo di Tanasio.
— Andate in letto, brav'uomo: gli disse Luigi; e fatevi alla testa dei bagnòli d'acqua d'arnica.
Bastiano guardò con occhio torvo anche codestui che gli aveva parlato.
— Ah! se non fossero stati che sei! bofonchiò egli per tutta risposta, stringendo i pugni.
Quercia sorrise, e fu d'un salto nel suo legnetto che partì di corsa. Ad un tratto l'antico amico e compagno di Maurilio si disse ad alta voce, come se avesse da fare ad un altro una subita interrogazione:
— E se sposassi Maria?
Si cacciò nell'angolo della carrozza senza farsi una risposta a parole; ma pensava: «Francesco facilmente morrà; ella sarà l'erede d'una grande ricchezza. Il mio passato lo saprò ben nascondere. Con esso saprò rompere affatto. Non sarà la brillante sorte che ho sognato nella mia ambizione, ma sarà sempre una bella sorte, e più felice dell'altra. È possibile? Se facessi avvenire la prossima lotta, e in essa lasciassi perire la _cocca?_»
Una confusione di pensieri qui lo assalse, tutti così neri ed aggrovigliati ch'egli stesso non ci sapeva discerner chiaro e vi aveva persino ripugnanza a tentare di farlo. La sua faccia annuvolata diceva tutta la tempesta che gli scombuiava l'animo. Ad un punto si tirò su della persona, e disse risolutamente come per fissare una determinazione presa:
— Bisogna salvare ad ogni modo la fabbrica e i tesori di Benda.
Ma pronunziate appena queste parole si riscosse ed un vero lampo balenò ne' suoi occhi, sulla sua fronte, sulle labbra.
— E i diamanti di Candida, prorupp'egli con impeto. Come farò per riaverli, poichè la vittoria della plebe è fatta impossibile?
Tornò ad acquattarsi al fondo del suo legno e la sua fronte divenne più scura di prima.
CAPITOLO XXV.
La sera di quel giorno medesimo, la taverna di Pelone rigurgitava d'avventori; e questi erano più chiassosi del solito, tanto chiassosi che la loro animazione scorgevasi facilmente prodotta non dall'eccitamento dell'ebbrezza soltanto, ma da quello d'una passione che li dominasse.
Erano in gran parte gli operai scioperanti della officina Benda, e quelli più riottosi, più amici e più d'accordo col sommovitore Tanasio; fra essi trovavansi eziandio alcuni di altre fabbriche, cui venivano indettando e stimolando, intenti ad attizzare in ogni modo il fuoco, alcuni de' più malefici fra i componenti subalterni della _cocca_. Marcaccio si distingueva per vivacità e per zelo di propaganda.
In mezzo a tutta questa gente, a tutto questo chiaccherio, a tutto il chiasso assordante che ne riusciva, scorrevano e si agitavano di mala voglia e con poco frutto, Maddalena pallida, con certe occhiaie allividite, e invece del solito sorriso procace sulle labbra, che sembravano assottigliatesi, con una specie di sogghigno tutto amarezza, lassitudine, scherno e dolore, e Pelone col suo passo di spettro più riguardoso che mai, colla sua voce cavernosa e con una nube di malcontento che veniva ogni minuto facendosi più fitta e più scura sulla sua fronte gialla e ne' suoi occhi infossati. Meo dalla mattina mancava, e non se ne sapeva più novella: di che Pelone bestemmiava maledettamente, riserbandosi di fare le sue buone vendette sulle spalle di quel grullo quando tornasse. Ciò faceva che quella sera erano peggio serviti del solito gli avventori, che erano sempre serviti malissimo; onde da tutte parti richiami, grida, imprecazioni, picchi di coltello nei bicchieri, pugni sulle tavole e va dicendo, che sarebbero stati anche maggiori, se l'attenzione di tutta quella gente non fosse stata presa da alcun che di estraneo e di straordinario, onde, come ho già detto, erano animati i varii crocchi che si accalcavano intorno alle tavole.
Ora, a raccogliere sulla fronte non olimpica del povero Pelone quella nube che vi si notava, non erano mica tutte quelle maledizioni di cui era fatto segno dalle labbra avvinazzate di quella brava gente di scioperoni e di birbanti, non era nemmeno solamente la mancanza inesplicabile di Meo; sibbene quel certo che di straordinario, cui la sua sagacia aveva notato di presente fino dalla prima ne' suoi avventori, e che, crescendo l'ebrietà in que' sbrigliati compagnoni, veniva sempre più manifestandosi man mano.