La plebe, parte III

Part 37

Chapter 373,832 wordsPublic domain

— Ciò che vorrò fare, disse poi, non istimo nè mio dovere, nè mia convenienza svelarvi, almeno fin d'ora. Ricordatevi che sarà un funesto momento pel liberalismo patriotico del ceto medio quello in cui rompe coi legittimi diritti o bisogni della plebe....

— Ma noi non si rompe che cogli eccessi delle passioni che si ammantano da diritti e si fanno arma dei bisogni del proletario.

Quercia rispose con amaro sogghigno:

— Il vostro giudizio è altrettanto severo quanto falso... Non monta! La questione sociale, checchè diciate, incombe su tutto, è al fondo di tutto, e proseguendo il vostro egoistico amore della libertà, voi, ceto medio, l'agitate senza volerlo. Nelle masse profonde della plebe sta la sorte futura del mondo. Guardate che, disconoscendolo, voi non diate occasione al cesarismo di risorgere, guadagnarsi con alcune concessioni e collo sbarbaglio del suo lustro gli interessi e le fantasie mobili del volgo e mercè di queste schiacciarvi. Se l'indipendenza della patria, se la libertà politica voi non la fate sorgente di redenzione delle infime classi, avrete fondato sull'arena, ancorchè per miracolo riusciate ad una momentanea vittoria..... Questa redenzione io voglio tentare. Vi pentirete non tardi d'avermi negato il vostro concorso... Addio!

Gian-Luigi, uscito dalla dimora di Mario Tiburzio, si diresse all'abitazione dei Benda. Durante il tragitto che la corsa del bel cavallo attaccato al suo legno rese assai breve, egli aveva tanti di quei pensieri entro la mente che non sapeva, direi quasi, a quale di essi badare; gli pullulavano sì numerosi e sì diversi nel cervello i partiti ed i disegni che, in mezzo a loro, non sapeva districarsi e scegliere, la sua volontà. In quella soverchia e tumultuosa abbondanza di propositi, si disse che il migliore era per allora non prendere tuttavia decisione veruna, lasciarsi menar dalla corrente giù della china, affidare un poco alla fortuna dei casi particolari, che non gli era stata mai nemica sfidata, l'impegno di guidarlo e salvarlo nello sbaraglio. Con quel vigore di volontà che la natura aveva dato a quel favoreggiato individuo, egli scacciò fuori della sua mente tutta la turba di quei pugnaci pensieri che l'occupavano; e perchè non vi potessero rientrare la popolò di evocati, più dolci fantasimi, del corteo leggiadro delle donne che lo avevano amato, che lo amavano, di cui egli scelleratamente aveva compro, come aveva detto Ester, la pace, la virtù, l'onore con falsa moneta di sue ingannatrici parole amorose. Sorrise per un poco alle gentili immagini, ai ricordi piacevoli di soavi momenti; ma poi su questi pensieri eziandio venne a stendersi l'oscuro velo d'una nube, una mestizia insieme, un rimpianto, una malavoglia, una fastidiosa scontentezza che era in una lassitudine ed impazienza; una lieve tinta di più in quell'ombra di rincrescimento e si sarebbe potuto dire rimorso. Da quella giovenile schiera di donne, una s'era staccata, era venuta più innanzi nel campo della mentale di lui visione, aveva relegato nella penombra del fondo tutte le altre: una bella, giovane figura coll'impronta della disperazione sulla faccia, con un rimprovero tremendo nello sguardo, con una parola più tremenda ancora sulle labbra spallidite: Ester; la quale gli ripeteva le parole scrittegli due giorni prima: «sono madre.»

Il mistero della sua sorte, dopo ch'ella era fuggita la sera innanzi, per la tracotanza di Maddalena; questo mistero pauroso e minacciante, dava alla bella testa di lei come un'aureola di maggiore interesse nel pensiero del suo seduttore. Colei che, presente, non avrebbe certo tardato a infastidirlo, ora, assente, senza saperne novella, quasi perduta egli desiderava grandemente riavere, si doleva non poter soccorrere e consolare.

In questa la sua carrozza giunta alla casa Benda in sul viale, dava la voltata per entrare sotto il portone. Di presente un'altra idea, un'altra immagine si impadronì dello spirito di Gian-Luigi: l'immagine della pura ed innocente gentilezza ed avvenenza di Maria, l'idea dell'amore di lei. Si curvò al cristallo tirato su dello sportello e sollevò lo sguardo alle finestre del primo piano. Dietro i vetri d'una di esse stava un visino delicato di donna, il quale nello scontrare il suo collo sguardo del giovane che arrivava, arrossì e si ritrasse vivamente, quasi fuggendo. Ella aveva udito il giorno innanzi che Quercia sarebbe tornato quella mattina; stava essa aspettandolo? Povera Maria! Se avesse potuto vedere il sorriso di trionfo, di orgogliosa sicurezza che si disegnava sul labbro superbo di Gian-Luigi!

Questi salì sollecito le scale, e fu lasciato penetrare senza ritardo nella camera di Francesco. Il celebre chirurgo già era venuto; Giacomo e Teresa, che avevano vegliato tutta notte, stavano ansiosi intorno al letto del figlio; Maria non c'era. Il ferito aveva passato agitatissime le ore notturne, tormentato da una febbre gagliarda; nulla ancora di positivo poteva dirsi intorno al suo caso. Fu ordinato non gli si lasciasse veder nessuno, dai congiunti in fuori, Selva e Quercia; si evitassero tutte le emozioni, e intanto si lasciasse agire la benefica natura.

Quando il cerusico si partì, Giacomo fu ad accompagnarlo fino nell'anticamera; e s'era appena spiccato da lui, che gli si accostava con faccia preoccupata il capo-fabbrica, il quale già più volte aveva chiesto nella mattinata di parlare al principale, senza che questi volesse pur mai dargli udienza.

— Scusi, sor Giacomo, disse il capo-operaio con rispettosa umiltà, ma con un accento di premurosa insistenza, scusi se vengo a disturbarla in queste circostanze, in cui Ella ha sì gravi fastidii per la testa; ma conviene assolutamente ch'io le parli.

Il padre di Francesco fece un atto di crucciosa impazienza.

— Vi ho già fatto dire che di affari non volevo sentir nulla, non volevo occuparmi per nulla... Credete ch'io abbia la testa a codesto?... Lasciatemi in santa pace per amor del cielo.

— No, signore... Perdoni, ma si tratta di cosa troppo grave, e di premura.

— Che riguarda la fabbrica?

— Sì.

— Ebbene fate voi, provvedete come vi pare. Tutto quel che farete lo approvo fin d'ora...

— Ah! non mi prendo una responsabilità cotanta... Per carità, la prego io a mia volta di volermi ascoltare per pochi minuti.

Giacomo mandò un sospiro di rassegnazione e colla mossa dell'uomo che non ha mezzo di salvarsi da una contrarietà, e si augura quanto meno d'esserne liberato il più presto possibile, disse tronco:

— Bene, parlate in vostra buon'ora, ma siate spiccio.

— Gli è qualche tempo, così parlò il capo-fabbrica, che tra gli operai notavo dei cambiamenti che non mi piacevano punto, che poscia cominciarono ad inquietarmi, e che ora fanno capo a spiacevoli conseguenze.

— Che cambiamenti? domandò brusco il principale. Che conseguenze?

— Negli opifizi si fanno i più strani discorsi di questo mondo, che mi sembrano eresie tanto fatte; che i principali sono i tiranni e gli oppressori degli operai, che finora quelli si sono... la mi permette di ripetere tali bestialità affinchè conosca tutto il male?

— Dite pure ogni cosa... anzi ve l'ordino.

— Che finora dunque i padroni si sono ingrassati dei sudori dei lavoranti, lasciando a questi nient'altro che miseria, e che ora è tempo gli operai dettino un poco la legge ancor essi ai principali, per averne più equo trattamento.

Giacomo, di natura impetuosa e già di solito poco paziente, in quei dì ed in quelle circostanze non era molto disposto ad essere calmo e tollerante.

— Gli sciagurati! proruppe: come se io succhiassi loro il sangue, viziosi di fannulloni la maggior parte che sarebbero a trattarsi colla sferza per farli lavorare, pieni di vizi e di pretese e null'altro, come quello scellerato d'Andrea! Oh che si hanno da lamentare di me? Sono ben pagati, li soccorro quando cadono infermi oltre ciò che sarebbe mio dovere, e vengono a tirarmi fuori di queste gretole?... Siete ben buono voi a venirmene a rompere il capo. Codestoro sono indiscreti e cattivi operai di sicuro. Non domando neppure se gli è Tommaso o Martino; ma qualunque essi sieno mandateli fuori dalla mia fabbrica, non voglio di queste rogne da grattare io, avete capito?

Il capo-fabbrica si mostrò imbarazzatissimo:

— Ah sor Giacomo... balbettò egli.

Ma il buon cuore dell'industriale avevagli già parlato non ostante l'eccitamento della sua bizza.

— Capisco quel che volete dire, soggiunse: cacciarli così su due piedi è un provvedimento un po' duro... Avete ragione, cominciamo per ammonirli... Se avessi la testa a segno lo farei io stesso, ma oggi non mi sento: non sono capace di mettere insieme quattro parole, e poi mi lascierei trasportare dallo sdegno e farei peggio. Parlate voi con loro: dite chiaro che non sono disposto a tollerare le indiscrezioni e l'indisciplina, che per ora basterà farli avvertiti, ma alla seconda di cambio stieno certi che non avranno più da me nè lavoro nè pane.

— Ah signore, temo pur troppo che codesto non basti...

— Come!

— Se si avesse da effettuare quella minaccia di rinvio, converrebbe metter fuori più della metà degli operai e non so come si potrebbe mandare innanzi la fabbrica.

— Che cosa mi dite? Possibile!..... Il male è a questo punto! E voi non mi avete mai avvisato? E non ci avete posto rimedio?

— È un fuoco che ha covato sotto la cenere, e che ora si manifesta quasi improvviso in quelle proporzioni. È certo che vi ha qualcheduno che soffia in questo fuoco; vi sono certuni degli operai che fanno una specie di propaganda, che ripetono evidentemente delle lezioni sovversive apprese a memoria... Costoro hanno denari, e mi pare che ne spargano fra i loro compagni..... Noti che, da quanto ho potuto intendere, anche in altri opifici succede il medesimo.

— Cospetto! esclamò Giacomo, in cui, malgrado il suo dolore morale, destavansi a quelle comunicazioni l'interesse, la curiosità e l'inquietudine. Codesto merita d'essere appurato.

— E pare adunque che siasi stabilito fra tutti gli opifici un accordo degli operai per dimandare simultaneamente un aumento di salari.

— Un aumento di salari? A questi giorni, colle attuali condizioni dell'industria!... Sono matti... Ma voi ben lo sapete che un menomo accrescimento nel costo della produzione ci toglierebbe ogni guadagno: noi dunque, padroni, ci toccherebbe lavorare e far lavorare il nostro capitale per favorire que' signorini soltanto, e noi rimetterci o non averne pure il becco d'un quattrino per profitto?...

— Eh! io lo so di sicuro codesto, ma quegl'insatanassati non la vogliono capire, e mi sono inutilmente sgolato a farla entrare nelle loro corna.

— Ma che vogliono adunque? Sentiamo le loro pretese.

— Domandano tutti indistintamente una lira di più al giorno di paga, una diminuzione invece di ore di lavoro, e inoltre.....

— Come! interruppe il principale con vero scoppio di collera, c'è ancora un _inoltre_? Oh che discreti!... Be', vediamo un po' fin dove spingono l'audacia?

— Vogliono che degli utili una buona porzione sia loro assegnata, da dividersi a ciascuno di loro, secondo l'importanza dell'ufficio e l'abilità del proprio lavoro.

— Carini! esclamò Giacomo con un'ironia sotto cui fremeva sempre maggiore il suo sdegno. E come vi hanno essi manifestate queste belle intenzioni?

— Hanno eletto fra di loro una Commissione, che voleva venire da Lei ad esporle il tutto....

— Ah sì?... La mi piglia giusto di buon umore... Le dico io, alla loro Commissione, in quattro parole ciò che si conviene.

— Io ho pensato che codesto nei momenti attuali avrebbe potuto scomodar troppo Lei e farle perdere pazienza, ed ho indotto quei cotali a smettere il pensiero di venirle innanzi; che mi sarei incaricato io d'informarla di quanto succedeva.

— Avete fatto bene.... Sì, non sono in disposizioni da tollerare di molto.... Ed ora aspettano forse una risposta?

— Signor sì....

— Ebbene andate, e dite loro....

Ma qui un altro avviso gli venne di subito.

— Aspettate. È forse meglio che vada io stesso a parlare a quei matti.

— Oh sì signore, esclamò con premura il capo-fabbrica: è appunto ciò che andavo meco pensando, che avrei voluto, ma che non osavo suggerirle. Ci venga Lei. Quattro sue parole... ma senza collera, mi raccomando... faranno più effetto di qualunque altra cosa sulla gran massa degli operai, che in fondo hanno sempre per Lei rispetto e riconoscenza.

— Allora ci vado.

E s'avviava, quando un servo inviato da Teresa venne a dirgli che Francesco, desiderando voltarsi nel letto, incapace com'era fatto di muoversi, s'abbisognava di lui intorno al ferito. Giacomo pose in non cale tutto il resto; ebbe anzi rimorso d'aver potuto un momento mandare innanzi al pensiero del figliuolo quello d'un altro interesse.

— Andateci voi, senza più, diss'egli affrettatamente al capo-fabbrica, dite loro che non rompano le tasche, e se non vogliono capire la ragione, mandateli al diavolo, che io non ne voglio più sentire a parlare.

E, lasciato lì quel brav'uomo, corse nella stanza di Francesco.

Il capo-fabbrica tornò nella officina tutto mesto e imbarazzato; capiva che il guaio era serio, che gli umori degli operai erano vivamente eccitati, e non sapeva che cosa se ne sarebbe conchiuso. In un'occasione ordinaria, Giacomo, colle sue maniere schiette, ardite, autorevoli e benevole nello stesso tempo, avrebbe forse potuto imporne agli operai e dominare il tumulto; il capo-fabbrica si sentiva senza influsso di sorta su quei riottosi. Pareva che la sorte, messasi ad un tratto ad avversare quella famiglia, volesse della disgrazia già mandatale, far cagione di un'altra gravissima.

Gli opifizi Benda erano pieni di agitazione come un alveare o meglio un formicaio in tumulto. Ciascuno aveva abbandonato il suo posto da lavoro ed o si stava in gruppi vocianti e gesticolanti in mezzo agli stanzoni, o scorreva con vivacità dall'uno all'altro capannello, dall'una all'altra stanza: gli strumenti del lavoro giacevano buttati, i fuochi si spegnevano nelle fucine in cui i mantici avevano cessato di soffiare. Si parlava in molti — quasi tutti — ad una volta, con animazione di voce, di sembianze e di gesti, e sul comune, confuso rombare di tutte quelle concitate parole, ricrescevano, di quando in quando, e qua e là, le declamazioni di alcuni che più forte e più audacemente peroravano. Tanasio era fra i più clamorosi ed accesi di questi ultimi. Per quel fenomeno immancabile, che di una folla esagitata fa crescere in misura geometrica ad ogni minuto la febbre del tumulto, che ne dà il governo in mano a chi è più temerario ed eccessivo ne' partiti, che ne commette gli animi in preda alla violenza, al furore, alla ferocia; la raccolta, dapprima con sembianze pacifiche ed ordinate, era venuta via via diventando minacciosa e strepitante. Grida malvagie erompevano da qualche bocca, proposizioni scellerate già si osavano formolare da qualche più tristo: si era già arrivati al punto quando i buoni e gli onesti non hanno più il coraggio di rimbeccare e far tacere i birbi. La presenza e le parole del principale, come già ho detto, a quel momento avrebbero forse potuto ancora voltare a migliori propositi gli animi della grande maggioranza, riunire ai ragionevoli partiti tutti i moderati e i tranquilli che in realtà, come sempre, erano i più e si lasciavano trascinare dalla impertinente violenza dei pochi temerari; ma la comparsa invece del capo-fabbrica che tornava solo, con aspetto incerto, malvoglioso, quasi mortificato, non era tale da imporne ai riottosi e da sollevare l'animo e la risoluzione dei pacifici.

Appena fu visto entrare il loro mandatario, si levò da ogni parte più forte il vociare, che appunto si accresceva ancora dalle grida che si mandavano per indurre altrui al silenzio; e da tutti gli altri locali fu un accorrere tumultuoso degli operai in quello ove era entrato il capo-fabbrica affine di udirne comunicazione della risposta del principale.

— Gli è qui; gli è qui: gridavasi: fuori, fuori la risposta.

— Ebbene? Ebbene? Parli, suvvia parli!...

— Acconsente egli il principale?

— Abbiamo da gridar viva od abbasso il signor Benda?

— Che nuove adunque?... Presto, un sì o un no.

— Ma state zitti!... Lasciatelo parlare.

— Silenzio! Silenzio!... Volete tacere?

— Tiratevi in là, non vi spingete tanto.

— Che cosa dice? Che cosa dice? Noi non udiamo nulla di qua.

— Forte! forte! parli forte!

— Silenzio! Finitela!... Cheti figliuoli!...

Tanasio che si arrogava certi pigli da capo-schiera, saltò sopra una panca che c'era per colà, e dominando da quella maggiore altezza il fiotto di teste umane che si agitava e veniva a battere intorno al capo-fabbrica stordito da tanto rumore, fe' cenno colle mani di acquetarsi.

— Se gracidate tutti insieme come tanti ranocchi, gridò egli con voce stentorea, non potremo riuscir mai ad intendere quel che ci si ha da dire, e non se ne farà nulla. Smettetela un momento corpo di Satanasso e date retta...

Fu uno scoppio di gridi d'assentimento da tutte parti.

— Sì, sì, sì... Zitto tutti... Parli il capo-fabbrica. Parli. Salga su anch'egli... Sì, su in piedi sopra la panca e dica forte.

Il capo-fabbrica salì presso Tanasio e fece segno colla mano che avrebbe parlato. Tutti quegli occhi accesi che aveva sotto di sè e che dardeggiavano su di lui, tutte quelle faccie animate ond'era pieno il camerone e che stavano a lui rivolte, gli producevano un effetto di soggezione che quasi poteva dirsi timore. L'espressione della sua faccia era più incerta e peritosa che mai, le guancie un po' pallide, malsicuro lo sguardo. Al solo mirarlo tutta quella folla capì che la risposta da notificarsi non era quale desideravano; onde s'era appena stabilito un po' di silenzio alla vista della testa del capo-fabbrica la quale s'innalzava sopra il livello delle altre teste, che tosto fu nuovamente turbato da un altro scoppio di esclamazioni e di voci.

— Ah! egli rifiuta!... Dica su presto... Non è vero che rifiuta?

Tanasio tornò ad elevare la sua vociona.

— Ma zitti una volta, chiacchieroni della malora..... E Lei, sor Ambrogio, parli subito, e parli forte.

Il capo-fabbrica incominciò a parlare; allora il fragore diede giù, e successe un alto silenzio in cui da tutti, anche coloro che erano all'estremo limite della folla, si potè udire la voce un po' tremante del direttore degli opifizi.

— Ho esposto al signor Benda i vostri desiderii...

— I nostri diritti: interruppe con accento da tribuno Tanasio che stava a fianco del parlatore, dritto sulla panca.

— Sì, sì, i nostri diritti: gridarono alcuni nella folla.

— Zitti! gridarono più forte molti altri: lasciatelo dire in santa pace una volta!

Tornò a stabilirsi il silenzio e il capo-fabbrica continuò:

— Se il nostro bravo principale non fosse stato colto da quella grossa sciagura che tutti voi sapete, non avrebbe mancato di venire egli stesso a parlarvi e ragionare con voi...

E qui una nuova esplosione di voci e di parole dalla turba.

— Che parlare! che ragionare d'Egitto! Non c'è bisogno d'altro che di dir _sì_.

— Sicuro che avrebbe dovuto venire...

— Che? Venga o non venga. Non è della sua persona che abbiamo bisogno, ma dei denari..... Acconsenta, e bravo lui! Tutto è finito.

— E' lo chiama _bravo principale_ codestui! Bravo un corno! Bravo a far denari col nostro sudore.

— Olà! Siamo da capo: urlò Tanasio: se facciamo così non la vogliamo finir più. Acqua in bocca tutti, e parli sor Ambrogio.

E questi ripigliando a quel punto in cui era stato interrotto:

— Ma non potendo venir egli stesso, ha incaricato me di parlarvi a suo nome.

Qui il capo-fabbrica fece una sosta da se medesimo, benchè allora il silenzio fosse compiuto in quella folla piena d'aspettazione. Egli pensò che alla troppo cruda negativa con cui aveva da rispondere quegli spiriti eccitati avrebbero peggio imbizzarrito e decise temperare di proprio capo la ripulsa con una sembianza di promessa che in definitiva non avrebbe poi a nulla obbligato il principale.

— Il signor Benda, adunque, ripigliò, non desidererebbe di meglio che potervi soddisfare in tutto e per tutto. Se gli affari camminassero proprio a seconda, egli si sarebbe già affrettato a far ragione alle vostre domande: ma pur troppo oggidì le cose zoppicano maledettamente, i guadagni sono scarsi; appena è se si può tirare innanzi a questo modo, e un aumento nelle spese, anche leggiero, l'obbligherebbe a chiudere la fabbrica, la qual cosa voi vedete quanto sarebbe di grave danno a tutti noi... Capite bene che noi non si deve voler la rovina di questo stabilimento che ci dà onde sostenere la vita, e che andando esso in malora, noi saremmo sul lastrico... Dunque per ora... voi avete buon senso, bravi figliuoli e lo comprendete subito... per ora non c'è nulla da fare... Col tempo... quando le cose s'avviino un po' meglio... il signor Benda l'ha promesso egli medesimo... si farà tutto il possibile per migliorare eziandio la nostra condizione.

A questo punto il tumulto, fino allora compresso, scoppiò della più bella. Tutta quella folla teneva rivolti gli sguardi al luogo dov'era il capo-fabbrica, ma vicino a costui stava Tanasio e sulla faccia di lui gli operai e massime i riottosi, i sommovitori e gl'indettati da chi sappiamo, leggevano così le impressioni che avevano da ricevere dalle pronunziate parole, come il contegno da tenersi. Tanasio aveva incominciato a crollare il capo, a stringer le labbra, a strabuzzir degli occhi, a levar le spalle, a fare tutti quegli atti insomma che dinotano doversi disprezzare le cose che si odono, e non credersi punto nè dare importanza alle fatte affermazioni: e i suoi complici per mezzo alla turba ripetevano que' gesti con accompagnamento in sordina di mormorio di riprovazione. Del nuovo scoppio di malumore fu Tanasio eziandio che diede il segnale.

— Eh bubbole! esclamò egli. A chi lo si vuol dare ad intendere?... Delle promesse dell'avvenire me ne infischio io!... Comincio per crepar di fame oggi, e mi si vuol consolare che avrò una pagnotta da qui a un mese... Senza tanti arzigogoli, vuol dire che il principale se ne frega di noi e de' nostri diritti, e ci manda in quel paese...

— È vero, è vero: gridarono parecchi nella folla.

— Ci si vuol lasciare nella miseria: urlarono i fidi di Tanasio.

— Non si ha compassione pel povero operaio.

— Che compassione?... Non si parla di compassione: non gli si vuol dare ciò che gli viene.

— Ascoltate, ascoltate: gridò il capo-fabbrica: abbiate pazienza, ragionate un momento.... Vi affermo, vi giuro sull'onor mio che accrescere le paghe ora non si può senza perderci sulla vendita... Volete dunque far chiudere l'officina?...

— Diavolo! sclamarono allora alcuni dei moderati che avevano ancora la testa a segno: far chiudere la fabbrica poi è un brutto affare che sì allora che ci troveremmo in belle acque.

— Buono! gridò più forte Tanasio. Voi credete a queste imposture!... Ci perderebbe eh il poverino di principale?... Sacco di nespole! Ci crederò quando veda che i guadagni che fa non gli permettono più di tener cavalli in iscuderia, di mandare sua figlia vestita come una principessa e di far scialare il figliuolo come un milord.

— È vero, è vero.... Bravo Tanasio! acclamarono plaudendo i suoi complici, e dietro essi i più degli operai.

E Tanasio con maggior forza ancora:

— E se il caro signor principale avesse anche da averne un cavallo di meno, e fosse pure che gli toccasse andare a piedi come vanno i nostri noi, e mangiasse pure un piatto di meno al suo pranzo, credete che il mondo non cascherebbe, e noi avremmo un po' più di pane da dare ai nostri figli e qualche solduccio di più in tasca da stare allegri.

— È giusto; è giusto! urlò il solito coro. Vogliamo l'aumento di paga...

— E subito!

— E parte nei guadagni.

— E qualche somma a conto di arretrati, per Dio!

— Or dunque, riprese Tanasio, senza più chiacchere, sor Ambrogio, il principale non vuol renderci giustizia.

— Ma, ecco...

— Non vuol renderci giustizia: lo sentite, lo capite, figliuoli?... Vedete come avevan ragione quelli di voi che volevan difendere il signor Benda.