Part 36
— Fate bene a vergognarvi: continuava Maddalena, che la vostra è davvero una impudente sfacciataggine... E non so proprio indovinare che cosa in voi abbia potuto piacergli...
La giovane ebrea stette immobile, colla faccia nascosta. La sua vergogna, la sua umiliazione erano tante che ogni forza era smarrita in lei; non era più capace nè di pensare, nè di volere, nè di desiderare nulla al mondo.
Maddalena continuava:
— Ch'egli fuori di qua faccia tutto quello che più gli talenta, pazienza, lo tollero, glie la perdono... Sì: l'amo talmente da perdonargli ogni cosa... Qui dentro, però, voglio esser sola e padrona: questi luoghi che hanno veduto i nostri amplessi non debbono vederne altri, per Dio!... A questo solo pensiero, mi sento qui qualche cosa che mi fa perdere la ragione... sono sempre statagli sottomessa come un cane... un povero cane che per una carezza dimentica ogni torto ed ogni battitura, ma ora..... al veder voi qui.... mi sento diventare una tigre... Sono capace di tutto, sapete! Sono capace di tutto.
E s'avanzò vieppiù verso Ester con volto illuminato davvero dalla più trista fiamma della più trista passione. La si vedeva capace d'ogni eccesso, di ogni delitto: se avesse avuto un coltello all'arrivo di mano, la non si sarebbe trattenuta di certo dal piantarlo nel seno della rivale.
La figliuola di Jacob guardò intorno sgomenta, come cercando un mezzo di scampo.
— Non son io, diss'ella, che volli venir qua..... Mi vi condussero senza ch'io sapessi dove..... Non ci voglio stare... Se sapessi partirmene...
Maddalena tornò ad afferrarla pel braccio.
— Ebbene venite: diss'ella con impero: a niun costo vi avrei qui lasciata aspettarlo, avessi dovuto portarvi fuor di qua cadavere... Venite.
La trascinò fino nella strada e per commiato, con uno spintone, le gettò queste feroci parole:
— E pregate Iddio che mai più non vi troviate innanzi a me, che mai non mi cadiate sotto le unghie: non ne uscireste più a così buon mercato, ve lo giuro.
Ester si trovò di nuovo un'altra notte senza ricovero, abbandonata nel mondo, senza sapere a cui rivolgersi, senza che si presentasse alla sua mente più nessun mezzo di salute, senza volerne più cercare nemmanco. Si sentiva spoglia affatto di ogni vigore di vita: non poteva reggersi in piedi, aveva un immenso bisogno di riposo al corpo, di oblio alla mente, questo riposo e quest'oblio fossero pure stati quelli del sepolcro. Si lasciò cadere sopra un mucchio di neve in cui inciampò al primo passo che volle fare; e stette là ingranchita, sfibrata, presso a perdere la cognizione. Le parve di essere vicina a morire, e invece che paura questo pensiero le ispirò un'intima amara mestizia. Almeno tutto sarebbe finito!
In quello stato che non era sonno, e che non era di veglia, ma in cui le impressioni erano strane e quasi direi travelate, la infelice dopo un po' di tempo, che non sapeva dir quanto, sentì una mano posarsele sulla spalla ed una voce — ah! una voce che ben conosceva, una voce che le arrivò sino ai più intimi penetrali a riscuoterla come una forte corrente di elettricità — le disse:
— Ehi quella donna, che cosa fate costì?
La sventurata allargò gli occhi con ispavento; di botto fu tornata pienamente in sè: la vista delle sembianze di quell'uomo che era curvo su di lei la atterrì talmente che fu dritta in piedi con un balzo, ed una esclamazione, un grido di terrore partì dalle sue labbra.
L'uomo che l'aveva toccata, che le aveva parlato, che le stava dinanzi — era suo padre.
_Macobaro_, come già fu accennato, per ragioni che sapremo più tardi, non era tornato più a casa sua, dopo la fatale scena avuta colla figliuola, che il giorno appresso a mattina già inoltrata. Al vedere la finestra spalancata, le lenzuola pendenti al di fuori e la figliuola sparita, il vecchio ebreo rimase il più stupito ed indignato uomo del mondo. Gli rincrescevano del pari e la cosa in sè, e lo andar essa per la bocca della gente, come pur troppo temeva non mancherebbe d'avvenire, divulgandosi la fuga di Ester, e volendosene cercare, e sicuramente indovinandosene la ragione. Ritrasse egli frattanto di fretta le lenzuola nella stanza, guardò se in quel cortile alcuno fosse ad osservare quella novità, e non vedendoci anima viva, sperò che, tutte le finestre pel rigore della stagione tenendosi accuratamente chiuse, ed essendovi in quel luogo assai poco passaggio di gente, nessuno avrebbe ancora notato quel fatto, richiuse le invetrate, e sedutosi a mezzo di quella stanza, ove trovavasi ora solo, stette il capo serrato fra le scarne mani a meditare sul partito da prendersi.
La sua figliuola, egli la voleva riavere; non poteva rinunziare così al suo scellerato desiderio di vendicarsi su lei tormentandola; gli pareva una nuova offesa l'essergli di quel modo sfuggita la colpevole. Nella rabbia che lo corrodeva, pensò alla povera, disgraziata, vecchia Debora cui teneva chiusa in cantina, ed ebbe il crudele impulso di andare da lei a torsi almanco uno sfogo.
— La vecchia strega non mi sarà fuggita essa: si disse con feroce ironia, e prendendo seco un tozzo di pane inferigno, discese nella sotterranea stanza, dove aveva gettata la fante.
L'infelice creatura, pel soverchio patimento di quella notte passata senza coperture in quel freddo ed umido luogo, dopo tanto spavento e spasimo, tutta intirizzita, giaceva raggomitolata in un angolo sul nudo terreno, più morta che viva. All'entrar del padrone non si mosse, nè diede segno veruno d'averlo pur sentito; occupata da una febbre mortale non dinotava la vita che per certe scosse di brivido che le correvan di quando in quando le membra.
— Debora! gridò Jacob camminando verso l'angolo dove l'aveva scorta, vecchia infame, alzati, su, ho da parlarti.
La donna rimase immobile.
— Debora! gridò più forte il ferravecchi, curvandosi su di lei: questa sciagurata è capace di dormire...
Le vide in vero le palpebre abbassate, ma il color livido delle guancie e delle occhiaie, il respiro affannoso ed interrotto bene indicavano che quello non era sonno tranquillo e naturale.
— Odi tu o non odi, mala femmina che ti maledica l'Eterno? Vuoi tu aggiungere alle tue tante malizie anco quella di far la sorda? Olà! olà! ti farò sentire ben io... Hai da dirmi tutto.... tutto, capisci?... come successe la tresca infame... voglio saperne ogni circostanza... e tu me l'hai da narrare per filo e per segno.
Così dicendo, col piede scuoteva quella massa inerte che stava buttata come un sacco di cenci. Debora a quegli urti aprì gli occhi; ma nelle pupille che apparvero non c'era più intelligenza di sorta.
— Mi odi tu? ripetè _Macobaro_ curvandosi ancora di più verso la cadaverica faccia di lei.
Ella non diede segno alcuno di risposta. Il padre di Ester si ridrizzò della persona, incrociò le braccia al petto, e la guardò un istante in silenzio; ma nel suo aspetto non c'era la menoma ombra di compassione.
— La è un po' sbalordita, diss'egli poi: bah! gli è nulla; questa razza di gente ha la pelle dura e la vita tenace: la si rimetterà presto, e tornerò allora a interrogarla.
Le gettò vicino al capo il tozzo di pan nero che aveva recato seco e le disse:
— To'; dovrei lasciarti crepar di fame come ti meriti, più trista delle triste femmine, che tu sei, corruttrice infame della mia figliuola, ladra d'uno dei miei tesori, rovina della mia vecchiaia; ma ho bisogno ancora che tu parli... e ti lascio vivere... A rivederci stassera.
Uscì richiudendo accuratamente la forte imposta della porta e tornò al suo precedente proposito: quello di rintracciare la figliuola. Era troppo naturale che Ester cercasse ricovero e protezione presso il suo amante, perchè a Jacob non venisse primo il pensiero che insieme con lui si ritrovava sua figlia. Certo gli sarebbe stato difficile poterla toglier di là e ridurla di nuovo in poter suo, ed egli non sapeva come avrebbe fatto per ciò; ma nella sua mente si andavano agitando e maturando i più gravi e niquitosi disegni di vendetta, cui avrebbe, in dipendenza degli avvenimenti, eseguiti in tutto o in parte, e da cui anche la colpevole figliuola, che ora gli pareva odiare quanto aveva amata dapprima, sarebbe stata raggiunta e fieramente colpita. Per ora l'importante era sapere dove Ester fosse riparata, e decise mettere tutto il suo impegno a scoprirlo. Conosceva egli abbastanza le abitudini e la vita del _medichino_ per sapere come in quel quartiere che era la sua dimora ufficiale, se anco la ragazza si fosse recata colà a trovarlo, egli non l'avrebbe tenuta; era quindi molto più facile, anzi quasi sicuro, che Ester si trovasse o nella palazzina del viale, di cui Arom, come uno dell'alto sinedrio della cocca, conosceva i misteri, oppure in qualcun'altra delle camere che Luigi affittava in città per più comodo convegno nelle sue tante avventure amorose.
Pensò prima di tutto cercar di chiarirsi se sua figlia fosse nella palazzina: corse sul viale, e giunse in faccia alla porta del murello che non erano ancora le dieci del mattino. La casetta aveva il suo solito aspetto deserto, e non un indizio appariva che fosse in essa qualcheduno. _Macobaro_, non iscoraggiato per questo, decise di stare colà in osservazione un po' di tempo. Ben presto ebbe da lodarsi del suo proposito e della sua accortezza, perchè vide di lontano coi suoi occhi di falco il conosciuto legnetto del _medichino_ venire di trotto a quella volta. Si nascose dietro il grosso tronco d'una pianta, così da non essere veduto nè dal cocchiere, nè da chi era dentro la carrozza. Di colà scorse Gian-Luigi medesimo uscir del legno, traversare il cortiletto ed entrar nella casa.
— Essa è costà: si disse: ed egli è venuto a vederla.
Siccome il _brougham_ non partì, ma, fermatosi a poca distanza dalla porta del muricciuolo, stette ad aspettare, Jacob ne argomentò che il _medichino_ non si sarebbe colà trattenuto lunga pezza, e rimase per vedere ciò che succedesse.
Dopo alcuni minuti dovette ricredersi dalla sua prima opinione. Vide sopraggiungere una carrozza di piazza e da essa discendere una signora, cui, quantunque accuratamente velata, egli riconobbe assai bene per la contessa di Staffarda.
— No, diss'egli, Ester non c'è... Non ci avrebbe dato ritrovo a quest'altra..... Si trova adunque in qualcun altro de' suoi ricettacoli; ma dove?... dove?
Stette pur tuttavia fermo ad aspettare ancora, finchè vide la contessa uscir prima a piedi, e dieci minuti dopo partirsi egli eziandio colla sua carrozza. Allora _Macobaro_ s'avviò a passo lento verso l'interno della città, riflettendo profondamente.
— Per adesso, borbottava egli intanto fra sè, non c'è nulla da fare... Tanto varrebbe cercare un ago in un fastello di fieno. Aspettiamo... E poi bisogna che torni presso quell'altro... Non conviene trascurare quel tasto...
Tutta la giornata fu occupatissimo in cose che sapremo poi; verso sera coll'animo di tastar terreno si recò alla taverna di Pelone, dove apprese da costui la proibizione di penetrare in _Cafarnao_ per ordine del _medichino_. Ciò lo mise in sospetto; fatto mostra di nulla, dopo un poco egli abbandonò la bettola e corse verso la bottega di _Baciccia_ per vedere se di là gli venisse fatto d'introdursi nel sotterraneo. E fu là, innanzi a quella bottega, che accostatosi ad una donna che vide giacente sopra un mucchio di neve, riconobbe in essa la cercata figliuola.
— Ah! per la pietra di Oreb, sei tu!... esclamò egli con gioia feroce: tu che Jehovah mi caccia tra i piedi. Hai voluto fuggire tuo padre? Hai voluto fuggire la giustizia dell'Eterno che ti colpirà colla mia vendetta?... Vedi come la colpa ha debole il corso; vedi come la sa afferrare alle chiome la mano della collera divina!
E quasi la sua fosse questa mano punitrice, tese egli verso di lei la sua destra scarna, fatta ad artiglio, agitata dal tremito dell'ira feroce.
— Non mi toccate, non mi toccate: gridò essa tirandosi in là, ma vacillando sulle gambe che non avevano pur la forza di reggerla.
Il padre l'afferrava per un braccio, e la stringeva tanto con rabbia convulsa, da farle entrare nella carne le sue unghie ricurve da uccello di rapina.
— Che fai tu qui? D'onde vieni? che aspetti, sciagurata d'una perduta?... L'indovino... Tu hai cercato ricovero dal tuo drudo; ed egli che ha saziata in te la sua libidine infame, egli che è stanco della tua polluta bellezza, ti ha respinta, ti ha rigettata nel fango della strada, che è il solo luogo degno di te, vil creatura che muovi anche nei più abbietti schifo e disprezzo.
Negli occhi di Ester s'era accesa una fiamma — la trista fiamma del delirio e della pazzia. Con un nuovo vigore sopravvenutole, liberò il suo braccio dalla stretta del padre, e con voce vibrante, saltuaria, in cui non era più nulla dell'armonia e della soavità di prima, si diede a gridare:
— Disprezzo!.... Anch'io lo disprezzo... Comprò il mio amore colla moneta falsa del suo..... Egli è un vile!... Quel suo orpello d'amore prostituì a tutte le cantonate... Oh mondo infame!... Odio e disprezzo tutti... anche voi, padre mio... e maledico la vita, e me stessa, e lui... e voi che m'avete data questa trista esistenza!
Jacob fece un moto come per riprenderle il braccio: ma ella, vieppiù concitata ancora, gli diede uno spintone che lo respinse in là, barcollante, alcuni passi, e poi ratta prese la corsa e fuggì.
— Ester, Ester, gridò il padre che la vide in un attimo perdersi nell'oscurità delle strade: fermati maledetta!..... maledetta! maledetta!..... ch'io non possa vederti più che cadavere!
Il fiero, iniquo augurio doveva ben presto essere esaudito.
CAPITOLO XXIV.
Il domani di buon'ora, nella riposta abitazione di Mario Tiburzio, succedeva finalmente il colloquio, che questi, fin dalla mattinata del giorno innanzi, aveva cercato di avere con Luigi Quercia, e cui la fatalità delle circostanze aveva sino allora impedito.
Ascoltate le inattese e troppo spiacevoli comunicazioni dell'emigrato romano, Gian-Luigi rimase per parecchi minuti in silenzio, ma la sua faccia s'era fatta più scura d'una notte nuvolosa d'inverno. Mario era severamente triste, ma calmo e fermo come uomo che ha un'irremovibile risoluzione. Egli non aveva creduto necessario svelare a Quercia l'intromissione in quella faccenda di Massimo d'Azeglio, ed aveva solamente manifestata la necessità di contromandare ogni scoppio di rivoluzione, in seguito alle novelle ricevute dall'alta Italia, delle quali, come gli erano state scritte, a prova delle sue parole, aveva dato lettura.
Dopo avere alcun tempo meditato, Gian-Luigi scosse la testa, e disse con calma freddezza ma pur tuttavia con una contenuta vibrazione d'accento, che era l'espressione d'una rabbia profonda:
— Io non ho che una risposta da fare alle vostre inaspettate parole; quella che fece la rivoluzion di Parigi a Carlo X nelle giornate del luglio: _troppo tardi!_
— Finchè non è desto l'incendio, per quanto accumulate sieno le materie combustibili, non è mai tardi lo spegner la miccia che deve appiccare il fuoco.
Luigi tornò a curvare il capo e stette di nuovo un istante in silenzio. Troppo amaro era il suo disinganno, troppo doloroso il colpo all'anima sua. Quand'egli credeva esser giunto alla meta da tanto tempo agognata, ecco attraversarglisi la fatalità a dirgli: tu non avanzerai; mentre tutto era preparato per la lotta e la vittoria, ecco torglisi l'arma di mano ed imporglisi di non combatter nemmanco; e frattanto già la sorte lo aveva ammonito che durarla così nel mondo non poteva più oltre, che le circostanze cominciavano a volgersi avverse per lui, che la sua maschera minacciava, sotto l'influsso penetrante della curiosità della gente, staccarsi e cadere, che quelle situazioni non si possono oltre un certo limite far durare, che diveniva una necessità assoluta per lui dichiararsi un Erostrato ed un Catilina, per non cadere nella infame volgarità d'una preda della galera o del boia.
— È troppo tardi, ripetè egli di poi con più fiera insistenza: ciò mi aveste almeno comunicato ieri!... Sarebbe forse stato possibile ancora arrestare il masso già avviato giù per la china...
— Ieri vi ho cercato tutto il giorno...
— Ma ora... ora gli è impossibile... chi può fermare quel masso che già precipita?
— Si tratta di impedire che inutil sangue si sparga. Conviene quel masso arrestarlo, anche a costo di farcisi schiacciar sotto.
— Sarò schiacciato e non si arresterà nulla meno... Non sapete voi che abbiamo già distribuite all'uopo le centinaia di mila lire?... Non sapete che ieri sera furono presi gli ultimi solenni concerti?... Credete voi ch'io sia solo, assoluto padrone di tutta quella turba di cui vi ho promesso il concorso e che basti a me volere e disvolere perchè gli altri tutti vogliano e disvogliano?... Ma se adesso io venissi loro innanzi a dire: tutti i sacrifizi e gli sforzi che avete fatti hanno ad essere inutili; dello scopo, che vi ho mostrato prossimo e possibile ad arrivarsi, non si deve discorrer più, oh non avrebbero essi diritto di accusarmi di tradimento?
— Tradimento sarebbe, quando si è acquistata la certezza che non può riuscire a buon fine la lotta, lasciar tuttavia che degli illusi la imprendano per inutilmente soccombere.
— Orsù, a che giuoco giuochiamo? Parliamoci schietto, signore... Ciascuno di noi proseguiva in segreto un'opera, in cui ha messo tutta l'energia della sua anima, tutte le facoltà della sua mente, le forze della sua vita; un'opera intesa a sottominare le basi dell'attuale ordinamento dell'agglomerazione umana, voi dal lato politico, io dal lato sociale. Per dir più giusto, voi ed io siamo i rappresentanti, i principali strumenti nell'oggi, di due opere che da secoli sono cominciate e si continuano nella società umana; opere incessanti in cui si accumulano gli odii degli oppressi e dei diseredati e che tratto tratto scoppiano in tumulto dei _ciompi_ qua, in guerra dei _Jacques_ colà, nelle masnade dei _poverelli_ altrove, nelle bande dei contadini nel Canavese del XIV secolo, nel brigantaggio endemico dell'Italia meridionale, senza contare lo sfogo continuo del delitto contro la proprietà, mentre in politica ci danno le rivoluzioni del feudalismo che sconquassa il residuo dell'unità imperiale romana, dei Comuni che atterrano il feudalismo, della Monarchia che soffoca i Comuni, del ceto medio che in Inghilterra prima e poscia in Francia sfata la Monarchia... Ma, volere o non volere, queste due permanenti congiure camminano parallele ed hanno troppi punti di contatto perchè non s'incontrino, non s'aiutino a vicenda, a patto forse anche di combattersi poi quando si tratti di dividere i frutti della vittoria. Quindi in ogni rivoluzione le due quistioni hanno parte anche quando l'una abbia tal preminenza da sembrare in giuoco essa sola. Finora la politica sempre si vantaggiò col sacrifizio della quistione sociale; e noi, nei nostri patti, volemmo stabilire un più amichevole accordo ed un più equo riparto fra loro... Ma non è ora il caso di codesto. Era quasi inevitabile che le due nostre tenebrose e ardite strade s'incontrassero; e che noi, camminando per esse a capo del nostro partito, ci accontassimo e pensassimo di convenire in mutua bisogna d'aiuto comune. Lascio stare chi sia stato il primo a cercare il concorso dell'altro; lascio stare che io al vostro partito potei recare una forza ben maggiore di quella che voi colle vostre schiere di congiurati possiate dare al mio; ma pongo il caso alla rovescia, e vi domando: «Se alla vigilia del gran giorno io fossi venuto da voi a dirvi che noi non si voleva più mantenere il patto, che cosa avreste creduto, che cosa mi avreste risposto?»
— Quando alle vostre parole aveste dato il saldo appoggio di buone prove e ragioni...
— E se voi, interruppe con foga impaziente il _medichino_, foste già tanto inoltrato nell'esecuzione da non potervi ritrarre?
Mario guardò nobilmente in faccia il suo interlocutore, e rispose senza millanteria, ma con fermezza calma e dignitosa:
— Avrei salvato i più che avrei potuto de' miei compagni, e sarei camminato senza esitare contro la morte...
Quercia sorse in piedi con un'esclamazione e con atto impazienti, e si pose a passeggiare concitato traverso la camera.
— La morte! la morte!..... Credete voi che io la tema e mi periti ad incontrarla? Ma forse che gente come noi, si ha da rassegnare così facilmente ad avere questa sola per conclusione di tanti sforzi, di tanti travagli, di tanta spesa d'attività, d'intelligenza, di coraggio? Morire, ma vincendo, che importa? Farsi o lasciarsi uccidere e vedere colla nostra morte perduta la nostra causa, è parte da vittima, è mestiere di deluso: ed io non lo voglio fare... Sentite, Mario. Io ho creduto scorgere in voi una di quelle tempre eccezionali — una tempra come la mia — che comandano fatalmente alle volontà altrui, che dominano perfino la fortuna e gli eventi. Provatemi che non mi sono ingannato. Voi potete avere in pugno la sorte d'Italia; non ve la lasciate sfuggire. Raccogliete intorno a voi de' vostri congiurati, tutti quelli che hanno cuore in petto, comunicate loro una scintilla soltanto di quel fuoco ch'io so, ch'io vedo ardere nell'anima vostra. Nelle vostre file dovete averne di cotali che sono capaci a rinfiammarsi. L'altro dì voi mi dicevate pure, quando io, tentandovi, parlai di aggiornare lo scoppio della rivolta, che anche colla certezza di soccombere, volevate lottare; ai miei dubbi intorno alla risoluzione ed all'eroismo de' vostri congiurati, voi mi rispondeste tutti amare la patria, tutti essere avvinti con sacramento ed essere voi sicuro non mancherebbero. Ebbene! gettate l'audace grido della lotta ad ogni modo. Se non tutti, vi seguiranno almeno quelli che hanno vergogna di essere spergiuri. L'esempio di questa città stimolerà l'ignavia delle altre; la tremenda voce della rivoluzione avrà un'eco fra gli altri popoli d'Italia, se pure meritano d'essere chiamati popoli e non branchi di servi torpidi e corrotti... Sappiate che da parte nostra l'esplosione di questa mina sarà il segnale di altre siffatte in Francia e nel Belgio, persino in Inghilterra..... Al ruggito della nostra plebe, risponderanno i ruggiti delle plebi parimente infelici e diseredate delle altre nazioni d'Europa...
Mario Tiburzio lo interruppe con viva emozione.
— Ma codesto mi spaventa. La quistione sociale credete voi che sia abbastanza matura perchè si possa agitar sull'arena con isperanza del comune pubblico vantaggio, con propizio scioglimento recato dall'orrore della lotta?... A mio avviso, no. Voi vi fate delle illusioni. Traverso il sangue e le rovine voi non camminerete che all'anarchia, quindi ad una riazione che ricondurrà uno stato peggiore di prima per tutti. All'assetto presente quale avete voi da sostituire, possibile e fecondo di benefici effetti? Nulla che utopie. Prima di passare nell'ordine dei fatti conviene che ogni riforma si compia nell'ordine delle idee, e si radichi non solo come possibile, ma come necessaria, nel campo della pubblica opinione universale; non è quindi di un balzo, di tutto punto che il rinnovamento può aver luogo, ma a poco a poco, parte per parte. La quistione sociale non trovasi ancora a questo stato di maturanza: la politica, quella nazionale soprattutto, in Italia, sì, lo è. Io poteva accettare il vostro concorso e promettervi in compenso giusti ed attuabili vantaggi; ma dare al vostro temerario ardimento, che ora soltanto scorgo in tutta la sua natura, la parte principale nell'opera e nello scopo di essa, farmi complice d'un tentativo che ravviso perniciosissimo a tutto ed a tutti, a quei prima cui si vorrebbe giovare, no, no, e poi no.
— Allora tutto è tronco fra noi: proruppe Quercia con impeto impaziente e minaccioso. Insensati!.... La valanga rovescierà anche voi.
— Che? voi persistete forse nel proposito?
Quercia tacque un momento, fissando il suo sguardo, che brillava d'una cupa fiamma, sulla fronte serena di Mario....