Part 31
E queste parole accompagnava, come si suole, con caldi baci amorosi. Qual donna potrà resistere mai al valore di questi argomenti e sotto l'influsso dei medesimi conservare ombra di diffidenza o sospetto? Candida fu tutta invasa dalla tenerezza e dalla soavità di quei felici istanti d'amoroso trasporto.
Fu Luigi medesimo che primo ridusse il discorso all'argomento che era stato la cagione del ritrovo.
Candida allora narrò tutto quanto erale accaduto la sera innanzi col marito, e finì per iscongiurare il suo amante trovasse modo di ottenere dal gioielliere X che non disdicesse al conte Langosco, quando si recasse da lui, quello che la moglie gli aveva detto.
Trovar questo modo non parve a Gian-Luigi la cosa la più facile del mondo. Bene poteva egli recarsi dall'orafo e pregarlo di dare poi al conte quelle risposte che convenivano; ma come presso di quel cotale avrebbero avuta autorità le sue parole? Dopo molto riflettere ed avere proposti parecchi spedienti, che cimentati all'esame non reggevano, Quercia non seppe altro di meglio risolvere fuor questo, che cioè Candida medesima scrivesse al sig. X, il quale conosceva la scrittura di lei, una lettera dicendogli che cosa ella desiderasse da lui, e Luigi glie l'avrebbe recata in persona, appoggiando a voce le raccomandazioni fatte nel bigliettino.
Siccome il tempo stringeva, e perchè era necessario che Luigi si recasse dal gioielliere prima che il conte vi fosse, e perchè Luigi medesimo, per la promessa data di trovarsi al caffè Fiorio alle undici e tre quarti, aveva un'ora appena innanzi a sè da fare ciò che avevano stabilito. Quercia propose senza ritardo partire, e Candida, benchè in segreto certo a malincuore, accettò la proposta. Però nell'atto di separarsi ed uscire ella prima dalla palazzina, Candida si fermò e stringendo pel braccio l'amante che ne l'accompagnava fino alla soglia, disse con forza:
— Ad ogni modo, Luigi, tu non dimenticherai la promessa che mi hai fatta di restituirmi senza fallo quei diamanti prima di lunedì, perchè io li possa recare al ballo di Corte. Ci tengo, è indispensabile.
Gian-Luigi atteggiò le labbra ad uno strano sorriso che fu però fugacissimo.
— Sta tranquilla, rispose, pel ballo di Corte che avrà luogo avrai tutti i tuoi diamanti. Non son io che manco alla mia promessa.
— Ci conto! Addio.
Candida mormorò quest'ultima parola in un bacio soave, e lesta corse via traverso il cortile: a piedi per la neve s'affrettò essa verso Piazza Susina, dove da una carrozza da nolo si fece ricondurre a casa.
Gian-Luigi, partita la contessa, fece più franco quel sorriso che aveva appena abbozzato in presenza di lei.
— Il ballo di Corte! diss'egli. Spero bene che non ci sarà più nè ballo nè Corte.
Salì poscia nel suo legnetto che aveva fatto aspettare e corse dal gioielliere.
Erano appena le undici, quando Gian-Luigi in faccia all'elegante bottega del signor X scendeva di carrozza, e tutta la probabilità era che il conte di Staffarda non fosse a quell'ora nemmeno alzatosi di letto, altro che già uscito di casa e giunto a quel luogo. Ma ciò che pareva improbabile era invece il vero. La prima persona che Gian-Luigi vide nel metter piede in quel fondaco fu il marito di Candida, che lo salutò col suo ironico sorriso e colla sua superba gentilezza.
Amedeo Filiberto, pei suoi malanni, per la sua solita febbrile concitazione del sangue, usava dormire poco sempre: quel residuo di notte che passò dopo il ritorno dal ballo, per la più trista condizione dei suoi interessi in cui trovavasi, per la curiosità e i sospetti fors'anco destatisi in lui al contegno della moglie che gli aveva dato sentore d'un mistero sotto quella mancanza dei diamanti, il conte aveva dormito anche meno del solito, val quanto dire non aveva potuto chiuder occhio. Verso le dieci, suonato pel suo cameriere, aveva voluto scendere di letto e vestirsi in abbigliamento da città.
— E la contessa? domandò al cameriere ad un punto della lunga operazione della sua teletta.
Il cameriere non capì per nulla che cosa il padrone volesse dire con quella richiesta.
— La contessa.... che cosa?
Langosco provò una specie d'irritazione nel doversi spiegare, e rispose con accento d'impazienza e di collera contro il cameriere, che non aveva avuto il talento di dirgli ciò ch'egli desiderava senza ulteriori spiegazioni.
— Ve ne domando le nuove: ha ella dormito bene, come sta?
La cosa era così straordinaria che il cameriere rimase a bocca larga con in mano il pettine con cui ravviava quel po' di chiome che ancora rimanevano in capo al padrone.
— Signor conte, io non ne so nulla: diss'egli; ma se Lei desidera che me ne informi...
Amedeo fece un cenno affermativo colla testa, assai brusco: il cameriere non attese altro ed uscì dallo stanzino col suo pettine in mano, ma per rientrare dopo nè anche trascorso un minuto secondo.
— Ho mandato Battista ad informarsi dalla cameriera della signora contessa.
Battista di lì a due minuti veniva a render conto della sua ambasciata.
— La signora contessa deve star benissimo, perchè è già uscita.
Langosco fece un trasalto sulla seggiola.
— Già uscita!... Davvero?
— Sì, signor conte.
Questi non dubitò menomamente, che la causa di tale mattutina e sollecita uscita non si attenesse a quel mistero ch'egli aveva sempre più voglia di penetrare. Decise recarsi il più presto possibile dall'orafo, e vestitosi in una fretta che molto stupì il suo cameriere, corse al fondaco del signor X; dove Gian-Luigi lo trovò entrandovi affrettato egli pure.
La vista del conte era tale un colpo da far perdere le staffe ad uno meno valente in arcioni del sedicente dottore. Gian-Luigi, per quanta fosse nel suo interiore la contrarietà, per quanto il timore di esser giunto troppo tardi, non mostrò tuttavia la menoma ombra di turbamento sulla sua faccia serena ed allegra.
— Qui costui! pensava frattanto il marito di Candida. Gli è certo venuto per intendersi col gioielliere affine di nascondermi la verità. Ben sospettavo che nell'imbroglio ci entrava questo sciagurato.
— Il conte mi ha preceduto: diceva da parte sua fra se stesso Gian-Luigi: diavolo! purchè io sia arrivato ancora in tempo.
Si avanzò col suo solito contegno elegante e spigliato, e con una famigliarità che gli permetteva il trattare verso di lui del conte, porse a quest'ultimo la mano.
— Eh buon giorno, conte: diss'egli: come mai già in giro a quest'ora? Sono appena le undici!
Amedeo Filiberto toccò lievemente la destra di Quercia e con una tinta di freddezza orgogliosa nella sua gentilezza aristocratica, per cui nè anche il più suscettivo avrebbe potuto trovar pretesto di adombrarsi, disse a sua volta:
— Buon giorno.
E poi si volse al gioielliere, come per significare dovess'egli continuare il colloquio cui l'arrivo del nuovo venuto non aveva punto da interrompere.
Il signor X, che stava innanzi al suo nobile avventore nel contegno d'un umile soggetto innanzi ad un'autorità, s'affrettò ad ubbidire a quel muto cenno, dando la risposta che ancora doveva ad una interrogazione che il conte, entrato appena pochi minuti prima, gli aveva mossa.
— No, signor conte, diss'egli, di questa mattina io non ho avuto l'onore di vedere la signora contessa.
Gian-Luigi capì che la compiuta spiegazione non era ancora avvenuta, ma che s'egli tardava ad intromettersi non c'era più rimedio.
Il marito di Candida aveva presa in mano una busta aperta in cui brillava di mille fuochi una collana di diamanti, e pareva tutto preso dal piacere di contemplarne gli smaglianti riflessi alla luce.
— Bellissimi questi diamanti: diss'egli; somigliano un poco a quelli di mia moglie... E gli è appunto a proposito di que' suoi diamanti, che credevo fosse venuta ella stessa a parlarvi.
Il gioielliere a cui, come abbiam visto, era capitato di vedere il giorno prima quei diamanti, di cui ora gli si parlava, in casa dell'usuraio Nariccia, non capì punto a che mirassero le parole di Langosco, ma travide esserci in codesto qualche pasticcio in cui conveniva star guardingo per non commettere delle balordaggini; laonde non sapendo bene che cosa rispondere andava cercando qualche innocente parola che non dicesse nulla, allorchè, come per influsso di magnetismo, i suoi occhi furono attirati dagli occhi neri di Gian-Luigi che lo fissavano con un'insistenza e con una forza indicibile. Non un muscolo della faccia del giovane si mosse, non un lineamento ebbe la menoma contrazione; ma quello sguardo vivo, brillante, imperioso comandava così assolutamente e con tanta chiarezza tacere, che il signor X, il quale aveva incominciato ad emettere la voce per quella risposta indifferente, cui credeva dover fare, soffocò le parole in una esclamazione che pareva di meraviglia e svelava tutto il suo imbarazzo.
Quercia levò l'indice della mano destra e se lo pose sulle labbra a riaffermare con quest'atto il suo muto comando di silenzio.
Il conte s'avvide che qualche cosa intravveniva fra que' due: si voltò in fretta e colse l'impaccioso stupore sulla faccia del gioielliere e il dito inguantato di Gian-Luigi sulle labbra, dove finse di subito ravviare la curva leggiadra dei baffi. Depose la busta che avea presa in mano e continuò tranquillamente, come se di nulla non si fosse accorto:
— Avete fatto benissimo a consigliar mia moglie di rifarne l'aggiustamento. Quello in cui sono incastrati attualmente è già antiquato, e son persuaso che con una rifornitura più leggiera e più elegante, ben bene ripuliti, faranno del doppio la loro figura.
Il povero orafo, imbrogliatissimo, non rispose che con un inchino e con un — «certo, certo» che non lo comprometteva in nessun modo.
Gian-Luigi pensò non dover indugiar più ad intervenire.
— Scusi, signor conte, se vengo ad interromperla, ma ho una commissione di premura ed importante da fare al signor X, e subito subito, perchè sono aspettato fra pochi minuti ad un convegno in cui è un dovere l'essere esattissimo. Le chiedo perciò licenza di poterle rubare per un momento il signor X, tanto da dirgli quattro parole.
Amedeo Filiberto tenne un istante il suo sguardo ironico, diffidente, malizioso, fisso sulla faccia franca del giovane, che lo sostenne senza batter di ciglia, poi per risposta fece col capo un lieve segno di annuire.
— Abbia dunque la compiacenza, signor X, soggiunse Quercia, di darmi due minuti.
Passarono nel gabinetto vicino che serviva da scrittoio, e il giovine diede all'orafo senz'altro la lettera di Candida.
— Da parte della contessa di Staffarda, diss'egli vibratamente con tono che era insieme di preghiera e d'autorità: le renda il servizio di fare quello di cui essa la prega.
Il gioielliere la lesse in fretta.
— Per bacco! diss'egli di poi: l'affare non è mica tanto semplice come la contessa crede..... Dire a suo marito che ho io presso di me quei diamanti!... Non è mica una bazzecola... E se per caso andassero perduti?
Gian-Luigi fece un atto d'impazienza.
— Impossibile! interruppe tronco ed asciutto. La non corre rischio alcuno, l'assicuro io... E poi, tenendo Ella in mano questa lettera della contessa, non ha forse una sufficiente guarentigia?
— Eh! fino a un certo punto codesto è vero.
— La contessa ha momentaneamente disposto di quei gioielli...
— E so ben io dove sono; pensò il signor X che indovinò molta parte di vero.
— Ha gran desiderio ed interesse che suo marito non sappia nulla... Essa le sarà riconoscentissima, signor X, se Lei le vorrà rendere questo piccolo servigio.
Il gioielliere stette ancora un mezzo minuto a riflettere. Per affrettarne la decisione nel senso che egli voleva. Quercia soggiunse:
— Per lunedì la contessa conta come cosa sicura riavere i suoi diamanti; Ella terrà in suo potere la lettera di lei finchè non li veda coi proprii occhi nello stanzino di teletta della contessa. Questa la farà venire presso di sè per mostrarglieli, ed allora Lei renderà alla contessa medesima quel bigliettino.
L'orafo pensò che di questa guisa egli non poteva correre più nessun rischio, che rifiutandosi a ciò che gli veniva chiesto, perdeva sicuramente un'avventrice che gli fruttava buoni guadagni: acconsentì di fare secondo il desiderio della contessa.
Ripassando per la bottega Gian-Luigi salutò con pochi detti il conte, che gli rispose con anche meno parole, e poi si affrettò verso il caffè Fiorio, dove Giovanni Selva, mandatovi da Benda, già stava attendendolo.
Il marito di Candida al gioielliere, che gli era tornato dinanzi, disse ripigliando il discorso di guisa da non lasciar apparire che il menomo sospetto fosse entrato in lui:
— Temo soltanto che questo riaggiustamento e questa ripulitura di diamanti non ci sia tempo da farli prima di lunedì, e lunedì sera pel ballo di Corte bisogna che mia moglie li abbia.
Il gioielliere si percosse la fronte come uomo a cui si affaccia subitamente un'idea a cui non aveva pensato.
— È vero! esclamò. Ella ha ragione, non c'è tempo. Nè la signora contessa, nè io non ci abbiamo badato. Per assestarla faremo così: non darò loro che una pulitura superficiale, ed alla _rimontatura_ ci penseremo di poi.
— Va bene... Intanto lasciatemeli un po' vedere; desidero che li guardiamo insieme per intendere d'accordo la nuova rifornitura da farsi.
L'orefice fu il più imbarazzato uomo del mondo.
— Scusi, balbettò egli, vorrei subito contentarla... Sarebbe un onore per me sentire il suo gusto e ricevere i suoi ordini..... Ma il caso vuole... è anzi la prudenza che mi ha consigliato così..... capisce che non si tiene qui in bottega un tanto valore... Il fatto è che quei diamanti li ho rinchiusi nella mia gran cassa di ferro che ho nell'officina.
— Ah! esclamò il conte con una certa espressione che poteva significare di molte cose. Però non insistette, raccomandò al gioielliere che non mancasse di restituire i diamanti per la giornata del lunedì e se ne andò.
— Signora contessa, diss'egli fra sè coi denti stretti, voi mi prendete troppo per un marito da commedia..... Voglio penetrare questo mistero.
Egli non doveva penetrarlo che più tardi, in conseguenza d'un'orribile tragedia.
CAPITOLO XXI.
Luigi Quercia e Giovanni Selva, unitisi al caffè, si recarono senza ritardo al whist-club, dove con tutta quella esagerazione di forbitezza che è propria in queste occasioni di chi si picca d'esser gentiluomo, furono accolti dai due padrini di Ettore di Baldissero, il conte di San Luca ed un altro giovane titolato.
Le parole non furono molte; si trattava soltanto di riconfermare tutte quelle condizioni che già erano state intese pel ritrovo del giorno innanzi, e di assegnare un'ora per lo scontro ed un luogo sicuro da ogni possibilità di venir disturbati. Siccome eguale era la premura di finirla in ambe le parti, l'ora fu senza discussione stabilita per le tre di quel medesimo pomeriggio; e quanto al luogo San Luca propose e fu consentito che gli facessero l'onore di accettare l'ospitalità in una sua villa che aveva nelle vicinanze, nel giardino della quale vi era un praterello circondato tutt'attorno da una siepe uniforme, il quale era il campo chiuso più adatto del mondo per ammazzarsi due galantuomini. Nella palazzina della villeggiatura, egli avrebbe fatto prontare tutto ciò che occorreva per dare i primi soccorsi a quello dei combattenti a cui fosse stata avversa la sorte, e colà non ci sarebbe stato muso di poliziotto nè coccarda di carabiniere, che avrebbe potuto intromettersi.
I quattro padrini si separarono con nuove e maggiori le cerimonie di gentilezza, e mentre da parte loro quelli di Baldissero andavano a comunicare a quest'ultimo le avute intelligenze, Selva e Quercia tornarono al caffè Fiorio ad aspettarvi Francesco che aveva detto di capitarvi verso il tocco.
Fu egli esatto al convegno, e senza mostrare il menomo turbamento udì le comunicazioni de' suoi secondi. Con quali emozioni avesse passato le ore della notte e quelle della mattinata, non istarò a ridire, potendo ognuno che legge agevolmente per sè immaginarsele. Ad esaltare il suo coraggio, a fargli disprezzare il pericolo concorrevano e lo sdegno giusto e vivissimo ancora che la condotta di Baldissero aveva eccitato e teneva desto in lui ed anche più il dolcissimo ineffabile trasporto d'intima, superba gioia che gli procurava la felice acquistata certezza d'essere amato da Virginia. Il suo onore, che la delicatezza de' suoi sentimenti già gl'imponeva di conservare intattissimo, di rivendicare con energia da ogni oltraggio, ora il sapersi amato gli faceva un obbligo più sacro, uno scrupolo più permaloso di mantenere immune da ogni menoma cosa che la gente, fosse pur anche per un pregiudizio, potesse credere un appannamento; amava meglio mille volle morire che sembrare agli occhi di quel tiranno che è il mondo, di cui tutti subiscono la prepotenza pettegola, agli occhi di lei sopratutto, di non aver l'animo al di sopra d'ogni arrivo di codardia. La forza di porre innanzi a codeste fattizie suscettività di orgoglio personale i suoi doveri di figliuolo, di fratello, anche di cittadino, che per altre più utili prove deve conservare la sua vita; codesta forza non gli permettevano di avere e l'odio cui, volere o non volere, sentiva pure pel suo avversario, e la falsa idea mondana dell'onore cui egli veramente di buona fede spartiva colla comune delle persone ammodo, e il suo medesimo amore. Però, quando quella mattina, egli, come di solito, si trovò in mezzo alla sua famiglia, in quelle occasioni di vita comune che sono di tanta dolcezza, benchè l'abitudine riesca a non farne sentire ad ogni volta tutto il pregio; in mezzo alla sua famiglia, che sgomentata dal pericolo passato, e lieta nella falsa assicuranza che questo fosse ito per sempre, era per lui ancora più amorevole di prima, Francesco ebbe a provare uno stringimento di cuore, uno schianto dell'anima a nascondere i quali occorse tutto il vigore ond'era capace.
Ma il profondo, vivissimo dolore, benchè dissimulato, ch'egli dovette provare una seconda volta, quando nello spiccarsi dai suoi non potè a meno di pensare che quello era forse l'ultimo momento in cui gli fosse dato vederli; codesto dolore riuscì a sgombrare del tutto dall'animo di Francesco quel certo abbattimento, quell'abbandono d'energia, per così dire, per effetto del quale gli aveva sorriso ad un punto l'idea di offrirsi vittima volontaria alla morte. No; ora non voleva più presentarsi bersaglio rassegnato e passivo ai colpi dell'insolente suo avversario; ora voleva difendere la sua vita, quella vita che non era tutta sua, ma per sì stretti e sì cari vincoli si atteneva alla vita di altri, era parte eziandio della loro esistenza; e siccome in questa fatta di orribili giuochi, per difendere la propria vita non c'è altro mezzo che distrugger quella che ci sta dinanzi, egli pensò con una certa voluttà d'odio a riuscir vincitore in quella lotta mortale, a vedersi cader dinanzi l'orgoglioso che l'aveva oltraggiato.
Ciò non l'avrebbe ravvicinato di certo a Virginia; ma non era essa insuperabile, anche senza questo fatto, la distanza che da lei lo separava? E poi, in fondo in fondo, egli era geloso di quel giovane che abitava con esso lei, in cui il suo istinto d'amante aveva sentito un rivale, che poteva ogni giorno, quasi ogni ora, vederla, parlarle, respirare l'aria ch'ella respirava. Lo avrebbe tolto di mezzo, avrebbe smaccata quella fiera superbia, si sarebbe almanco vendicato.
Ed è con questi sentimenti che verso le due e mezzo Francesco salì nella carrozza di Quercia per recarsi alla villa del contino San Luca.
Vi giunsero in breve. Il custode, avvertito, aprì la cancellata, appena ebbe udito l'avvicinarsi della carrozza, fece un rispettoso saluto al passaggio di questa e diede un tocco alla campana che stava presso alla porta del suo casotto ad avvisare dell'arrivo di gente quelli che si trovavano nel palazzo, la cui facciata si vedeva sorgere in fondo ad un abbastanza lungo e largo viale piantato di ippocastani. Dal viale e dalla spianata che s'allargava innanzi alla casa erasi fatto levar via la neve, e le ruote del brougham corsero leggermente scricchiolando sulla sabbia finissima del suolo immollato. Le finestre del palazzo erano chiuse colle persiane fuorchè al pian terreno dove le persiane spalancate lasciavano brillare i tersi cristalli degli usci a finestra che mettevano lungo la facciata sopra una specie di terrazzino che per cinque gradini lunghi quant'era lunga la casa scendeva al livello della spianata.
Appena la carrozza di Quercia si fu fermata innanzi a quegli scalini, all'altezza dell'uscio di mezzo della facciata, la porta a vetri si aprì e comparve sulla soglia un domestico in gran livrea. Francesco e i suoi due secondi entrarono in una vasta sala che era un'anticamera elegante; sul passo d'una porta che si apriva alla loro sinistra videro il conte San Luca che erasi mosso cortesemente ad incontrarli. Si salutarono con una certa solennità e in silenzio, e mentre il domestico ed un suo compagno che trovavasi pure colà, aiutavano i nuovi venuti a spogliarsi dei loro pastrani e mantelli, il padrone di casa disse con quel tono di raffinata urbanità che è proprio della nostra aristocrazia:
— Ho preceduto qui i miei amici per aver l'onore di riceverli, se lor signori fossero arrivati, come diffatti è avvenuto, prima dell'ora posta; ma non dubito che a momenti i miei amici saranno qui ancor essi.
Si tolse di mezzo all'apertura dell'uscio, facendo col cenno invito d'entrare ai tre giovani, i quali così passarono in un salotto arredato con ricco buon gusto, dove fiammava un bel fuoco che già aveva intiepidito per bene l'ambiente.
Uno dei domestici che era entrato in seguito ai tre ospiti, dispose intorno al camino quante poltroncine occorrevano e poi s'avviò per ritirarsi.
— Farete riparare la carrozza di questi signori sotto la tettoia del cortile, gli comandò il padrone; e prenderete cura del cocchiere.
Il domestico uscì, e tosto dopo si udì la carrozza allontanarsi girando dietro la casa.
— S'accomodino, signori: disse San Luca, accennando alle poltroncine.
Quercia si gettò in una che trovavasi più vicino ad un elegante tavoliere intarsiato, sul quale stavano un portasigari di porcellana di Sèvres ed una _cave-à-liqueurs_ che aperta lasciava scorgere due ordini di bicchierini e quattro bottigliette di liquori. Francesco ringraziò con un cenno del capo l'invito di sedere, ma rimase in piedi appoggiando un gomito allo sporto del camino e voltando le spalle al grande specchio che stava sul medesimo. Selva fece alle parole di San Luca la medesima risposta che Francesco e si pose ad esaminare un quadro di merito che pendeva alla parete.
— Posso offrir loro un _avana_ ed una goccia di rosolio?
Francesco e Giovanni rifiutarono cortesemente; Luigi allungandosi della persona, senza punto levarsi da seduto, tese la mano e prese sul tavolino il portasigari, dove con cura di intelligente della materia trascelse un grosso sigaro di foglie avanesi del colore della carnagione d'una mulatta, cui accese e cominciò a fumare con famigliare noncuranza.
— Signor conte, disse Benda con forbita cortesia, le sono molto grato di aver voluto dare al mio ritrovo col signor Baldissero, l'ospitalità della sua campagna.
— È un onore ch'essi mi fanno: rispose il conte col tono medesimo.
S'udì allora il rumore che facevano le ruote di una carrozza girando sulla sabbia umida della spianata, e traverso i cristalli dell'uscio-finestra si vide un legno chiuso, a due cavalli, dar la voltata innanzi alla casa e venirsi a fermare all'altezza dell'uscio d'ingresso. Mezzo minuto dopo la porta del salotto s'aprì, ed uno dei domestici gettò dentro due nomi titolati. Entrarono Ettore di Baldissero accompagnato dall'altro suo padrino.
Francesco sentì il cuore battergli un pochino più forte; non si mosse egli dal suo posto, ma levato superbamente il volto, gettò uno sguardo verso i nuovi arrivati: al vedere la faccia insolente del marchesino il nostro giovane amico s'accorse che quel palpito più frequente non era prodotto da nessuna emozione di tema, sibbene piuttosto da una nuova maggior vampa d'odio.