La plebe, parte III

Part 30

Chapter 303,723 wordsPublic domain

— Lo saprai fra poco: rispose Tiburzio con voce in cui non era la simpatica vibrazione del solito suo calore di accento. E tu che mi rechi?

Romualdo gli porse la lettera dell'illustre scrittore piemontese. Mario la lesse, e senza mostrare in nessun modo l'impressione ch'egli ne ricevesse, disse tranquillamente, restituendola all'amico:

— Andiamo adunque dall'Azeglio, poichè ci chiama.

Quando furono per mettere il piede fuori dell'uscio, Tiburzio arrestò il suo compagno posandogli una mano sul braccio.

— È strano un popolo che per riconquistare la sua libertà si fa a supplicare i principi che l'opprimono perchè glie la concedano e glie la rivendichino essi stessi: disse con amara ironia. Non importa; andiamo a vedere se quell'onest'uomo di Massimo ci vorrà star garante della possibilità di tal miracolo.

Non disse più una parola, finchè i due giovani comparvero, come abbiamo visto, alla presenza dell'Azeglio, il quale erasi mosso loro all'incontro.

— Signori, cominciò senz'altro l'illustre scrittore: questo giorno conta per me come uno dei più importanti della mia vita, ed ho speranza che debba contare eziandio per importantissimo nella storia d'Italia. La benigna fortuna, me, sincero ma umilissimo amator della patria, volle fare stromento di uno dei maggiori fatti che si potessero compire in beneficio della nostra terra: l'alleanza col partito nazionale della monarchia militare del Piemonte.

E qui, con tutta l'esattezza e il calore provenienti dalla freschezza delle impressioni ricevute, Massimo d'Azeglio ripetè i discorsi avuti col Re e le solenni parole da esso pronunciate.

— Ed Ella crede? domandò con vivacità Mario Tiburzio.

— Il cuore lo vede Iddio: rispose gravemente l'Azeglio: noi uomini dobbiamo argomentare colla scorta della povera nostra ragione. Nelle sembianze, nell'accento, nello sguardo di Carlo Alberto, io ho creduto notarci la sincerità; nella sua generosa ambizione, nelle tendenze manifestate dalla sua giovinezza, nell'interesse medesimo della sua dinastia, io credo vederci argomenti non ispregevoli di fiducia. E poi..... parliamoci schietto. Abbiamo noi altri mezzi di fondate speranze di probabile riuscita, fuor questo?... Le infelici insurrezioni del passato non vi hanno ancora aperti gli occhi?... Fin quando vorremo avventurare il sangue dei più generosi cittadini in lotte troppo ineguali, di certissima sconfitta?... Inoltre, combattendo contro i Principi nostrani è sempre una guerra civile quella che noi facciamo; perchè non preferiremmo di combattere coi soldati di Carlo Alberto, sotto le bandiere di questo Re contro lo straniero?

— Si lo faremo: proruppe Romualdo. Venga l'occasione soltanto, e noi, più lietamente che nella sommossa, daremo la nostra vita sui campi di battaglia... Io credo in Carlo Alberto poichè Ella sig. d'Azeglio ci crede.

Mario non disse una parola: teneva curva la testa, chini a terra gli occhi, serrate le labbra, contratte le mascelle; si vedeva che un'interna passione lo rodeva, che una lotta avveniva in lui con crudo travaglio dell'animo suo.

— E spero che tutta Italia crederà in esso: esclamò Massimo con calore; non ostante la funesta ricordanza del passato. La sua parola per me è molto, ma non vi domando neppure di credere ciecamente in essa: non vi prego che d'indugiare e di attendere a veder le prove di fatto delle sue intenzioni. Confido che queste prove non tarderanno a venire. Ho insinuata nel discorso il bisogno di una politica più liberale, ho detto che io a nome del Re, fattosi patriota, l'avevo già promessa, avrei seguitato, s'egli non mi contraddiceva, a prometterla agl'Italiani: egli acconsentì. Or io, qui in questa lettera, ai liberali dell'altra Italia, e colla parola a voi, non domando che la pazienza ancora di poco tempo, che un indugio, se non volete una rinuncia, negli avventati e fieri propositi.....

— È cosa fatta, interruppe con impeto e con amarezza Mario Tiburzio. Legga questa lettera, sor Massimo.

E gli porse la missiva che aveva ricevuto la sera precedente.

— Tanto meglio, tanto meglio: disse Azeglio con un sospiro di vero sollievo.

— Tanto peggio, dico io, esclamò Mario: perchè questa è mancanza di vigore e di polso negl'Italiani. Ah! cosiffatta prudenza rassomiglia molto ad una debolezza che merita il nome di codardia: ah! un popolo che mendica ed aspetta dai suoi tiranni a spizzichi la libertà, mi ha tutta l'aria d'essere un popolo di vili.

— Mio caro, interruppe col suo calmo e sereno sorriso Massimo d'Azeglio, posti nelle condizioni in cui fatalmente è caduto l'Italiano, tutti i popoli sarebbero quel medesimo. Tenute sotto secoli d'una servitù corruttrice curve le tante generazioni d'una schiatta, e poi pretendere che questa schiatta sia un'accolta di eroi è pretendere l'impossibile.....

— Ma noi dunque siamo condannati ad eterno servaggio? proruppe Tiburzio. Come un'ereditaria infermità nel sangue i nostri padri ci hanno dunque trasmesso nell'anima l'abbiettezza servile? Oh! io ho sognato un dì che una generazione da questo putridume sorgesse, degna d'infrangere essa stessa le sue catene; ed a questa generazione mi lusingai di appartenere. Illusione! follia! delirio!.... Bene! Aspettiamo il miracolo d'un re che per l'ambizione d'un trono maggiore rischii di farsi balzare da quel che possiede abbracciandosi alla rivoluzione che i troni distrugge: speriamo ed invochiamo la meraviglia d'un principe italiano che muova guerra a quell'Austria dove ha cercato finora il suo più valido sostegno, e rallietiamoci sognando che le armi da questo re con istudio raccolte non devono servire a mantenere il suo popolo soggetto, sì a farlo libero dallo straniero.... Ma in questa gente che cospira, e poi al punto di levare la maschera e brandire le armi si spaventa e corre a rappiattarsi, troveremo noi tanti valorosi che vogliano in campo aperto esporre il petto ai cannoni dell'Austria? L'esercito piemontese a combattere quell'ardua guerra non basta. Ci vuole per esso l'alleanza dell'insurrezione popolare: bisogna che tutta la nazione si levi e si rovescii sullo straniero. E questo popolo addormentato, che non si scuote al sacro nome della libertà, si desterà esso alla voce d'un re?

— Nulla a questo mondo succede per subito ed impreparato cambiamento: disse l'Azeglio col suo accento calmo, amichevole, persuasivo; tutto ha mestieri d'una graduale e successiva transizione. Loro rivoluzionarii non tengono abbastanza conto di questa legge universale, e credono che di botto ciò che esiste possa essere spazzato via e sostituito da altro. Ciò che esiste, ancorchè sia male, ha una forza di resistenza cui non bisogna disprezzare. In Italia abbiamo varii Governi, che hanno intorno a sè la loro buona schiera d'interessi ed anco di devozioni. Io non voglio mica dubitare che col tempo si riuscirà a liberarsene ed a costituire eziandio quell'unità italiana che a noi pare ancora un'utopia, ma che nell'avvenire ha da diventare una realtà; ma noi alle prese colle difficoltà presenti non facciamo che illuderci se tiriamo la conseguenza dei nostri calcoli, senza occuparci d'un elemento importantissimo. Gl'Italiani dalle sêtte non poterono essere che malamente preparati all'amore della libertà e dell'indipendenza. Questa preparazione è sì un lavoro avviato, ma che deve ancora compirsi, e per codesto è necessario che abbiamo la collaborazione, od almanco la tolleranza dei principi. La tema ed il rispetto eziandio di quella monarchia di cui voi altri fate troppo facilmente gettito, e credete eziandio più debole e più tarlata che non sia, allontanano molti dall'idea nazionale, perchè la credono alla monarchia avversa: quando questa medesima sia animata da spiriti nazionali, tutti, o la maggior parte almeno dei difensori di lei, diventeranno patrioti ancor essi. Avremo quindi all'impresa ogni cuor generoso di qualunque fede politica, a qualunque partito appartenga.

Mario Tiburzio, dopo un istante, disse:

— Pensai che l'uomo potesse oramai valere e volere, esplicare la sua personalità e governarsi nella società civile, senza più il politico feticismo della monarchia. Ho dunque torto. L'ignoranza e l'insufficienza dei più hanno dunque bisogno ancora di prosternarsi nell'umiliante pregiudizio d'un'adorazione, non ad un merito, ma ad un privilegio....

— Ad un'idea: interruppe vivamente l'Azeglio. Non si ha da disconoscere che la monarchia ha rappresentato ed effettuato il principio della solidarietà comune nel frazionamento d'interessi e di ordini che recò seco la barbarie e poscia il feudalismo del medio evo. Finchè dura ed ha forza una istituzione, vuol dire che l'idea cui essa rappresenta, non ha ancora compita la sua azione nel mondo.

— E sia! Una sua osservazione mi ha colpito, sor Massimo: quella che non si può ottenere di balzo più cose in una, nella via del progresso umano, quindi nemmanco in politica. Noi vagheggiammo un ideale di patria libera che l'Italia non ci può dar tuttavia. Conviene scendere a patti colle miserie della realtà.... Sì in ciò Ella e i compartecipi delle sue idee hanno ragione. _Borro unum est necessarium_: disse il suo compatriota ed amico Cesare Balbo; cacciar fuori lo straniero di casa nostra. Questo necessario ce lo dia il monarcato, e noi combatteremo con esso.... Senta, sor Massimo, e prenda queste parole come il solenne giuramento d'un uomo che non fallirà mai a ciò che promette: Carlo Alberto dia col fatto un solo argomento di credere alla sincerità del suo patriotismo, ed io, senza indugio, vincerò ogni mia ripugnanza per vestire l'assisa di suo soldato, e piegherò la mia dignità d'uomo libero alla disciplina di quell'esercito che combatterà lo straniero.

— La prendo in parola: esclamò lietamente Massimo d'Azeglio, tendendo al giovane repubblicano tuttedue le mani.

— Ed anch'io fo questo giuramento: gridò Romualdo che sentì passarsi in quell'istante per le vene quel certo fremito, quella scossa, quel brivido cui suscitano i trasporti d'entusiasmo quando la più nobile parte dell'anima umana è sollevata dalla sublime generosità del sacrificio.

— Ed io lo accetto da tutti e due, soggiunse lo scrittore patriota; e faccia Iddio che presto, come ora siam qui, congiunte le mani da una fede, da un ardore di desiderio, da una reciproca promessa, ci ritroviamo insieme sui campi di battaglia!

Massimo d'Azeglio, che poche ore prima aveva ricevuto coll'amplesso dal Re il patto della monarchia, ora colla stretta di mani di que' due cospiratori accoglieva il giuramento del popolo nel concetto nazionale.

Quando Mario Tiburzio uscì da quel colloquio, la sua anima era ancora in tale agitazione che nè idee nè parole poteva aver tuttavia ordinate e precise.

— Bisogna adunque mandare in fretta contrordini a chi si deve, perchè si diramino di grado in grado; disse Romualdo.

— Sì: rispose Mario con voce tronca: provvedi da tua parte e di' agli altri provvedano; farò io tosto quel che mi spetta.

Percosse colla mano la sua fronte.

— Ah! sopratutto bisogna antivenire la già preparata insurrezione della plebe... Corro tosto a quest'effetto... Addio!

E lasciato lì il compagno, Tiburzio si diresse di passo affrettato verso la elegante dimora del dottor Quercia.

Questi non c'era, e il mariuolo che gli serviva da domestico non seppe dire a Mario quando sarebbe tornato; l'emigrato romano passò parecchie volte e sempre n'ebbe la medesima risposta, e perciò finì egli per lasciare al domestico una sua cartolina da visita, raccomandandogli pressantemente di dire al padrone appena rientrasse che l'individuo il cui nome era scritto su quella polizza (era il nome supposto di Bigonci) aveva urgentissimo bisogno di parlargli, e lo aspettava perciò tutta la giornata in quel luogo ch'egli sapeva.

Ma, per isventura, Quercia quel dì aveva tutto occupato il suo tempo, così che non rientrava nel quartiere che era la sua abitazione ufficiale, fuorchè a notte inoltrata; e siccome le occupazioni ch'egli ebbe interessano appunto la nostra storia, lasciate che lo seguiamo passo passo in quella fatale giornata.

CAPITOLO XX.

Erano appena le nove e mezza, quando Francesco Benda si presentava alla dimora del sedicente dottor Luigi Quercia, chiedendo con molta istanza parlargli. Il domestico rispondeva che il padrone, rientrato a casa ad ora tardissima, dormiva tuttavia della grossa; e chi volesse vederlo doveva aver pazienza e rifar la strada verso mezzogiorno, chè prima d'allora era più che difficile ei si svegliasse.

Francesco insistette. Egli disse dover parlare al dottore di cose molto di premura, e perciò pregava il domestico andasse coraggiosamente a svegliare il padrone, chè quest'esso, udito ciò di che si trattava, ne sarebbe stato, anzi che corrucciato, contento; e questa sua affermazione appoggiò coll'efficace prova di uno scudo che fece sgusciare nella mano del servo. Questi fu convinto all'evidenza dell'argomento, si curvò nelle spalle, e penetrò con coraggio da eroe nell'ancor fitta oscurità della camera da letto di Gian-Luigi.

Il capo della _cocca_ era diffatti immerso nel più profondo e pacifico sonno che possa avere la meglio virtuosa innocenza. La sua attiva e concitata giovinezza, le cui forze egli non risparmiava punto in nessuna parte, aveva bisogno del riposo riparatore del sonno, e la sua robusta natura glie lo concedeva a dispetto delle passioni e delle ansietà dell'animo, dei conati e dei tormenti dello spirito.

All'entrargli del domestico in istanza Gian-Luigi non si svegliò. Il servitore socchiuse alquanto le imposte della finestra e fece penetrare colà dentro un po' di luce: apparve sopra la bianchezza dei cuscini la faccia giovenilmente rosea del _medichino_ colla sua aureola di folti e finissimi capelli neri. Così leggiadra veduta era quella, che lo stesso infimo mariuolo che sosteneva la parte di domestico in quella sanguinosa commedia, stette sovraccolto e quasi ammirato a contemplarla. Placida era la fisonomia del dormente, ed un'ombra di sorriso, anzi, disegnavasi sulle labbra di lui vividamente rosse, come se graziose e seducenti immagini venissero ad allietargli i sogni in voluttuose visioni; ma di quando in quando eziandio, ad un tratto, con brusco passaggio, una nube scura invadeva quella faccia, una contrazione di muscoli cancellava quel sorriso ed atteggiava invece ad espressione minacciosa le labbra, un corrugamento di sopracciglia faceva accennarsi quella sua ruga caratteristica sul fronte, indizio del ribollirgli nell'interno le sue feroci passioni.

Un artista avrebbe contemplato a lungo quella sì speciale e leggiadra figura ricca di sì complesse espressioni e di sì originale individualità; ma il domestico che non era artista, non ispese molto tempo in siffatta contemplazione, ed accostandosi all'addormentato, gli pose abbastanza pesantemente una mano sulla spalla.

Gian-Luigi si destò in sussulto; di balzo fu seduto sul letto, gli occhi larghi e sfavillanti, terribile di minaccia l'aspetto, impugnata colla destra una pistola che teneva costantemente sotto il guanciale.

— La non si turbi, la non si turbi: fu sollecito a dire il domestico: non sono che io, Varullo.

In un attimo quell'espressione svanì dal volto del _medichino_: ripose la pistola, si stirò le braccia, si ricacciò poi sotto le coltri, e disse con impazienza:

— Che cosa ti salta, stupido mariuolo, di venirmi a svegliare nel migliore del mio sonno? Dimmi tosto la ragione di questa tua impertinenza; e se la non è una buona ragione, puoi far conto di ricevere una ricompensa adeguata dal mio bastone.

Il servitore gli disse di Francesco. Gian-Luigi pensò un pochino e poi rispose:

— Be', poichè gli è costì che aspetta, poichè dice che son cose di molta premura, fallo pure venire innanzi; se le saranno bazzecole, non ti mancherà la tua razione di legnate.

Due minuti dopo Francesco Benda era seduto presso il letto elegantemente incortinato, in cui, frammezzo a lenzuoli candidissimi della tela più fine che aver si possa, giaceva mollemente il dottor Quercia.

— Sono due i motivi che mi hanno fatto così indiscreto da disturbarvi nel vostro sonno: disse Benda rispondendo alla domanda fattagliene: uno riguarda voi stesso, e l'altro me.

— Davvero? esclamò Gian-Luigi levando alquanto il suo busto col sorreggersi ad un gomito, e sostenendo alla mano la sua testa. Ci avete da comunicarmi eziandio qualche cosa che mi riguarda?

— Precisamente.

— Bene. Allora incominciamo piuttosto da ciò che interessa voi; parleremo dopo dell'affar mio.

— No, mio caro, vi prego che facciamo precisamente l'opposto.

Quercia rispose con un cenno di gentile accondiscendenza, che significava non voler egli contraddire al desiderio del suo visitatore. Francesco trasse il suo portafogli di tasca, e levatone la cartolina della contessa di Staffarda, la porse a Gian-Luigi.

— Questo fogliolino fui richiesto di consegnare nelle vostre mani prima delle dieci di questa mattina.

Luigi non domandò da chi quel biglietto gli fosse mandato, ned altro; solamente guardò bene in viso colui che glielo porgeva, mentre tirando lentamente fuori della coltri la destra lo pigliava con mossa sbadata e indifferente.

— Mi permetterete dunque che io lo legga subito: diss'egli col tono d'un gentiluomo, levando via la spilla che ne teneva riuniti i lembi ripiegati.

Benda fece un atto di premuroso acconsentimento; e Quercia lesse le parole seguenti:

«L. mi ha domandato dei diamanti: bisogna che abbia qualche sospetto: vuole assolutamente vederli. Bisogna che ci parliamo. Alle undici di mattina aspettatemi nella palazzina.»

Alla lettura di questo biglietto Gian-Luigi provò una viva contrarietà; ma non lasciò scorgerne traccia nessuna.

— Il diavolo si porti quel noioso d'un conte! pensò egli fra sè. Ci andava ancora codesta seccatura a rompermi le tasche. Eh sì che non so davvero come la si abbia da accomodare!

Ripose tranquillamente la carta sotto il cuscino, e disse a Francesco col più sereno sorriso:

— Ci avete ancora qualche cosa che mi riguardi?

— No.

— Bene. Vi ringrazio dell'esservi incaricato di questa commissione per me; ed ora, di grazia, parlatemi delle cose vostre.

— Si tratta di riprendere con Baldissero, disse Francesco, la partita che ci fu ieri mattina così noiosamente interrotta.

— Ah sì? esclamò Luigi con interesse pieno di gentilezza. Lo pensavo che non avreste voluto finirla così di piano: ed io non avrei fatto diversamente.

— Siccome voi siete stato uno de' miei compagni nella prima, ho pensato non vorreste rifiutarvi di assistermi anche nella seconda giuocata che spero finalmente vorrà essere più seria.

— No certo che non rifiuto: e mi avreste recato offesa, non disponendo più della mia amicizia. Che cosa dunque si ha da fare?

Francesco disse che bisognava recarsi verso mezzodì al _whist-club_, dove sarebbero stati aspettando i padrini di Baldissero, coi quali non c'era altro che da intendere un'ora acconcia di quella medesima giornata (perchè egli era desioso ed impaziente di finir tutto il più presto possibile) ed un luogo sicuro da ogni sorpresa, dove potesse succedere il combattimento a quelle stesse condizioni che erano già state per l'altro ritrovo stabilite.

— Va benissimo: disse Quercia, quando Francesco ebbe finito. Verso mezzogiorno è giusto l'ora che più mi comoda. Ho appunto qualche faccenduccia che per quel tempo sarà compiutamente sbrigata. Mio compagno in codesto, penso sarà eziandio l'avvocato Selva.

— Sì; e dove ho da dirgli che vi potrà trovare per recarsi insieme con voi al convegno?

— Alle undici e tre quarti al caffè Fiorio.

— Ve lo manderò. Sarò colà anch'io al tocco per udire le prese decisioni. Vi ringrazio tanto, caro Quercia: e addio!

Si strinsero la mano: Francesco partì, e Luigi saltò giù dal letto e si pose a vestirsi con molta sollecitudine.

Diede una scampanellata, e il domestico fu lesto ad accorrere colla sua aria mezzo famigliare ed insolente, mezzo umile, sottomessa e timorosa:

— Vai e fa attaccar subito il cavallo al mio _brougham_, e sia pronto prima ch'io sia vestito, e sai ch'io sono sollecito.

Varullo vide dalla faccia del _medichino_ che non era il caso di prendersi libertà nessuna di fare osservazioni e si affrettò ad ubbidire.

Mezz'ora dopo il legnetto di Gian-Luigi si arrestava innanzi alla porta che si apriva nel muricciuolo di cinta del cortile, in fondo al quale sorgeva la casetta dei misteriosi ritrovi del galante dottor Quercia.

Il _medichino_, come il giorno innanzi, trovò tutto disposto in quell'elegante appartamentino a ricevere chi sopraggiungesse e scaldato il salotto da un buon fuoco acceso nel camino. Luigi sbarazzatosi del suo pastrano, del suo cappello e dei suoi guanti, si pose a passeggiare su e giù di quel salotto, le braccia incrociate al petto, con un'aria d'impazienza e di contrarietà.

— Purchè la non mi faccia aspettare quella matta, borbottava egli fra sè. Ho tante cose per il capo, e conviene salti fuori ancora quest'incidente a darmi fastidio ed a rubarmi del mio tempo, di cui per le infinite bisogne che mi toccano non ne ho proprio d'avanzo. E quel signor conte che cosa viene egli a seccare colla sua indiscreta curiosità? Manderei ai cento mila diavoli tutto, moglie, marito e i diamanti...

S'udì un leggiero fruscio di abiti di seta nella camera vicina.

— Meno male che la è qui: soggiunse fra sè Gian-Luigi con un sorriso di superba compiacenza, non le ho lasciato prendere il vezzo di farmi aspettare.

L'uscio si aprì, e la contessa di Langosco, che avendo trovato le porte socchiuse aveva potuto penetrare fin lì, entrò nel salotto con passo sollecito, pallida e commossa.

Luigi le andò incontro con una galanteria affatto famigliare, e per saluto, prendendola alle mani, la trasse al suo petto, l'abbracciò e le pose un bacio sulla fronte: ma quell'amplesso e quel bacio erano più il materiale adempimento d'un'usanza che non la sincera espressione dell'amoroso affetto, della gioia del rivedersi. Candida sentì questa differenza, e siccome in lei, al di sopra di tutto, era pur sempre la donna amante, posto in oblio ogni altro argomento, ella non ebbe più pensiero che dell'amor suo, non ebbe più inquietudine che per la sorte di esso. Gettò il suo braccio intorno al collo del giovane, e pendendo quasi da quello, guardò con occhio pieno di amore e di dubbio insieme la faccia di lui, e gli chiese con voce ansiosa e presso che spasimante:

— Luigi, m'ami tu sempre?

Il _medichino_ ebbe negli occhi un'espressione di impazienza insieme e di scherno; un'espressione che significava:

— Eh! gli è bene questo il tempo di tali smancerie. Ecco lì come son fatte le donne: colla spada di Damocle sulla testa vorrebbero ancora sentirsi parlar d'amore.

Non fu che un lampo, codesto; ma Candida che teneva lo sguardo fisso negli occhi di lui, lo vide; staccò il suo braccio dal collo dell'amante, ed allontanandosi da lui d'un passo, piegò il capo con mossa abbandonata e piena di desolazione, e soggiunse amaramente:

— Che domando mai, folle ch'io sono!... Quando una donna è ridotta a chiederne per udirselo dire, per esserne assicurata, la sua sorte è già decisa.

Luigi che non voleva, cui non conveniva che troppo scoraggiamento occupasse l'anima della contessa, Luigi, desideroso tuttavia di mantenere sempre a quel grado di caldezza l'affetto di lei, non tardò a dare alla fisionomia ubbidientissima alla sua volontà una sembianza d'amorosa espansione che ognuno avrebbe detta la più sincera del mondo, e tornando a riprendere le mani della donna, traendola di nuovo a sè, stringendola un'altra volta e con più calore al suo seno, disse colle note più vibranti e più efficaci della sua voce ammaliatrice:

— Se t'amo sempre!... Vedi se codesta è una domanda da farsi!... Folle, tu hai detto, a chiederlo... Sì, te lo dico anch'io, folle davvero, perchè dovresti averne senz'altro la sicurezza... Forse che io posso cambiar mai il mio cuore? Forse che non mi sono dato a te per la vita e per la morte? Forse che per l'animo mio vi esiste altro bene più che tu non sia?