La plebe, parte III

Part 29

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Il momento, le parole, il preso impegno erano solenni. Massimo d'Azeglio era venuto colla speranza d'un simile successo: i suoi precedenti discorsi col Re, da esso ripetuti a Mario Tiburzio, tutto ciò che aveva appreso di Carlo Alberto, bene lo lusingavano, che non senza grave risultamento sarebbe stato quel colloquio; ma trovandosi ora in faccia ad una sì ferma risoluzione sì fermamente manifestata, con semplicità antica che le accresceva peso e fiducia, il patriota non valse a frenare nè dissimulare la viva e profonda emozione che lo invase. Non potè egli proferir motto per alcuni istanti, quasi in quel mentre si ripetesse entro se stesso le udite parole del Re, per imprimersele nell'animo, per misurarne tutta l'efficacia, per persuadersene della realtà; ma gli sguardi, i lineamenti del volto, la mossa dicevano in lui tutta l'ammirazione e tutto il commovimento che provava. Se si fosse trattato di cosa sua particolare, l'Azeglio non avrebbe avuto mestieri d'altro più per tenersi compiutamente assicurato; ma ora, colà, trattavasi di così importante bisogna e di sì gravi interessi, era egli mandatario, un po' per volontà, un po' per necessità di circostanze, di tanti sofferenti, di tutto un popolo schiavo, e l'impegno assunto dal suo augusto interlocutore era tale che all'autore di _Ettore Fieramosca_ parve necessario, prima di terminare quell'abboccamento, aver ancora dal Re medesimo una conferma di quelle benedette parole. Gli pareva che oltre all'interesse medesimo della cosa, fosse suo dovere l'intendersi bene, non lasciare lì frammezzo il menomo equivoco, chiarir bene che cosa s'aspettava dal sovrano piemontese, per parte del liberalismo italiano, ed a quali patti quindi questo affidasse all'iniziativa di lui la grand'opera della redenzione nazionale, persuaso come fu sempre l'Azeglio che gli equivoci e peggio le sorprese, non fanno altro che danni.

Perciò così pres'egli a dire:

— Maestà, non è uno spediente rettorico nè una vana espressione questa: che io sono così commosso dalla sua veramente eroica risposta da non trovare acconcie parole per manifestare i miei sentimenti... Io la ringrazio dal profondo dell'anima, non già a mio nome, ch'io sono un nulla, ma a nome di tutti gl'Italiani, a nome della patria, per cui la Maestà Vostra chiude l'èra degli sterili tentativi che non approdano ad altro fuorchè a far versare un generoso sangue, ad impoverire il paese de' migliori caratteri ed a rendere più dura l'influenza straniera. Sia benedetta la Maestà Vostra che aggiungerà a quello della sua corona il più vivo splendore che possa illustrare corona di Re: la gloria d'essere il redentore della sua nazione e l'amore del popolo.

Carlo Alberto sollevò nobilmente la sua testa dalle pallide guancie e dalla fronte pensosa; nel suo sguardo profondo balenò un raggio di vita novella, di giovenile ardore, di audacia; il sorriso ebbe una franchezza d'espressione che non gli era solita.

Allora l'Azeglio volendo ribadire il chiodo e prendere ancora più precisamente atto delle promesse del Re, pensò ripetere la medesima frase pronunziata da Carlo Alberto, e disse con accento spiccato tenendo i suoi occhi rispettosamente ma francamente fissi su di lui:

— _Farò dunque sapere a quei signori_...

Carlo Alberto lo interruppe facendo un cenno affermativo col capo, risoluto e fermo, che indicava aver capito la ragione per cui Azeglio aveva ripetute quelle parole e confermava che le erano proprio desse ch'egli aveva voluto dire, con tutto il significato che loro si doveva dare.

Quindi si alzò ad accennare che l'udienza era finita. Massimo, alzatosi tosto contemporaneamente, tolse commiato, e stava per partirsi, quando il Re, come volendo suggellare ancora con un atto esteriore e speciale quel solenne impegno che per lui doveva essere più sacro di qualsiasi giuramento, pose le mani sulle spalle dell'Azeglio ed accostò a quelle di lui le sue guancie, prima l'una e poi l'altra. In quell'amplesso poteva dirsi che il monarcato piemontese firmava il patto d'unione colla nazionalità italiana.

Massimo d'Azeglio uscì dal palazzo, come dice egli stesso, con un tumulto nel cuore, sul quale volava ad ali tese una grande e splendida speranza. Uno de' suoi sogni più caramente vagheggiati ed il cui effettuamento, benchè sperato, gli pareva pur tante volte così difficile che quasi impossibile, stava per diventare una realtà. Egli, discendente da una illustre stirpe di devoti alla monarchia, amava quella Casa di Savoia per cui avevano sparso il loro sangue i maggiori suoi; egli, occupato dallo spirito moderno, amava la libertà della patria; e questi due amori che parevano fino allora escludersi e contrastarsi, vedeva finalmente conciliati in quell'alleanza delle ambizioni del trono e delle aspirazioni della nazione di cui era stato simbolo il suo amplesso col re. Certo egli a quel punto non osava credere così vicini i meravigliosi avvenimenti che dovevano mettere in lotta il piccolo regno subalpino coll'impero d'Austria, ma quell'invocato conflitto egli sperava pur tuttavia vederlo prima di scendere nella tomba, e già accarezzava il pensiero di combattere col principe sabaudo quell'invocata guerra[13].

[13] Nei suoi _Ricordi_ Massimo d'Azeglio ci lascia la confidenza che in codesto colloquio non erasi tuttavia dileguato dal suo animo ogni sospetto verso la creduta duplicità di Carlo Alberto; ma siccome la compiuta fiducia venne poscia in lui, e d'altronde Massimo dopo quell'abboccamento operò sempre come se questa fiducia l'avesse, credo potere coi privilegi accordati allo scrittore di romanzi antivenire d'alquanto questo fatto, e mostrare fin da quel momento l'Azeglio persuaso della sincerità del Re.

Ma ora l'importante e l'urgente era di comunicar tosto a chi si doveva i risultamenti di quel colloquio, perchè senza indugio si troncassero quei tentativi che l'Azeglio non sapeva bene quali avessero ad essere, ma di cui pure aveva sentore come prossimi a scoppiare; conveniva quindi scrivere subito ai capi delle cospirazioni nelle altre città italiane, e trovar modo di vedere e di parlare qui in Torino a Mario Tiburzio. Tornò nella sua cameruccia all'ultimo piano della locanda d'Europa: il giorno non era ancora venuto e la nebbia della strada più folta che mai lo faceva anzi ritardare. Massimo d'Azeglio scrisse anzi tutto un bigliettino a Romualdo di questo tenore: «Ella deve aver modo di trovarmi subito M. T. Bisogna assolutamente che io gli parli il più presto possibile. Venga anche Lei ad accompagnarlo qui da me, chè la non sarà di troppo. Li attendo tutta la mattinata alla mia locanda. Ho parlato al Re. Tutto va bene. M. A.» Mandò la letterina per un garzone all'indirizzo di Romualdo che s'era fatto lasciare da costui, e quindi si pose a scrivere a quelli dei suoi corrispondenti ne' varii luoghi, che poi dovevano comunicare le cose scritte a tutti gli altri. Prima di lasciare quei cotali egli aveva immaginato una cifra d'una fattura affatto estranea a tutte quelle consuete, e ne aveva a ciascuno cui importava, confidato il segreto: questa cifra, che a parer suo era sicurissima e tale da sfidare tutte le induzioni, riusciva però faticosa molto a comporsi; e quindi tra per la ponderazione d'ogni parola che egli usava, trattandosi di cosa tanto rilevante, tra per la difficoltà materiale della scrittura, Massimo impiegò nella compilazione di quella lettera parecchie ore.

Aveva appena finito, quando un picchio all'uscio lo avvisò che qualcuno voleva entrare.

— Avanti! disse Massimo vivamente volgendosi verso la porta.

L'uscio si aprì e comparve un cameriere.

— Due signori domandano di Lei, e dicono che Ella li aspetta.

— Vengano vengano, esclamò l'Azeglio con premura, ed alzandosi dal tavolino mosse loro all'incontro.

Il cameriere si tolse di mezzo, e due giovani entrarono. Erano Romualdo e Mario: ma il primo aveva sulla faccia serena tutta la fiducia, la letizia, quasi, che le poche ma incoraggianti parole del biglietto dell'Azeglio gli avevano ispirato; parole che erano per lui tanto più preziose e di polso in quanto che venivano da quell'uomo: Mario invece aveva sulla sua fisonomia rabbuiata un'espressione di scontentezza, di amaro abbattimento, di quasi rabbioso dolore.

Il nobile patriota fece entrare i due giovani, chiuse accuratamente la porta, e fattili sedere, cominciò senz'altro il colloquio entrando di botto nel bel mezzo dell'argomento.

CAPITOLO XIX.

Mario, liberato egli pure il giorno innanzi, era venuto quella sera medesima dagli amici a dar contezza di sè, perchè non fossero altrimenti inquieti de' fatti suoi.

— L'abbiamo scappata bella: aveva esclamato Antonio Vanardi, pallido ancora e quasi tremante: possiam dire senza troppa esagerazione d'averci visto il capestro alla gola; ed affè che non ci si sta affatto bene in que' transiti. Che cosa decidiamo noi ora di fare?

Mario lo guardò con solenne e quasi rampognante severità.

— Ciò che si ha da fare, l'abbiamo già deciso: diss'egli. Tutto è risoluto, tutto è disposto. Ier mattina sono partiti gli ordini pei nostri fratelli delle varie città; non può manco venire in mente a nessuno il pensiero di rinunciare all'impresa o pur di sospenderla.

Questo pensiero poteva benissimo venire in mente a qualcheduno, poichè era quello precisamente che frullava pel capo del povero Vanardi; ma pure questi a cui ne imponevano la severità ed il vigore morale di Mario Tiburzio, non osò più ribatter parola e chinò il capo rassegnatamente con un doloroso sospiro.

Tiburzio continuava:

— Poichè la nostra buona sorte ci ha fatti per questa volta uscir sani e salvi dagli artigli dell'orco che ci aveva afferrati, conviene anzi con più premuroso studio adoperarci alla distruzione di quest'orco. Se già non avessimo deciso lo scoppio, dovremmo ora affrettarlo. Un'altra volta che ci prenda, la tirannia non sarà più così mite, e noi saremo irrevocabilmente perduti. Il pericolo che la congiura venga scoperta, che i sospetti se non altro su di noi s'afforzino vieppiù, è certo ed imminente. Quel poliziotto che mi seguì l'altra sera su per queste scale mi fu posto in confronto alla presenza del Commissario; lo riconobbi per l'affatto: è proprio quello ch'io aveva sospettato, il funzionario della polizia papale a cui venni condotto innanzi quando fui arrestato la prima volta in Roma. Se influssi superiori, che abbiamo saputo mettere in giuoco, ci hanno valuto il momentaneo successo della nostra liberazione, ciò non distrugge per certo i sospetti che ha sul mio conto quel poliziotto il quale mi ha perfettamente riconosciuto, ed il quale, punto dal dispetto di vedermi per ora sfuggirgli, metterà in opera ogni suo possibil mezzo affine di certificare la verità. È nostra maggior sicurezza adunque lo spingerci avanti che il ritrarci: ma oltre questa considerazione personale, abbiamo il dovere morale sacrosanto di non mancar più al solenne impegno che abbiam preso cogli altri per quell'audace opera cui fummo dei primi e dei principali noi a stabilire e determinare.

Qui Romualdo entrò in mezzo e raccontò il suo abboccamento coll'autore d'_Ettore Fieramosca_, le conclusioni che s'eran prese nel medesimo, e le speranze ch'egli ne aveva concepito.

Mario Tiburzio crollò il capo.

— Illusioni! illusioni! illusioni! esclamò egli con un accento tra sdegnoso ed addolorato. Il Re avrà una di quelle risposte ambigue che non impegnano a nulla, furbamente diplomatiche, da lasciare appiglio all'ambizione dinastica di valersi del partito nazionale quando le circostanze dessero a questo il predominio, da non precludergli intanto i supplizi dei patrioti che gl'impongano l'interesse del suo assolutismo ed il comando dell'Austria.

Romualdo ribattè, non senza qualche vivacità, che così poteva esser benissimo, ma che avrebbe potuto esser vero eziandio il contrario, cioè che il Re di Piemonte in buona fede abbracciasse il partito della nazione, poichè un uomo come Massimo d'Azeglio si lusingava che ciò avesse da avvenire; che per la lealtà e pel patriotismo dell'Azeglio Mario medesimo aveva dichiarato avere tanta stima e tanta fiducia da non poterlo suppor mai ingannatore; e i suoi talenti e la sua esperienza degli uomini e delle cose facevano quell'egregio assai difficile ad essere ingannato; che dunque, senza voler per quel momento prendere e nemmanco discutere alcuna risoluzione in proposito, era da aspettarsi di sapere il risultamento del colloquio di Massimo col Re, e su questo risultamento aggiustar poi la loro condotta, se andare innanzi come se nulla fosse avvenuto, oppure adottare altri propositi.

— Ma ciò è impossibile: aveva interrotto a questo punto Mario Tiburzio colla sua foga da tribuno. Pensa che il segnale è partito, che quasi è materialmente impossibile fare pervenire a chi si dovrebbe un cenno contrario. Il dado è gettato, vi dico, e conviene correr la sorte. Che? Gli altri insorgerebbero, e noi eccitatori loro in gran parte, staremmo cheti a vedere? Andrebbero a morire i nostri compagni, i nostri fratelli, e noi, in virtù dell'accortezza di combinazioni politiche impossibili, staremmo in salvo riserbandoci per altre occasioni che non verranno mai più?... Ma cotal pensiero, sappi, Romualdo, fu quello che mi tormentò in tutta questa fatale giornata trascorsa, fu quello che delle poche ore di carcere mi fece un inferno. Come! Gli altri combatterebbero in nome d'Italia e della libertà; e noi nulla! Il nostro disegno è così strettamente concatenato che il fatto d'ogni parte deve concorrere al successo del tutto, e noi lascieremmo mancare alla santa opera, alla salute dei nostri, a quella della patria, l'aiuto della parte che ci tocca, che ci siamo assunta?...

— E se tutta si potesse arrestare quella gran macchina che si è congegnata ed a cui si sta per dar la mossa? soggiunse Romualdo. Credi tu che a ciò non potrà aiutarci colle sue infinite attinenze Massimo d'Azeglio medesimo?

Mario Tiburzio uscì di casa gli amici per nulla scosso nella sua fiera risoluzione: non diniegò tuttavia di sentir poi le parole dell'Azeglio, e si avviò taciturno, concentrato in se stesso a quel suo secondo alloggio dove si nascondeva e dove aveva bisogno di trovarsi solo per meditare. A dispetto della forza della sua volontà e della tenacia de' suoi propositi, sentiva in sè una specie di amarezza che era come un rilasciamento di quel vigore che aveva sin allora posto nell'opera, un dubbio maggiore di quanti avesse avuto ancora mai, una specie di scoraggiamento. Gli pareva sentirsi mancare intorno gli elementi d'azione, sotto i piedi il terreno, nelle mani la forza: Titano della libertà, dopo aver creduto di essere riuscito a sovrapporre monte su monte per dar l'assalto all'olimpo della tirannia, sentiva ora che quella base su cui erasi fondato, gli crollava di sotto, prima ancora che l'avessero colpita de' loro fulmini il Giove austriaco e i suoi Dei minori, i principi della misera Italia. Le parole e i contegni dei più fidi amici suoi, de' più valorosi tra' suoi complici gli erano un ammonimento. Certo, non ostante i dubbi e le riserve da loro ultimamente manifestati, questi amici non avrebbero mancato, egli ben lo sapeva; anche colla certezza di soccombere sarebbero camminati al pericolo; ma la fiducia nel trionfo veniva mancando in essi, ciò indovinava, ciò scorgeva Mario Tiburzio, il quale non ignorava come la fede nella vittoria sia in ogni dove e sempre elemento principalissimo per ottenerla. Ma ciò che succedeva in quelli de' più accesi fra i liberali, che più vicino contatto avevano con esso lui, perch'egli potesse comunicar loro quell'ardore e quella fede che lo animavano: ciò stesso doveva pure avvenire degli altri ed era presumibile che in tanto maggiori proporzioni, quanto difficilmente, nella generalità, si vantaggiavano di anime d'una tempra sì forte ed erano da quel focolare di patriotica fiamma lontani.

Era come un mesto presentimento il suo, ma un presentimento che doveva avere ben tosto ragione.

Nel recarsi verso la sua dimora, quantunque assorto in cosiffatti pensieri, tuttavia, per abitudine omai inveterata di uomo che deve badare continuamente alla sua sicurezza su cui da un momento all'altro può incombere un pericolo, Mario Tiburzio scrutava con occhio attento i luoghi che percorreva, esaminava, senza che apparisse, le persone che passavano. Già era egli giunto presso la casa a cui era diretto, quando s'accorse che un individuo cautamente lo veniva codiando, dopochè incrociatolo nel suo passaggio lo aveva osservato attentamente. Mario non dubitò punto che quella non fosse una spia, e volendo senz'altro appurare la cosa, si volse indietro e camminò risolutamente verso quell'uomo. Questi parve esitare: si guardò sollecito dintorno, come se cercasse una via di scampo o volesse vedere se c'era qualcheduno da poterli osservare, rallentò il passo, ma non ischivò l'incontro di Mario, e quando si trovò presso di lui tanto che il panno della sua manica radeva il mantello dello emigrato romano, egli levò le mani che teneva nelle tasche del suo soprabito e fece rapidamente con esse un certo segno, al vedere il quale Mario rasserenò di botto la sua fisonomia. Guardò egli pure dintorno se qualcuno li osservasse, e rassicurato su questo punto, rispose con altro segno, e poi, come se di nulla fosse, tornò a volgere i suoi passi nella direzione che aveva prima, entrò innanzi allo sconosciuto con passo nè più tardo nè più sollecito, e quell'altro lo venne seguitando lentamente dalla lungi.

Giunto alla porta che metteva nel quartierino che sappiamo, Mario diede ancora una ratta sguardata intorno a sè, e visto nulla che potesse destare il menomo sospetto, entrò nell'andito, dove si fermò ad aspettare. Non tardò ad essere raggiunto da quell'incognito. I due uomini si guardarono ben bene entro gli occhi, e si chiarirono che non si eran visti mai; allora Mario fece alcuni nuovi segni, a cui l'altro rispose col medesimo linguaggio; poi lo sconosciuto si curvò all'orecchio di Mario e pronunziò una parola che doveva essere un motto di riconoscimento.

Tiburzio fece un cenno del capo, che pareva un'affermazione: pose una mano sulla spalla di quell'uomo, e gli disse con accento sommesso ma quasi solenne:

— Venite.

Lo introdusse nella sua riposta cameruccia. Là tenendogli fissi in faccia i suoi occhi grifagni, Mario lo interrogò:

— Chi siete?

Quell'uomo disse dell'esser suo. Era un commesso viaggiatore d'una casa commerciale della media Italia, il quale, affigliato alle cospirazioni, serviva di comunicazione fra i congiurati dell'una e dell'altra città, schivando così i sospetti delle polizie.

— Chi vi manda?

Invece di rispondere il messo trasse di tasca una lettera suggellata in un modo particolare e senza dargliela nelle mani, mostrò a Tiburzio la scrittura dell'indirizzo.

— Conoscete questo carattere? diss'egli.

Era quello d'uno dei capi principalissimi della vasta congiura nel quale si raccoglievano i fili della trama di tutta l'Italia mediana ed inferiore.

— Lo conosco... Gli è _lui_ che vi manda?

Il viaggiatore fece un cenno affermativo.

— Vedo che quella lettera è diretta a me.

L'altro ripetè il cenno affermativo, ma non gli diede tuttavia la lettera.

— È stato _lui_ che vi ha indirizzato a questo luogo?

— Sì.

— Mi conoscevate di persona?

— No.

— Come dunque mi avete ravvisato per istrada?

— Mi furono detti esattissimi connotati che vidi rispondere a capello colla vostra persona. Sapevo che dovevate rientrare verso quest'ora. Vi riconobbi quasi per un istinto.

— Va bene. Sapete voi quello che mi si scrive costì?

— No.

— Datemi adunque la lettera.

— Attendo ancora...

— Che cosa?

— Che voi pronunziate una parola.

Fu la volta per Mario di chinarsi all'orecchio del suo interlocutore e di pronunziare un motto.

Appena uditolo, il messo s'inchinò e gli pose in mano senz'altro la carta ripiegata e suggellata.

Mario Tiburzio esaminò ancora ben bene i caratteri della soprascritta ed i suggelli, poscia rotti questi con una vivacità ansiosa, lesse avidamente. Il suo volto si rimbrunì a seconda ch'egli proseguiva nella lettura; un'imprecazione di rabbia, che egli mozzicò pur tuttavia fra i denti, gli sfuggì dalle labbra contratte; la sua mano spiegazzò in un moto di collera la carta che teneva; come a dare alcuno sfogo alla subita interna passione in lui suscitatasi, fece concitatamente due o tre giri per la stanza, le braccia incrociate al petto, la testa china. Non tardò a riprendere il dominio di se stesso, benchè la tempesta gli ribollisse ancora furibonda nell'animo; parve tornato affatto in calma; si fermò, rispiegò la lettera che teneva stretta nella mano chiusa a pugno e la rilesse attentamente; poi sollevò adagio il suo viso un po' impallidito, su cui v'era un lieve sogghigno di sdegnoso disprezzo.

— E sta bene: diss'egli, come parlando a se stesso: penserò a quel che mi resta da fare.

Accompagnò fuori il messaggiero, e poi, tornato a rinchiudersi nella camera, si buttò a sedere presso al tavolino dove soleva lavorare, e si affondò in una dolorosa meditazione.

In quella lettera fatale gli si scriveva da quello che era principal capo della congiura nel resto d'Italia, come dopo le ultime buone novelle mandategli (novelle che abbiam visto far decidere Mario e i suoi amici all'ultima prova), le cose erano cosiffattamente cambiate che si affrettavano a dargliene avviso, perchè tutto si mettesse in sospeso. Mentre pochi giorni prima eragli stato scritto che tutto era pronto, ora lo si ammoniva che in tutta Toscana e in quasi tutta l'Italia meridionale non c'era più da contare sopra la insurrezione; alcuni dei capi erano stati arrestati dai governi, forse messi in sull'avviso da qualche traditore; alcuni s'erano salvati colla fuga, andando ad accrescere l'infelice schiera degli esuli in Francia; la maggior parte anco dei congiurati era giù dell'animo, il volgo stanco, spaurito, ignorante, poco propizio a novità cui aveva sempre visto fino allora apportatrici di maggiori tormenti. Esserci solo da contare ancora su qualche località delle Romagne, quantunque gli ultimi casi di Rimini avessero colà pure smaccato gli animi; doversi per conseguenza conchiudere che più della prudenza la necessità consigliava, imponeva sospendere per allora ogni tentativo di movimento, contentarsi a serrare il meglio possibile i fili della trama e confermando nella fede e nell'ardore della religione della patria i generosi che avevano dato il nome alla congiura, aspettare più propizie occasioni; ciò si affrettavano a comunicargli, affinchè, come già nelle altre parti d'Italia s'era fatto, Mario anco in Piemonte disponesse a raffrenare ogni moto; la medesima comunicazione dicevasi inviata contemporaneamente al Comitato di Parigi perchè anch'egli provvedesse.

Mentre il nostro capo della congiura scriveva da parte sua agli altri che il tempo era venuto dei supremi cimenti, che non si doveva indietrare, nè indugiar più, ed assegnava il giorno a quella lotta audacissima a cui tutti parevano anelare ed egli si lusingava che veramente anelassero, mandavasi dagli altri l'annunzio che lo abbandonavano in quella sublime follìa, e i suoi cenni per determinare il momento dello scoppio alla mina dovevano arrivare quando già erano rimosse le polveri, già spenta la fiaccola che doveva incendiarle.

Mario percosse col pugno chiuso la tavola che aveva dinanzi.

— Siamo una stirpe di codardi, dal sangue degenerato nelle vene, degradati figliuoli di padri valorosi le cui ombre arrossiscono di vergogna. Siamo da meno della decaduta Spagna, della corrotta Grecia. Colà almanco il popolo ha mostrato saper morire per la libertà della patria: e qui... qui un popolo di servi che si curva sotto il bastone, non sa neppure d'aver una patria!...

Quando il mattino seguente, Romualdo, ricevuto il bigliettino di Massimo d'Azeglio, s'affrettò a recarsi da Mario, trovò costui calmo, ma immerso in una mestizia profonda, colle traccie sul volto d'una notte dolorosamente vegliata.

— Che avvenne? domandò Romualdo con inquietudine ed interesse.