La plebe, parte III

Part 24

Chapter 243,427 wordsPublic domain

Come per distrarre i suoi pensieri. Virginia andò a sedersi al suo gravicembalo, e le mani agili e delicate corsero rapidamente sui tasti. Cominciò ella per alcuni accordi gravi e pieni di mestizia; poi di mezzo a questi ecco sorgere una dolce, dolce melodia espressa con affetto infinito, la quale pareva gemere e palpitare soavemente sulle corde commosse; era il canto della romanza di Francesco, il _Crepuscolo_. Questa dolcezza di suono parve dare una maggior tenerezza all'emozione dell'anima della fanciulla. Le sembrò che per essa lo spirito di Francesco parlasse direttamente al suo spirito, e le parlasse dell'amor suo, di quell'amore ch'ella aveva letto negli sguardi del giovane, e glie ne parlasse non col volgare linguaggio dell'eloquio umano, ma con quello sovraterreno, eccelso, purissimo delle incorporee intelligenze. E in questo angelico linguaggio ella credeva sentirsi a dire: «Noi saremo su questa terra divisi; ma oltre questo soggiorno di prove e di miserie avremo una splendida vita immortale di luce e d'amore nell'eterno azzurro della beatitudine infinita. Colà, dove non disgiunge più le anime sorelle barriera nessuna di umane istituzioni, potremo liberi assembrarci e confonderci nella suprema gioia d'un palpito comune in un santo legame indissolubile.»

Un immenso desiderio di questo sognato avvenire, una potente aspirazione a quella splendida, vagheggiata meraviglia d'ideale prese l'anima della fanciulla innamorata; le sue mani quasi inavvertitamente dalla melodia della romanza di Francesco passarono ad esprimere con inarrivabil potenza di passione quella sì dolce nella sua mestizia, così piena di sentimento nel vago delle sue note, così palpitante nel suo ritmo d'ogni tenero affetto, la quale va conosciuta sotto il nome di _Dernière pensée de Weber_. Era quella composizione musicale una delle predilette di Virginia. In essa trovavano in parte espressione e sfogo i tanti, indefiniti, inesprimibili a parole, complessi affetti e sentimenti dell'anima sua; per essa si elevavano al mondo superiore, al regno dell'ideale, al cielo, più dolci, più illuminate da un raggio di speranza, più consolate direi quasi le aspirazioni del suo cuore.

Ella ripetè parecchie volte al suo spirito la carezza di quelle melodiche frasi; e le parve che ne venisse circondata come da un più tepido ambiente soavissimo. La tenerezza dell'anima le inumidì un istante le ciglia; mentre sotto le sue dita che si muovevano ora lente, quasi stanche, moriva la melodia come un'eco lontana che si estingue con ultime leggere vibrazioni nell'aria, due lagrime le colavano giù silenziose per le belle guancie; ma due lagrime sole! Aveva ella troppo nobile orgoglio per concedersi, anche in faccia a sè stessa solamente, la debolezza del pianto: si asciugò bruscamente il viso, s'alzò risoluta, e colla sua faccia calma e serena tornò nel salotto. Nessuno avrebbe potuto indovinare in lei la crisi a cui era stata in preda l'anima sua.

Il contegno di Virginia verso Francesco non mutò dopo questo in nessun modo: la stessa graziosa urbanità che dinotava la stima, che non escludeva la simpatia, ma che non lasciava sperare, fuorchè forse ad un fatuo impertinente, nessun più prezioso sentimento. Ma talvolta, pur tuttavia, tradivano il segreto della ragazza gli sguardi suoi. Ella bene si riprometteva, quando avesse da incontrarsi in Francesco, di non fare a lui più attenzione che alla massa degl'indifferenti il meno del mondo: ma lo era questa una promessa più facile a farsi che a mantenersi. Per un misterioso istinto, di cui non si meraviglieranno tutti quelli che hanno amato, ella presentiva fin dapprima, dove, come e quando egli sarebbe comparso agli occhi suoi; e non vi stupirò di certo dicendovi che con assai più svogliatezza Virginia si recava in que' luoghi dove sapeva ch'egli non si sarebbe trovato. Non di rado ella aveva voluto mancare a quelle concorrenze dov'era certa che Francesco interverrebbe, ma pure non glie ne era bastata la forza. Perchè negarsi il solo bene che dall'amor suo potesse attingere: quello di vederlo? Di questo poco bene aveva bisogno l'anima sua. Tanto e tanto l'immagine di lui stava senza cessa presente al suo pensiero: e quella veduta immaginaria ne accresceva il desio come inasprisce la sete all'assetato il pensiero delle limpide sorgenti a cui non può accostare le labbra. Entrando in un luogo qualunque, ella sentiva tosto s'egli vi era o no, e se sì in qual punto preciso si trovasse; quando sopraggiungeva, senza volgersi a guardare, ella lo avvertiva, e tosto che gli azzurri occhi di Francesco erano fissati su di lei, Virginia sentiva penetrare in sè il loro sguardo come un caldo raggio. Allora non sempre poteva ella resistere all'intimo impulso del cuore; conveniva che di mezzo alle lunghe finissime ciglia, anche i suoi occhi saettassero a quella volta uno sguardo: le loro occhiate s'incontravano come due correnti elettriche e suscitavano un scintillio che vagamente illuminava di gioia e di amore i lor giovanili sembianti: era un ratto momento, ma era un momento di supremo diletto che arrestava il palpito del loro cuore, che sospendeva nel loro petto il respiro, che apriva alla loro mente con un fugace sbarbaglio tutto un paradiso di tenerezze ineffabili.

Dove si vedevano più sovente i due giovani si era al teatro; colà stesso dove il povero Maurilio accorreva per ammirare, nascosto umilmente dietro un pilastro del loggione, ignorato e palpitante, la divina bellezza di quella nobile ragazza, colà Virginia e Francesco scambiavano sguardi che erano nuovi e carissimi nodi al legame che avvinceva le anime loro. Egli sedeva abitualmente in una poltrona riservata di platea, e i suoi sguardi non avevano attenzione allo spettacolo della scena, nè al resto degli spettatori, ma soltanto per quel palchetto, dove appariva così modestamente sicura, così mite nella sua superba dignità, così leggiadra nel buon gusto del suo abbigliamento la giovane madamigella di Castelletto, alla quale Francesco volgeva, con quella frequenza che la convenienza permettesse, il suo omaggio di ammirazione, colle lucide lenti del suo cannocchiale. Quelle sere ambedue, partendosi dal teatro dove nella musica avevano sentito quasi confondersi gli spiriti loro, portavano seco un tesoro di segreti, inesprimibili affetti onde fatta era beata l'anima amante.

Povero Maurilio! Anch'egli, il più delle volte, in quelle sere medesime, rubandone i mezzi al suo scarso alimento, aveva comperato colla polizza d'entrata al loggione, il diritto di palpitare contemplando le belle sembianze della fanciulla adorata; anch'egli, quando il canto dell'opera fremeva in una melodia d'amore, e sopra il susurrio degli spettatori disattenti e chiacchieranti mandava sino a lui un'onda di passione, anch'egli sentiva tutto l'esser suo volare, precipitarsi con impeto ardentissimo, con tutta la forza d'una potentissima attrazione, verso l'anima di quella creatura di sublime bellezza, e volerla circondare in un abbraccio ideale del caldo effluvio dell'infuocato amor suo: di quell'amore, di cui ella ignorava ed avrebbe ignorato pur sempre fin l'esistenza!

Nel ballo in casa la sua amica la baronessa X, Virginia sapeva che avrebbe incontrato Francesco, e ciò desiderava ella quella sera più ch'ogni altra volta, perchè nella generosa bontà e giustizia dell'anima sua sentiva tutta, la gravità del torto che verso il giovane avvocato aveva il cugino Ettore, e parevale essere suo dovere eziandio di compensare alquanto l'oltraggiato con alcun suo maggior riguardo, con una parola più benevola, non fosse che con un atto, e perchè, inoltre, dopo ciò che era intravvenuto quel giorno, dopo i pericoli corsi dal giovane e le segrete ansietà ch'ella ne aveva provate, il bisogno di vederlo erasi nell'innamorata fanciulla notevolmente accresciuto.

Quando Virginia entrò nelle sale eleganti della baronessa e la sua beltà ci venne accolta dalla stipata folla degli invitati col più lusinghiero mormorio d'ammirazione, benchè il suo volto non esprimesse che la solita calma dignità ond'era per nuovo pregio adorna la sua tanta avvenenza, il cuore pur tuttavia le batteva più concitato. Quel presentimento ond'io parlai, le annunziava che quella sera sarebbe stata un avvenimento importantissimo nella storia dell'amor suo, e, senza saper menomamente quale, ella era persuasa che fra lei e Francesco qualche vicenda aveva da succedere, di cui gravi gli effetti nella loro sorte avvenire. Quel che decidesse il destino ella non voleva affrettare camminandogli incontro, ma non pensava neppure dovere sfuggire; aspettava gli eventi con animo franco, sicuro, valorosamente disposto alla sincerità come alla forza di adempir tutto ciò che credeva dover suo.

La prima persona ch'ella vide nel gran salone, in quel gran chiarore abbagliante che piovevano le mille facelle delle lumiere, fu la bella figura di Francesco Benda. Discorreva egli colla padrona di casa in una rispettosa famigliarità: il suo contegno era modesto con una sicurezza piena di cortesia, indizio d'un valor personale che non si ostenta, ma si conosce; quale si addice a chi non ha la superbia d'essere superiore altrui, ma sa che non è inferiore per animo a nessuno; egli portava con disinvolta semplicità il peso dell'avventura della giornata di cui era stato l'eroe, ed affrontava senza sfida come senza debolezza la curiosità susurrona della gente; si presentava coll'aspetto d'un uomo che in ogni caso voleva ed avrebbe saputo farsi rispettare.

Come Virginia tostamente vide lui, ed egli, al primo entrare della fanciulla, sentì la sua presenza e volse gli occhi a quella parte dove nello sfoggio meraviglioso della sua bellezza, ella si avanzava, come Dea dell'Olimpo circondata da un'aureola di luce. Non fu egli tanto padrone di sè che un leggier sussulto non gli scuotesse le membra, e un subito rossore non gli corresse alle guancie: ma chi ebbe a notare codesto potè supporre ne fosse cagione in lui la vista del suo nemico, il marchesino Ettore, il quale insieme col padre, colla madre e colla cugina si avanzava a quella volta, un sorriso un po' forzato sulle labbra, un'ironia contenuta nello sguardo.

La baronessa X, appena ebbe veduto fa famiglia di Baldissero, lasciò lì Francesco e le mosse all'incontro colle mostre della maggiore affettuosità.

CAPITOLO XVI.

Il marchese padre aveva ordinato, ed alla sua autorità paterna egli sapeva ottenere e conveniva dare obbedienza. Sua moglie e suo figlio avevano tentato invano le prove d'una opposizione: avevano dovuto acconsentire a che nella festa da ballo di quella sera il marchese si facesse presentare il giovane insultato da Ettore e glie ne desse col suo modo di trattarlo una riparazione, mentre Ettore medesimo avrebbe pronunciate alcune parole che, senza farlo esplicitamente, avrebbero contenuta una implicita ritrattazione, un rammarico di ciò ch'era successo. Codesto pareva al giovane marchese assai grave, troppo grave per lui, e mentre si sentiva costretto a curvarsi al comando del padre, dentro sè ne accresceva l'astiosa animosità contro Francesco e si riprometteva di ripagarsene su di lui alla prima occasione, e se quest'occasione avesse tardato, era egli ben risoluto a farla nascere quanto prima.

La marchesa da canto suo aveva protestato ed era decisa che nulla mai l'avrebbe indotta a dire una parola, a far pure un atto che potesse parere un _abbassarsi_ verso quel borghesuccio che a suo senno aveva tutti i torti e che era una debolezza imperdonabile non trattare, come si meritava, con quel disprezzo che solo conveniva a questa razza di gente.

Nel vedere avanzarsi verso di lui quel gruppo di persone, fra cui la faccia ironica del suo nemico, Francesco, lasciato solo colà dove si trovava dalla baronessa, la quale era mossa di alcuni passi incontro ai nuovi arrivanti, si era ridrizzato di meglio della persona, aveva sollevato la sua fronte sincera e sicura ed aveva rivolta la faccia aperta e risoluta senza mostre di millanteria verso il marchesino, come per significare ch'egli era là pronto a qualsiasi evento, e che l'avrebbero trovato qual si sarebbe voluto, o accondiscendente ad una degna conciliazione, o fermo avversario deciso a rivendicare l'onor suo; ma i suoi occhi come potevano resistere alla malìa che li attraeva con tanta forza sui leggiadri lineamenti dell'amata fanciulla? Francesco, egli pure, da parte sua, aveva intima coscienza che infiniti ostacoli, quasi insuperabili, si opponevano al felice successo dell'amor suo; ma pure nell'audacia della sua giovinezza, nell'impeto della sua passione gli pareva sentire una forza a tutto superiore, tale che potrebbe e dovrebbe ogni difficoltà anche gravissima, vincere e soprammontare. Egli non ragionava più; amava ed avea bisogno di vedere l'oggetto amato: tutto il resto del mondo non riteneva più per lui che un interesse ed un valor secondario, subordinato e dipendente da quel primo, immenso, unico affetto suo. Il sublime, temerario, folle egoismo dell'amore, non gli lasciava scorger più nell'universo che la donna adorata e sè adorante, e gl'intimi trasporti dell'animo suo, e le sragionate speranze del suo cuore. Sperava. Che cosa? Non sapeva precisamente; ma un tanto amore, gli pareva un'impossibilità, una cosa assurda nella natura che avesse ad urtarsi contro un fato inesorabile. Era una forza cotanta, a suo senno, che doveva trionfare; aspettava dalla Provvidenza anche un miracolo per quest'effetto, ed anche a prezzo di non so qual cataclisma la natura e il Cielo avevano il debito di riunire quei due esseri, secondo il suo ambizioso platonismo, destinati ab eterno alla sublime immedesimazione dell'amore.

Il patrio affetto cui in esso avevano suscitato la virtù dell'indole e la generosità degl'istinti, avevano nutrito la buona direzione degli studi, la domestica frequenza con amici ardenti di patriottismo; il patrio affetto era dominato anch'esso dalla prepotente passione; aveva dato il nome all'arrischiata congiura a cui partecipavano gli amici suoi, senza più rendersi conto ben esatto della gravità della cosa, senza preciso desiderio e cognizione dello scopo, dicendosi in segreto, come ragione la più impellente, che la rivoluzione politica sarebbe stata a lui un ausiliario potentissimo per abbattere quelle barbarie contro cui si urtava nel suo slanciarsi verso la donna dell'amor suo. Mentre Mario Tiburzio traverso i disagi, i pericoli, le ansietà, i travagli d'ogni fatta della vita di congiurato, per mezzo il sangue e gli orrori d'una lotta disperatamente temeraria, proseguiva la sublime chimera d'una nuova patria libera e grande, d'una nuova Italia risorta a spander luce di civiltà e dare leggi di progresso pel mondo; mentre Romualdo e Selva, abbagliati ancor essi da questo sublime miraggio che l'emigrato romano faceva specchieggiare agli occhi della loro mente, lo seguivano animosamente senza alcuno interesse o proposito personale; mentre Gian-Luigi in un parossismo direi d'immensa ambiziosa cupidigia delle gioie del mondo voleva infrangere la società esistente per predarvi egli nello sfacelo onori, grandezze, fortune, primato; mentre Maurilio, più pensatore che uomo d'azione, sognava una graduale riforma che in maggior proporzione introducesse la giustizia nella distribuzione dei beni terreni e dei vantaggi sociali sì materiali che morali e intellettivi; Francesco Benda, egli, sarebbe camminato traverso le rovine e le fiamme del mondo intiero per arrivare al possesso di lei che amava.

Or dunque adesso ch'ella gli veniva innanzi nell'atmosfera di luce, di suoni e di profumi che era la festa da ballo della baronessa, il giovane amante beando della celestiale vista di lei gli occhi desiosi, non potè di botto a nulla pensare più che quella angelica creatura non fosse. Ogni espressione di fierezza e disdegno dal volto suo sparì: gli occhi suoi, le labbra, il tremar delle palpebre, l'impallidir delle guancie, si fusero, per così dire, in una ineffabil tenerezza che era tutto un omaggio d'amore.

Uno sguardo di Virginia — un solo, ma che sguardo! — lo compensò ad un tratto di tutta la rabbia, di tutto il furore che lo aveva dovuto corrodere la notte precedente per l'insulto del marchesino, la giornata trascorsa per la prepotenza dell'arresto. Sotto l'influsso di quello sguardo sentì innanzi a sè stesso accrescersi il suo valore; gli parve di ingrandire e superare il livello comune di tutti quei blasonati e titolati scioccamente superbi che gli stavano attorno; quello sguardo di lei lo sollevava sino alla sfera superiore in cui essa era, indegni tutti gli altri di arrivarci.

Il marchese di Baldissero, scambiati i convenevoli colla padrona di casa, le disse di poi con quel tono di naturale distinzione, che era uno dei pregi del vecchio nobile:

— Costì, se non isbaglio, è l'avvocato Benda. Desidererei molto ch'egli mi fosse presentato; e se quel giovane non ci si rifiuta, vorrebb'Ella, baronessa, avere codesta compiacenza?

La baronessa acconsentì molto volonterosa e si accostò senza indugio a Francesco: in tutta la sala si fece un movimento d'attenzione vivissimo; le conversazioni furono sospese quasi di comun accordo, tutte le faccie si volsero a quel punto del salone dove si trovavano a pochi passi di distanza, in faccia l'un dell'altro, il marchesino di Baldissero presso suo padre e l'avvocato Benda, quasi isolato dal resto della gente. Tutti avevano compreso che essendo insieme colà quei due individui fra cui tanta ragione vi era di urto e di lotta, alcuna cosa avrebbe avuto luogo, ed ora argomentavano che questo qualche cosa sarebbe tosto intravvenuto. Uno spazio vuoto fu lasciato intorno ai personaggi di quella scena che stava per succedere, come campo alla loro azione; e il fruscio della veste della baronessa che camminava verso Francesco, fu il solo rumore che in quel momento si udisse in quella sala.

La padrona di casa parlò a mezza voce, ma nel silenzio che s'era fatto le sue parole furono udite da tutti.

— Signor avvocato, diss'ella a Francesco, voglio presentarla a S. E. il marchese di Baldissero.

Francesco s'inchinò leggermente. Il cuore gli batteva un pochino; ma nello sguardo di Virginia aveva egli attinto tutta la sicurezza onde aveva bisogno in quell'istante sotto i numerosi, poco a lui simpatici sguardi di tutti quei superbi spettatori di tal scena.

— È un onore per me: rispos'egli con una freddezza non ostile ma spiccata ed un dignitoso riserbo: e ne la ringrazio vivamente.

La baronessa si trasse un pochino da parte per iscoprire al giovane la vista del marchese, e fece un atto, come ad invitare Francesco ad avanzarsi. Fra il giovane borghese e il vecchio nobile era la distanza di sei passi; ma quel piccolo spazio vuoto in mezzo alla folla era in tal momento come un'arena in cui venissero a cimentarsi con armi cortesi i rappresentanti di due classi, di due principii avversarii. Benda ebbe il fugace sentimento di codesta condizione di cose, e pensò rattamente, che in quel punto non era solamente l'onor suo e il suo decoro cui si trattava di sostenere, ma quelli della sua classe, del partito liberale a cui apparteneva. Sviò lo sguardo dalla bellezza di Virginia, s'impose di non vederla più per quel momento, e fissò i suoi sereni e limpidi occhi azzurri sulla nobile faccia del marchese.

Questi aveva sulle labbra una lieve mossa che non era un sorriso, ma vi si accostava e produceva l'effetto d'una preveniente gentilezza, aveva nel contegno un'aspettazione che era un incoraggiamento; la marchesa, ella, si era volta in là con un'evidente ostentazione, ed affettava volgere lo sguardo traverso le lenti dell'occhialino che teneva in mano con un'impertinenza supremamente elegante e la sua attenzione a tutt'altro oggetto; il marchesino Ettore stava di un passo più indietro di suo padre, e la contrarietà e il contrasto ch'ei provava nel suo interno tra il dispetto e la soggezione al comando paterno si traducevano nella non dissimulata ironia del suo sogghigno a fior di labbra; Virginia coraggiosamente guardava a fronte levata Francesco.

Il giovane capì che a lui, per molte ragioni, e non ce ne fosse stata altra, per quella dell'età, toccava avanzarsi verso il marchese. Si mosse lentamente; gli parve a quel punto che i suoi piedi fossero di piombo, cotanto aderivano al pavimento e ci aveva fatica a staccarneli; fece tre passi e s'inchinò di nuovo innanzi all'imponente figura del vecchio ministro di Stato.

— Signor marchese, disse la baronessa in mezzo al silenzio universale, accennando a Francesco, le presento l'avvocato Benda.

Poscia, come per ammonire indirettamente i suoi invitati che era un'offesa alla voluta discretezza il prestare così curiosa attenzione a quella scena, la padrona di casa si rivolse alla moglie del marchese che ostentava appunto una disdegnosa noncuranza, e si mise a parlare con essa di quelle cose indifferenti di cui si può parlare fra due signore ad un ballo. Ma l'esempio di queste due donne non fu imitato da nessuno; e il dialogo che successe fra il padre di Ettore e il figliuolo del fabbricante di ferro ebbe luogo in mezzo alle labbra mute ed alle orecchie tese di tutti gli altri.

Il marchese di Baldissero all'inchinevole saluto di Francesco aveva risposto con un cenno del capo lieve sì, ma pieno pur tuttavia di gentilezza cortese nella sua dignità; dopo i detti della baronessa, col tono ordinario di voce d'una conversazione amichevole, di cui si lascia che chicchessia oda le parole, diss'egli a sua volta:

— Sono io che ho desiderato conoscerla, avvocato. Ella già conosceva mia moglie e mia nipote; quest'oggi stesso ebbi io il vantaggio di fare la conoscenza di suo padre; conveniva bene che anche fra noi intravvenisse un'attinenza che voglio sperare, _a dispetto di certo spiacevole incidente_, ch'io sono primo a rimpiangere, possa divenire amichevole.