La plebe, parte III

Part 23

Chapter 233,602 wordsPublic domain

— Il suo conto è bello ed assestato: disse con orribile scherno la voce in falsetto di Graffigna; e lo scellerato si curvò sul giacente per certificarsi di meglio della morte di lui; ma in quella Marcaccio, che non ancora così agguerrito in queste orribili imprese, guardava intorno con occhio spaventato, vide venire a quella volta in mezzo alla nebbia le ombre di due uomini che camminavano ad una piccola distanza l'uno dall'altro. La poca tranquillità della sua coscienza gli fece pensar subito ai difensori della legge ed ai punitori dei misfatti, gli parve di veder luccicare le armi e la divisa dei custodi della sicurezza pubblica.

— Una pattuglia! esclamò egli colla voce soffocata dal più alto spavento: salva, salva!...

E senza aspettar altro se la diede a gambe che pareva il vento lo portasse.

La paura è contagiosa, massime in quei certi momenti in cui c'è davvero buona ragione d'averla. Graffigna levò il capo, vide ancor esso le ombre che si avvicinavano e non guardandoci tanto pel sottile, ora che il colpo era fatto, pensò miglior consiglio il porsi in salvo egli pure, e via di corsa dietro Marcaccio che già era sparito.

I due uomini che sopraggiungevano erano _Macobaro_ ed Andrea.

Maddalena, penetrata in _Cafarnao_, aveva trovato Gian-Luigi ancora tutto assorto nel suo lavoro.

— Finalmente, esclamò ella con voce concitata, incapace di frenare la passione che la padroneggiava; finalmente conosco il nome di due delle mie rivali: la Zoe e la contessa di Staffarda.

Gian-Luigi levò verso Maddalena il viso tra corrucciato e stupito, e corrugò la sua bella fronte del più puro modello greco.

— Come hai tu appreso codesto? domandò egli vibratamente con accento di autorità imperiosa.

La giovane esitò.

— Parla: riprese impetuoso ed impaziente il _medichino_.

Maddalena, che con Luigi non sapeva fingere e che lo temeva troppo per non obbedirlo, rispose che ciò le era stato detto da quel cotal Barnaba, di cui fra loro si era discorso la mattina di quel giorno medesimo.

Il _medichino_ impallidì leggermente.

— Ma quel demonio sa dunque tutto! esclamò egli non cercando punto di dissimulare l'ingrata sorpresa e lo sgomento ch'egli provava.

— Rassicurati: disse sollecitamente Maddalena, egli non ha parlato altrimenti di te, ma del dottor Quercia: ed all'esistenza del _medichino_ ha protestato che ei non ci credeva il meno del mondo.

Gian-Luigi scosse la testa niente rassicurato.

— Folle che tu sei! E' ti ha detto così per ingannarti. Come e perchè vuoi tu che a te parlasse del dottor Quercia e delle sue amanti, s'egli non sapesse o non sospettasse almanco che quel dottor Quercia son io?

Maddalena sovraccolta dall'evidenza di codesto argomento, chinò il capo, spaventata essa pure della conseguenza di tal fatto.

— Per Dio! esclamò il _medichino_, stringendo il pugno, levando il capo con fiera mossa e saettando uno sguardo alla vôlta, quasi volesse sfidare il cielo. La fortuna, che finora mi ha secondato, sta ella per abbandonarmi adesso nel migliore? Sul punto di raccogliere le fila della trama così pazientemente e con tanta pertinacia tessuta, debbo io vedermi ad un tratto per l'oscuro colpo d'uno sgherro troncare i nervi ed impedire l'opera? Almeno questo ingiusto insensato del destino mi lasci scendere in campo e principiare la lotta; ch'io cada là in mezzo, se non è mia sorte il vincere, ma ch'io cada colla gloria d'un'ecatombe di vittime, colla superbia d'un cumulo intorno di rovine da me fatte, vedendo tremante e pallido per ispavento quel mondo sciagurato e codardo che mi vincerà colla forza de' suoi ordini ingiusti; Erostrato, ch'io perisca almeno nella gloriosa aureola delle fiamme da me suscitate!.... Ma cadere in mano della sbirraglia, ma morire ignobilmente per ignobile supplizio sopra un patibolo!... Oh Catilina, tu almanco nella tua sciagura hai avuto un fine condegno. E in questo momento forse è già tratto il dado della mia sorte... Ah! la mia fortuna e la mia vita sono sulla punta del pugnale di Graffigna.

Egli finiva appena di pronunziare queste parole che l'esile persona di Graffigna medesimo s'insinuava colla sua andatura felina in quel locale.

— Niente paura: disse l'assassino trafelato dall'aver corso; il pugnale di Graffigna non falla mai. Quell'uomo non può contar più i segreti da lui scoperti che ai vermi del sepolcro.

E ciò dicendo mostrava alla luce rossigna della lampada la lama sanguinosa del suo pugnale.

Ma lasciamo omai — e n'è gran tempo — questo tristo ambiente di feroci passioni e di delitti; andiamo in più elevata sfera, dove altre ed anco accese passioni vedremo agitarsi, ma contenute almanco dall'onestà dell'animo e dalle forme civili dell'educazione: rechiamoci al ballo della baronessa X, dove sappiamo dover convenire parecchi fra gl'importanti personaggi del nostro racconto.

CAPITOLO XV.

Fra le più belle e splendide cose onde s'adorna l'immensità della creazione divina, va delle prime e delle più care un puro amore in cuore di vergine. Sovr'esso deve con ineffabile compiacenza rivolgersi lo sguardo stesso di Dio; è il più dolcemente sublime degli affetti concessi alla natura umana; è il più prezioso fiore dell'ideale che sboccia nella fervida primavera della vita; è l'astro di più mite luce che allieti l'orizzonte delle passioni terrene; è uno scampolo delle tenerezze celesti onde hanno gioia le angeliche esistenze, lasciato, a memoria forse, a preavviso, ad argomento delle nostre sorti superiori, in questa corporea transizione della vita immortale dell'anima. Il cuore della vergine è il mistico fiore, e n'è l'amore il soavissimo profumo: è un'arpa dalle corde d'oro, e l'angiolo del puro affetto ne suscita la divina armonia.

Quest'armonia e questo profumo aleggiavano più eletti, più sublimi che mai intorno al cuore di Virginia di Castelletto.

La nobile e leggiadra figura di questa ragazza, appena è se l'abbiamo veduta finora attraversare come una luminosa apparizione le tenebrose e complicate vicende del nostro racconto che si esplicano traverso tutti gli strati sociali: tempo è che c'indugiamo alquanto intorno ad essa, la virtù e la grazia personificate, la quale con pochi compagni sta nella schiera dei nostri personaggi a rappresentare quella parte di eccelso e di divino che Dio volle concessa e frammista alle bassezze ed alle turpitudini della natura umana.

In mezzo alle grandezze ed agli splendori della sua condizione, Virginia non poteva dirsi essere stata fino allora felice, e alla sua leggiadra fronte non era sconosciuta la mestizia e sul suo leggiadrissimo labbro non era frequente il sorriso. Le era toccata una delle peggiori disgrazie che possano capitare in sui primi passi della vita. Orbata in età affatto infantile di ambidue i genitori, non aveva conosciuta mai la soavità delle carezze materne. Bene ricordava ella con ineffabile, intima tenerezza d'una leggiadra figura di donna che appassionatamente la stringeva bambina al suo seno, che la baciava con caldi baci e mormorando soavi parole ch'ella non aveva capito, di cui ella non ricordava manco una, ma delle quali pure il suono le era stato impresso come una dolce melodia nell'anima; ed impressi del paro erano stati in lei gli sguardi lunghi, amorosi, carezzevoli degli occhi miti, benigni ma sempre melanconici di quella donna; tanto melanconici che Virginia si ricordava come non di rado si stemprassero in pianto. Le avevano detto — glie lo dicevano tuttavia — che quella donna era stata sua madre; essa ciò sentiva in se medesima ed adorava quella memoria divotamente raccolta in cuor suo, come un segreto Dio in un segreto santuario. Poco diverso da ciò che avveniva a Maurilio (il quale però non aveva ricordo alcuno d'averla vista pur mai) il pensiero di sua madre rimaneva di continuo nella mente di Virginia, e intorno all'anima sua quasi sentiva ella incessante un influsso, un effluvio dell'anima della madre. Ma questo pensiero d'una morta aveva dato una gravità singolare alla giovinezza della sensitiva fanciulla, aveva circondata d'una nube di tristezza l'espansione dell'affetto in quell'anima ad ogni nobile sentimento dischiusa.

Talvolta, per fare in se stessa più concreta e precisa l'immagine della madre, ella si fermava a contemplarne il ritratto che pendeva nella sua camera in faccia al suo letto, e stava lungo tempo a scrutarne le dipinte fattezze, a tenere fissi i suoi vivi negli occhi immobili raffigurati in quella tela; ma la sua memoria, le sue intime permanenti impressioni contrastavano con quella realtà dipinta. Questa le rappresentava una giovine donna nello sfoggio della bellezza e dell'abbigliamento, il fior della salute nello incarnatino delle guancie, l'allegria festosa della gioventù negli occhi e nel sorriso; e invece l'immagine che Virginia adorava nel suo cuore era di donna sofferente e smunta nelle pallide guancie, d'una beltà fatta severa, ma forse anco maggiore, dallo stampo d'una profonda irrimediabile mestizia.

Ed era infatti così. Sopra la cuna di questa fanciulla nata in mezzo al fasto, alle ricchezze, ad ogni prestigio di titoli e di onori, si era incurvato il più vivo ed immenso dolore che animo di donna abbia potuto sopportar mai, tanto vivo, tanto grande che in vero la pover'anima che n'era stata oppressa aveva condotta ad immaturo uscir della vita terrena.

Lo zio di Virginia, accolta presso sè l'orfana fanciulla, avevala circondata non che di tutto l'amore, ma di tutta la tenerezza ond'era capace la sua anima d'uomo: ma quale eziandio fra le donne può sostituire una madre? Meno acconcia del marchese a codesto era ancora la zia, essere superbo, di arido cuore, la natia bontà (se pur c'era) guasta e soffocata da stupidi orgogli e da ostinati pregiudizi di casta. Virginia in presenza di questa donna sentiva la sua anima chiudersi ed una specie di gelo circondarla: quelle due creature troppo diverse stavano a contatto, ma non poteva aver luogo fra loro nessuna vera comunicazione; si parlavano, ma non erano fatte per intendersi.

Tutto ciò fece che Virginia, quando per le altre giovanette corre il tempo della maggiore espansione di quell'intimo essere che si viene svolgendo ed affermando, del pari che si viene formando il suo corporeo involucro, dovette invece recarsi sopra se stessa, racchiudere nel suo segreto e dibattere seco stessa le nuove impressioni della vita, affrontare colla sola sua ragione i problemi che già le si accennavano della sua esistenza di donna. Dalla mestizia del dolore materno pareva ella già aver ereditato la riflessiva gravità del suo riserbo temperata da seducentissima gentilezza; codesto suo concentrarsi di volontà, di sentimenti, di riflessioni e di affetti conferì a rafforzarne insieme la tempra dell'animo ed a dare alla sua giovinezza appena incominciata una inattesa maturanza.

Della storia di sua madre i congiunti non le avevano parlato mai; ed ella aveva trovato sempre nello zio, ogniqualvolta aveva tentato interrogarnelo, una risposta evasiva così fredda e improntata di tanta ripugnanza, che aveva perso affatto il coraggio di ritornare all'assalto; ma pur tuttavia, senza conoscerne alcun particolare (e pochi erano che conoscessero quella dolorosa storia, la famiglia Baldissero avendola gelosamente sottratta alla curiosità della gente) ella, per qualche lieve parola sorpresa, quasi direi per un segreto impulso di istinto figliale, per un'ispirazione che altri potrebbe chiamare _seconda vista_, aveva indovinato che quella di sua madre era la storia d'un infelice amore.

Amore! Questa parola, il cui senso racchiude un mondo, fu d'allora in poi quella intorno alla quale più si travagliassero nel segreto meditare la ragione, l'immaginativa e la riflessione insieme della virtuosa giovane. Del mondo aveva ella visto poco, ma aveva letto di molto e meditato più assai. La sua intelligenza più elevata, il suo cuore più ricco che non avvenga alla comune, erano fatti per comprendere ogni grandezza e quella tanto più dei nobili affetti. Il suo istinto muliebre, purificato, nobilitato, direi, dal sano ambiente della sua anima eletta, si converse in quello che il nostro maggior poeta chiama «intelletto d'amore» e ne fa una dote essenzialmente donnesca. Tutto l'esser suo era invasato d'amore, prima assai che a farlo concreto, a dargli corpo e sostanza sorgesse sull'orizzonte della sua anima l'immagine d'un uomo; il suo amore abbracciava tutto il creato, a lei ne parlava tutto l'universo; il Dio le si faceva sentire in un panteismo indefinito, prima che prendesse persona e s'affermasse nell'esclusivo affetto d'un solo.

Questo solo era stato Francesco Benda. Perchè lo aveva essa amato? Perchè alla sua anima avevano parlato il linguaggio delle più dolci cose e dei più nobili affetti le meste e gentili melodie del giovane compositore di musica, perchè le sembianze di lui avevano ai suoi occhi effettuato quell'ideale d'essere umano che nella fantasia ella era venutasi rappresentando come espressione della superiorità intellettiva, della bellezza morale e fisica dell'uomo. Non combattè la simpatia potente che volgeva la sua verso l'anima di lui; non contrastò a quell'influsso magnetico che attraeva i suoi occhi verso gli occhi di lui pieni d'adorazione, sulla fronte di lui sulla quale pareva risplendere insieme colla bellezza la sincerità e l'onore; non lottò contro quell'amore onde si sentì penetrare, e di subito, e tutta, e con autorità, quasi direi con violenza dolcissima: lo accettò come un naturalissimo e necessario risultamento dello svolgersi della sua personalità: amò santamente, di quel casto amor verginale onde sorridono lieti ed ammiranti gli angioli stessi del cielo.

Ella, fornita d'un nome illustre, appartenente ad una famiglia del più puro e superbo patriziato, con entro le vene il sangue più aristocratico che vantar si potesse, non pensò neppure che il giovane, la cui vista aveva parlato al suo cuore, non aveva al nome onoratissimo congiunto un titolo trasmessogli da parecchie generazioni di avi; ch'egli apparteneva ad una classe che i suoi, ed ella stessa allevata in quell'ambiente, erano avvezzi a considerare come inferiore. A dispetto dei pregiudizi della sua casta, a dispetto della educazione ch'ella aveva ricevuta al _Sacro Cuore_, fatta apposta per ribadire gli errori delle superbie aristocratiche, Virginia aveva pure in sè, naturalmente, un più giusto concetto della vera nobiltà, da vedere quest'essa nei meriti dell'ingegno, nel valore della persona, oltre che nella sonorità d'un titolo dato ciecamente alcuna volta dall'azzardo della nascita. Il vero è ch'ella a di codeste considerazioni non si fermò neppure; nè forse ci avrebbe pensato di poi, se un discorso avvenuto un dì fra sua zia e suo cugino Ettore non avesse rivolta la sua attenzione su cotale argomento.

Si era nel salotto, dopo il pranzo, prendendo il caffè. Il marchese padre sedeva al suo solito posto sulla poltrona presso il camino; la marchesa gli stava di faccia, impettita orgogliosamente nella sua orgogliosa positura immutabile; Ettore si consolava della privazione di fumare impostagli nel salotto dal severo divieto paterno, rotolando voluttuosamente colle dita un pizzico di foglie di Latachia in un pezzetto di carta senza gomma, per farne un sigaretto; Virginia seduta ad una tavola su cui una lampada accesa, sfogliava un _album_ elegante con mano sbadata, e ne guardava con occhio distratto le immagini.

— Ha Ella sentita la novità? cominciò Ettore: la figliuola del marchese R... sposa il conte B....

La zia di Virginia fece un'alzata di testa d'una espressione superbamente sprezzosa.

— Conte, conte, diss'ella: bel conte _ma foi!_ Suo padre faceva l'avvocato o il procuratore, o qualche cosa di simile.

— Era dapprima avvocato patrocinante, si fece immensamente ricco...

La marchesa crollò il capo.

— Eh! si sa che bei modi ci hanno questa brava gente.

— Allora volle _se désencanailler_, passò nella magistratura, pervenne per non so qual cammino alla toga rossa da senatore, costituì un maggiorasco ed ottenne dal Re il titolo di conte.

La marchesa mandò un sospiro.

— Carlo Felice non ne faceva di queste.... Mi stupisce che il marchese R.... si sia lasciato _éblouir_ dalle ricchezze di questo _parvenu_ e gli dia la sua figliuola.

— Sicuro! Ella ha ragione, mamma. Il torto è nostro di accettare come di nostra razza questi intrusi della borghesia.

— Ah _mon Dieu!_ esclamò la marchesa con tono di desolazione e di sdegno; _de mon temps_ non succedeva così. Prima di quel fatale ventuno, quando tanti dei nostri hanno smarrito il senno, dopo tornati i nostri Principi, e la società si era riordinata sulle sue vere basi e dietro i buoni principii, la nobiltà non avrebbe lasciato _se fourrer parmi elle_ il primo venuto, per la ragione che avesse dei denari. _Fi donc!_... Quanto a me, amerei meglio qualunque cosa che una _mésalliance_ nella nostra famiglia; e se avessi una figliuola la vorrei monaca piuttosto che vederla degradarsi con un matrimonio indegno di lei e di noi... Non è questo pure il vostro avviso, marchese?

Questi, che pareva ascoltare siffatto discorso con una certa mala voglia, fece pur tuttavia un cenno affermativo colla testa, senza disserrare le labbra.

La madre di Ettore continuava ridrizzando con mossa ancora più orgogliosa la sua persona imponente:

— Ah! i Baldissero non sono tolleranti su questo argomento; il mio suocero sopratutto, il nobile mio suocero _n'entendait pas raillerie_ su quel proposito lì; e la storia di vostra sorella Aurora, marchese...

Il marito la interruppe con una vivacità che non gli era abituale e con un'espressione di malcontento, qual egli raramente lasciava scorgere:

— Vi ho già pregata parecchie volte, marchesa, di non parlarmi di codesto mai più.

Successe un silenzio impaccioso: la marchesa prese un parafuoco sulla pietra del camino e si mise a giuocare con esso, in aspetto per metà corrucciato; Ettore seguitava ad avvolgere fra le dita il suo sigaretto; Virginia che aveva prestato a questo dialogo una sollecita attenzione, all'udire il nome di sua madre, alzò dalle pagine dell'_album_ i suoi grandi, puri e limpidi occhi e li volse sulla zia dapprima, sullo zio di poi, curiosi, ansiosi, interrogativi, e quindi li chinò lentamente di bel nuovo sopra i dipinti di quell'_album_ ch'ella guardava senza vedere.

Tacque ancor essa; ma una folla di pensieri le aveva invasa la mente. Pensò della propria sorte, pensò di quella di sua madre: capì a quel punto che fra quei due destini c'era una certa rassomiglianza. Con più forte impulso le venne alle labbra la domanda che già tante volte le era venuta instantemente e ch'ella avea ricacciata addietro pur sempre: — »Qual è questa storia di mia madre? Debbo conoscerla ancor io una volta!» Ma vide nel sembiante dello zio che quello era momento più inopportuno che mai, e represse le imprudenti parole. Per un istante non s'udì altro nel salotto che il fruscio dei fogli che la mano di Virginia voltava macchinalmente, e il rumore del parafuoco con cui la marchesa batteva dei piccoli colpi sul bracciuolo della sua poltrona.

Dopo un poco Virginia chiuse il suo _album_, si alzò ed attraversato lentamente il salotto ne uscì per ridursi nella sua camera. Aveva bisogno di esser sola affine di poter liberamente divisar seco stessa i tanti e sì varii suoi pensamenti. Non crediate già ch'ella disapprovasse le idee della zia e si attentasse pure a ribellarsi seco stessa contro la condanna così assolutamente data dalla marchesa di Baldissero, di ciò ch'ella chiamava una _mésalliance_; allevata in quel modo con cui si allevavano — e si allevano tuttavia — i figliuoli della nobiltà piemontese, ella, non ostante la superiorità della sua natura, non poteva a meno di attribuire ancor essa un valore di sostanza alla vanità delle distinzioni di casta; capiva che al suo matrimonio con un borghese la sua famiglia non avrebbe acconsentito, e non le dava torto, ed era così pronta a rassegnarsi, per quanto grande fosse il suo dolore, che, se anco per impossibile supposizione, i suoi l'avessero lasciata libera di fare a suo senno, ella non avrebbe osato stringer quel nodo. Il suo errore era stato di non aver pensato a ciò fin allora. L'amore l'aveva presa alla sprovveduta; o per dir più giusto l'amore l'aveva assalita con arma sì potente che quand'anche ella fosse stata in sull'avviso per opporgli subito, anche a tutta prima, l'insuperabile ostacolo di quella differenza di condizioni a cui non c'era rimedio, l'avrebbe vinta pur tuttavia. Uno sterminato, inesprimibile dolore la prese. Erale piombata addosso la certezza che l'amor suo non avrebbe corona di felice successo giammai! Pure non si propose tuttavia di combatterlo nel suo seno, di scancellarlo dal suo cuore; sentì che ciò era impossibile, lo credette anzi un delitto; si giurò di nasconderlo a tutti, ed a chi n'era l'oggetto il primo; ma sarebbe morta con quell'amore, con quel puro, quel santo, quell'unico amore nell'anima. Di _lui_ ella non avrebbe potuto esser mai; e non sarebbe stata d'altri neppure. Le tornarono alla mente le parole della zia di poc'anzi, come una sua figlia piuttosto vorrebbe veder monaca che degradata in simil matrimonio; ebbene quella sarebbe la sua sorte: di nessun uomo a questo mondo; avrebbe ella seppellito nella pace di un chiostro il segreto del suo cuore.

Sua madre, pensava allora Virginia, aveva dovuto passare per le medesime angoscie, provare quei medesimi sentimenti. Ella si diceva che all'anima di sua madre doveva rassomigliare l'anima che soffriva in lei: che perciò come la stessa fase recata dagli avvenimenti, quell'anima santa e venerata aveva dovuto avere le medesime risoluzioni. Ma pure Aurora di Baldissero aveva data la mano di poi ad uno della sua casta, ad un amico di suo fratello, il conte di Castelletto, che era stato padre di lei, Virginia. Oh certo non aveva ciò fatto Aurora di sua libera scelta. Virginia aveva abbastanza inteso del carattere fiero e violento, della volontà ferma ed incrollabile dell'avolo per poter arguire che la misera Aurora, anche con un altro amore nel seno, avesse dovuto sottostare al comando di suo padre che le imponeva quel maritaggio. Quanto la ne avesse sofferto, lo diceva alla figliuola il ricordo che serbava tuttavia di quella pallida, smunta, addolorata figura che aveva veduto curvarsi e piangere sopra la sua culla, glie l'affermava la morte immatura che all'infelice aveva recata forse l'incomportabile martirio.

Ma di sè, Virginia si affermava con risolutezza che nessuno l'avrebbe potuta forzare a tanto sacrifizio; ella non aveva più il padre che colla possa della sua autorità valesse a costringervela; chi quest'autorità verso di lei rappresentava era lo zio, il quale troppo era amorevole per volerla a forza piegare a cosa che a lei recasse l'infelicità di tutta la sua vita, al quale, se mai codesto volesse tentare, ella avrebbe pure avuto il diritto e si sentiva il coraggio di resistere.