La plebe, parte III

Part 19

Chapter 193,705 wordsPublic domain

— Le parole di Graffigna, diss'egli, hanno il loro valore; ma credete voi che quelle osservazioni ed obiezioni io non me le sia fatte fin da prima che ho concepito questo mio disegno e che ho risoluto di metterlo in atto? Le ho meditate e discusse meco stesso, le ho pesate una per una; e se mi sono deciso dopo ciò a tentare la impresa — imperocchè sappiate che tutto oramai è disposto — gli è perchè ho trovato buone ragioni a combatterle, valevoli rimedii ad antivenire ed impedire quei danni. Questa nostra associazione, non lo dico per vantarmi, ma per amor della verità cui conviene qui accertare, se arrivò al grado di potenza e di prosperità al quale si trova, lo deve per la maggior parte a me: ora come potreste voi credere che io fossi tanto poco sollecito dell'opera mia da comprometterla con leggerezza ed esporla a facili sconfitte? No, compagni miei, non credetemi nè sì cieco, nè sì incauto, nè sì colpevole, perchè codesta sarebbe una vera colpa. Se io ho pensato di far della nostra _cocca_ la molla principale della rivoluzione che voglio suscitare, la parte direttiva e quella perciò che ci avesse poscia il profitto migliore, ho pensato eziandio a cingerla ed avvalorarla della forza di molti altri complici che senza saperlo, credendo anzi muoversi per proprio interesse, lavorassero ad esclusivo di lei vantaggio, e in mezzo ai quali la cocca medesima sparisse nascosta, come la forza segreta che anima l'organismo vivente, cui nessuno può afferrare, per venire a galla soltanto allora che il trionfo le desse l'opportunità di saltar fuori ed afferrare la preda. Credete voi forse che questo sia un progetto sbocciato d'improvviso nel mio cervello, e voluto attuare colla foga del primo trasporto dell'immaginazione che non tien conto degli ostacoli? No; così non è. Questo progetto gli è da anni ed anni che io lo vo rivolgendo meco stesso nella mente; gli è da anni ed anni che s'è impadronito di tutto l'esser mio e che mi comparisce sotto ogni sua faccia e che mi s'impone colla sequela delle sue difficoltà per far travagliarsi il mio spirito a meditarle e sciorle l'una dopo l'altra: gli è fino dalla mia adolescenza, quando, affacciatomi appena alla soglia della vita, vidi così iniquamente distribuite le parti nel mondo, e in quel tirannico ordinamento non un posto per me... Quando le circostanze, i miei bisogni, le mie passioni mi gettarono in mezzo a voi, — ve lo confesso aperto — io mi vi diedi tutto, perchè all'anima mia era balenata di subito la speranza che questo sarebbe stato un saldo punto d'appoggio per quella leva ch'io voleva muovere a scuotere e rovesciare l'ingiusto assetto sociale presente: quando la mia audacia e la forza della mia volontà mi fecero vostro capo, giudicai che la sorte voleva darmi l'eccelsa contentezza di effettuare il mio sogno. Avevo già incominciato l'opera in umili e ristrette proporzioni; la continuai con più ardire, con più speranza, con più mezzi in un più vasto ambito, con più certi e più ampi successi.

«Nel mondo oltre i nostri, ci sono altri odii, altre ambizioni, altre passioni che imprecano alla società attuale e la vorrebbero modificata a loro profitto e ne minacciano alcuna parte. Non è solo qui da noi che ci sono poveri che soffrono, e ricchi che vivono empiamente del sudore del popolo; pensai che lo scoppio dell'ira dei pezzenti negli altri paesi potesse aiutarsi, eccitarsi, combinarsi per venire in soccorso e assicurare il trionfo del nostro. Avvisai che noi potevamo sfruttare eziandio e il maltalento e le invidie del ceto medio che altrove, mercè la ricchezza, è arrivato già alla cima della scala e qui è tenuto basso dai privilegi accordati dalla monarchia assoluta alla nobiltà, gli sdegni e le aspirazioni delle intelligenze ora soffocate, le ambizioni di coloro che si accorgono d'essere schiavi perchè non son essi a comandare, le generose follie di chi, volendo avere una patria, vorrebbe costituire dell'Italia una nazione indipendente dallo straniero. Tutto questo ho raggruppato insieme e dei varii, molteplici fili, tengo i capi nella mia mano.

«Domenica ventura — date ben retta — fra pochi giorni adunque, domenica, di sera, quando piene affatto le tenebre la gran lotta ha da incominciare. Giovani dalla fantasia accesa e dal cuore in cui batte un sangue concitato, studenti, artisti, commercianti, insorgeranno armati nel nome della patria e della libertà; noi da nostra parte lancieremo nelle strade le scure e torbide legioni della miseria che grideranno «abbiamo fame e vogliamo del pane e dell'oro.» Quelli assaliranno l'arsenale, le caserme, le dimore delle autorità, — anche della prima di tutte: questi — i nostri — si precipiteranno sulle case e sui forzieri dei ricchi. Le truppe saranno occupate dalla rivoluzione politica, noi avremo il campo libero, ed il saccheggio sicuro.»

Pronunciò queste due ultime parole con accento spiccato, con espressione tentatrice come l'iniquo soffio del demone, con isguardi lucenti di passione profonda. Tutti i suoi uditori si riscossero, fin anco Stracciaferro, che levò dalle palme delle sue manaccie il suo volto animalesco e mostrò un lampo d'intelligenza nelle sue pupille offuscate.

— Ah sì, il saccheggio: grugnì egli a suo modo colla voce rauca e avvinazzata: questo mi va.

— Il popolo avrà delle armi: i nostri che faranno da capi alle turbe saranno più armati degli altri. Abbiamo oltre alle armi materiali quella morale più potente di tutte, il danaro. Pagheremo se non tutti una gran parte degli operai perchè facciano causa comune con noi contro i loro padroni. Più ancora del danaro possono in essi le ragioni e le idee che da tempo ho procurato si spargessero fra di loro.

Qui il direttore della _casa di commissioni_ fece un lieve cenno che pareva significare aver egli alcuna cosa da dire.

— Parlate pure, gli disse il _medichino_ interrompendosi.

— Voglio dire, poichè Lei me lo permette, che da questo lato le cose camminano il meglio che si possa desiderare. Dietro suoi ordini e secondo le sue istruzioni, ho continuato ad agire e far agire sì direttamente che indirettamente sui principali operai di tutte le officine.

Qui Graffigna interruppe dimenticando per un momento il suo rispetto alla disciplina.

— Questo è vero. Nella fabbrica Benda che è una delle primissime, so io di sicuro che non si starebbe guari ad avere dalla nostra buona mano di quei lavoratori. Marcaccio insusurrato da me va gonfiando le orecchie a certo Tanasio che ha molta influenza sui suoi compagni, e per suo mezzo quel caro uomo degno della galera ha messo assai bene il baco fra quegli operai... Non basta; testè quel Marcaccio medesimo — bravo capitale d'un assassino va! — ci ha fatto acquistare una preziosa recluta che ci sarà utilissima in molte occasioni, essendo che gli è un eccellente fabbro-ferraio, e che ci potrà aiutare assai bene anche in questa, perchè fu già negli opifizi del signor Benda, ne fu scacciato, ed oggi stesso, avendo mandato la moglie a supplicare d'esservi riammesso, si ebbe un bel no, di che sentì un'ira maledetta e giurò l'avrebbe fatta pagare al suo antico principale.

— Benone! esclamò l'agente d'affari. Quella è delle fabbriche più importanti e che abbiano maggior numero d'operai.

— Senza contare che il padrone di essa è uno dei più ricchi di Torino e che c'è da fare un _leva ejus_ ne' suoi scrigni proprio co' fiocchi.

— È vero: esclamarono con avidità di desiderio gli altri, meno il _medichino_ e Stracciaferro sempre assorto nel suo torpore.

— Ma il guaio si è, soggiunse finemente Graffigna, che sor _medichino_ non vuole che alla famiglia Benda si tocchi.

Tutti si volsero a Gian-Luigi come aspettandone una spiegazione.

— Gli avevo suggerito questa mattina medesima un simil colpo, continuò Graffigna, ed egli me ne rimbrottò come un cane.

Il _medichino_ stette un momento in silenzio reggendo colla sua mano bianca e sottile la bella fronte; poi scuotendo la testa, come per gettarne via alcun molesto pensiero, disse sorridendo d'uno strano sorriso:

— Sì, è vero..... Questa mattina ho parlato così: ma ero allora sotto l'impressione di certi sentimenti..... che gli è inutile spiegarvi..... Adesso quell'impressione è superata, e ragiono diversamente. Come tutte le altre, anche la fabbrica del signor Benda sarà sconvolta dalla sommossa.

— Così va bene: esclamò Graffigna. — E conto d'esserci io colà al momento buono: soggiunse fra i denti.

Gian-Luigi rimase di nuovo un istante riflessivo, poi riprese coll'accento di prima:

— Tutte le officine adunque insorgeranno. Noi sceglieremo accuratamente fra i nostri uomini quelli che per ciascuna dovranno ficcarsi in mezzo agli operai ad istigarli prima, a capitanarli nel momento dell'azione. Quando una massa di popolo trasmoda in tumulto, chi è più esagerato in parole, più audace nei fatti agevolmente se ne impadronisce, e nelle vie della violenza la volge a suo senno. I nostri uomini, cui un per uno voi comunicherete le istruzioni che vi darò testè io stesso, parleranno ed agiranno da imporsi come capi alla sommossa. Ciascuno di essi riceverà prima del fatto una somma; del bottino poi, obbligato a renderne conto a noi e recare in comune, avrà promessa solenne di ottenere considerevolissima porzione. Le varie parti del disegno, le fasi della rivolta, i modi e l'ora degli assalti diviseremo accuratamente capo per capo, e ciascuno di voi sarà incaricato di provvedere all'esecuzione di ciò che a lui sarà stato assegnato, concertandosi cogli uomini che da lui dipenderanno. Ai principali di questi agenti subalterni parlerò ancor io medesimo. Essi però non dovranno conoscere il piano generale e riceveranno poscia man mano, quando impegnata l'azione, gli ulteriori ordini ed istruzioni. La massa comune degli affigliati alla _cocca_ non saprà nulla di nulla e si caccerà nella riotta come a profittare d'una buona occasione di rapina che si presenti, senza avere il menomo sospetto che quest'occasione noi abbiamo lavorato a farla venire. I capi-squadra poi, trascelti per avere comunicazione di quella parte del disegno che occorra loro far nota affinchè possano utilmente servirci, ripeteranno il solito giuramento di morire piuttosto che rivelar nulla, se mai cadono negli artigli della polizia. — Ed ora, compagni, procediamo, senza ritardo alla scelta importantissima di questi individui.

Il direttore dell'agenzia d'affari trasse fuori un elenco di quei fiori di galantuomo, e lo scellerato sinedrio si pose con infinita attenzione a pesare nome per nome affine di sceverare dal mazzo i più degni dell'alto ed onorevole ufficio.

Quando codesta delicata operazione, che durò lungo tempo, ebbe termine, Gian-Luigi accennò di sciogliere l'adunanza ordinando ai sei accoliti di passare nella taverna di Pelone per cominciare ad impartire a chi si doveva le informazioni ed i comandi opportuni; ma Graffigna colla sua voce di falsetto domandò che lo si ascoltasse ancora un momento.

— Tutto questo va benissimo, diss'egli: quello del nostro _medichino_ è un piano grandioso, che mi venga un accidente, degno di quel testone tanto fatto che ciascuno deve riconoscergli, un piano che con una sola retata ci può dare in mano più di quanto un centinaio di bei colpetti non possa fare. Non dico mica diverso, miei cari compagni ed amici: io non l'avrei saputa pensare una cosa simile: se dessi retta soltanto al mio piccolo comprendonio, direi che ci cacciamo in uno spineto da lasciarci non soltanto i brandelli dei calzoni, ma benanco della nostra p.... d'una pelle che non vale un botton frusto, siamo d'accordo, ma che pure ci è cara a tutti quanti, o che il diavolo mi porti.

Gian-Luigi fece un atto d'impazienza, l'omicciattolo s'affrettò a soggiungere:

— Non dico questo per oppormi in nessun modo all'affare. Le parole del _medichino_ hanno trasportato anche me. Facciamo pure a suo senno: mi ci metterò di buona voglia, e quella frotta che avrà la mia compagnia, state pur sicuri che vorrà far per benino la sua bisogna....

— Insomma, lo interruppe Gian-Luigi impaziente: a qual conclusione vuoi tu venirne?

— A questa: il gran colpo esploderà domenica. Bene; ma da oggi a quell'ora ci abbiamo un quaternario di giorni in cui pare a me si potrebbe pur compiere qualche altro buon colpettino ammodo che ci aiutasse sempre meglio ad ugnere le carrucole. Io ce ne ho due belli e preparati, che sono come frutti maturi, i quali non si ha che da allungar la mano per coglierli....

— Sentiamoli, sentiamoli: dissero in coro gli altri.

— Eccoli qua, mia cara brava gente di galeotti. L'uno sarebbe pel marchese di Baldissero, nella cui casa è affare di poca difficoltà l'introdursi una notte in parecchi bravi amici, e di cui la _Gattona_ saprà spiegarci per bene com'è diviso l'appartamento perchè vi ci possiamo cavare i piedi.

Al nome della _Gattona_ Stracciaferro volse uno sguardo quasi intelligente al suo compagno di delitti e d'infamia.

— La _Gattona_! diss'egli: lasciala stare quella sciagurata di mia sorella. Ella è più trista di tutti noi.

— Giusto appunto! La ci può servir benissimo. L'altro colpo sarebbe verso quel birbone matricolato, senza fede nè legge, mio buon amico, l'avaro usuraio, strozzino scellerato di Nariccia. Qui la cosa è ancor più semplice. Il miserabile alloggio in cui quel vecchio esoso sta colla sua vecchia sudicia di fante, io lo conosco come il fondo della mia tasca: sor _medichino_ lo conosce al pari di me: e per introdurci colà ci abbiamo le chiavi fatte a meraviglia dall'uomo procuratoci da Marcaccio e che apriranno benissimo, chete come olio.

Gian-Luigi interruppe vivamente:

— Ah! quelle chiavi ci sono?

— Sor sì: eccole qua.

— Bene! Mi fa piacere lo averle.

— E dunque: soggiunse col suo solito accento insinuante la voce squarrata di Graffigna: il colpo si fa?

— No... per adesso: rispose fermamente il _medichino_: nè questo nè un altro. Per questa settimana tutti ci conviene raccogliere i nostri spiriti e i mezzi nostri a preparare la grandissima lotta — forse finale — e non bisogna disperdere le nostre forze, nè chiamare di soverchio l'attenzione della Polizia sui fatti nostri. Se nella lotta di domenica riusciremo, non occorrerà più ricorrere a questi parziali delitti: se non vinceremo, allora, di poi, si potrà riprendere la nostra opera tenebrosa..... Or basti. Andate da Pelone e comunicate ai capisquadra le cose convenute.

Due minuti dopo Gian-Luigi era solo in quel misterioso ridotto. Egli aprì l'uscio del gabinetto a lui riserbato esclusivamente, accese il lume che era colà e lasciandosi cader seduto nella poltroncina che stava innanzi alla scrivania, appoggiò i gomiti al piano di questa, resse nelle mani la fronte e parve immerso di subito in profondi pensieri.

CAPITOLO XIII.

Andrea aveva finito l'empio lavoro di fabbricar le chiavi false, animato sempre dall'eccitamento dell'ira, dal desiderio della vendetta e dai vapori dell'ebrietà, sotto gli occhi di Graffigna, il quale lo era venuto via via lodando e incoraggiando nell'opera, anche mercè frequenti libazioni di quelle bottiglie ch'e' s'era fatto dar da Pelone; ma quando il compito fu terminato, i vapori del vino dal cervello e i bollori della collera dall'animo erano dati un po' giù, e la coscienza ebbe campo a ridestarsi alquanto e fargli sentire il rimbrotto della sua voce.

Graffigna nella premura di afferrare e posseder quelle chiavi, le prese con mano sollecita da quella di Andrea che le teneva quasi esitante, e le due destre in quell'atto si toccarono. Per tutte le membra dell'operaio pochi momenti prima scioperato, ma tuttavia onesto, ed ora colpevole, corse una scossa, una specie di brivido, di ripulsione al contatto di quella mano del galeotto evaso dalle galere. Gli parve che codesto tocco fosse come una spinta che lo cacciasse giù nella strada del male; ed egli trasse indietro vivamente non solo la sua destra, ma la persona, come chi si vede giunto improvviso all'orlo d'un abisso e si ricaccia indietro con ispavento per non precipitarvi. La voce della coscienza che s'era levata formolò il suo rimprovero colla semplice domanda seguente:

— Che direbbe Paolina, se sapesse codesto?

Guardò le chiavi che aveva nella sua mano callosa ed annerita dal lavoro, e l'idea gli nacque di gettarle su quel fuoco che ardeva tuttavia, al quale egli le aveva costrutte, per farle ridiventare un pezzo innocente di ferro.

— No, no, diss'egli a Graffigna che gli si era avvicinato di quanto egli erasi tratto in là e che tendeva di nuovo la destra per prenderle; no, codesta in fin fine è una scelleraggine ch'io non devo fare.

Graffigna lo interruppe colla sua voce in falsetto:

— Che è ciò? Che storie son queste? Non mi fate il ragazzo adesso, stupidaccio che siete, mio caro galantuomo da forca. Oh che vi vengono gli scrupoli sul migliore? Quel fior di birbante di Nariccia, mio buon amico, che sì che li ha avuti gli scrupoli per cacciar voi sulla strada e vostra moglie a crepar sulla neve!...

A queste parole che rincrudivano la piaga dell'anima sua Andrea ebbe un fremito in tutta la persona.

— Animo, via, soggiunse l'omiciattolo che s'accorse aver ottenuto l'effetto che voleva, lasciate che l'acqua vada alla sua china e Nariccia abbia il fatto suo, e perciò a me quei bravi e carini ordegni che avete così bene fabbricati.

E prese le chiavi di mano ad Andrea che lasciò fare.

— Benone, continuava Graffigna, ora vi rimettiamo in libertà, e potete tornarvene all'osteria di Pelone con Marcaccio che vi attende; e non vi mancheranno più denari da scialarla quanto vi pare e piace in quella caverna del mio buon amico, lo strozzino avvelenatore, degno della corda, il bravo Pelone... E siccome noi non ci contentiamo di dar parole, ma facciamo bravamente dei fatti, eccovi qui alcuni _ritondini_ che vi aiuteranno a passare in buona allegria la sera.

Pose in mano d'Andrea un pizzico di monete. Il marito di Paolina che non aveva un centesimo più da sostentar la vita, nè mezzo alcuno per guadagnarsene, arrossì sino alla fronte, ma ritenne entro il cavo della mano quei danari che l'omiciattolo vi fece sgusciare.

— Ed ora, continuava quest'ultimo, conviene partirsi di qua collo stesso modo e per la medesima strada come siete venuto. Perciò abbiate pazienza di lasciarvi bendar di nuovo gli occhi e venire dietro me tratto dalla mia mano.

Andrea si dispose a fare a senno di Graffigna.

— Un momento però: disse questi ancora dando alla sua voce fessa e stridula un'intonazione minacciosa e più ingrata ancora del solito; prima di imbarcarci per la via del ritorno, mio caro collega, bisogna ancora che vi ricordi una volta il giuramento che avete fatto prima di entrare. Ricordatevi che di quanto vi è successo quest'oggi con me, dell'esser venuto qui, di quel che ci avete visto e di quel che ci avete fatto, voi non direte parola nessuna con anima viva, fosse pur anche il Papa che venisse ad interrogarvi, ci fosse pur anche lì il boia col capestro per farvi sfringuellare.... Avete capito? Altrimenti vi ho già mostrato quel piccolo stromentino che sarebbe incaricato di mandarvi ad imparare la prudenza e la discrezione all'altro mondo.

Ad Andrea invece che paura, com'era accaduto prima, queste parole destarono ora una viva irritazione di sdegno: misurò con uno sguardo sprezzante le membra sottili di quell'omiciattolo, paragonandole alle sue robuste e muscolose; un subito impulso, una specie di tentazione gli venne di schiacciare senz'altro quel miserabile rettile velenoso che ardiva minacciarlo; fece un passo verso Graffigna con un'espressione di volto che rivelava il suo interno sentimento; l'omiciattolo con un guizzo fu all'altro capo dello stanzone, ponendo fra lui ed Andrea la tavola che stava in mezzo.

— Non le vi paian ciancie codeste, brav'uomo, che vi colga un accidente: soggiunse Graffigna. Questo piccol uomo che vedete in me, ne ha già fatto stare di parecchi, sapete, che erano più grandi e più grossi di voi della bella guisa..... E se anche poteste scappare al vostro umilissimo servitore e buon amico Graffigna — cosa che credo un po' troppo impossibile per esser facile — di questi giocattoli qui (e trasse fuori il suo pugnale) con altre mani risolute al par della mia che li tengono, ne trovereste più d'uno, più di due, più di cento, ve lo dico io; ed uno di quelli che son pronti a maneggiare tal ordegno sulla vostra pelle, dove la sgarriate d'un punto, potete vederlo ora stesso, se vi date la pena di voltarvi, in quel bravo Stracciaferro, gloria della _cocca_, celebrità delle galere, mio degno compagno ed eccellente amico.

Andrea voltatosi vide nella penombra d'un angolo dello stanzone drizzarsi le forme madornali e la faccia imbestialita di quel gigantesco individuo, entrato poco prima chetamente, mentre il fabbro era tutto intento al suo lavoro. Capì che ogni velleità bellicosa era una follia, e chinò la testa in atto come di rassegnata sommissione.

Graffigna tornò ad accostarglisi con un sorriso trionfatore.

— Avete intesa l'antifona, e voglio sperare che non la dimentichiate: diss'egli. Bene!... saremo amiconi allora, amiconi per questa tristaccia di pelle che non vale un botton frusto... Ma ora abbastanza chiacchere... _filiamo_, chè di qui conviene sgomberare.

L'operaio si lasciò bendare gli occhi senza più una parola, e colle medesime precauzioni usate nell'introdurlo in quel segreto covo, fu egli ricondotto nella retrobottega di Baciccia, dove, prima di levargli la fascia dagli occhi, fu fatto girare ancora in lungo ed in largo, di su e di giù, dandogli l'idea di aver percorso un lunghissimo tratto di cammino.

— Ora, gli disse poi Graffigna togliendogli la benda, potete andare alla bettola dove vi aspetta Marcaccio... E ricordatevi sempre il vostro giuramento e le mie parole.

Andrea uscì dalla bottega del rigattiere senza idea nessuna nè di dove andare, nè di che cosa fare. Camminò per le strade dove era già notte chiusa, senza direzione, andando in balìa delle gambe come una mosca senza capo. Di tratto in tratto gli pareva sentire una voce misteriosa sotto la collottola del cranio gridargli: «hai commesso una cattiva azione». Si diceva anzi pian piano fra sè che quello si chiamava un delitto. Egli aveva dunque posto il piede su quella brutta strada. Lo avrebb'egli creduto un tempo? Non ci aveva fatto ancora che un primo passo; poteva ritrarsene; ma no, sentiva di non esserne più a tempo, di non volerlo più nemmanco. Gli pareva d'essere afferrato dalla morsa invincibile ed inesorabile d'una macchina potentissima; avrebbe avuto un bel dibattersi: era nelle branche d'un mostro che non lo avrebbe lasciato più. E poi desiderava egli stesso andare a capo dell'avventura che aveva incominciata. Nariccia gli aveva fatto tanto male; e il desiderio di vendicarsene non poteva sfumare così agevolmente dall'animo esulcerato dell'operaio disposto alle triste passioni dalla vita di vizi e di sciopero intrapresa da tanto tempo. Dell'agognata vendetta aveva egli appena gettate le basi, compito un primo atto, cominciato un preparativo; voleva seguitarne lo svolgimento, spingerla a fine egli stesso, godere della sua effettuazione. E poi perchè non ne avrebbe tratto vantaggio egli pure? Perchè non avrebbe sollevata la sua miseria, che quello scellerato avaro perseguitava ed accresceva, coi mal raccozzati tesori dell'avaro medesimo?