La plebe, parte III

Part 18

Chapter 183,769 wordsPublic domain

— Gli occhi di Gian-Luigi lampeggiarono più fieramente e la ruga che gli solcava il mezzo della fronte apparve più spiccata e profonda; tuttavia aveva egli ancora il dominio della sua volontà e padroneggiava la collera che gli sobbolliva nell'anima. Non era la prima volta che delle velleità di ribellione al suo potere si manifestavano in quell'uomo audacissimo e robustissimo. Fra le nature di quei due individui, l'una elegante, distinta, aristocratica, l'altra grossolana, volgare, bassamente plebea, si sarebbe detto corresse un'antipatia quasi necessaria, domabile soltanto dall'impero della forza, a benefizio di chi avesse questa forza da parte sua. Stracciaferro che di certo non ragionava sulle sue impressioni, ma agiva per istinto, s'era sdegnato di vedere il suo vigore, il suo ardimento, la sua ferocia sottomessi alla supremazia d'un giovane che per quell'empia strada in cui essi camminavano, gli pareva indegno del tutto d'andargli innanzi; e questo sentimento nato confusamente nel suo spirito offuscato dalla grossolanità della materia, dalla continua ebrietà, veniva in lui spiegandosi a poco a poco e manifestandosi via via con qualche atto da prima lievissimo, finchè quella sera l'acquavita gli aveva dato la risolutezza di palesarsi in quel modo che abbiamo visto.

Il _medichino_ da parte sua teneva ognor presente che quel suo primato confertogli dalla scelta de' suoi compagni, egli doveva conservarselo o per dir meglio conquistarselo ancora ad ogni volta mercè l'audacia in una sempre continua lotta contro le ambizioni, le invidie, i sospetti, le malevolenze dei suoi scellerati subalterni; e sapeva che la prima volta in cui egli avesse avuto il di sotto, la sua autorità di colpo sarebbe stata affatto perduta. Andava egli quindi preparato sempre ad ogni evento; e non era uomo da evitare nessun pericolo nè sottrarsi a nessun cimento.

Prima di riprendere a parlare a Stracciaferro, dopo la insolente risposta di costui, Gian-Luigi si tolse il mantello dalle spalle e lo gettò lontano da sè, si sguantò le mani, e ponendo la sinistra in tasca, la destra appoggiò alla tavola che tramezzava fra lui e l'avversario il cui contegno era per lui una sfida.

— Facciamo ad intenderci: diss'egli con un sorriso alle labbra cui rendevano terribile il fuoco degli sguardi e l'aggrottamento della fronte. La vostra condotta e le vostre parole meritano un'esemplare punizione, Stracciaferro...

— Una punizione a me? ruggì quel Sansone avvinazzato digrignando i denti.

Ma il _medichino_ parlando di forza con quell'accento che la natura pareva avergli dato apposta per comandare altrui:

— Non m'interrompete: gridò; risponderete quando io abbia finito di dire.

Stracciaferro borbottò confusamente qualche improperio e tracannò un altro bicchierino d'acquavita. Gian-Luigi continuava:

— Prima di darvi questa punizione però desidero sapere le ragioni che vi han mosso a trasgredire quel dovere di rispetto che avete pel vostro capo, per sapere appunto misurare a queste ragioni la gravità della pena. Or dunque che cosa vi ci ha mosso? Avete qualche rimprovero da farmi? Vi è sembrato scorgere in me qualche cosa che mi rendesse men degno del mio grado? parlate.

Stracciaferro, esordendo per un'orribile bestemmia, parlò colla più brutale franchezza.

— Il suo grado!... Io non so perchè _Lei_ abbia da tenerlo il suo grado.... ecco!.... È forse dei nostri _Lei_? Ha _lavorato_ come noi di mano e di persona? Ha frustato la vita nelle galere, trascinando la catena al piede come hanno fatto i _nostri noi_?.... Noi affrontiamo il capestro e _Lei_ si pappa il meglio dei nostri guadagni.... Noi a trascinar una vitaccia sciagurata, inseguiti dalla canèa dei poliziotti; Lei a scialarla con cavalli e carrozze in abiti da moscardino e prendersi una satolla d'ogni piacere. Ora domando io se è giusto codesto; e domando che cosa dà diritto a _Lei_ di godersela in questa guisa..... Perchè _Lei_ e non noi?... Se si ha da guardare al merito, non ho più meriti io di cui tutti conoscono le imprese, e il cui nome è un terrore a tutta la gente ed alla polizia medesima? Se gli è la forza che deve primeggiare, non sono io il più forte?

E terminando con una bestemmia pari a quella con cui aveva incominciato, tese innanzi la sua grossa mano nera, villosa, muscolosa, serrata a pugno, e battè un colpo sulla tavola che parve battuto da un maglio di ferro.

Il _medichino_ diede una ratta sguardata all'espressione delle faccie di quel ristretto pubblico che era presente alla scena. Graffigna appariva più impaziente che mai, l'uomo dagli occhiali mostrava un curioso interessamento che però sembrava propendere di meglio verso il capo della _cocca_; Macobaro s'era riparato dietro una maschera impenetrabile di indifferenza; gli altri due avevano una certa esitazione che accennava una tendenza a schierarsi dalla parte di Stracciaferro. Gian-Luigi capì che gli conveniva con un colpo decisivo domare senza indugio quelle velleità di ribellione.

Graffigna credette bene d'intervenire, e saltò in mezzo colla sua stridula voce dicendo:

— Queste le sono tutte scempiaggini, Stracciaferro, mio caro amico, che ti venga un accidente..... Tu ci fai perdere tempo e non altro.

— Tacete! intimò fieramente il _medichino_ fulminando l'interrompitore con una terribile occhiata: chi vi ha dato il diritto di parlare?

Graffigna rinsaccò la testa fra le spalle, e fece un atto che voleva dire:

— Non vada in collera con me: non me ne immischio dell'altro.

Gian-Luigi si volse a Stracciaferro e parlò con voce vibrante ma contenuta, autorevole e sempre calma.

— Alle vostre parole non dovrei fare manco l'onore d'una risposta e punirvi senz'altro, ma prima mi piace mostrarvi eziandio l'assurdità delle vostre impertinenti pretese, poi più pesante ancora si abbasserà su di voi la mia mano punitrice.

Stracciaferro tirò indietro dalla tavola la sua seggiola, e come disponendosi fin d'allora a sostenere un assalto, pose sulle sue grosse ginocchia le manaccie ossee, ronchiose, che facevano certi pugni da impaurire qualunque.

— La staremo a vedere! diss'egli bofonchiando fra i denti.

Gian-Luigi continuava col medesimo tono:

— Poichè voi osate istituire una gara di meriti e di titoli a questo primato che la scelta della _cocca_ mi ha concesso e che voglio mantenermi intiero e in tutta la sua estensione e con tutti i suoi privilegi, per Dio; vi dirò che avere l'audacia di paragonar voi a me è lo stesso come paragonare lo stupido bue che tira l'aratro al coltivatore che lo guida e lo corregge. Voi siete una forza bruta, io sono l'intelligenza. Voi avete eseguito materialmente molto arditi fatti, ma chi li ha immaginati? Chi vi ha suggeriti i mezzi e condotti con sicura previdenza e con infallibile abilità al successo? Poichè io vi comando guardate quanta prosperità e come incessante abbia accompagnata la nostra associazione! Ella non fu mai così felice e gloriosa. E non è nulla ancora appetto all'avvenire al quale intendo e mi sento la forza di condurla. Cotale avvenire, questa sera appunto voi siete adunati per udirmi a svelarvelo, per udirmi proporvi le più importanti misure, per ricevere da me i più precisi ordini onde cominciarne l'effettuazione. Siamo alla vigilia d'un giorno che voi non avete osato sognar nemmanco pur mai: quello in cui la nostra società, noi, abbiamo in nostro potere la città tutta, ed apertamente dettiamo noi la legge altrui e di quelle armi che ora ci combattono possiamo servirci a far eseguire i nostri desiderii. Finora ci siamo contentati di togliere colla rapina, avvolgendoci delle ombre notturne, ai ricchi una parte piccolissima dei loro averi: io vi guiderò invece a tal punto che potrete, alla luce del sole, spogliare i ricchi d'ogni aver loro a beneficio di voi e dei vostri. E codesto a chi si dovrà? A quel pensiero che ha sede qui nel mio cervello, e che voi, bruto con forme d'uomo, nel vostro capo ottuso non sapete manco che cosa sia. Ecco già una buona ragione — e la migliore — pel mio predominio. Ma voi contate eziandio la forza fisica e il coraggio: e di queste qualità dovreste già sapere che io non vi sto indietro: e che anzi vi sopravvanzo anche in esse, vengo a darvene la prova sull'istante.

Camminò risolutamente verso Stracciaferro, facendo il giro della tavola che stava tra loro, la mano sinistra sempre in tasca, la sua destra bianca, affilata e gentile dondolante con abbandono lungo il corpo.

L'omaccione, vedendolo accostarsi, sorse in piedi e si fermò sulle sue gambe alquanto oscillanti. Lo sguardo torvo, feroce, quasi sanguigno di Stracciaferro seguiva le mosse del _medichino_ come quello d'una belva fa alla preda che aspetta all'agguato. Ma ad un tratto Gian-Luigi fece un balzo: mentre il suo avversario piantato pesantemente sulla base dei suoi grossi piedi lo attendeva di facciata, egli con una mossa più ratta del baleno, più agile di quella d'una tigre fu addosso all'omaccione sopra il suo fianco destro, e prima che avesse tempo a voltarsi e porsi in alcun modo in difesa, a parare comecchesiasi il colpo, gli scaraventava alla tempia un pugno di tal forza che Stracciaferro barcollò e cadde stramazzoni, come bue colpito in mezzo al capo dal maglio del beccaio. Il suo avversario non aveva ancora toccato la terra, che il _medichino_ era già rimbalzato indietro di due passi, e postosi in attitudine difensiva appuntando innanzi a sè colla mano sinistra una pistola a due bocche trattasi vivamente di tasca, pronto a far saltare le cervella al nemico quando quel primo colpo non l'avesse abbattuto.

Ma Stracciaferro non poteva pur pensare a muovere un assalto, nè manco ad altra cosa al mondo, abbandonato qual era, privo di sensi, per terra, come se morto. Il _medichino_ prese lentamente la mossa naturale e tranquilla d'un uomo che non ha nulla per cui stare in guardia, ripose in tasca l'arma, come se niente fosse, e fece scorrere sui testimonii di quella scena uno sguardo nè trionfante, nè superbo, ma osservativo e imponente. Tutte le teste gli s'inchinarono dinanzi: quella di Macobaro s'inchinò più di tutte.

— Ora veniamo a noi, diss'egli colla voce così piana e tranquilla come se nulla fosse avvenuto, e facciamo a guadagnare il tempo che quell'animale ci ha fatto perdere.

Prese una seggiola ed andò a sedersi a capo della tavola, facendo invito agli altri ed accordando licenza con un gesto da sovrano di sedere ancor essi. Il corpo di Stracciaferro giacente era un impaccio per alcuni.

— Graffigna, comandò Gian-Luigi, guarda un po' se questa c...... vuole star lungo tempo coi ferri per aria; e se sì, tirala colà in un canto che non ci dia altro imbarazzo.

Graffigna si curvò sopra il vecchio suo compagno di delitti e d'infamia. Stracciaferro apriva gli occhi; ma il suo sguardo torbido ed appannato dinotava come al suo cervello intronato non fosse ancora tornata la funzione di quell'intelligenza cui la natura già gli aveva data in sì scarsa proporzione, e cui la continuata ubbriachezza aveva ancora ottusa di tanto.

— Eh! non sarà nulla, disse Graffigna chino sull'omaccione, e' comincia a rifar l'occhiolino. Suvvia, soggiunse parlando al caduto, e scuotendolo per le spalle, animo, mio caro amico che tu possa crepare; non farci delle smorfie da femminetta e levati sulle piote, pendaglio da forca, mio degno compagno.

Stracciaferro trasse un grosso e profondo sospiro, e messosi con gran pena a sedere girò intorno uno sguardo da trasognato.

— A me, a me, riprese l'omiciattolo dalla faccia di faina. So ben io che cosa ci vuole a questo maccaco, nostro benemerito socio, per fargli tornare l'anima in corpo.

Prese sulla tavola il fiaschetto dell'acquarzente e ne mescette un colmo bicchierino, che venne a porre a contatto delle labbra spesse e tumide di Stracciaferro.

— Orsù, gli disse, bevi codesto, e lesto in gamba, che ti carezzi il piede di Gasperino[10].

[10] Nome che questa razza di gente suol dare al carnefice.

Con un moto puramente animale Stracciaferro ingoiò il contenuto del bicchierino, e parve in verità che ciò gli ridonasse gli spiriti, perchè un qualche raggio di luce venne a brillare nei suoi occhi.

— Olà, non l'abbiamo ancora finita? Gridò allora la voce imperiosa ed impaziente del _medichino_.

Il vecchio galeotto tutto si riscosse; volse a quella parte ond'era venuta la voce, i suoi occhi rossi di sangue ed infossati nelle livide occhiaie, e incontrò lo sguardo superbo di supremazia disdegnosa, e vide l'aspetto imponente di quel giovane dall'alta fronte orgogliosa, a cui la sorte aveva tutto accordato: bellezza, intelligenza, coraggio, fermezza e perfino la forza muscolare. Che cosa si passò egli nell'animo di quello sciagurato la cui bassa natura confinava colla cieca animalità? Quello sguardo e quello aspetto lo vinsero più ancora della forza di quel colpo materiale che lo aveva atterrato: fece come una fiera in gabbia che ha voluto ribellarsi al suo domatore e che questi col dolore delle percosse e colla forza magnetica dell'occhio fascinatore, fa rientrare nella timorosa soggezione.

— Alzati ed accostati: gli comandò breve ed asciutto il _medichino_.

Stracciaferro si alzò non senza stento e venne accostandosi al capo della _cocca_ con passo tuttavia mal sicuro.

— Sei persuaso ora d'aver torto? gli chiese bruscamente Gian-Luigi.

L'omaccione mandò uno de' suoi grugniti che poteva passare per un'esclamazione affermativa.

— Sta bene..... Una severa punizione l'hai meritata; ma _per questa volta_, mi contento di quel poco di correzione che hai preso... Per questa volta, intendi?..... Ad un'altra, al menomo cenno d'insubordinazione, al menomo contrasto alla mia volontà, ti faccio saltar le cervella, com'è vero che io qui sono... E così di qualunque altro che osasse imitare il tuo esempio. Ciascuno se lo tenga per detto.

Fece scorrere di nuovo sulle faccie dei presenti il suo sguardo lento, pacato e severo; e più di prima ancora, non trovò che fronti chine ed umilmente sommesse.

— Ora non se ne parli più: continuava col tono di generosa clemenza d'un Tito. Siedi costà e impiega tutto quel po' di cervello che ti resta a tentar di comprendere ciò che sto per dire ed ordinare.

I componenti il supremo Consiglio della _cocca_ erano adunque tutti seduti intorno alla tavola a cui capo stava il _medichino_ e con vivissima curiosità ed attenzione aspettavano le comunicazioni per cui erano stati colà raccolti.

Gian-Luigi così cominciò a parlare:

— Fin da principio che io assunsi quest'importantissimo ufficio che voi m'avete voluto affidare, fu mio proposito chiamare la nostra associazione a ben più alti destini di quelli a cui l'avessero spinta, cui avessero pur anco sognato soltanto tutti i miei predecessori. Noi per un'ingiustizia fatale siamo privi dei beni della sorte e con quello che la comune chiama delitti cerchiamo riparare a questa ingiustizia; ma gli effetti dei nostri atti non sono che temporanei, non riescono che a successi parziali, in una menoma parte soltanto dell'immenso complesso dei beni umani, non giovano che a pochi individui, per poco tempo, lasciando definitivamente nelle medesime condizioni la nostra classe, tutti quelli che come noi non hanno nulla, i poveri, gli umili, i derelitti e calpestati dai potenti — la plebe!

Graffigna fece un atto che significava chiaramente com'egli degli altri se ne curasse meno d'un mozzicone di sigaro e che contentavasi affatto di que' certi successi parziali che facevano entrare qualche buona manciata di monete nelle sue tasche. Ma il _medichino_ volse per azzardo gli occhi verso di lui, ed egli, rinsaccato ancora il capo in mezzo alle spalle, chiuse gli occhi, come per assorbire di meglio le parole del suo superiore e meditarvi su con più attenzione.

Gian-Luigi continuava:

— Ma intorno a noi, contro di noi, a legarci in ogni nostra mossa, ad impedirci ogni atto, a reprimere ogni nostro conato, a rendere impossibile ogni miglioramento della nostra sorte, che cosa troviamo noi? La legge, che è fatta dai nostri nemici; tutto un ordinamento, un edifizio di istituzioni e di uffici, di costumi e di autorità, organato direttamente a nostro danno ed a nostra repressione. È chiara e facile la conseguenza da dedursi: abbattiamo questo edificio, stracciamo questo iniquo patto di legge a cui noi non abbiamo acconsentito. La nostra parte ha la potenza del numero; ma pur tuttavia è debole ed impotente per mancanza d'unione e d'accordo, d'intendimenti e di guida, d'una forza di pensiero e di volontà che la informi, d'un centro intorno a cui la si agglomeri e che le indichi e cominci l'azione, e ve la spinga e capitaneggi. Quest'uffizio ho pensato che poteva adempiere la nostra segreta associazione così vasta e fondata, che, ignota anche ai più di quelli che la servono, pure diffonde così largamente le sue radici, che può di tanti mezzi disporre, che vanta a sè arruolati tanti coraggi, tanti animi risoluti e pronti ad ogni cosa. La nostra associazione, mi sono detto, può raccogliere in una massa le scontentezze, le ire, le disperazioni dei derelitti, far precipitare questa irrefrenabile valanga sul presente edificio, abbatterlo come la vera valanga schiaccia il villaggio che incontra nel suo cammino; e sulle rovine di ciò che ora esiste, può la nostra misteriosa _cocca_ rimanere solo corpo organato che sopravanzi, ed impadronirsi della somma delle cose.

Fece una piccola pausa, e poi soggiunse con accento più vibrato, con occhi che sfavillavano d'una ardente cupidigia:

— Allora a noi tutte le ricchezze terrene: a noi tutti i tesori e i piaceri della vita, tutto che suscita il desiderio, che può soddisfare ogni passione. Affonderemo fino alle spalle le nostre braccia nell'oro — anco nel sangue se vogliamo — c'inebrieremo d'ogni voluttà, anche di quella della vendetta contro chi ci ha tenuti finora sotto il suo tallone. Saremo noi i re della terra!

Il suo accento appassionato ed eloquente faceva correre un fremito nella maggior parte de' suoi ascoltatori. Dietro le sue lenti colorate gli occhi del direttore della _casa di commissione_ brillavano ancor essi d'un ardore indicibile di cupidigia. Macobaro aveva nel suo sguardo affondato uno scintillio maligno e sulle sue labbra tirate un sogghigno più perverso ancora; i due di cui non si è detto il nome, mandarono un'esclamazione soffocata di avidità che direi quasi feroce, e tesero le mani innanzi a sè come se già volessero afferrare quell'oro e quei diletti di cui parlava il _medichino_: soli Stracciaferro e Graffigna non partecipavano al comune entusiasmo. Il primo stava coi gomiti appoggiati alla tavola e la testaccia chiusa nelle mani, indifferente a quel che si diceva, come se non udisse o non comprendesse: il secondo crollava il capo ed aveva sulla sua faccia furbesca un'aria di malcontento che era una manifesta benchè silenziosa opposizione.

Gian-Luigi osservò l'espressione di quell'aspetto e cambiando ad un tratto accento e contegno, disse bruscamente e con imperiosa brevità:

— Tu hai qualche cosa da dire, Graffigna!

Questi fece un gesto come per iscusarsi ed esimersi dal parlare.

— Parla, parla, disse il _medichino_ con autorevole insistenza. Voglio udire le tue ragioni, e ti comando di esporle.

Graffigna fece un gesto di umile e rassegnata ubbidienza, e disse col suo tono più insinuante e colla sua voce più esile:

— Ecco qui... Io non la so ragionare tanto per le difficili... Parlo come vien viene, e se dico delle bestialità conviene perdonarmi, che sono un povero uomo che il diavolo mi porti... Or dunque, io dico, che la _cocca_ si è formata e noi vi ci siamo ascritti ed abbiamo lavorato per essa per questo motivo; che cioè noi che la componiamo potessimo avere più sicuri e più forti mezzi da mandare innanzi i nostri piccoli affari, combinare ed eseguire in barba a quella bestiaccia della Polizia i più bei colpi e i più fruttuosi..... Bene!.... Volerci far uscire di li, volerci mettere in imprese che noi non comprendiamo bene, che vanno più in là di quello che ci sia possibile, ho gran paura che non serva ad altro che a comprometterci. Di quelli che non appartengono alla _cocca_, miserabili o non miserabili che sieno, non m'importa a me l'anima d'un bottone, crepino o non crepino di fame quella brava gente che possano far conoscenza colle pantofole del boia... Dunque sor _medichino_ parla certamente assai bene... che mi colga un accidente; ma mio avviso è che si lascii camminare il mondo come cammina, che non saremo noi che drizzeremo le gambe ai cani, e che continuiamo perciò senza tanti imbarazzi a sbrigar chetamente i nostri piccoli negozi.

La politica pedestre, ma positiva di Graffigna parve estinguere nei due birbanti innominati la fiamma dell'entusiasmo che le parole del _medichino_ avevano suscitata; anche l'uomo dagli occhiali _bleu_ sembrò recarsi su se stesso e riflettere: Stracciaferro conservava sempre la sua attitudine torbida ed astratta; Macobaro fu a combattere vivacemente la opinione di Graffigna.

— E come! diss'egli, dopo aver ottenuto da Gian-Luigi licenza di parlare: Graffigna, non capite tutta l'estensione e la efficacia del piano che il nostro egregio e benemerito capo ci ha adombrato? Voi non volete che quelle imprese le quali possono arrecare a noi un utile diretto, sicuro ed immediato; ma nissun'altra più di questa che ci viene proposta varrà mai a darci tanto vantaggio. È un colpo di rapina in grandi proporzioni, al quale ci facciam complici tutti i miserabili, e del quale noi profitteremo più di tutti. Riesca o non riesca la cosa, noi verremo sempre a capo di fare un bottino quale mai non fu fatto..... Pensate che possiamo avere a nostra discrezione per giorni, per delle ore almanco tutti i forzieri dei ricchi.....

Gli occhi dei degnissimi soci tornarono a sfavillare di cupidigia.

— Pensate che insieme col guadagno, potremo anche avere quell'altra dolcissima soddisfazione che è quella della vendetta.

La sua curva persona si ridrizzò alquanto, e nella voce umile sempre e rimessamente trascinante, vibrò un'energia affatto nuova.

— Che? Non vi sorride, Graffigna, l'idea di poter tenere non fosse che un solo momento, sotto il vostro piede quegli scellerati che vi hanno schiacciato fin adesso, che vi schiacciano col loro tallone? Ah veder calpestati pur una volta chi ci calpesta, oppressi chi ci opprime, timorosi di noi chi ora ci fa paura, non è questo solo una benedizione di Dio?...

— Per me codesto poco importa, riprese Graffigna. Miglior modo di vendicarmi lo credo quello di farmene venire in tasca più che posso dei loro denari...

— E qui, con codesto, li prenderemo tutti i loro denari a quei birboni di nobili, di potenti e di ricchi: esclamò con forza di cui non avreste creduto capace la sua voce da vecchio, Macobaro le cui membra tremavano dalla profonda emozione: li prenderemo tutti i loro denari, le loro gioie, i loro argenti...

— Sì, se vincessimo, ma come sperarlo con tanta forza di _arcieri_, di carabinieri, di soldati che ci manderanno addosso. Sapete che arriverà? Che saremo schiacciati come rospi sotto una roccia, e tirando sopra la _cocca_ tutto il furore dell'autorità, la metteremo al puntiglio di compiutamente distruggerla. Per me posso rassegnarmi benissimo ad andare a dar calci al vento nel circo dei pioppi a porta Susa[11]; ma mi sarebbe di soverchio dolore e rimorso vedere per nostra imprudenza rovinata quella _cocca_ che, già impiantata da tanto tempo, ma scaduta e quasi dispersa, noi abbiamo avuto il merito di riavvivare, rafforzare, far prospera, e che vorrei trasmettessimo in ottime condizioni ai nostri successori.

[11] In codesto luogo avvenivano in quei tempi le esecuzioni capitali dei malfattori.

Qui il _medichino_ fe' cenno tacessero tutti ch'egli era a voler parlare. Gli fu prestata da quel fior di galantuomini una sollecita attenzione.