Part 17
«Qual è insomma il bisogno dell'umanità nel suo organamento sociale? quale il dovere di questa società verso l'individuo cui nel suo ambito abbraccia e comprende? Il bisogno di svolgersi il più liberamente e il maggiormente possibile in tutte le sue facoltà: il dovere di proteggere e favorire il meglio che si possa questo sviluppo dell'attività individuale che dà la somma del progresso complessivo e solidario del genere umano. La società feudale, la società divisa per caste, e cristallizzata nei quadri fittizi di condizioni prestabilite, immutabili per l'individuo, non soddisfaceva a questo dovere, impediva si soddisfacesse a questo bisogno. La rivoluzione francese venne a proclamare l'idea del nuovo regime che tosto o tardi dovrà mettersi in atto dapertutto; ed eccone la formola: il maggiore possibile sviluppo della libertà individuale sotto tutte le sue forme, sotto l'impero della protezione sociale. Ogni uomo, quando è giunto nel pieno possesso della sua individualità, nel pieno sviluppo cioè delle sue facoltà fisiche ed intellettive, deve proteggersi da sè, lavorare di suo capo, pensare ciò che gli par vero, credere quanto la coscienza gli comanda, godere de' suoi beni secondo suo volere, in una parola non rispondere di sè che a sè stesso, fuori dei casi in cui osasse violare col fatto suo i diritti d'altrui; allora vi dev'essere la legge che interviene per farlo rientrare nei limiti concessi alla sua attività.
«Ma questa forma di società non è ancora effettuata, e mentre alcuni si sforzano di mettere insieme i rottami dell'antica e farli tener su come un edifizio solido, tuttavia la nuova società si viene lentamente e fra i contrasti costituendo; per dirla con una formola germanica _viene diventando_. Noi quindi siamo in un'epoca di transizione ed abbiamo tutti i mali, tutti i danni di quello che cade e di quello che spunta: ci troviamo in mezzo agli angoli di due ossature senza polpa, perchè dall'una questa si è già staccata, all'altra non è venuta ancora.
«Da questo stato di rivoluzione continuata nascono certi spostamenti e certi dolori inevitabili e fatali. Tutti gli antichi interessi che si vedono minacciati e lesi lottano con ogni forza e soffrono nel soccombere graduato a cui sottostanno a dispetto di tutto. Le influenze non si spostano senza danni materiali e morali: le abitudini nuove urtano le antiche e fan nascere molti conflitti più o meno dolorosi. I poveri medesimi, i derelitti non travedono ancora che oscuramente la terra promessa verso cui camminano, e da cui ostili interessi collegati li vorrebbero tener lungi. Cominciano ad avere la coscienza del loro diritto, presentono la possibilità di arrivare a soddisfarlo, e si arrabbiano e soffrono di vedersi ciò impedito. Questa situazione è gravida di mille pericoli cui tutti debbono applicarsi a scongiurare e più di tutti quelli della classe superiore che ci hanno maggior obbligo e maggior interesse.
«Io sono nemico della violenza: la abborrisco nella tirannia, la pavento nella rivoluzione. La violenza è una forza cieca che distrugge anche quello la cui distruzione può nuocere, e nulla edifica nè lascia edificare; ma pure alcune volte pur troppo, e quasi sempre per colpa e cecità degli uomini, essa è fatta necessaria, quando al cammino fatale del progresso si sono accumulati ostacoli tali cui null'altro più vale ad abbattere. Vorrei che questa cruda necessità non si verificasse: vorrei che, come lente e graduate si fanno nella natura le modificazioni geologiche, si facessero così a poco a poco, per via di naturale passaggio, gli ammiglioramenti sociali. Miglior mezzo da ciò credo quello che le classi superiori si facciano zelanti collaboratrici del destino, del disegno provvidenziale, nell'affrettare il _divenire_ del futuro.
«E qui coloro che si credono i forti dovrebbero appunto esercitare, ma con altre forme, con altri intendimenti, quel patronato cui si allega posseder essi di diritto verso gl'infimi. Ho detto che l'uomo ha da avere esclusivamente la protezione di sè egli stesso, sotto quella generale della legge; ma questo non esclude il patronato doveroso della beneficenza o della carità. Finora i derelitti non hanno potuto giungere a quel massimo sviluppo possibile della loro individualità che deve farli capaci di provvedere in tutto e per tutto da sè: fino a che i grandi effetti che si devono aspettare dai nuovi fecondi principii non si sieno ottenuti coll'applicazione giusta e coscienziosa dei principii medesimi, bisognerà che i meno felici, i meno istrutti, e quindi, pur troppo, la maggior parte del popolo, sieno sostenuti, guidati, aiutati dal patronato dei felici, dei primi arrivati: da quello dei ricchi e degl'intelligenti, nobiltà o borghesia che si chiamino; ma ciò senza che menomamente ne sieno lesi i diritti e la libertà nè degli uni nè degli altri, ciò non per costrizione legislativa, ma per libera scelta di quelli che lo devono fare.»
Don Venanzio che aveva ascoltato con molta attenzione le parole di Maurilio e dava segni evidenti di provarne viva impressione ed interesse grandissimo, a questo punto saltò fuori con vivacità giovanile:
— Ma questa non è che l'applicazione d'una massima del Vangelo: «Fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi medesimo.» Chi figurandosi povero e derelitto non vorrebbe avere dal potente un aiuto a migliorare le sue condizioni?
— Vi sono certi aiuti, riprese Maurilio, che umiliano chi li riceve e non ottengono lo scopo. L'elemosina è di questi. Eccellente per rimediare a un danno temporaneo, ad una circostanza particolare, immediata, non conferisce per nulla al miglioramento nè particolare nè generale. La beneficenza che s'invoca, e ch'io intendo, dev'esser compresa in un più largo ed efficace significato.....
Fu interrotto da un grattare all'uscio che era il solito cenno del domestico per domandar licenza di entrare.
Il marchese, che aveva prestato e prestava la più raccolta attenzione a quei discorsi, sorretta la fronte dalla palma della mano, il gomito appoggiato al bracciuolo del seggiolone; il marchese sollevò il capo e disse verso la porta:
— Entrate.
Il servo venne ad annunziargli che il sig. Benda chiedeva d'essere ricevuto.
— Venga, disse vivamente il marchese, poi volgendosi a Maurilio, soggiunse con un graziosissimo accento e con un benigno sorriso: questo discorso, se non le dispiace, lo riprenderemo altra volta; e per averne migliori e più facili occasioni voglio farle una proposta. Ho bisogno d'un segretario: vorrebb'ella assumere tale ufficio? Cento lire al mese, l'alloggio, la tavola, abbastanza di libertà per poter continuare nei suoi studii: ecco le mie condizioni.
Maurilio che, al pari di Don Venanzio, s'era alzato, fu assalito da un tremito di emozione, e non seppe rispondere altrimenti che con un inchino; ma rispose per lui Don Venanzio, che proruppe vivacemente:
— Le sono accettate.... Accetto io e rispondo per lui; e spero che la non ne sarà malcontento, signor marchese.
Questi fece un cenno di accondiscendenza e soggiunse:
— L'aspetto dunque fino da domani, se non v'è nulla da parte sua che lo impedisca.
Fu ancora Don Venanzio che rispose sollecito:
— Non c'è nulla, assolutamente nulla, e domani verrò io stesso a menarlo qui prima di partirmene per la mia parrocchia.
Maurilio, confuso, commosso, quasi sbalordito fu condotto fuori dal vecchio parroco, senza che egli sapesse bene se sognava o vegliava, tanto l'idea di entrare in quella casa, di venir ad abitare lì sotto il medesimo tetto con _lei_ lo aveva conturbato. Nell'uscire s'incontrarono col padre di Francesco, che entrava.
Giacomo Benda si precipitò con impeto nel salotto del marchese.
— Eccellenza, esclamò egli, la mi perdoni, se vengo una seconda volta di quest'oggi a disturbarla, ma non potevo assolutamente fare a meno. Bisogna ad ogni patto che io venga a ringraziarla per impulso del mio cuore, per quello ancora più della mia povera moglie, a cui Ella ha fatto restituire il figliuolo.
Baldissero, alzatosi da sedere, aveva fatto alcuni passi incontro all'industriale e colla sua squisita cortesia, rispondeva:
— Sono lieto d'aver potuto contribuire a toglier di pena una buona madre, e Lei, signor Benda, ma non mi si devono ringraziamenti di sorta, perchè non ho fatto altro più di ciò che credetti dover mio. Se Ella per codesto avvenimento ha alcuna gratitudine da nutrire verso qualcheduno, la rivolga a S. M. che ha tutto il merito della clemenza....
— Oh sì, oh sì: interruppe con vivacità Giacomo. Non ha bisogno di dirmelo, la creda! Io sono sempre stato un suddito fedele e devoto di S. M., e me ne vanto; ma d'ora innanzi poi!... Cospetto! Non sarà a Giacomo Benda che si potrà parlar male del governo del Re.
Il marchese sorrise di quello zelo.
— Va benissimo, diss'egli: ma quanto a noi, signor Benda, io non ho ancora compito tutte le promesse che le feci questa mattina. Le ho detto che a suo figlio, il mio ed io stesso avremmo data una onorevole riparazione, esclusa quella assurda del duello.
— Ah, sì signore.... sì Eccellenza.... escludiamo questa brutta cosa.
— Che direbbe Ella se al signor avvocato Benda, in presenza di tutto quanto vi ha di più nobile e di più scelto nella società Torinese, io marchese di Baldissero e mio figlio il conte Ettore andassimo a porger la mano come ad uomo che non solo si stima e si apprezza, ma si ritiene e si vuole per amico? Non le parrebbe questa una sufficiente riparazione?
— Signor sì! signor sì! Esclamò l'industriale commosso. E le ripeto ciò che le dissi questa mattina, signor marchese, Eccellenza..... che la sia benedetta!...
Il marchese con un cenno della mano pose freno a quell'entusiasmo di riconoscenza.
— Or bene: soggiuns'egli: ciò avverrà questa sera medesima, alla festa da ballo data dalla baronessa X. So che suo figlio è in relazione con quella casa: gli dica che non manchi, e colà, senza che abbia bisogno di farsi presentare a me che di persona non lo conosco ancora, sarò io che cercherò di lui.
Giacomo tornò a confondersi nelle proteste della sua riconoscenza e della maggior soddisfazione. Quando poi fu tornato a casa ed ebbe narrato al figliuolo ciò che era intravvenuto fra lui e il marchese, Francesco non fu lento nè svogliato ad assicurare che a quel ballo non sarebbe mancato: più del pensiero della onorevolissima riparazione promessagli, lo spingeva l'idea che colà avrebbe di nuovo veduto Virginia, potuto avvicinarla, parlarle, bearsi del suono della sua voce, di alcuni almeno de' sguardi suoi.
Il marchese a sua volta aveva ordinato a suo figlio, e con quel tono a cui bisognava assolutamente obbedire, che gli toccava recarsi a quella festa e in compagnia di suo padre andare a rivolgere la parola e porger la mano per primi a Francesco Benda. Ettore dopo resistito un poco, aveva dovuto cedere al comando paterno, ma colla bile in cuore e col celato proposito di ripagarsi poi alla prima occasione su quel borghesuccio medesimo del sacrificio, secondo lui, enorme, che doveva fare per allora il suo orgoglio.
La baronessa X era quella compagna di collegio ed amica di Virginia, la quale aveva a costei primamente fatto conoscere di persona Francesco: e verso le dieci della sera di quel giorno in cui abbiamo già visto compirsi tanti avvenimenti, nelle sale eleganti di quella giovine signora si trovavano radunati in mezzo ad una sceltissima accorrenza di invitati, il marchese e la marchesa di Baldissero, il loro figliuolo Ettore, la loro nipote Virginia e il borghese Francesco Benda.
Ma prima di introdurci in questo profumato e sfarzoso ambiente della ricchezza, dobbiamo recarci nella lurida taverna di Pelone e penetrare nel segreto stanzone del _Cafarnao_, dove ha luogo un grande ed importante convegno di tutti i capi della _cocca_.
CAPITOLO XII.
In quella scellerata associazione che chiamavasi la _cocca_, erano tre gradi: cominciando dall'alto della gerarchia veniva primo un sinedrio ristretto di pochi caporioni che formava il Consiglio de' ministri del capo supremo, al quale era bensì concessa una grande autorità, non però senza temperamento di preventivo esame e di sindacato susseguente ai suoi atti principali: questo sinedrio radunavasi in _Cafarnao_; eravi poi una più numerosa assemblea che componevasi dei capi delle singole squadre ed a questa, a cui erano taciuti gli alti avvisi o i segreti intendimenti del Consiglio superiore, spettava determinare le imprese minori, scegliere questi o quei modi d'esecuzione, distribuire fra i varii attori le parti, assegnare a ciascuno dei cooperanti una quota del bottino; quest'assemblea sedeva nella riposta stanza dell'osteria di Pelone; e se tutti i componenti di essa conoscevano l'esistenza del segreto ricovero dove si nascondevano le prede e si trafugavano le traccie dei delitti, a pochi soltanto e i più fidati era stato concesso l'introdurvisi; nello stanzone poi dell'osteria erano raccolti i semplici gregarii e non tutti, — perchè il loro numero era troppo maggiore di quel che la taverna potesse contenere — ma i principali, a cui, dopo presa una decisione, venivano dati i cenni opportuni, il motto d'ordine, le istruzioni e i convegni fissati, con incarico di trasmetterli a quegli altri compagni assenti che fosse stimato necessario. Alle adunanze del primo di questi poco onorevoli consessi assisteva sempre il capo supremo eletto da questo consesso medesimo; ai convegni dei capi-squadra era egli presente il più spesso, e fu a quest'occasione che Maurilio dovette di trovare nella bettola di Pelone Gian-Luigi travestito da operaio: alla massa dei semplici gregarii difficil era che il _medichino_ si immischiasse, e molti di essi lo conoscevano di nome e lo rispettavano ossequenti per fama senza nemmeno conoscerlo di persona.
Quella sera, come già sappiamo, tutte tre le categorie degli affigliati alla infame Società erano convocate: il sinedrio supremo per risolvere, l'assemblea mediana per scegliere i mezzi d'esecuzione, la infima classe per ricevere gli ordini. Sulle peste di Macobaro, il quale, camminando frettoloso per la notte è giunto alla bottega di _Baciccia_, introduciamoci anche noi nel misterioso ridotto.
Quando il padre di Ester vi giunse, il _medichino_ non c'era ancora. La lampada che pendeva dalla vôlta illuminava del suo chiarore rossigno le faccie diverse, ma tutte caratteristiche, di cinque individui seduti intorno alla tavola che trovavasi in mezzo a quel vasto camerone ingombro di tanta roba. Una di queste faccie era il muso appuntato di Graffigna che già ben conosciamo; vicino a lui, cogli avambracci posati sul piano della tavola, stava un omaccione a forme grosse, quadre e robuste: una testa enorme gli pencolava come ad uomo preso dal sonno che di quando in quando cede all'assopimento; la faccia imbestialita non lasciava più scorgere traccia nessuna di sentimento fuorchè un basso istinto animale; l'occhio semispento aveva qualche cosa di stupido insieme e di feroce, le labbra grosse colore della feccia del vino, parevano incapaci ed indegne dell'attributo dell'uomo che di tanto lo separa dal resto dell'animalità: la parola; avreste detto non poter uscire da quella bocca degradata che un grugnito belluino. Pareva immerso in una specie di torpore dell'anima e del corpo; ma tratto tratto ne usciva un istante per mescere d'un liquore del color dell'acqua, di cui aveva una bottiglietta innanzi a sè, in un bicchierino, il cui contenuto poi tracannava d'un colpo con mossa del braccio concitata, quasi rabbiosa. Era acquarzente della più forte; ad ognuno di tali bicchierini e' si riscuoteva un poco, alcuna intelligenza pareva tornare in quel suo sguardo sanguigno: ma poi non tardava a riprenderlo quel torpido assonnamento. Il terzo individuo, paragonati i suoi abiti a quelli miseri e frusti de' suoi compagni, vestiva da signore. Era tutto in nero ed aveva le apparenze d'un leguleio o d'un uomo di affari; portava sul naso degli occhiali colle lenti azzurrigne e parlava, si muoveva, stava con una certa importanza di sè. Dirigeva una _casa di commissioni_ per allogamento di persone di servizio, per pigionare quartieri in città, per vendita od affitto di beni rurali, per impiego di denari e simili; sapeva a menadito il Codice civile e quello penale, era il consultore legale della Società, e i suoi compagni lo trattavano col _sor_. Degli altri due non è il caso di occuparsi: ci basti sapere che erano arrivati ancor essi a quell'alto grado nella gerarchia per merito di audaci ed accorti delitti e di utili vistosi recati col senno e coll'opera alla Società.
Fra questi cinque individui non una parola si scambiava. Ciascuno pareva assorto nei suoi pensieri; tenevano il capo basso in aspetto meditabondo e non si guardavano neppure l'un l'altro. Avreste detto che rattenevano fin anco la loro respirazione per non turbare l'alto silenzio, che veniva rotto tratto tratto soltanto dal colpo con cui l'omaccione batteva la tavola deponendovi su il bicchierino dopo averlo vuotato.
All'entrare di Macobaro i cinque personaggi levarono la testa; e visto chi fosse non gli dissero, nè fecero cenno di sorta che paresse un saluto, ma tornarono nel loro primitivo raccoglimento: l'ebreo si venne inoltrando chetamente quasi con umile riverenza verso la tavola, prese una seggiola e vi sedette timidamente senza nè dire una parola neppur egli, nè fare un atto qualsiasi.
Si continuò per un poco ancora in quel silenzio; finalmente l'uomo dagli occhiali bleu fece un movimento, trasse di tasca l'orologio e guardandolo disse:
— Il _medichino_ è in ritardo d'un quarto d'ora.
— È troppo: disse un altro.
— Quanto a me, saltò su con voce rauca l'omaccione, che aveva galvanizzata in quel punto la sua inerzia con un bicchierino di acquavite: quanto a me lo aspetto finchè qui dentro c'è una goccia di questa roba. Quando abbia finita questa fiaschetta me ne vado ai fatti miei, e il _medichino_ il diavolo se lo porti.
Ma Graffigna gli diede sulla voce.
— Sta zitto, Stracciaferro. Bevi quel che hai dinanzi e non dir sciocchezze. Se il _medichino_ non è qui ancora, è segno che ancora non ha potuto venirci; e quanto ai fatti tuoi, tu non hai altri che quei della _cocca_, e devi star qui appunto per essi.
Stracciaferro scosse la sua testa enorme; ma si tacque. Nè alcun altro aggiunse più parola.
Pochi minuti dopo si udì un passo franco nel piccolo camerino che precedeva l'ingresso al _Cafarnao_, ed entrò un uomo di alta statura, avvolto in uno scuro mantello che tuttavia non nascondeva la prestanza delle sue forme, la dignitosa leggiadria delle sue mosse. Era il _medichino_.
Mentre al sopraggiungere di ogni altro nessuno di quelli che già si trovavan colà erasi mosso, all'entrare di codestui, appena l'ebbero scorto, s'alzarono tutti in piedi con certa attitudine di rispetto, come per un taciturno saluto: tutti meno uno, che era Stracciaferro, il quale aveva scossa di nuovo la sua grossa testa ed aveva mandato una specie di grugnito che pareva quasi un'espressione di protesta contro quell'atto riverente degli altri.
Ad alzarsi primo di tutti era stato Macobaro, e il suo capo si curvò in umilissimo inchino, mentre il giovane capo della _cocca_ fece scorrere di passata il suo vivido sguardo sulle infinite rughe della raggrinzita di lui faccia; ma chi avesse notato lo sguardo pieno d'odio implacabile che aveva guizzato a tutta prima verso Gian-Luigi dalle palpebre floscie ed ingiallite del vecchio, non avrebbe esitato a credere quest'uomo capace d'ogni più fiero proposito contro colui che così umilmente inchinava.
Il _medichino_ s'inoltrò colla sua andatura fiera e la mossa naturalmente superba, senza sciorsi dal mantello onde si avvolgeva. I suoi occhi che erano corsi sulle faccie di tutti i presenti, si fermarono sulla figura grossolana e bestiale di Stracciaferro e la saettarono di sguardi che parevano di fuoco.
L'omaccione volle resistere col suo e lottare contro quello sguardo del giovane; ma nol potè a lungo; le sue pupille quasi a forza dovettero chinarsi, ed egli manifestò il malessere che quello sguardo gli cagionava e il dispetto che di ciò sentiva, con un altro dei suoi grugniti quasi bestiali.
In Gian-Luigi per l'intensità di quella fisa guardatura, le vene della fronte si gonfiavano a poco a poco, e, le sopracciglia aggrottandosi lentamente, veniva disegnandosi ed incavandosi sempre più quella ruga caratteristica che noi gli conosciamo.
— Perchè non vi siete levato in piedi, Stracciaferro? domandò il _medichino_ con voce severa, ma calma e posata.
Stracciaferro fece un atto pieno d'irriverenza; ma non osò levare gli occhi sulla faccia del giovane.
— Perchè, rispose colla sua voce rauca ed ebriosa, perchè non ne ho punto voglia.
Gian-Luigi tirò giù lentamente la falda del mantello che aveva gettata sulla spalla sinistra, e dalle pieghe del panno cascante sprigionò il braccio destro e la sua mano fine e sottile, accuratamente inguantata.
— Qui non siete per fare le vostre voglie: disse con una pacatezza che era più minacciosa che l'accento della collera: qui conviene che compiate i doveri che avete verso la _cocca_ e verso me che ne sono il capo. Quando ci avvenga di incontrarci come semplici individui qui o fuori di qui, che voi badiate o non a me, poco m'importa: aspetterò a darvi una lezione allora solamente che mi manchiate di rispetto; ma in queste adunanze, qui, adesso, voi siete innanzi a me in qualità di subalterno innanzi al suo superiore, ed io esigo che voi mi rendiate quelle onoranze che sono stabilite dai nostri accordi, che sono nel mio diritto di pretendere, e di cui anzi penso dovere della mia carica il mantenere intatta l'osservanza. Con voglia o senza, voi vi dovete alzare, e vi alzerete.
Fece una pausa. Stracciaferro non si mosse; allora con voce vibrata di comando, il _medichino_ gli intimò:
— Alzatevi!
I presenti a quella scena stavano muti ed immobili; ma l'espressione della loro fisionomia era ben diversa. Graffigna pareva seccato di quest'incidente che faceva perder tempo e si vedeva non approvar egli niente affatto la condotta del suo compagno; il direttore della _casa di commissioni_, guardava con occhio indifferente come uno spettacolo qualunque che gli si presentasse; il ferravecchi ebreo aveva nell'aspetto un maligno interessamento affatto ostile al _medichino_; gli altri due sembravano meravigliati della temerità di Stracciaferro, ma non parevano alieni del tutto a schierarsi dalla parte del ribelle, quando egli avesse saputo vincerla; come i più, insomma, erano inclinati senza dubbio nessuno a dar poi ragione al più forte.
A quel riciso comando, Stracciaferro parve dapprima voler cedere; fece un movimento come per obbedire, ma poi piantando le sue manaccie sulla tavola, quasi ci si volesse attaccare, disse risolutamente:
— Ebben no..... non lo voglio.