La plebe, parte III

Part 12

Chapter 123,865 wordsPublic domain

A poco a poco l'espressione della faccia di Gian-Luigi si venne rimutando; in presenza di quello sfogo di dolore della povera fanciulla, il quale in realtà gli rivelava tutto ciò ch'essa aveva sofferto e soffriva, alcuna parte dei buoni istinti della sua natura, che tuttavia erano rimasti in lui, si suscitò e si commosse. I lineamenti del suo leggiadro volto si distesero, per così dire, abbandonando il maligno atteggio che li contraeva; una sembianza di pietà e d'affetto ne prese il luogo. S'accostò egli allora alla giovane, trasse in là bruscamente Debora che, stando sempre attorno ad Ester a dire di sue parole di conforto a cui non si badava, gli impediva il passo, e chinandosi verso la misera che piangeva, le prese una mano, glie la staccò con affettuosa violenza dal volto, e disse con voce veramente impressa d'amore questa sola parola:

— Ester!

In costei parve ritornata di subito la sua energia. Sorse di scatto, saettò il suo amante d'uno sguardo pieno di mille espressioni, e con forza d'accento quale danno soltanto le più accese passioni dell'animo, gli disse:

— In tutto codesto sai tu ciò ch'io scorgo di più tremendo per me e che mi rompe il cuore? Si è che tu più non mi ami.

Gian-Luigi volle protestare con un gesto: ma ella riprendendo con più vigore ancora:

— No, più non m'ami... Se tu m'amassi, mi avresti tu parlato a quel modo?... Tutto il resto posso sopportare, tutto affrontare... anche lo sdegno di mio padre: ma questa sciagura no... Ella mi fa perdere il senno, ella mi fa capace di tutto, sai!

Pose le due mani sulle spalle del suo seduttore e stando lì faccia a faccia con aspetto di risoluzione in cui avreste detto esservi qualche cosa di feroce, continuò:

— Sì, capace di tutto!... Oh con che passione, con che furore io t'ami, tu non hai ancora saputo discernere... T'amo da commettere un delitto se tu mi tradissi... Sono gelosa come donna forse non fu mai... Io, qui, nella mia solitudine, talvolta, pensando che tu lontano potevi parlar d'amore a un'altra donna, soltanto rivolgerle uno di que' tuoi sguardi infuocati che mi hanno incendiata l'anima, io soffrii e soffro degli spasimi mortali... Se tu cessi d'amarmi, morrò... Se ne ami un'altra... Oh! sono capace di ucciderla quella donna.

La esaltazione di questa giovane, ond'ella era fatta ancora più bella, commosse anche in quell'istante l'animo di Gian-Luigi. Rinacquero per allora le fiamme che in lui avevano desta la beltà della custodita fanciulla e la difficoltà di ottenerla; la cinse con appassionato amplesso fra le sue braccia, e le disse con accento di trasporto, in cui ciascuno avrebbe creduto sentire, e in quel punto era forse davvero la sincerità:

— Ma sei tu, donna mia, che io amo al mondo: che parli tu di altre, che temi tu di abbandoni o tradimenti?... T'amo!, t'amo! t'amo!

La infelice Ester si abbandonò sul seno dell'amante con quella tenerezza e quell'intima gioia che le inondavano l'anima nei primi giorni dell'amor loro.

Ma in quella, ecco all'uscio d'entrata una mano che picchiava dal di fuori, e la voce del vecchio Jacob che per la toppa della serratura cacciava dentro queste parole:

— Apri, Debora, apri senza paura: son io.

— Misericordia! il padrone! disse la vecchia fante quasi con isgomento.

Ester si strappò dalle braccia dell'amante e fuggì come atterrita all'altro capo della stanza. Debora corse ad aprire.

Il rigattiere entrò col suo passo, col suo aspetto, colla sua guardatura cautelosi e diffidenti; la prima cosa che vide fu la lucernetta accesa sopra il tavolo a metà della stanza.

— Ecchè? diss'egli con voce piena di rampogna e di disgusto: non è ancora notte affatto chiusa e ci avete già il lume acceso! Che cosa vi salta in capo di sciupar l'olio di questa maniera?

Nello stesso tempo ch'ei parlava, il suo sguardo corse per tutta la stanza; vide in un canto lontano dalla tavola su cui era il lume, la figliuola seduta, il capo chino sopra certo suo lavoro, come se fosse intentissima ad esso, benchè il fioco chiarore della lucerna che appena giungeva sino a lei non fosse tale da bastarle a lavorare, si meravigliò ch'ella non gli fosse mossa all'incontro come soleva ad ogni volta ch'egli rientrava, gli parve notare nel contegno di lei, nella ostinazione a tenere chinato il capo un certo imbarazzo; vide dritto presso la tavola a cui si appoggiava, il _medichino_ senza la menoma traccia d'impaccio, egli, con tutta l'agiatezza che era propria della sua elegante persona; e la presenza di costui in casa sua, mentr'egli erane assente, dispiacque forte al vecchio ebreo.

— Ah! gli è qui Lei! disse Arom punto non curandosi di dissimulare il suo malcontento. Che cosa viene Ella a cercare in mia casa, mentre io non ci sono?

Gian-Luigi si atteggiò a tutta l'imponenza della sua mossa la più superba, guardando dall'alto in basso quell'omiciattolo che si avanzava verso di lui.

— Olà, mastro Jacob, diss'egli con tono compagno all'aspetto, con chi ti pensi tu di parlare?

Il vecchio usuraio tornò di botto in tutta la sua umiltà di contegno e di parole.

— Scusi, diss'egli, non voglio mica offenderla... Ma in casa mia, sa bene, sono avvezzo a non lasciar entrar gente quando io non ci sono... Tutti hanno le loro idee; ed io ho codesta. E d'altronde ho premura di sapere in che cosa posso servirla e che mi ha valso l'onore d'una sua visita.

Debora tremava, cercando di mettersi nella parte più scura della stanza, quasi per nascondersi agli occhi del padrone, del quale era pur certa che l'ira sarebbe caduta su di lei; avrebb'ella voluto difendersi, ma non sapeva troppo che cosa dire; onde benedisse in cuor suo il giovane che, sempre colla medesima alterigia, si degnò di dare al vecchio la seguente spiegazione:

— Sono venuto per parlarti, e di cosa che mi preme; e tu sai che sia. Volli dunque entrare ad ogni costo per attender qui il tuo ritorno.

— Va bene, s'affrettò a dire Jacob più umile e sommesso che mai. Io sono il suo servitore, non ha che da comandarmi.

— Ti ho portata quella carta e sottoscritta col nome che tu hai voluto; spicciamoci dunque a terminar quell'affare.

Il rigattiere s'inchinò fino a terra.

— Agli ordini suoi: rispose. Vossignoria favorisca lasciarmi vedere quella scritta ed io mi solleciterò ad obbedire al voler suo.

Il _medichino_ trasse di tasca il suo elegante portafogli, e da questo levò una cambiale per l'ammontare di cinquanta mila lire, sotto cui si stendeva nel suo carattere minuto ed elegante di donna la firma della contessa Candida Langosco di Staffarda nata La Cappa.

Jacob prese quel pezzo di carta con un certo rispetto e spiegatolo se l'accostò talmente agli occhi per esaminarlo con attenzione, che avreste detto lo volesse fiutare. Due minuti e forse più rimase egli scrutando la polizza da ogni parte, e in questo mentre Gian-Luigi lo stava guardando con una fissità in cui non avreste potuto dire che c'era un'ansia, ma un'aspettativa impaziente e un po' inquieta.

— Va bene, disse poi l'ebreo ripiegando lentamente quel fogliolino; la mi aspetti qui un poco e le porto la somma.

Mandò un profondo sospiro.

— Aimè! Tutti quei pochi miei risparmi che ho potuto fare; la sola scorta che abbia questo povero vecchio! Ma per Lei, che cos'è che non vorrei dare?....

— Risparmiami le tue imposture: disse bruscamente Gian-Luigi impazientito; e sollecita chè ho fretta.

Arom prese la lucerna di sulla tavola e s'avviò verso la scala a chiocciola che saliva al piano superiore.

— Olà! sclamò il _medichino_; vuoi tu lasciarci qui allo scuro?

— Ah! è vero: rispose Jacob. Scusi, non ci badavo.

Mandò un altro sospiro di rincrescimento e soggiunse:

— Debora, accendi un altro lume; questo io lo porterò di sopra.

Poichè la fante ebbe obbedito, il rigattiere continuò la sua strada, e già aveva un piede sopra il primo scalino della scala, quando, come per nuovo pensiero sopravvenutogli, si fermò e volto all'angolo in cui stava tuttavia quasi rannicchiata la figliuola, le disse:

— Ester, vieni un po' su con me, ho bisogno del tuo aiuto.

La fanciulla si levò sollecita. Aveva avuto tempo di dare alla sua fisionomia l'aria tranquilla ed indifferente, ma sulle guancie le stava una pallidezza marmorea, in mezzo a cui splendevano ardenti i suoi grandi occhi neri. Venne presso a suo padre con passo affrettato, ma passando vicino a Gian-Luigi, tanto non fu padrona di sè che non iscoccasse una ratta occhiata su di lui. Jacob travide questo sguardo che a lui, sospettoso com'era, parve quasi d'intelligenza. Non poteva credere che fra sua figlia ed il _medichino_ fosse avviato nessun accordo, ma pure un'indefinita paura gli entrò nell'anima, e si promise di far ben bene attenzione, e di raddoppiare intorno ad Ester la vigilanza.

Padre e figlia salirono al piano superiore.

— Ah signore, disse Debora supplicante al _medichino_ allorchè furono rimasti soli, per carità non tardi a levarci dalle branche del padrone. Quello lì è un uomo di vista acuta che vede tutto, che indovina tutto. Sono persuasa che fra breve quel demonio saprà il nostro segreto meglio di noi; ed allora la passeremo brutta, la povera Ester ed ancor io.

— Sì, rispose Gian-Luigi, il quale si trovava ancora sotto l'effetto di quel rinfocolamento sensuale di passione che gli aveva cagionato il trasporto della giovane innamorata: sì, rassicura la tua padroncina. Io mi occuperò senza indugio di lei e delle cose nostre: saprò trovarle un asilo così ben nascosto che niuno al mondo giungerà a scoprirlo mai, e colà segregati dall'universo, l'amore ci farà passare delle ore deliziose.

— Ma che ciò sia presto, la supplico, la scongiuro: insisteva la vecchia, la quale era eccitata a tanto zelo dal timore che aveva per se medesima: altrimenti non saremo più a tempo; chè una volta scoperta la cosa o sospettata solamente dal padrone siam belle e fritte, e di poterci salvare scappando non se ne può far niente più.

Discorrevano da alquanti minuti di codesto argomento, e già il _medichino_ veniva divisando alla fante come avrebbe fatto per rendere avvertita Ester di quello che aveva provveduto per lei e della maniera e del tempo di fuggire dalla casa paterna, quando al di sopra di loro, nelle stanze dov'erano saliti il rigattiere e la sua figliuola s'udì un colpo come di cosa grave che cade con violenza per terra, poi un calpestìo di passi concitati e la voce di Jacob che con tutta quella poca forza ond'era capace gridava aiuto.

Gian-Luigi e Debora corsero verso la scala; ed ecco in alto della medesima comparire il vecchio Arom, la faccia tutto sconvolta e spaventata che con accento di grandissimo affanno gridava:

— La mia figliuola!... La mia figliuola!... Potenza dell'Eterno! Ella è svenuta che la mi par morta.

— O mio Dio! non potè trattenersi dall'esclamare con molta passione il _medichino_: Ester!

E si slanciò su per la scaletta con un impeto che era indizio assai chiaro della ragione del suo commuoversi. Il padre di Ester, nel suo pur profondo turbamento, aveva tuttavia tanta libertà d'avviso da notare e interpretare codesto diportarsi del giovane intorno cui già era nato in esso alcun sospetto. Quel grido e sopratutto quel nome così domesticamente pronunziato furono per lui come una rivelazione: il fatto stesso dello svenimento di Ester e il come questo era avvenuto gli confermavano i suoi dubbi. Senza pure immaginarsi il meno del mondo che il male fosse così grave com'era in realtà, giudicò che nel _medichino_ v'era più che un insidiatore, un rapitore di uno de' suoi tesori, il cuore della figliuola, e sentì di botto un odio immenso contro quel giovane sorgergli nel cuore in luogo di quella deferenza quasi ammiratrice che aveva per lui. Arrestò per un braccio Gian-Luigi che voleva penetrare nelle stanze superiori e gli disse freddamente:

— Non occorre che la si scomodi.

Il giovane volse sul rigattiere quel suo sguardo imperioso innanzi a cui quasi tutti gli occhi dovevano abbassarsi: per la prima volta le pupille affondate del vecchio ebreo sostennero imperterrite quello sguardo.

— In mia qualità di medico, disse Gian-Luigi, posso tornar utile a vostra figlia.

— No signore. Ella non lo è abbastanza medico, per mia figlia... o lo è troppo. Preferisco ricorrere alla scienza di un altro. Debora va tu presso Ester, e soccorrila come sai; io termino un piccolo affare con questo signore e poi ti raggiungo... Se sarà bisogno di un medico lo andremo allora a chiamare.

Gian-Luigi non ribattè parola: ridiscese nella stanzaccia terrena seguito dal vecchio, e della fanciulla svenuta non parlò più, come se ciò null'affatto lo interessasse.

— Eccole i cinquanta mila franchi: disse Jacob, che pareva aver dimenticato del tutto ancor egli la figliuola, e schierò sulla tavola altrettanti mucchietti di napoleoni d'oro di cinquecento lire ciascuno.

Quando il denaro fu contato, avvolto a rotoli nella carta, intascato da Gian-Luigi, Jacob si affrettò ad aprir l'uscio che metteva nel cortile, significando tacitamente con ciò che gli premeva il suo visitatore se ne andasse.

Il _medichino_ s'avviluppò bene nel suo mantello, si trasse fin sugli occhi il cappello ed uscì; sul passo della porta si fermò per dire all'ebreo:

— Questa sera c'è grande adunanza per importanti risoluzioni. Ci verrai?

— Spero di sì: disse laconicamente Jacob, che dimenticò di salutare con tutta quell'umiltà che mostrava ogni altra volta.

Gian-Luigi s'allontanò; il padre di Ester chiuse accuratamente l'uscio dietro di lui, spense la lucerna che ardeva sulla tavola, ed a tentoni andò verso la scala e salì di sopra.

Ester, abbandonata sopra una seggiola come corpo morto, non era ancora tornata in sè; ed ecco in che modo era accaduto ch'ella fosse colta da un sì grave svenimento.

Appena saliti al piano superiore Ester e suo padre, questi che si mostrava preoccupato e sopra pensiero, mettendo il lume in mano alla figliuola, passò innanzi e si diresse verso l'ultimo scompartimento in cui era stata divisa la stanza, colà dove egli teneva ben bene serrata nello scrigno una parte, e la menoma, dei suoi denari. Padre e figlia ci giunsero in silenzio; Jacob guardava Ester con certo modo scrutatore e penetrativo, ond'ella si sentiva tutta conturbare: ma il vecchio non disserrava le labbra e la fanciulla era tutt'altro che disposta essa a parlare per prima.

Arom fece segno alla figliuola mettesse il lume sulla tavola che abbiam visto esserci colà e su cui quella stessa mattina l'avarissimo uomo aveva contato anche una volta fra le tante il suo denaro: poi spiegata di nuovo la carta della cambiale che il medichino gli aveva lasciato tra le mani, tornò ad esaminarla ben bene. Qui si trovava in presenza di un affare, e la sua preoccupazione cominciò a cedere a quell'attenzione della mente ch'egli soleva dare a ciò che per lui, per la sua smania di guadagno, aveva la massima importanza nel mondo. Anche questa seconda volta l'esame di quella carta non gli fece cattiva impressione, perchè sulle sue labbra livide e sottili apparve un certo stiramento che faceva funzione da sorriso, e senz'altro egli prese nel solito nascondiglio le chiavi dell'armadio ed andò ad aprirlo.

Quando ebbe dischiusa innanzi la cassa di ferro che era colà dentro e potè bearsi della vista dei sacchetti così bene ordinati in ischiera, ogni pensiero altro che la sua passione pel denaro non fosse, si dileguò del tutto dall'animo suo. Prese con mano che si potrebbe dire amorosa, uno di quei rigonfi sacchetti; avreste detto che lo palpava carezzevolmente, recandoselo in grembo, lo strinse al petto con affettuoso riguardo nel portarlo sulla tavola: colà ne sciolse il legacciolo e con precauzione e lentamente, perchè non sonassero di troppo, versò sul piano della tavola le monete d'oro che lo riempivano. Gli occhi del vecchio avaro brillavano, ne tremavan le mani, ne diventava affannoso come per troppa commozione il rifiato, si disegnava di più in più sulle sue labbra tirate la smorfia del suo sorriso.

— Ester, Esteruccia, diss'egli colla voce soffocata, aiutami a contare per cinquanta mila lire di marenghi... Poveri marenghi! Essi hanno da andar via, sono condannati a lasciarmi, a lasciare i loro compagni, ma non temere; e' torneranno... oh oh! se torneranno!... e conducendo con esso loro una buona e bella quantità di compagni.

Ester stava immobile presso la tavola, appoggiata a questa colla sua bianca mano, e il suo pensiero era ben lungi dalle idee di suo padre; le suonavano ancora nell'anima le ultime voci amorose che erano uscite dalle labbra del suo amante, come in una nebulosa visione le comparivano alla mente le linee vaghe ed incerte d'un delizioso avvenire in una solitudine che il suo Luigi le avesse procurata, cui il suo Luigi imparadisasse del suo amore. Si mise a contare i denari macchinalmente per aiutare nell'opera sua il padre, il quale ad ogni mucchietto di monete che metteva in disparte per dar poi al medichino, mandava un sospiro che pareva un gemito.

Quando la numerazione del danaro fu finita, Jacob prese di nuovo in mano la cambiale datagli da Gian-Luigi e disse con quel suo cachinno:

— Pensare che questo straccio di carta vale tutto quel denaro lì!... E che potrebbe valere anche di più!...

Additò col suo indice magro, adunco, unghiato, che pareva un artiglio di falco, la sottoscrizione della contessa di Staffarda.

— Queste poche parole qui, soggiunse, valgono più che la firma d'un banchiere, e sono certo che loro si farà onore più che non faccia la miglior casa di questo mondo.

L'occhio di Ester cadde sbadatamente là dove accennava il dito di suo padre; essa ci vide il nome di Luigi e sotto quello d'una donna; un lieve rossore le venne alle guancie ed una qualche animazione nello sguardo.

— Chi è quella donna? domandò con interesse.

Arom sogghignò della più bella e crollò il capo maliziosamente.

— Chi è? Chi è? La è una gran dama, proprio coi fiocchi, la quale non si farà certo tirar l'orecchio per pagare. Di valor legale questa carta non ne ha nessuno, ma ne possiede uno ancora più sicuro. Quando io mi presenti per l'esazione si farà qualunque sacrificio per soddisfarmi.

— Perchè? domandò la giovane che si sentiva opprimere da un'indefinibile inquietudine.

— Perchè Quercia è l'amante di questa contessa imprudente.

Ester gettò un'esclamazione soffocata di vivo dolore.

— Impossibile! diss'ella.

— È la verità. Lo sanno tutti.

La giovane, posto in oblio ogni consiglio di prudenza, prese fra le sue le mani del padre e le strinse con forza.

— Giuratemelo!

— Sì che lo giuro..... Ma per la potenza dell'Eterno, Ester, che vuol dir codesto mai?

La piccola, curva persona del vecchio ebreo si era drizzata, e i suoi occhi saettavano fiamme: ma non ebb'egli campo ad aggiungere altre parole; Ester era diventata color d'un cencio lavato e senza manco un grido era caduta stramazzoni per terra. Jacob per prima cosa erasi affrettato a sollevarla e non senza molto sforzo era riuscito a trarla su e metterla comechessia sopra una seggiola, mentre chiamava soccorso; ma poi tosto si ricordò che di sotto non c'era Debora soltanto, ma quell'uomo altresì intorno a cui s'erano oramai così afforzati i suoi sospetti da esser quasi certezza; inoltre egli aveva ancora lo scrigno e l'armadio aperto e non voleva che il _medichino_ vedesse Ester svenuta, nè il ripostiglio de' suoi denari, e quest'ultimo non voleva comparisse dischiuso nè anco a Debora. Con una rapidità di mosse che avreste creduta impossibile in quel corpo vecchio e in apparenza affatto svigorito, Jacob chiuse la cassa di ferro e l'armadio, insaccò i denari contati, nascose nella cappa del camino le chiavi, e fu a tempo a capo della scala per impedire che Gian-Luigi penetrasse nel piano superiore.

Quando il _medichino_ si fu partito, Arom tornò nella stanza di sopra. Ester giaceva sempre a quel modo ed a nulla valevano per farla risensare le cure di Debora che si disperava intorno ad essa.

Il vecchio guardò un momento col suo occhio d'avoltoio la figliuola svenuta, e sulla sua faccia macilenta e raggrinzita non c'era altra espressione fuor quella d'un tremendo corruccio. Mise pesantemente la sua mano adunca sopra la spalla di Debora, e le disse minacciosamente fra i denti serrati:

— Tu mi spiegherai tutto codesto, vecchia scellerata. Che attinenze passano fra mia figlia e quel maledetto cristiano che è uscito or ora di qui?

Debora protestò per la legge e pei profeti che la non sapeva di niente e che non c'era niente.

Ester intanto, durando ancora lo svenimento, era stata assalita da movimenti convulsi che ne scuotevano miserabilmente le povere membra.

— Oh la mia padrona, oh la mia padroncina! gemeva la vecchia fante; ella si muore per sicuro...

Una qualche espressione di pietà tornò ad adombrarsi sulla trista faccia del rigattiere.

— L'abbiamo da lasciar morire così? continuava Debora torcendosi le braccia in atto di desolazione.

— No: disse allora Jacob scosso. Son disposto a qualunque sacrifizio per la mia figliuola..... anche quello di far venire un medico..... e vado a cercarne uno.

Fece alcuni passi e s'arrestò di subito.

— Ah! i medici costano l'occhio della testa, e non ne sanno nulla più di noi... e poi sono tutti cristiani... Debora, non ti pare che la vada meglio e che la sia per risensare?

— No pur troppo... Anzi!... veda che convulsioni!

— Allora vado... e pazienza!

Trasse un profondo sospiro e si decise realmente a partire. Corse traverso le strade già scure affatto per la notte fino alla più vicina farmacia, e colà pregò un medico, che per caso appunto ci si trovava, a voler venire con lui per una donna assalita subitamente da un terribile deliquio. Il medico non si fece pregare e seguitò di buon animo l'ebreo sino colà dove giaceva ancora nel medesimo stato la bella giovane; guardò, esaminò, interrogò, tastò i polsi, studiò, ordinò un semplice calmante e poi sbattendo con forza dell'acqua nel volto alla svenuta la fece risensare.

Ester, quando si vide dappresso un estraneo e seppe che gli era un medico, arrossì, si confuse e si alzò precipitosamente come se volesse fuggire: ma le forze non bastandole ricadde sulla sua seggiola.

— Non è nulla, disse il medico, che parve dare importanza veruna a quel caso; voi siete maritata quella giovane?

La figliuola di Jacob arrossì più che mai: fu il padre che rispose:

— No, signor dottore.

— Ah ah! fece il medico in un certo tono strano che diede da pensare al sospettoso vecchio. Poco monta. Fate del moto, ma discretamente, non vi affaticate in nulla, e state di buon animo; ecco tutto.

S'alzò, salutò e si mosse per partire. Jacob lo accompagnò giù della scala facendogli lume, e fino all'uscita ad aprirgliene la porta.

— Non è dunque un affare grave? domandò il padre di Ester al dottore mentr'egli stava per partire.

— Niente affatto: rispose il medico con un sorrisetto malizioso.

— Ma che cos'è? insistette il vecchio rigattiere.

Se si fosse trattato di persona in altra condizione sociale più elevata, il medico ci avrebbe messo un po' più di riguardi, ed avrebbe fors'anco taciuto la verità; ma non si trattava che d'un miserabile ferravecchi e d'un ebreo; egli rispose ridendo:

— Che cos'è? Gli è che tutto dà a credere che quella giovane sia incinta da tre mesi.

Arom non mandò una voce, non fece un atto, impallidì e rimase immobile lì a quel posto, tenendo con una mano il lume, coll'altra il battente dell'uscio che aveva aperto, mentre il vento notturno gli cacciava sul volto la neve che fioccava: il medico, allontanatosi di buon passo, era già fuori del cortile che il vecchio padre di Ester stava ancora piantato sulla soglia del suo quartiere.