Part 9
— Sì signore: disse con qualche calore l'agente subalterno: ma codestoro non sono che il braccio che eseguisce. A immaginare, ordinare i piani e condurre le imprese di quella _cocca_ c'è una mente superiore, ed è l'uomo che la rappresenta cui converrebbe scoprire ed afferrare.
— Ah ah! Esclamò il Commissario con una specie di sorriso su quelle sue labbra grosse. Sempre la vostra idea fissa?
— Signor sì. Ed ogni giorno più s'afforzano i miei sospetti.
— Eh! non sono che sospetti in aria.
— Pazienza! Spero un giorno o l'altro di convertirli in prove reali. Nella bottega di Pelone capita sempre quel misterioso personaggio cui chiamano il _medichino_ e che si nasconde così bene ch'io non ho ancora potuto vederlo per quant'arte e cautele adoperassi. Questa sera, quando io giunsi colà, egli era di certo nella camera riposta. Al vedermi comparire, Maddalena, la fante dell'oste, si precipitò in quella stanza, e quando io entrai in essa, e mi vi affrettai benchè alcuni tentassero trattenermene per via, quando entrai colà dentro non c'era altri più che la serva ed un giovane che non avevo ancor visto mai.
— E se ci fosse stato quell'altro, secondo che voi dite, interruppe il Commissario, e' non avrebbe potuto svanire come un fantasma. Conosco ancor io quella camera e so che non ci ha altra uscita fuor quella che mette nello stanzone del banco.
Barnaba crollò la testa in segno negativo.
— Così credevo ancor io, soggiunse, ma da qualche tempo avevo sospettato che fosse diversamente, e stassera mi sono affatto chiarito del contrario. L'imbarazzo di Pelone, la sollecitudine di Maddalena, le risposte che quell'imbecille di Meo fece ad alcune mie domande, mi persuasero che il _medichino_ era sfuggito al mio sopraggiungere, e siccome pensai ancor io ciò che Ella ha detto or ora, ch'e' non poteva essere sfumato per aria, mi dissi che ci doveva essere un passaggio nascosto nell'impiallacciatura di legno che copre le pareti di quella stanza sino all'altezza d'un uomo. Rimasto solo un momento, mi diedi ad esaminare attentamente quell'impiallacciatura, e credo aver trovato il luogo preciso in cui s'apre l'uscio nascosto.
— Eh! questa è tal cosa che ha di certo la sua importanza: disse il Commissario pensieroso. Finora ho sempre inchinato a credere che il _medichino_ fosse un personaggio di fantasia.
— Ah no! Proruppe con calore il poliziotto. Creda pure a tutta la realtà di esso.
— Allora bisogna assolutamente che ne sappiamo più precise le novelle. È già troppo tempo che si nasconde.
— Io credo che potremmo averle compiute queste novelle, se le cercassimo presso il dott. Quercia.
— Ecco la vostra idea fissa!
— È un istinto della verità. Non ho ancora nessuna prova positiva da poterlo stabilire; ma io penso, ma io sento che il _medichino_ ed il dottor Quercia sono una medesima persona. E stassera medesima ne ho avuto un altro indizio.
Il Commissario guardò fisamente Barnaba a suo modo.
— Quale? domandò egli più breve e più imperativo.
— Le ho detto che nella camera riposta dell'osteria m'incontrai con un cotale non ancora veduto mai. Or bene, più tardi questo medesimo individuo io vidi sotto l'atrio del palazzo dell'Accademia Filarmonica tosto dopo che era passata la Corte; il dottor Quercia entrava giusto in quel momento, e il mio sconosciuto — allora era ancora tale per me, ora non lo è più — nel vedere il dottore fece un atto di conoscenza e pronunziò alcune parole cui non potei intendere ed alle quali il dottore mostrò di non badar punto.
— Sì, disse il signor Tofi: in codesto c'è un principio di indizio, ma così vago che non vi ci possiamo appoggiare per nulla imprendere.
— Ah! se Ella volesse far arrestare quel signor dottore!....
— Sarebbe forse un buon consiglio. Ma egli ha delle potenti raccomandazioni. Che cosa non direbbe il conte di Staffarda? e il conte San-Luca e il marchesino di Baldissero, che lo trattano da amico? Se noi non potessimo stabilir nulla di positivo a suo carico, avremmo torto e ci guadagneremmo il danno e la beffa. Piuttosto converrebbe sorvegliare quel tale che incontraste nella bettola, e che mostrò poi di essere in relazione col dottore. Voi avete detto che ora esso non vi è più sconosciuto.
— No signore, rispose Barnaba. Lo stesso pensiero che Ella ora manifesta, venne a me di presente, e determinai tosto cercar di scoprire alcuna cosa de' fatti di quel tale; ed ecco il risultamento delle mie indagini. Esso chiamasi Maurilio Nulla, abita in via ***, al num. 7, piano 4º, in casa d'un cotal pittore Antonio Vanardi, e fa lo scrivano pubblico.
— Oh oh! Vanardi: esclamò il Commissario: non mi è un nome nuovo. L'abbiamo scritto di sicuro in qualcuna delle pagine dei nostri libri. Aspettate un po'....
Si alzò e recossi al forzierino sul quale aveva deposto il suo cappello. Giunto colà sbottonò il suo soprabito, aprì il panciotto, e trasse fuori una chiavettina che ci portava sottopanni appesa al collo per un cordoncino; aprì con essa il forziere e ne tolse un grosso libro legato di pelle nera. Tornò con questo libro alla scrivania e lo spalancò al punto in cui sul margine era scritta in maiuscolo la lettera V. Fece correre l'occhio e l'indice della mano destra su varii nomi che erano scritti colà in colonna con una filza di note accanto.
— Vanardi, eccolo qua: diss'egli arrestando il dito a metà d'una pagina. Lo sapevo bene che ci era. Abbiamo un bel numero di nomi scritti qua dentro e in quegli altri libri che son là, ma pure io li so quasi tutti a memoria. Dunque vediamo un po' quali note abbiamo sul conto di questo soggetto.
E lesse le parole seguenti vergate con una magnifica scrittura all'inglese:
«VANARDI _Antonio_, pittore. Spirito inquieto e turbolento. Nipote d'un onesto droghiere non volle ubbidire alle volontà dello zio e ne abbandonò la casa. Di carattere sarebbe piuttosto timido, ma ha amici intraprendenti che lo spingono sulla cattiva strada. Parla poco rispettosamente della R. autorità, dei nobili e dei ministri del culto: sogna e desidera novità; si vanta d'essere italiano. Stette per qualche anno nell'Università come studente di leggi, e mancava sempre alla _congregazione_ e dovette essere punito per aver presentato delle fedi di confessione false. Legge libri proibiti e non frequenta la chiesa. È molto legato coi caporioni della gioventù liberale, Giovanni Selva e Francesco Benda. Prese parte alla sottoscrizione per regalare una spada al nominato Giuseppe Garibaldi.»
— Ah sì: disse il Commissario cessando di leggere. I liberali inventarono un eroe in un certo Garibaldi, un ribelle esigliato che trovasi laggiù a Montevideo, dove fece non so che cosa, e per ispirito fazioso avviarono una colletta destinata a regalargli una spada. Io suggerii al conte Barranchi, e S. E. aveva accettato, di far prendere e chi teneva le liste di questa sottoscrizione e chi ci aveva dato il nome e di mandarli tutti in cittadella almanco per 15 giorni; ma Sua Maestà, a cui il conte Barranchi ebbe il torto di parlarne prima, volle che non se ne facesse nulla.
— Ebbene, soggiunse Barnaba, gli è precisamente in casa di questo pittore che abita quel cotale che ho detto.
— Già; sarà ancor egli un nemico del trono e dell'altare. Ripetetemi un poco il suo nome.
— Maurilio Nulla.
— Questo non è nome da cristiano. Scommetto che egli è un nome finto.
Tacque un momento riflettendo.
— Però neppur esso non mi è affatto nuovo. In un modo o nell'altro mi deve esser già passato sotto gli occhi. Vediamo un po' qua.
Sfogliò il grosso libro alla rubrica N e non trovò cenno nessuno di quell'individuo.
— Ch'egli sia scritto in quell'altro registro dei sospetti e dei puniti per delitti comuni?
Si alzò, andò a riporre nel forziere il libro che ne aveva tolto, e ne prese un altro più grosso. Lo sfogliò come aveva fatto del precedente, e ad un punto mandò un'esclamazione.
— To', to'; eccolo precisamente. È un bastardo; fu accusato di avere avvelenati l'uomo e la donna che lo allevarono: stette parecchi mesi in carcere; non si sa troppo di che guadagni egli viva. Poffare! Qui c'è molto probabilmente un bandolo della matassa.
Barnaba si chinò verso il Commissario, ed abbassando ancora la voce come se avesse paura di essere udito da altri in quello stanzino rimoto le cui pareti erano spesse come quelle d'una fortezza e l'uscio come quello d'una prigione, soggiunse:
— E questo bandolo gli è tale che forse ci aiuterà a dipanarne due alla volta di matasse. In casa di quel Vanardi si sta complottando qualche cosa contro la sicurezza dello Stato.
Il Commissario fece un sobbalzo sulla sua seggiola.
— Alla croce d'Iddio! Barnaba, siete voi certo di quello che dite?
— Ascolti e giudichi Ella stessa. Di frequente nella settimana convengono in quel luogo parecchi dei più accesi liberali, e primi fra essi Romualdo, Selva, Benda. Si chiudono in una stanza e ci stanno delle ore e delle ore fino a notte inoltratissima il più spesso, senza che la moglie stessa del pittore possa aver mai saputo che cosa facciano o dicano. Dopo siffatte conferenze il Vanardi si mostra inquieto e preoccupato. Non basta. Da alcuni mesi abita in quella casa un cotale che si fa chiamare Medoro Bigonci e si spaccia per cantante; anzi ora egli appartiene alla compagnia del Teatro Regio.
— Sì: disse il signor Tofi; e ne ho veduto il passaporto io stesso, che ho trovato pienamente in regola.
— Ebbene, sotto quel finto cantante si nasconde un celebre cospiratore. Egli è Medoro Bigonci come lo sono io: si chiama Mario Tiburzio, è un esule romano, scappato alle carceri papali, uno dei principali agenti dei moti di Rimini: e se Lei vuole saperne di meglio sul conto di lui, consulti le note che riguardo a questo individuo ha trasmesso la polizia di Roma.
Il Commissario fece un sobbalzo, maggiore di quello che avesse fatto un momento prima.
— Poffare! Siete voi ben certo di quello che dite?
— Ne sosterrei la prova del fuoco. Ella che conosce la mia vita passata (nel dire queste parole la voce di Barnaba tremò leggermente) sa che io dimorai alcun tempo in Roma, e cominciai colà ad essere impiegato in questo pubblico servizio. Sono stato io il Delegato che diede l'interrogatorio a costui quando venne preso per la denunzia di due dei complici nella congiura che avevano ordita. Nel tradurlo a Castello, con fortuna pari all'audacia che in lui è grandissima, questo giovane atterrò i due gendarmi che lo accompagnavano, fuggì a tutto un intero corpo di guardia di Svizzeri che si pose ad inseguirlo e scampò meravigliosamente. Fra i nemici del trono e dell'altare, le dico io che questo è uno dei più pericolosi. S'egli è qui, se sta di casa con quei giovani di cui troppo conosciamo le tendenze, se fra essi hanno luogo di quelle segrete e lunghe conventicole, crede Ella che non vi sia sotto qualche perfido disegno contro lo Stato?
— Avete ragione: disse il Commissario pensieroso. Se mi si lasciasse agire liberamente come vorrei, come il bene medesimo del servizio richiederebbe, la cosa sarebbe la più spiccia del mondo. Farei arrestare tutta questa gente, ed una brava perquisizione ci metterebbe subito in chiaro di tutto. Ma Carlo Alberto — che il Cielo gli conceda un glorioso regno — da qualche tempo ha certe velleità cui non saprei definire altrimenti che chiamandole liberali... Alcuni di simili arresti che ho fatto eseguire ebbe la debolezza ultimamente di chiamare arbitrarii e di muoverne aspri rimbrotti a S. E. il conte Barranchi, il quale di rimbalzo me ne strapazzò come un cane. Andate a servire con zelo e con intelligenza il potere. Io mi trovo colle mani un po' impacciate e non posso pigliar nessuno di questi provvedimenti, senza prima farne motto almeno al conte. Uno intanto non ci scappa certo, ed è il Benda che coglieremo domattina al duello come un merlotto al paretaio. Avuto questo tra mani, chi sa che non abbiamo tanto di buono da tirar gli altri! L'arresto dunque del Benda diventa tanto più importante e quindi conto su di voi per eseguirlo a dovere.
Barnaba s'inchinò.
— Eccovi un ordine del generale comandante che mette a vostra disposizione quel numero di carabinieri che crederete; potrete prendere con voi quante di nostre guardie stimerete opportuno. Amo credere che domattina il signor avv. Benda farà colazione in cittadella.
— Ci conti su: rispose Barnaba, inchinandosi di nuovo; e preso il foglio che gli porgeva il Commissario, uscì per tosto prendere le disposizioni acconcie all'affidatogli mandato.
Alcune guardie appostò nei dintorni del palazzo di Baldissero, perchè vegliassero sulle mosse del marchesino e cercassero, quando uscisse al mattino, di seguirne le poste; ed egli stesso andò ad appiattarsi presso la casa dei Benda, accompagnato da due carabinieri che fece nascondere più in là affinchè fosse di meglio dissimulata la loro presenza.
Abbiamo visto come allorchè Quercia disse al cocchiere il luogo dove dirigere la carrozza, Barnaba udisse quelle parole e facesse correre i carabinieri al cimitero dov'era diffatti il convegno dei duellanti, e dove si affrettò egli stesso a recarsi.
CAPITOLO IX.
Francesco e i suoi padrini erano giunti i primi al convegno; ma non ebbero ad aspettare di molto che un'altra carrozza soprarrivava al trotto serrato del suo cavallo, e fermandosi ancor essa a capo del viale, dove s'era fermata quella del dottor Quercia, ne scendevano il marchesino, il conte San Luca ed un altro giovane titolato amico di Baldissero.
I due gruppi s'accostarono salutandosi. Quercia, coll'agevolezza d'un uomo praticissimo di queste faccende, cominciò a dire senz'altro:
— Per molte ragioni che è inutile accennare — e fra le altre quella di questo freddo e di questa neve — stimo opportuno sollecitarci il più possibile. Qui dietro il muro del cimitero c'è una stradicciuola per cui a questa stagione, con questo tempo, non passa mai nessuno; se lor piace, possiamo recarci colà.
Tutti annuirono con un chinar del capo. Benda e i suoi due padrini s'avviarono primi; a due passi di distanza vennero dietro loro il marchese e i suoi compagni.
Giunti al luogo accennato da Quercia, i padrini si raccolsero a parlare, mentre Francesco per iscaldarsi i piedi faceva alcuni passi scalpitando sulla neve, lungo il muro del Campo Santo, e il marchesino terminava di fumare un suo sigaro d'Avana guardando la nebbia grigiastra che invadeva la campagna.
— Ho portato una mia cassetta di pistole: disse Gian-Luigi. Giuro loro sul mio onore che esse sono affatto sconosciute all'avvocato Benda, il quale mai non le vide nemmanco.
— Ancor io ho recato meco delle mie pistole: disse a sua volta San Luca; e faccio la stessa affermazione riguardo al marchese, che non le conosce nè punto nè poco.
— Sta bene; tiriamo la sorte quali di queste armi si debbano adoperare.
Il conte San Luca prese dalla sua borsa uno scudo e lo gettò in aria.
— Testa: disse Quercia.
Lo scudo caduto sulla neve mostrava il profilo di Luigi Filippo di Francia.
— Ha vinto: disse il conte inchinandosi. Si adopereranno le loro armi.
Gian-Luigi aprì la sua cassetta e prese a caricare le pistole in presenza degli altri tre padrini; quando ci aveva messo la polvere e il proiettile, passava l'arma al conte San Luca, il quale la innescava col cappellozzo.
— Mi permettano una parola, signori: disse Quercia, poichè le armi furono pronte. Loro sanno che noi siamo gli offesi, e in che modo non occorre rammentare. Il duello adunque, come già ne patteggiammo ier sera il conte San Luca ed io, non avrà termine, finchè da parte nostra non ci dichiareremo soddisfatti.
I padrini del marchese acconsentirono con un cenno di capo; quindi, salutatisi profondamente, Selva e Quercia si accostarono a Benda, mentre gli altri due si dirigevano verso il marchese.
Armato ciascuno d'una pistola, i due avversari furono posti alla distanza di 15 passi l'uno dall'altro.
— L'arma è buona: disse Quercia a Francesco: e non iscarta punto. Mirate giusto a metà corpo; il grilletto non è duro.
— Va bene: rispose freddamente il giovane; e poi stringendo forte la mano a Giovanni, gli susurrò all'orecchio: — In ogni caso ti raccomando sopratutto mia madre, ricordati!
Giovanni corrispose con una stretta di mano forte del pari, che era una promessa ed un solenne impegno.
— Signori: disse ad alta voce il dottore, ponendosi cogli altri padrini a metà della distanza fra i due combattenti: signori, batterò tre colpi colle mani, al primo essi armeranno la loro pistola, al secondo prenderanno la mira, al terzo faranno fuoco.
Egli s'apprestava a battere il primo colpo, quando due carabinieri voltarono correndo la cantonata del muro e comparvero sulla scena gridando:
— Ferma, ferma!
Il marchesino che dava le spalle al luogo onde venivano i carabinieri, si voltò, e viste le monture degli agenti della forza pubblica, la sua faccia espresse la più disgustosa meraviglia.
— Oh, oh! esclamò egli con disdegno: c'è qualcuno che ha saputo informare per bene la polizia del nostro ritrovo e della cagione di esso.
E gettò uno sguardo supremamente sprezzoso sopra Francesco e i suoi padrini che s'erano accostati a gruppo.
— Signor sì: disse con isdegnosa insolenza Gian-Luigi. Tutto sta a vedere da qual parte debba cercarsi questo qualcheduno.
Baldissero arrossì fin sulla fronte.
— Per Dio! Ella oserebbe sospettare di noi?
— Ella osa bene mostrare sospetto sul conto nostro.
A quel punto comparve alla cantonata del muro un uomo studiosamente avviluppato in un mantello, avresti detto più ancora per nascondersi la faccia che per ripararsi dal freddo. Era messer Barnaba che veniva a sopravvegliare l'esecuzione degli ordini ricevuti.
— Qua le armi: disse uno dei carabinieri, e lor signori ci dicano tosto il loro nome.
Scrissero il nome di tutti un per uno sopra un loro taccuino.
— È finita la commedia? Disse il marchesino con isprezzante ironia.
— Finita o non finita; rimbeccò con vivacità Gian-Luigi, non fa punto onore al suo autore; e ciò posso affermare con sicurezza, che simile indegno personaggio non si trova fra noi tre.
— Questa è quistione, rispose superbamente di Baldissero, la quale potrebbe venir sciolta altrove fra di noi, se il modo con cui ha avuto termine la presente non ci levasse del tutto il coraggio e la voglia di siffatte partite con simil gente.
— Tregua agl'insulti! Gridò con imponente accento il dottor Quercia facendo un passo verso il marchesino; ma più innanzi verso codestui si fece Francesco Benda che schizzava fiamme dagli occhi.
— Oh che crede Ella che in questo modo tutto abbia avuto termine fra noi? Non sarà così, per Dio! a niun conto.
L'uomo dal mantello s'accostò d'un passo al gruppo de' nostri personaggi e col capo accennò ai carabinieri la persona di colui che aveva parlato per ultimo.
— È dunque Lei l'avvocato Francesco Benda? Dissero i carabinieri, mettendosi innanzi al giovane e disgiungendolo così dal marchesino.
— Sì.
— Ella avrà la compiacenza di venire con noi sino dal signor Commissario di polizia che molto desidera parlarle.
Tutti gli astanti fecero un moto di spiacevole meraviglia.
— Io? Esclamò Benda. A qual fine?
— Glie lo dirà il signor Commissario.
— E se mi rifiutassi d'andarvi?
— Saremmo costretti di condurvelo colla forza.
— È dunque un arresto il mio?
I carabinieri fecero un cenno affermativo.
L'impressione fu in tutti viva e diversa: Gian-Luigi diede una rapida sguardata all'ingiro, come per vedere se vi fossero probabilità di fuga; Selva si avanzò quasi minaccioso come per opporre la resistenza a quell'atto prepotente; il marchesino ed i suoi compagni mostrarono un orgoglioso disdegno.
— Ecchè? Disse superbamente Baldissero. Avete ordine di arrestarci?
— Lei no, signor marchese, risposero i carabinieri, nè altri qui dall'avv. Benda in fuori.
Selva e Francesco erano un po' impalliditi. La loro mente era corsa alla congiura che paventavano fosse scoperta. Quercia che osservava tutto, s'accorse come vi dovesse essere alcuna ragione da far temere ai due giovani più triste conseguenze da quell'arresto che non quelle cui avrebbe avuto il duello mancato: si rivolse al marchesino e gli disse vivamente:
— Ella vede quanto fossero ingiusti i suoi sospetti. Il suo onore medesimo, signor marchese, non consente che lasci così arrestare il suo avversario.
Baldissero lo interruppe con un gesto vibrato che voleva dire: — Ho capito e so ben io che cosa mi tocca di fare; poi con quell'accento di supremazia che dà la coscienza del proprio grado, disse agli agenti della forza pubblica:
— Io sono il figliuolo del marchese di Baldissero ministro di Stato. Rispondo io per l'avv. Benda.
— Do la mia parola, esclamò vivamente Francesco, che mi presenterò io stesso questa mattina medesima dal signor Commissario: ma prima lasciatemi andare a riabbracciare la mia famiglia.
— Siamo dunque intesi: soggiunse il marchesino con quel tono d'autorità; andate pure, e dite ai vostri superiori che io mi sono reso cauzione di lui.
I carabinieri parvero esitare; ma l'uomo dal mantello fece un altro passo ed un altro cenno.
— Ci rincresce davvero: disse allora uno dei carabinieri; ma non possiamo assecondare il suo desiderio. I nostri ordini sono precisi e formali.
Gian-Luigi, fin dal primo momento che Barnaba era comparso, lo era venuto esaminando con occhio acutamente investigatore.
Hai bel coprirti la faccia, diceva a se stesso, ti riconoscerò quel medesimo ad ogni volta che mi avvenga di vederti.
— Se la è così, disse Francesco, è inutile ogni altro indugio. Andiamo pure, o signori: e tu Giovanni, soggiunse volgendosi a Selva, non tardare a recar di mie notizie a casa mia.
Camminarono verso il luogo dove avevano lasciato le carrozze. Il cocchiere del dottor Quercia aveva gli occhi fissi sul suo pseudo-padrone che si accostava, e questi aveva lo sguardo intento sul suo cocchiere. Fu un cenno leggerissimo di Gian-Luigi, colto a volo da quella faccia furba di cocchiere, o fu veramente che il vivace cavallo attaccato al legno del dottore si spaventasse d'alcuna cosa? Il fatto è che quella stupenda bestia fece un balzo, e, come se avesse tolto la mano al guidatore, prese a correre giù della strada del Parco. Non ci fu più che la carrozza del marchesino di cui si potessero servire i carabinieri per condurre l'arrestato. Vi salirono i militari con Francesco; l'uomo dal mantello salì a cassetta presso il cocchiere e la carrozza partì di trotto serrato.
— Signor marchese; disse Gian-Luigi a Baldissero, il quale si vedeva essere turbato e spiacentissimo di questo fatto: Ella non abbandonerà, ne son persuaso, l'avv. Benda.
— No certo: rispose vivamente il marchesino. Qui è avvenuto non so qual disgradevole equivoco, che mi affretterò a far dileguare. Quanto a difendermi dal sospetto che io possa in alcun modo aver contribuito a questo spiacevole incidente, credo non averne bisogno.
Quercia e Selva s'inchinarono leggermente.
In quella la carrozza del dottore tornava a quel luogo col cavallo affatto ammansato.
— Mi rincresce, disse Gian-Luigi al marchesino ed ai suoi compagni, non poter offrir loro un posto nel mio legnetto. Lo lascierei anzi del tutto a loro servizio, se noi non avessimo il dovere di correre il più sollecitamente possibile in casa Benda.
I nobili avversarii non risposero che con un saluto. Selva si precipitò nella carrozza, e Quercia, salendovi esso pure, diede al cocchiere l'indirizzo dell'officina e soggiunse:
— Di galoppo.
La carrozza partì come una saetta sprigionata dalla cocca.
— Benda avrebbe qualche motivo da temere una perquisizione? Domandò Gian-Luigi al suo compagno, mentre la carrozza andava colla rapidità del vento.
— Pur troppo!
— Bene. Può darsi che arriviamo prima di quelli che verranno a farla. Ella ha tutta la fiducia di Benda e della sua famiglia?
— Sì.
— Ella dunque si affretterà a fare scomparire ciò che possa compromettere il suo amico.
— È quello appunto che pensavo di fare.
Abbiamo veduto come di poco essi avanzassero in casa Benda Barnaba e i carabinieri che venivano a fare la perquisizione.