La plebe, parte II

Part 36

Chapter 363,680 wordsPublic domain

— All'infinito, proruppe con impeto Maurilio; all'infinito e le une e le altre. Me lo disse il mio benigno spirito. Da qualunque parte si volga, qualunque cosa consideri l'uomo, si trova in mezzo a due infiniti, o per dir meglio, egli, nella sua vita contingente e temporaria è sempre avvolto, compreso, perduto nell'infinito. Quando incominciarono ad esistere gli spiriti intelligenti e volenti? Vi fu ella prima una materia senza intelligenze che la guidassero e se ne servissero? La forza necessariamente coesistente alla materia non fu ella sempre l'attributo di un volere che capisce? Il mondo e le intelligenze speciali che gli danno ragione di essere, e l'intelligenza assoluta e prima non coesistettero ab eterno? Ma l'infinito mondo spirituale non ha mandato e non manda che a fiotti su su nella via ascendente del progresso verso l'assoluto forse da non arrivarsi mai, il suo popolo di anime immortali che iniziano la loro carriera dagli ultimi gradi della vitalità nei varii globi dello spazio interminato. L'immensa folla si intorpidisce in quelle dense aure della materialità più crassa e non comincia ad affinarsi che dopo un lungo periodo di tempo, e s'affina così lentamente che lunghe sono le sue stazioni nei mondi e nei gradi inferiori: noi viventi su questo pugno di terra all'epoca presente con tante deficienze tuttavia, siamo spiriti attardatici dall'eternità nel cammino delle esistenze e non pervenuti ancora che a questo misero e debol grado di miglioramento dell'umanità terrestre.

Poichè Maurilio qui si tacque un momento, il suo ascoltatore ne prese occasione per dire:

— Tutto questo è poetico in sommo grado, e non nego che ha del grandioso ed alcun che di logico, onde rimane colpita la mia ragione; ma vi è una quistione precedente ed affatto pregiudiciale, e si è quella dell'esistenza dell'anima immortale. I Francesi sogliono dire che per fare un _civet de lièvre_, conviene prima di tutto avere questo povero diavolo di lepre. Per far passare quest'anima traverso le esistenze come uno scolaro per varii anni del corso universitario, affine di arrivare alla laurea della perfezione, bisognerebbe anzi tutto mettere in sodo che quest'anima esiste. Non è già ch'io voglia sostenerne la non esistenza, ma poichè tu dagli argomenti dei materialisti t'eri lasciato sedurre a credere quell'esistenza una ipotesi non giustificata, bramerei un po' sapere se il tuo spirito ha combattuti quegli argomenti, e come ha fatto per di nuovo radicarti nella credenza contraria.

— Sì, lo spirito combattè il mio errore, e ti dirò in breve le sue ragioni.

«Primo torto dei materialisti è quello di voler applicare le scienze positive, l'astronomia, la chimica, la fisica, la fisiologia a risolvere dei problemi che non sono di loro competenza, e per cui quindi esse non hanno mezzi acconci e sufficienti. La scienza non si occupa immediatamente del problema di Dio e dell'anima; pur tuttavia, considerata senza sistematico preconcetto, quando a tali problemi si vogliano applicare le conoscenze scientifiche attuali, lungi dal favorire la negazione, esse affermano al contrario l'intelligenza e la sapienza delle leggi che regolano la natura e l'esistenza nell'uomo eziandio di qualche cosa che è estraneo e superiore alla materia.

«La scienza certamente ha distrutto l'idea meschina ed affatto umana che di Dio s'era fatta l'antichità. In ogni epoca l'uomo concepisce siffatta idea in armonia col grado di sviluppo del suo sapere e della sua intelligenza. Al Dio vendicativo, appassionato, antropomorfo dei dogmi dell'antichità, il genere umano più illuminato ha da sostituire e viene sostituendo una concezione di Dio che più s'accosta a quell'assoluto cui pure mente umana non potrà mai comprendere; ma l'affermazione dell'intelligenza suprema dirigente si snebbierà sempre più luminosamente, mercè la scienza più vasta, innanzi agli uomini fatti più dotti.

«I materialisti, ridotte al sommo tutte le loro argomentazioni, fondano il proprio sistema su questa affermazione: che le forze onde viene diretto l'universo, non lo dirigono punto, che queste forze non sono le guidatrici della materia, ma ne sono anzi le schiave, e che gli è la materia inerte, cieca, sprovvista d'intelligenza che per forza propria, presa non si sa d'onde, si dirige mercè delle leggi di cui ella è incapace ad ogni modo di apprezzare l'essenza e l'efficacia.

«Questa temeraria affermazione rincalzano essi con ragionamenti che si possono ridurre alla seguente formola: «La forza è una proprietà della materia; ora una proprietà della materia non può essere considerata come superiore, creatrice ed ordinatrice della materia medesima; dunque l'idea di qualche cosa di estraneo alla materia è un concetto assurdo.» Ma essi pongono per prima cosa, come aforisma, ciò appunto di cui è da discutersi, che la forza sia una proprietà della materia: chiamati su questo terreno a provare tale loro asserto, essi non hanno che questo ragionamento: «S'incontrano sempre insieme la forza e la materia: _dunque_ la prima è una qualità della seconda.»

«Ma tutto nell'universo dimostra che la materia è soggetta alla forza. Invano i materialisti si sforzano con delle false deduzioni da false esperienze a provare il contrario. Guardate il mondo inorganico. Tutto in esso è regolato dalla legge. _Numerus regit mundum._ Questa legge si traduce, si rappresenta allo spirito umano colle cifre d'un numero. Tutto è armonia, e l'armonia è composizione di numeri: il suono, il colore, la forma medesima appartengono al numero, perchè ogni figura è determinata dalla cifra. L'ordine numerico regna dappertutto. Il fatto meno significante in apparenza è il risultamento di certe leggi tanto quanto l'avvenimento di maggiore importanza. Di che cosa è capace la materia sola? Che diverrà un atomo d'ossigeno o di carbonio se voi lo immaginate all'infuori d'ogni legge? Supponiamo un istante che questa legge del numero non esiste, noi avremo distrutte tutte le armonie dell'universo. Ora, la facoltà matematica può essa appartenere alla materia? No, poichè gli è la legge che presiede alle combinazioni della materia medesima, che quindi è ad essa superiore e la governa. L'esperimentazione vi dice che il suono, la luce, il magnetismo non sono materia, ma diversi modi di movimento. Ora chi ha ordinato questo modo pel suono e quest'altro per la luce? Chi regola quelle forze? Evidentemente sono quelle forze medesime, od una forza superiore che tutte le abbraccia. La materia non è in tutti questi movimenti che il soggetto passivo.

«Questo pel mondo inorganico; ma se noi passiamo al mondo organico la evidenza d'una forza estranea e superiore alla materia ci si fa più e più sempre luminosa. Dal primo istante in cui si manifesta la vita nei più bassi ordini della medesima, sia vegetale che animale, noi ci troviamo tosto a fronte una forza o legge direttrice che sceglie per ciascuna individualità esistente nel gran serbatoio della natura quegli elementi che sono necessari e li coordina nel modo che occorre per formare e mantenere il tipo della specie a cui quell'individualità appartiene. A chi non appare questa forza organica particolare anche nel regno vegetale, che si potrebbe chiamare lo spirito delle piante, per cui si manifesta un essere virtuale che fa obbedire alla sua esplicazione la materia di cui si giova? Il fatto della scelta degli elementi costitutivi del proprio tipo è un fatto intelligente; ma la materia per sè può dirsi intelligente e capace di scegliere? Essa è puramente passiva, dotata di certe proprietà che la rendono suscettiva di obbedire alle leggi; conviene che queste intervengano per regolarla, ordinarla, informarla. Come potrebbe essa la materia avere un disegno e tendere ad uno scopo? Come, senza intelligenza, produrre degli esseri intelligenti? E come, se si nega lo scopo nelle parti e nel tutto dell'universo, questa materia pur tuttavia agirebbe con risultamenti d'una innegabile utilità finale?

«Dal mondo vegetale passando a quello animale l'evidenza della forza intima che informa gli esseri e ne crea l'individualità, si fa sempre maggiore. È apparso un fatto capitale: la presenza del sistema nervoso che produce e forse direbbesi più giusto perfeziona ed estrinseca la sensibilità (poichè io non vorrei negare che nessuna sensibilità affatto appartenga all'essere pianta) e si fa mezzo e stromento dell'intelligenza. Dallo stato rudimental in cui si trova nei zoofiti sino al suo più compiuto sviluppo nella specie umana, il sistema nervoso è il segno dell'animalità e presiede a dei fenomeni immateriali. L'essere, salendo su per la scala dell'organismo dal vegetale all'animale, acquista via via coscienza di sè, la sensazione, poi la riflessione delle sensazioni, l'intelligenza. Ad ogni grado del suo stato, quella forza intima che è in lui e che lo costituisce si forma intorno colla materia che lo circonda, quegli organi che gli sono adatti e che rispondono alla sua presente condizione virtuale. Gli elementi sono sempre i medesimi, pescati da tutti nel medesimo serbatoio; ma come si farebbe che questa molecola di ferro, che ora fa parte d'un uomo, appartenne ieri ad un altro animale, ad un vegetale, era poc'anzi nel suolo della terra, e tornerà nel suo giro infinito a passare da questi a quelli? Perchè questi medesimi atomi costituiscono ora un corpo, ora un altro, vestono ora una forma, ora un'altra? La materia è sempre la medesima: e s'ella fosse tutt'insieme materia e forza, e se la forza è unica, come può avvenire che produca fenomeni così distinti? La forma degli esseri organici dipende adunque dallo spirito che sta in essi e che si riveste a seconda di materiali elementi. Tutti sono costituiti delle medesime molecole, e non una di essa appartiene in proprio all'individuo che temporaneamente la possiede, ma con vicenda incessante passano tutte dagli uni agli altri. Quando l'essere vivente muore, che cosa succede? Nulla è distrutto, nulla cambiato nella materia; essa è imperitura; non è che la forma la quale si disfaccia: è cessata quella forza intima che disponeva gli elementi materiali in quella certa guisa e li obbligava a regolarsi secondo leggi speciali che son quelle della vita, e con una fenomenìa alquanto diversa secondo la diversità della specie di quell'essere organico: gli atomi tornano esclusivamente sotto la direzione generale delle altre leggi universali della natura. Lo spirito che è stato quello che ha plasmato quella forma, si è ritirato da essa e la lascia cadere e disfarsi.

«Nel corpo umano in un dato tempo non si ha più una sola molecola di quelle che v'erano dapprima[12]; eppure chi oserebbe dire che l'uomo è cambiato? Chi non sa che la medesima volontà, che la medesima intelligenza continuano? Chi non conosce il fenomeno della memoria, il quale se fosse cosa inerente alla materia, questa per intiero scambiandosi, dovrebbe con essa dileguarsi?

[12] È credenza oramai volgare che il corpo umano si rinnovelli affatto nel periodo di sette anni; ma recenti lavori di accurati fisiologisti hanno considerevolmente accorciato questo periodo. Secondo Moleschott, ed altri, il corpo rinnova la maggior parte della sua sostanza in uno spazio di tempo da 20 a 30 giorni.

«Ma quest'essere che nell'uomo acquista la più spiccata personalità sulla terra mediante la più libera facoltà di volere, la più ampia facoltà di comprendere; quest'essere onde viene, qual'è il suo fine passando traverso questa vita, a qual destino è chiamato quando si sciolga dal presente involucro di carne e lasci disfarsi quella forma che la sua forza intima gli ha radunato dintorno?

«Collo studio dell'embriologia fu dimostrato che l'embrione umano passa per differenti fasi, in cui si possono vedere adombrate le fasi diverse corrispondenti per cui nei tempi anteriori ha dovuto passare l'umanità, prima di arrivare alla forma presente. I vertebrati superiori rivestono successivamente, come in abbozzo, i principali caratteri delle quattro grandi classi del loro tipo. In codesto molti videro un'immagine delle fasi cui nel corso delle età antichissime la medesima classe d'animali ha successivamente attraversate, progredendo nella scala degli esseri. Nel vedere la rassomiglianza che l'embrione umano offre successivamente cogli embrioni delle tre classi dei vertebrati inferiori a quella dei mammiferi; si è domandato se lo stato presente non sia un risultamento delle evoluzioni passate e quella una traccia delle evoluzioni medesime.

Or bene, queste che paiono — e forse sono — rivelazioni del passato di questa nostra forma materiale onde siamo rivestiti, dànno eziandio un adombramento del passato che dovette percorrere il nostro spirito prima di diventar degno di circondarsi della forma d'uomo e di costituire quest'essere che nel basso mondo terreno tiene il primato dell'intelligenza.»

— Capisco tutta la tua teoria: interruppe Giovanni. Lo spirito comincia la sua esistenza dai più infimi gradi della manifestazione della vita e traversa tutti questi gradi acquistando sempre nella coscienza e nella volontà, finchè giunge all'essere uomo, ultimo grado.....

— Su questa terra! Aggiunse impetuosamente Maurilio. Qui o in mondi pari a questo avrà più o meno esistenze secondo che più o meno saprà trar profitto della sua incarnazione umana; ma quando di tanto si sarà appurato da poter varcare a mondi superiori, allora prenderà il volo per gli spazi eterei ad arrivare più benedette e più luminose sfere, in cui ad esso maggiormente risplenda il sole della verità e dell'intelligenza. E tutto questo movimento del mondo spirituale frammischiato e serventesi e informatore del mondo materiale: quest'ascensione infinita ed eterna degli spiriti verso l'assoluto che non arriveranno mai, traverso gli spazii dell'infinito, in tutti i mondi che lo popolano, nell'eternità del tempo!... L'uomo ed ogni spirito in qualunque corpo racchiuso, in qualunque mondo vivente, è di questa guisa quale esso stesso si è fatto. Come la sua intima virtualità gli raduna intorno gli organi e le forme che corrispondono alle sue facoltà; così il suo destino, la sua condizione temporaria nelle varie vite gli sono assegnati, per una legge direi così di equilibrio che è la volontà e la giustizia di Dio, dalle condizioni e dallo stato della sua anima...

— E ciò vuol dire: interruppe di nuovo Giovanni: che chi soffre in questa vita gli è per iscontare il difetto di merito che non s'è procurato nelle vite anteriori?

— Vuol dir questo, ma non esclusivamente. Lo spirito fra una ed altra incarnazione riacquista più o meno chiara la coscienza delle esistenze del suo passato, e può abbracciare con uno sguardo più o meno apprensivo, più o meno intelligente, a seconda del grado di elevazione a cui è giunto, il complesso dell'opera sua. Gli è allora che giudica sè stesso, gli è allora che si conosce, che apprezza quanto s'è allontanato relativamente dal bene, gli è allora che quanto più la sua volontà si è predisposta al progresso verso il meglio si pente e si propone correggersi. La sua libera scelta allora può fargli accettare nuove esistenze incarnate in misere condizioni da dover soffrire e lottare, perchè le sofferenze affinano appunto l'anima, per dirla con Dante, ed ogni lotta vinta è un passo stampato innanzi nella via del perfezionamento. Sotto l'impero di questo dogma tutti — tutti senza eccezione — sono _vocati_, e tutti riusciranno eletti; ma successivamente. La vita eterna è per ciascheduno e per tutti una eterna e solidaria educazione. Il destino dell'uomo — che è il destino d'ogni spirito — non è più quello di andarsi ad annientare nel torpore d'una beatitudine eternamente immobile, ma di camminare senza posa nella strada dell'infinito alla ricerca ed alla pratica del meglio.

Qui Maurilio si tacque. Gli occhi splendevano sotto le sue sopracciglia sporgenti, come carboni accesi nelle tenebre d'una stanza la sera; dal pallore del suo fronte pareva raggiare una lieve aureola come pallido chiaror fosforico: la voce, l'accento, l'eloquenza delle parole, che qui troppo male si seppe tradurre nel freddo linguaggio scritto, avevano un calore, un'efficacia, una forza inesplicabile di persuasione onde tutto fu penetrato l'animo di Giovanni.

Questi, commosso, senza poterne dire chiaramente il perchè, strinse con forza la mano dell'amico e si tacque ancor esso; ed ambidue si guardarono un poco in silenzio, le pupille fisse nelle pupille, una corrente di elettricità scambiantesi con soave fremito dall'uno all'altro.

CAPITOLO XXIV.

Fu Maurilio che ruppe di nuovo il silenzio continuando nel suo racconto.

— Io era sempre rimasto in quella specie di torpore che ti ho detto. Nel mio intelletto pareva intanto farsi l'ordine e penetrare la luce; travedevo la ragione dell'esistenza e vi si acquetava l'ansiosa sollecitudine della mia curiosità; ma mi premeva il bisogno che mi venisse parlato di lei! Non ebbi da formolare il mio desiderio in linguaggio di parole; lo spirito me lo lesse entro il cervello.

«— Una legge del mondo morale, così mi disse, che può paragonarsi a quella dell'attrazione e della affinità nel mondo fisico-chimico, governa i rapporti delle anime fra di loro. Te questa misteriosa e potente legge, ordinatrice di altissimi effetti nell'universo spirituale, te attrae con tutta forza verso l'anima incarnata in quella beltà di sembianze. Ch'ella ti corrisponda forse non hai neppur da sperarlo: essa è uno splendido sole, tu un oscuro pianeta soltanto; ma quest'attrazione ti farà aggirarti nell'orbita della luce. Amala, ma santamente, respingendo con ogni maggior tua possa gl'impuri elementi che al nobile affetto vorrà congiungere pur troppo il materiale influsso della carne; amala come l'ideale dell'archetipo cui fa presentire al tuo spirito la favilla di poesia che lo riscalda; amala come la rappresentazione nel bello della forma umana di una maggior quantità di bene; e con siffatto amore il suo pensiero ti sia feconda ispirazione di forti meditamenti e di generosi propositi.

«La forma nebulosa del fantasima si fece allora più e più leggiera; poi svanì del tutto; la fiamma della lucerna mandò un chiarore rossigno più vivo e si spense; io rimasi nelle tenebre e in quel punto mi riscossi tendendo le braccia con ineffabile desiderio verso quella parte in cui era stato e donde era sparito lo spirito, come se lo potessi afferrare e trattenere tuttavia.

«La notte era inoltrata; dalla finestra aperta entrava un'aria fredda che tutto mi aveva intirizzito: mi alzai col capo che mi pesava, la mente quasi direi indolorita, le membra stanche, e mi recai barcollante a chiudere le invetrate. Le stelle scintillavano ancora nella medesima guisa sul fondo oscuro del cielo. Le guardai con pari intentività, ma con più amore ancora di prima. Sentivo me, la mia piccolezza, la mia nullità legata solidariamente a quell'infinita corrente di esistenza svolgentesi per l'infinito. Atomo intelligente e soffrente, mi sentivo abbracciato dalla fraternità universale degli spiriti che amano perchè vivono e comprendono; la vita essendo intelligenza ed amore.

«— Ora vi conosco, esclamai, meravigliosi vascelli che sotto l'impero della legge eterna portate l'esistenza e l'intelligenza traverso l'oceano dell'infinito. Su voi si travaglia e segue il suo destino la gran famiglia degli esseri. Non siete all'infuori di noi, nè astronomicamente, nè spiritualmente, ma con voi il nostro mondo, coi vostri spiriti i nostri siamo parte integrante del gran tutto nell'unità della creazione di Dio.

«Sentii un bisogno immenso di riposo, tanto pel corpo che parevami affranto da non so qual fatica, quanto per la mente che si trovava come dopo lo studio sforzato e la riflessione troppo prolungata di molte ore. Mi coricai e caddi tosto in un sonno profondo e contro ogni mia previsione, senza sogni di sorta. Quando mi svegliai alla mattina, il sole era già alto sull'orizzonte e picchiava allegramente entro i cristalli della finestra. La prima cosa che venne presente al mio pensiero fu la visione della veglia. Ogni incidente della medesima, ogni concetto manifestatomi avevo così chiaro impressi in mente che mi pareva come se me li leggessi stampati in un libro aperto dinanzi. Mi proposi dare ai miei studi, fino allora disordinati, un più preciso, nobile ed utile scopo. Volli con essi conquistare, non la gloria, ma la elevazione morale dell'esser mio..... Aimè! Tutte le risultanze di questi studi ho consegnate in uno scartafaccio che era, come dire, la riproduzione scritta delle vicende, dei travagli e dei progressi del mio intelletto e del mio cuore; e questo confidente, questa espansione del mio intimo _me_, cadde questa mattina nelle mani della Polizia, per essere profanato dagli sguardi vili di quella vil razza di gente..... Ma di codesto, del complesso di opinioni ch'io mi son venuto facendo intorno alle cose politiche e sociali dell'umanità presente, non ora mi sento disposto a parlare. Un giorno, se quelle infelici a me preziose carte torneranno in mio potere, io ti farò leggere in esse l'intiero animo mio; adesso lascia ch'io brevemente compia il racconto delle poche ma sfortunate vicende che mi hanno condotto a quell'accesso di disperazione in cui tu mi hai trovato e da cui mi hai salvo.

«L'amore mi dominava talmente che io quasi avevo perso del tutto l'impero di me stesso. Parco di parole sempre, ero diventato ora d'una profonda taciturnità senza eccezione. Riflessivo sempre, ora avevo la mente perduta in continua astrazione. Un pensiero solo mi occupava: quello di lei. Tutti gli altri erano un nonnulla che non meritavano la menoma attenzione. Ai doveri del mio ufficio badavo svogliatamente, con isforzo non sempre felice, avvicendato da soverchie dimenticanze. Ogni qual volta potessi, scappavo per andare ad aggirarmi sotto le finestre del palazzo di lei, per andarmi ad appostare là dove sapevo, dove presumevo, dove indovinavo ch'ella avrebbe dovuto passare. La miravo fugacemente, un fugace istante, trascorrere come un baleno innanzi ai miei occhi abbagliati, alla corsa dei suoi cavalli, e ne portavo per tutto il dì uno splendore raggiante nel cuore, come chi ha osato fissare il sole e ne va per un poco abbagliato con uno scintillìo di raggi nella retina. Quante altre volte la volli rivedere a teatro! I miei pochi risparmi che avevo potuto fare sul tenue stipendio, li spesi tutti a questo modo. Venuto l'inverno di poi gli era al teatro Regio che accorrevo per passare tutta una sera in contemplazione di quelle sembianze celesti. La somma di spasimi e di diletti, cari quasi del paro e gli uni e gli altri, ch'io provai, parola umana non saprebbe nemmanco adombrare... Nella state, quando ella era partita per la campagna, io era rimasto come privo della miglior parte dell'anima mia... Avevo finito per iscoprire dove fosse la sua villeggiatura; lontano delle miglia parecchie. Sortivo di notte a piedi, per arrivare il mattino in vista del bianco muro che cingeva il vasto giardino; mi arrampicavo sopra un albero per poter gettare uno sguardo sulle finestre del castello indorato dal sole dell'oriente, sulle verdi tratte d'erba, sui viali insabbiati che vi si aggiravano trammezzo per andarsi a nascondere nei meandri d'un folto boschetto; qualche volta avevo la cara fortuna di vederla lei, scorrere con vezzo infantile frammezzo ai fiori, oppure affacciarsi soltanto ad una finestra, quella della sua stanza, e salutare con un sorriso il sereno del cielo, la bellezza d'una giornata splendida come la sua giovinezza. Allora me ne tornavo in città con una provvista di benessere d'intima gioia che rinchiudevo con gelosa cura in me stesso, e che mi rendeva sempre più indifferente a tutto il resto del mondo esteriore.