La plebe, parte II

Part 35

Chapter 353,497 wordsPublic domain

«La quistione del male aveva chiamata la mia attenzione da molto tempo. Senza aver letto Bayle, che ne ha dato la formola, già sgomentavo e confondevo la ortodossia del buon parroco del villaggio colla obiezione di questo inesorabil dilemma: «Se il male esiste, o gli è per volontà di Dio, o contro questa volontà. Ammettendo il primo, Dio non è nè giusto, nè buono; non questo, perchè è l'autore del male, la qual cosa nessuno potrà dire essere bontà; non quello, perchè punisce l'uomo d'aver fatto quel male ch'egli Dio ha creato, a cui perciò ha concorso o cui almanco ha permesso. Se Dio avesse escluso dalla sua creazione il male, l'uomo non l'avrebbe commesso: e una bontà onnipotente non doveva ella far così? Oppure si ammette che il male esiste contro la volontà di Dio, ed allora questi non è più onnipotente, e vi è in questo universo, che voi dite creato da Dio dal niente, qualcheduno o qualche cosa più potente di lui, valendo ad agire contro la volontà di esso, ed è l'autore del male.» A questo argomento il buon Don Venanzio, scandolezzato, tirava in campo le vecchie armi della sua teologia, colle quali la scolastica ortodossa non valse pur mai a rispondere vittoriosamente; e battuto passo passo dall'incalzare del mio raziocinio, si ritirava nell'ultima rocca del _credo quia absurdum_, fulminando colla scomunica le audacie investigatrici della ragione umana.

«La Chiesa diffatti, innanzi a questo che fu sempre il più gran quesito della filosofia, non ebbe mai una risposta trionfante, fuor quella dell'anatema e dell'inquisizione. Anzi, nel suo formarsi traverso lo scombuiamento delle prime età medievali, patteggiò, direi quasi, coll'obiezione, ed amalgamando le superstizioni popolari, alcune reliquie della parte più bassa del culto pagano, le filtrazioni di una diversa teogonia dall'Oriente, costituì al Satana del volgo una potenza per poco non pari a quella del Creatore, e consacrando coll'autorità religiosa le tradizioni e le leggende, fece passare nell'ortodossia l'idea eterodossa d'un semidualismo nel governo dell'Universo.

«La filosofia pagana non s'era volta di proposito a cotal ponderosa quistione. Appena se l'aveva toccata passando; e Platone medesimo, l'idealista, ed Aristotile avevano ammesso una specie di dualismo fra due Eterni: lo spirito regolatore e governatore, e la materia increata, ma da quello regolata e diretta. La società pagana tutta rivolta al bello artistico, in certe circostanze e forme di sua costituzione che escludevano gran parte di quel male fisico che assalse le plebi di poi nel rovinìo di quella civiltà, aveva dirette le sue speculazioni al bene, e non aveva mirato che sotto colori gai, poetici e ridenti i grandi soggetti che s'impongono alla nostra mente: Dio, l'uomo ed il creato. Ma all'infelice vivente nel medio evo, flagellato da mali d'ogni sorta e da miserie incomportabili, questi oggetti sono apparsi in tutt'altra guisa, traverso i suoi dolori e la sua disperazione. Il male lo stringeva da ogni parte e sotto ogni forma, oppressione delle anime ed oppressione dei corpi, servitù più dura che la schiavitù antica, perchè sopportata più impazientemente, mentre la nuova religione e il progresso dell'umanità avevano già fatto entrar nell'animo la coscienza dei diritti individuali e la lusinghiera idea dell'uguaglianza giuridica; violenze inaudite, guerre continue, pestilenze, carestie, tutti i flagelli riuniti.

«Come non credere alla potenza di questo male? Com'era egli venuto al mondo? Avrebb'egli avuto fine?

«Satana, il Dio del male, s'impianta e sovraneggia sempre più nel mondo, anche secondo la dottrina cattolica. Il dualismo, che è base alle cosmogonie asiatiche ed al gnosticismo alessandrino, si insinua nella metafisica, nella morale, per non dire nel dogma della nuova religione, aggiunta nociva all'opera divina del Nazareno. La Chiesa ammette il principio cattivo e lo riveste d'una esistenza reale, che s'impone alla fantasia sotto mille forme mostruose, che riempie di sua potenza la natura fisica con tutti i fenomeni inesplicati dalla scienza bambina, e la natura morale con tutti i giuochi delle passioni non disaminate dalla psicologia in fascie.

«Sulle concessioni fatte al sentimento comune dall'ortodossia cattolica esagera e travalica l'immaginativa popolare, la febbre dello sgomento, l'ebbra cecità dell'ignoranza. Sempre udendosi dai loro sacerdoti minacciare di questa misteriosa potenza, le masse ignoranti finirono per dirsi che ella potrebbe forse con un culto disarmarsi e rendersi loro propizia[9]. L'idea demoniaca favorita dalla Chiesa che credette trarne profitto per sè, si volse in molte parti contro la medesima e suscitò le follie morbose della stregoneria e passò all'eresia, aggiustando per le credenze dell'Occidente una parafrasi del Manicheismo orientale. Satana divenne creatore ancor egli; il mondo visibile è opera sua, cattiva al pari di lui; i monarchi della terra sono necessariamente suoi ministri; le potenze lo servono e la maggiore di tutte, la Chiesa Romana, è la più efficace produttrice del male. Era nata l'eresia degli Albigesi cui dovevano reprimere con tanta crudeltà i roghi dell'Inquisizione.

[9] Bellissimo è a leggersi in proposito il libro di Michelet _La Strega_.

«Con l'amalgama confuso e soverchio delle letture ch'io aveva fatto, in mezzo alle mie meditazioni io mi travagliava inutilmente e penosamente a stringere il vero traverso il combattersi e l'urtarsi, il turbinare di mille diversi, opposti argomenti. La Chiesa cattolica non aveva saputo darne alcuna logica soluzione, ma il cristianesimo — che è cosa ben differente dalla Chiesa — ne aveva pur data una sublime. «Il male — dice in sostanza la vera religione di Cristo — è entrato nel mondo per fatto d'una volontà intelligente, creata libera di scegliere il bene; imperocchè Dio essendo la suprema libertà, ha fatto la creatura ad immagine sua, cioè libera nelle sue determinazioni, epperò risponsabile.»

«Il medio-evo non aveva potuto comprendere questa magnifica risposta, egli che non poteva farsi il menomo concetto della libertà, oppresso com'era e servo in tutto e per tutto, lo spirito ed il corpo. Non potevo allora nemmanco comprenderla io che mi credevo in balìa alla cieca forza della fatalità nemica d'ogni libero arbitrio. E poi mi rispondeva il sofisma: «Se Dio ha creato l'uomo, egli l'ha fatto con tutte le sue facoltà ed attributi, tale e quale. Tutto dunque nell'uomo proviene da Dio, non c'è nulla di possibile in lui che non vi sia per espresso volere di Colui che l'ha tratto dal nulla. Checchè faccia l'uomo, qualunque partito abbracci, egli non si può muovere che in un cerchio designato ed in condizioni già precedentemente stabilite; come dunque, se fa il male può dirsi ch'egli ne sia l'autore, e l'autore a dispetto di Dio?

«A conservarmi nelle opinioni spiritualiste, malgrado le letture cui già m'era avvenuto di fare, fino ad una certa età avevano giovato le apparizioni di quell'essere immateriale alla cui realtà avevo fermamente creduto; cessando queste apparizioni, il dubbio anche sulla verità delle medesime era entrato nell'animo mio. In quella mi cadde tra mano il _Système de la nature_ del barone d'Holbach. L'apparenza scientifica di quel dettato, la logica sofistica delle sue deduzioni, il calore stesso di alcune sue pagine in cui vi par di sentire, traverso la convinzione personale, la voce della verità, mi produssero una grandissima impressione: a ciò si aggiunsero i trattati di Cabanis e di Destutt de Tracy, e persino uno di Broussais che divorai coll'ardore con cui una giovine donna dimentica il volo del tempo nella lettura d'un romanzo. Credetti posto in sodo dalla filosofia, la scienza del ragionamento, e dalla fisiologia, la scienza dell'osservazione, ambe d'accordo, che in noi, che nei fenomeni della vita, che nel mondo universo non v'era che materia, la quale, per necessità di leggi ad essa medesima inerenti, doveva atteggiarsi a quelle varie forme ed a quei varii fenomeni.

«Spogliai l'uomo dello spirito immortale. Non vidi più in esso coi miei autori, che un tutto di organi corporei e di funzioni proprie di questi organi; l'_io_, la personalità umana non fu più un essere, un ente da sè; non fu altro che un fatto, un prodotto dovuto a questa o quest'altra disposizione delle molecole materiali. L'intelligenza e la sensibilità non furono altro più che funzioni dell'apparecchio nervoso, come la trasformazione degli alimenti in chilo ed in sangue, è una funzione dell'apparecchio digestivo e di quello respiratorio. Il pensiero fu una secrezione del cervello, come la bile è una secrezione del fegato e l'orina delle reni. L'esistenza dell'anima non fu più che un'ipotesi, a cui nessuna osservazione non dà fondamento, cui nessun ragionamento rincalza, un'ipotesi gratuita, ed anzi un'idea priva di significato.

«Codeste opinioni mi angustiavano l'anima. Un profondo scoraggiamento, un'apatìa, un intimo sdegno delle cose e di me, un abbassamento nella forza del pensiero ed anco nella nobiltà dei sentimenti, n'erano l'effetto. In me, contro quell'errore del mio intelletto, protestava mutamente la coscienza: ma forse non avrei avuta la forza di scuotere quel dannoso e torpido giogo del sofisma, se l'amore non fosse venuto ad incitarmi l'anima, se nella crisi della suscitata passione non si fossero con più vigore rideste le facoltà del mio spirito.

«E fu a questo mio spirito già scosso entro la mia carne, che venne a favellare il vero lo spirito etereo delle mie visioni.

«Poichè mi ebbe detto il nome della donna all'anima della quale era irrevocabilmente consecrata oramai l'anima mia, la soave apparizione mi guardò un istante immobile, in silenzio, ma con dolcissimo lampeggiar di tenerezza non dagli occhi soltanto, ma da tutta quella vaporosa forma di contorni vaghi e sfumati: quindi non alle mie orecchie, ma proprio sotto il mio cranio, direttamente al mio cervello, non per ondulazioni sonore, ma per immediata comunicazione d'idee, udii suonare con ben altra efficacia, con ben altra eloquenza ch'io non sappia tradurre in parole la sostanza dei concetti seguenti.

«— Tu sei poeta: il pensiero sotto l'impulso dell'affetto si traduce in te facilmente coll'armonia del verso; ma la forma in te, bada che non pigli sopravvento sull'idea e non sciupi in lavoro di espressione la forza che, concentrata, darebbe potenza e virtù al pensiero. Poeta è lo spirito di tanto progredito nella evoluzione della sua esistenza immortale, che può cogliere nei campi dell'eterno vero più chiare apprensioni dell'assoluto, e queste tradurre in opere ed in linguaggio umano a beneficio dell'umanità. Il tempo in cui all'orecchio dell'uomo suonava più gradito e riusciva più fruttuoso il concento melodico dei versi è passato. La fantasia lascia parlare oggidì la ragione; la poesia — l'apprensione del vero — si deve fare oramai colla scienza. Lascia gl'inni, i cantici d'amore, le odi: agisci e parla come uomo che ha uno scopo, che lo vede, e che vuol camminare determinatamente verso di esso, traverso tutti gli ostacoli e i labirinti della via. Quale lo scopo? Migliorar sè e concorrere al miglioramento della famiglia umana a cui la vita terrena t'imbranca: scoprire colla tensione dello spirito, collo sforzo della volontà, collo studio tuo particolare, che si connette e si addenta, come ruota piccolissima in una gran macchina, collo studio della umanità che fu e che è, e di quella eziandio che sarà, complesso meraviglioso di tanti minuti sforzi individuali che forma il progresso del mondo umano; scoprire una maggior parte di vero, e questa diffondere e comunicare ed applicare, se possibile, a vantaggio di tutti.

«Tu ami. — Che cosa t'impone quest'amore? — Farti degno di lei. — Potrai tu giungere sino ad essa in questa corta evoluzione di esistenza che ha luogo sulla terra? — Forse no. — Che importa? — Bisogna lavorare per avvicinarvisi almanco. Non è sospirando inutili versi amorosi che tu riuscirai a spingerti verso di lei nè socialmente, nè moralmente, nè intellettualmente. Consulta l'intima voce del tuo cuore, ed odi ciò ch'essa ti dice. _Excelsior!_ Più su! Più su! nell'immensa catena degli esseri.

«Come per pareggiarne la condizione umana ti conviene salire dagli infimi gradi della scala sociale; così per avvicinarsi alla sublimità angelica di una anima, è forza appurare ed affinare la propria. Il tuo ingegno ti rivela parte dei bisogni dell'umanità presente, la tua esperienza te ne mostra le miserie: applica quella potenza di pensiero cui già raggiunse il tuo spirito ai fruttuosi travagli della scienza sociale, aumenta in te i tesori d'una dottrina il cui complesso e risultamento sia la conoscenza delle leggi che applicate possono migliorare lo stato interno e quello esterno dell'uomo, la morale e la economia pubblica, e quando tu così sarai in possesso d'un barlume di più della verità, fallo splendere agli occhi degli uomini intorno a te. Meriterai di questa guisa innalzarti nella gerarchia sociale: potrai provare che nell'umile corteccia di rovere si trova la verga d'oro; e s'anco l'ingiustizia umana ti lascia cadere e passare ignorato nel mondo, sarà, al chiudersi di quest'episodio terreno della sua esistenza immortale, migliorato il tuo spirito: il tuo spirito, a cui, ora, esso stesso, da false apparenze traviato, ha l'audace stoltezza di non credere!

«Drizza a ciò ch'io ti comunico tutta la tua attenzione: continuava in quella stessa maniera ma con più autorità ancora a susurrarmi entro il cervello la fantastica forma muliebre. Per me è lo spirito di verità e di carità che ti parla. Questo non è senno mio, non è scienza mia, è un raggio del sole dell'intelletto che da me, per divina provvidenza, viene riflesso nell'anima tua. Alle illazioni della tua falsa scienza, alle temerarie conclusioni di un'osservazione parziale che non abbraccia più di un lato meschino della verità, odi ciò che risponde quella cognizion delle cose che, innalzatasi su poggio più elevato, corre col suo sguardo una maggiore estensione di vero.

«Tu ti affanni e bestemmi nell'argomentare intorno alla quistione del male. Or sappi che il senso assoluto che si dà a questi due termini _bene_ e _male_, secondo il dogma dell'antichità, non è esatto. Queste due parole, come tutte quelle che esprimono l'esistenza e i suoi modi, non hanno significazione immutabile nel regno del relativo che è la terra, e pigliano un senso nuovo ad ogni volta che l'umanità concepisce una nuova dottrina generale. In faccia alla verità assoluta non esiste che il bene; il male si risolve in nient'altro che in una negazione maggiore o minore del bene, la totale assenza di questo sarebbe il male assoluto; e questa totale assenza nel mondo è impossibile. Il male quindi non è cosa reale ed esistente per sè, è una cosa negativa, è una privazione, e va cessando a seconda che nel suo cammino fatale — o per dir meglio provvidenziale — l'umanità, come tutta la creazione, si viene raccostando sempre più al bene assoluto. Ciò dà essenzialmente, necessariamente il suo carattere di relatività al male. Nessuna potenza rivale di Dio l'ha creato. Si crea da sè temporariamente, per mancanza di bene. La legge dell'esistenza è il _meglio_[10], val quanto dire l'indefinito, continuato, progressivo perfezionamento. Il male ed il bene da noi percepiti non sono che due aspetti che ci presentano le cose: considerate sotto il rispetto della morale pel bene e male morale; considerate sotto quello del danno e dell'utile pel bene e male fisico; considerate sotto quello dell'ignoranza o della conoscenza pel bene o male intellettuale.

[10] Ciò disse il Leibnitz.

«Il bene d'oggi sarà male domani, perchè domani l'umanità sarà migliore: il bene di ieri è già male al giorno d'oggi; ma mentre il bene diventa male, mai quello che l'umanità ha già giudicato male non ridiventa bene. Adunque il male assoluto, che sarebbe la negazione dell'essere, non esiste; esiste il male relativamente ma di meno in meno, tendendo gradatamente a scomparire: e questo è il progresso, la ragione suprema dell'evoluzione universale. Bene e male sono luce e tenebre. Quello che esiste è la luce; l'ombra non è cosa che esista, è la privazione della luce.

«La legge di camminare verso il meglio è una legge che regola tutta la creazione: all'uomo essa costituisce la sua legge morale. Guarda soltanto la tua meschinissima terra, che è un punto meno che impercettibile nell'infinito numero dei mondi nello infinito spazio: l'evoluzione cosmica nelle fasi della sua esistenza è un incessante travaglio di progressione verso il successivo miglioramento. La geologia ti parla di questi immensi scambiamenti di forme e di condizioni, in cui ti pare la natura siasi provata in vari saggi a raggiungere i tipi della creazione attuale. Non erano tentativi, non erano abbozzi; erano tipi compiuti e i più perfetti possibili nelle condizioni d'esistenza di quei periodi; a voi viventi nell'epoca attuale una maggior perfezione relativa conseguita fa sembrar quelli poco meno che aborti, come fra migliaia di secoli le creature più perfette che abiteranno il vostro globo, troveranno voi imperfettissimi accenni delle loro forme, delle loro facoltà, della loro intelligenza. Del progressivo sviluppo delle facoltà umane ti parlano con linguaggio irrepugnabile l'archeologia, la storia, la legislazione.

«La stessa forza di progressione che ha plasmato e plasma successivamente in tipi sempre più perfetti le forme degli esseri sulla crosta della tua terra, ha dunque regolato il nuovo conquisto d'idee e del successivo più ampio lume di verità nel mondo intellettivo e morale del genere umano. Ma questa è ella una forza, cieca, senza ragione, inerente fatalmente alla materia medesima? No. Questa è la forza dello spirito della vita; questa è la manifestazione mediata nella materia della volontà creativa.

«Ma perchè, potrebbe dirsi, questo lento e travaglioso trascinarsi verso il meglio? Dio, poichè si afferma la sua esistenza, non avrebbe potuto e dovuto far addirittura la creazione perfetta, e così rendere impossibile sempre ogni negazione di bene?

«Ma come volete voi, intelligenze limitatissime, poste appena sul limitare del tempio della verità e della luce, conoscere e giudicare le ragioni dell'intelligenza infinita che è luce e verità assoluta? Anco la luce fisica che vi abbellisce il mondo corporeo avrebbe potuto esser creata di guisa che tutto e sempre ne fosse inondato senza ripari lo spazio; e l'armonia delle cose avrebbe dovuto esser diversa. La creazione diversamente atteggiata avrebbe risposto ad un diverso concetto; ma quello che è nella mente di Dio non può essere che il concetto migliore.

«L'universo non doveva essere pari con Dio; la perfezione nelle intelligenze create, era un fare degli esemplari dell'intelligenza infinita e del bene assoluto: era un assurdo anche per la vostra logica. Lo spirito creatore, essenzialmente ed assolutamente libero, creò spiriti in una relativa libertà contingente, da cui potesse nascere la rispettiva imputabilità, ed aver luogo il rispettivo travaglio provvidenzialmente volontario del proprio immegliamento.

«Gli spiriti innumeri che animano la creazione tutta nell'universo infinito, e che si manifestano col fenomeno della vita prima inconsciente, poi conscia; gli spiriti tutti furono creati semplici colla virtù di svolgere le proprie facoltà apprensive traverso le varie esistenze e colla forza di volontà di determinarsi, forza adattata alle diverse circostanze delle loro condizioni successive. Essi possono così volgersi al bene come da questo astenersi — il che costituisce relativamente il male, e questo graduato secondo la minore o maggiore astensione dal bene. — L'ampiezza, la misura, il carattere di questo bene possibile allo spirito sono diversi, secondo le varie esistenze dello spirito medesimo, diverse fra di loro eziandio per le capacità maggiori, che nelle successive sue evoluzioni, esso viene acquistando. Se quest'individualità di essere volente che chiamiamo spirito od anima, ha nella sua transitoria esistenza conseguito una maggior parte di quel miglioramento che era la relativa perfezione in quel periodo di vita assegnatagli, e' si presenterà alla soglia del periodo successivo — un gradino più elevato nell'infinita scala che ha da percorrere — meglio dotato di qualità, più capace ancora di progresso e di bene: se invece le sue opere furono da quel suo bene possibile più o meno lontane, esso si troverà di tanto meno progredito di quanto fu maggiore o minore in lui la negazione del bene....»

Giovanni Selva, che ascoltava con maggior attenzione e longanimità di quanto si sarebbe potuto aspettare dalla sua spigliata ed impaziente natura, interruppe a questo punto:

— Ma questa è nè più nè meno che la teoria di Dante di cui mi piace, se mi concedi, ripeter qui i versi.

— Dilli pure: soggiunse Maurilio. So a quali vuoi alludere, ma non dispiacerà anche a me il riudirli.

— Eccoli qua:

Voi che vivete, ogni cagion recate Pur suso al Ciel, così, come se tutto Movesse seco di necessitate. Se così fosse, in voi fora distrutto Libero arbitrio, e non fora giustizia Per ben letizia, e per male aver lutto. Lo Cielo i vostri movimenti inizia, Non dico tutti; ma posto ch'io 'l dica, Lume v'è dato a bene, ed a malizia E libero voler: che se fatica Nelle prime battaglie del ciel dura, Poi vince tutto, se ben si nutrica. A maggior forza ed a miglior natura Liberi soggiacete, e quella cria La mente in voi, che 'l Ciel non ha in sua cura, Però se 'l mondo presente disvia, In voi è la cagione, in voi si cheggia, Ed io te ne sarò or vera spia. Esce di mano a lui che la vagheggia, Prima che sïa, a guisa di fanciulla, Che piangendo e ridendo pargoleggia, L'anima semplicetta, che sa nulla; Salvo che mossa da lieto fattore, Volentier torna a ciò che la trastulla. Di picciol bene in pria sente sapore; Quivi s'inganna, e dietro ad esso corre, Se guida o fren non torce suo amore[11].

[11] DANTE, _Purg., c. XVI_.

— Sì: riprese a dire Maurilio: Dante colla potenza del suo genio ha travisto la verità. Ma quella libera scelta ch'egli sembra rinserrare nella cerchia della vita umana dello spirito ha da aver luogo in tutte le sue vite, anche in quelle che si passano prima che arrivi al grado pur tuttavia sì infimo dell'umanità nel nostro pianeta.

— Tu dunque, interrogò Giovanni, ammetti per la nostra anima delle esistenze anteriori alla presente come di quelle posteriori?...