La plebe, parte II

Part 34

Chapter 343,669 wordsPublic domain

«Girai lungamente per le strade e le piazze di Torino, senza direzione, senza pensieri ben precisi nella testa, con tutto un caos di idee indiscernibili e di inesprimibili affetti. Batteva la più limpida luna che esser possa. Quei concenti musicali mi ronzavano dentro il capo, confusi l'uno coll'altro, vaghe reminiscenze che non potevo afferrare e far concrete. Pensavo a lei, pensavo al mio avvenire; poi ad un tratto mi ricordavo del villaggio e della mia infanzia, dei maltrattamenti della Margherita e delle soavi parole e della fisionomia amorevole di don Venanzio; di colpo tutto quel mulinìo di pensieri cessava e svaniva, e mi trovavo colla testa vuota, con una smemorataggine strana e che mi stupiva, con non altra sensazione più che una specie d'indolorimento nel cervello affaticato. I piedi mi si piantavano di per sè a quel punto dove mi trovavo; guardavo stupito o meglio stupidito intorno a me; fissavo la luna, le stelle, l'ombra scura delle case allungata nelle vie, il rossigno chiarore oscillante dei lampioni alle cantonate. Mi riscuotevo in sussulto ed un nuovo èmpito di pugnaci pensieri m'invadeva il cervello.

«Corsi a casa e mi rinchiusi nella mia povera soffitta, entro cui guardava con quella specie di suo calmo sorriso la sembianza di volto della luna. Aprii le invetrate, e la fronte esposta all'aria fresca della notte mi appoggiai coi gomiti al davanzale e stetti là continuando quella corsa matta del mio cervello fra le più strane immagini alla più impossibile chimera.

«La luna venne calando mano a mano, e poi sparì; mi rimanevano dinanzi le stelle tremolanti che mi parevano uno scintillìo di sguardi che mi osservassero dal fondo dall'infinito.

«— Che cosa siete voi, esseri misteriosi dello spazio interminato? Esclamai tendendo loro le braccia con aspirazione dissensata. Soli di mondi innumerevoli, vedete voi travagliarsi nelle vostre sfere l'intelligenza? lottare la vita? palpitare l'amore? Vivete voi? Soffrite voi? Amate voi?.... E perchè? A quale conclusione camminate voi o mondi nell'eterno avvolgimento delle orbite vostre?.... La spiegazione di tutto l'universo è il nulla, il risultamento di tutto il lavoro della immensa natura è una cieca necessità senza ragione che in un momento può distrursi da sè stessa e ripiombare la materia nella fusione primitiva, e noi intelligenze che possiamo apprendere al nostro passaggio un lembo, un adombramento della verità, dobbiamo disfarci e disperderci nel nulla, perchè questa verità intiera non sia mai da nessuna intelligenza, da consciente volontà abbracciata? Perchè avremmo adunque l'idea dell'infinito? Perchè allora quest'amore che mi pare coesista eterno nell'anima mia e debba accompagnarmi nell'eternità del futuro?.... Oh amore! Sei tu dunque l'ultima ragion delle cose?.... Sei tu il centro di attrazione dell'universo? Sei tu il Dio supremo dell'esistente?

«Un fiotto di fede e di poesia invase l'anima mia, su cui era passato l'amaro soffio della negazione. I versi e le immagini sobbollirono nel mio cervello. Mi slanciai al mio tavolino, accesi la mia lucernetta e con mano convulsa sotto l'impeto della pressante ispirazione, indirizzai a quella sublime bellezza che mi era apparsa nella vita, un secondo inno d'amore.

«La testa mi abbruciava, il cervello mi doleva come se la fronte fosse un cerchio di ferro che soverchiamente stringesse l'intelligenza; il mio cranio pareva un letto di Procuste all'espansione del mio spirito; il sangue mi si affoltava nei polsi con penosa violenza. Mi parve ad un punto che il mio collo era troppo debole a sostenere il mio capo invaso e saturo da un mondo d'idee; posai le braccia sul piano della tavola e sopra di esse reclinai la testa occupata da tanta tenzone. Non mi parve chiudessi gli occhi, ma pure innanzi alle mie pupille la fiammella della lucerna si affievolì, si scemò, si ridusse ad un punto impercettibile che pareva una di quelle stelle di menoma grandezza che mi apparivano poc'anzi nell'abisso de' cieli. Dalla finestra che avevo lasciata aperta, entrò un fresco alito di vento che corse ne' miei capelli come la carezza leggiera d'una mano amorosa, che mi temperò l'ardor della fronte sfiorandola come il soffio d'un bacio soave. Nella mia stanza non era tenebra, e non vi era tuttavia luce terrena. Un indescrivibile chiarore pallido, azzurrigno, mite come il riflesso d'una perla, era diffuso intorno a me quasi una nebbia leggiera; somigliava alla luce delle nebulose, cui travede nelle incalcolabili distanze dello spazio il telescopio dell'astronomo. Era un sopore il mio? No. Ero tolto al movimento della vita, alle impressioni più grossolane dei sensi corporei, ma perdurava in me la coscienza di me stesso. Vi ha una razza d'insetti, i cui figli, appena sbocciati vermiciattoli, hanno mestieri di cibarsi del corpo vivo d'un'altra specie di animaletti. I genitori di questi crudeli vermi, i genitori che muoiono tosto dopo allogate nel nido le uova che saranno i loro figli cui essi non vedranno mai; i genitori, dico, per ammirabile guida di quell'istinto che è uno dei più grandi misteri della natura, vanno alla caccia di quegli animaluncoli della cui carne i loro nati avranno bisogno di pascersi, e poichè occorre che questa carne sia viva tuttavia, presili, col loro pungiglione li feriscono in guisa che la vita permane in essi, ma ogni possibilità di movimento è loro tolta da poter difendersi dal morso dei neonati e nemmanco fuggirlo.

«Io era press'a poco in quella condizione. Vivevo e sentivo di vivere, ma nello stesso tempo era come dire sospeso il giuoco per cui la volontà trasmette i suoi cenni ai muscoli per via dei nervi, pareva fra la parte di me che determina e quella che obbedisce, sciolto momentaneamente il legame.

«Tra la luce della lucerna offuscatasi e me, parvemi veder sorgere come un fumo biancolastro, come un vapore, una forma diafana che s'atteggiò a sembianze di donna. Un'intima contentezza mi nacque nel cuore e si dilatò per tutto l'esser mio. Era la mia visione che da tanto tempo mi aveva abbandonato: era dessa che tornava a visitarmi. La medesima incertezza sfumata di sembianze, ma in essa pure il medesimo adombramento di quel soave ed amoroso sorriso. La salutai con un'aspirazione del cuore entro il mio corpo immobile come un cadavere. Ella mi rispose con un moto avvenente del capo, poi si chinò verso di me; udii intorno a me suonare come un lieve susurro; parevami fosse quel venticello della finestra che murmurasse entro i miei capelli. Ma questo susurro, ma questo mormorio parlava. Capii le seguenti parole:

«— Ella si chiama Virginia!

«Virginia! Questo nome si ripetè come da un'eco sotto la volta del mio cranio, penetrò come una dolcezza sino al mio cuore, si stampò nella mia memoria per non iscancellarsene mai più. Intorno ad esso mi parvero raggrupparsi tutte le armonie che avevo udite quella sera o che mi risuonavano ancora in tumulto entro la testa. Mi parve che in vero non altro nome poteva essere il suo fuor di codesto; che dovevo saperlo e che l'avevo dimenticato; che invocandola con questo dolcissimo nome verginale doveva al mio rispondere il suo pensiero.

— E questo, in realtà, è egli il nome di quella ragazza? Domandò Giovanni Selva.

— Lo è: rispose Maurilio. Il mio spirito benigno non mi ha mai ingannato.

— Senti: disse allora Giovanni con serio accento ponendo amorevolmente la destra sulle mani che Maurilio teneva intrecciate sulle sue ginocchia. Io non voglio contraddire per vaghezza di discussione le tue credenze a questo riguardo; ma in faccia ad avvenimenti che escono dalla cerchia comune dei fatti terreni, consentimi, ed anzi deve essere tuo desiderio eziandio, che tali avvenimenti si cimentino alla critica della ragione, e se si potrà trovare ad essi una spiegazione che non esca dai limiti della natura....

Maurilio interruppe vivamente:

— Ma nulla di quanto accade nell'universo mondo, non esce mai dai limiti della natura. Perchè l'uomo non ha tuttavia certificati con una scienza che ha la vista corta alcuni fenomeni cui trova più comodo negare; perchè non ha scoperto ancora le leggi onde questi fenomeni hanno origine e regola, superbamente afferma che quei fenomeni non sono nella natura, e che questa non ha leggi per essi. Ma la diva natura, che è la volontà e la logica di Dio, abbraccia tutto, tutto, tutto, l'esistente ed il possibile, il sensibile e il sovrasensibile; ed è uno strano e temerario rimpicciolirla il volerla rinserrare negli angusti termini dell'intelligibile e dell'apprensibile umano. Per me non vi ha nè sopranaturale, nè oltrenaturale; vi ha una immensa natura di cui l'uomo non apprende che una menoma parte: quella più direttamente in contatto con esso, della quale ha già ampliata colla scienza di molto la cognizione e l'amplierà ancora in avvenire, ma per non giunger mai in questa vita terrena ad abbracciarne pur l'idea del complesso. La chimica e la fisica hanno allargato di molto alla cognizione umana il campo della scienza della natura: le meraviglie dell'elettrico e del magnetismo afferrate dallo studio di questo secolo sarebbero parse cosa sopranaturale alla poca scienza dei nostri padri; la poca scienza di noi rigetta ancora fra le favole e le illusioni fenomeni cui non solo crederà ma spiegherà, come ha spiegato la legge dell'attrazione, la scienza dell'avvenire. Nulla dunque di sopranaturale, bensì di sottratto alla volgarità comune dei sensi dell'uomo...

— Come vuoi: soggiunse Giovanni: ma pur tuttavia mi ammetterai che questi sensi, per quanto volgari, sono dati all'uomo perchè, mercè l'aiuto della ragione, colla potenza riflessiva e critica, e' si faccia capace di tutta quella verità cui possa arrivare. Quando la immensa maggioranza degli uomini, e con a capo di questa alcuni eminenti per ingegno e per istudio, affermano che certi fenomeni sono tutt'altro che esistenti nella realtà naturale delle cose, noi abbiamo un elemento di giudizio irrefragabile per credere piuttosto che la verità è dalla parte di codestoro. Tu mi dirai: sono invece i pochi dall'altra parte che, avendo una organizzazione speciale e più eletta, vedono e sentono meglio e più in là della grossolanità sensitiva della comune degli uomini. Ma chi ci può affidare della verità di siffatta ipotesi? È pur cosa posta in sodo che il cervello umano è, in parecchi individui ed in parecchi casi, soggetto all'allucinazione; nè tu vorrai darmi per apprensioni di alcuna parte di vero i delirii della febbre e della pazzìa, le chimere d'un fantasticante, le immagini dei sogni.

— Chi sa? Ve ne possono essere dell'una e dell'altra sorte: fallacie del senso intimo e fugaci visioni guaste dal mezzo ambiente o dallo stromento apprensivo.

— Ma quale allora la stregua a misurare il grado di attendibilità di queste manifestazioni e sceverarne i vaneggiamenti dalle realtà?

— Quale? Quella ragione che tu invocavi poc'anzi colla sua critica riflessiva.

— Ma la ragione comincia per dire a me che tutto questo è un assurdo.....

— Ciò non è la ragione che lo dice; è un pregiudizio. Se tu, a mezzo del secolo scorso, avessi detto all'uomo più colto di quel tempo di criticismo e di acume osservativo, avessi affermato ad un enciclopedista che sapevi un mezzo di dar moto e spasimi ad un cadavere, il tuo ascoltatore, che voleva appunto mettere in seggie la natura e gettare abbasso tutto ciò che credeva all'infuori di lei; egli che non aveva ancora il menomo sentore del galvanismo, ti avrebbe risposto crollando le spalle che la sua ragione gli diceva la tua assertiva essere un assurdo.

— La ragione, se non altro, mi dice fondatamente che quando d'un fenomeno si può dar la spiegazione che entra nei limiti delle leggi e delle regole conosciute, è pericoloso e nocivo, o quanto meno, è vano andar cercandone di strane spiegazioni che turbano ad ogni modo la logica di quel complesso di regole e di fatti cui comprende l'uomo sotto nome di natura...

— Ne turbano il falso e ristretto concetto; si armonizzano invece in una più ampia apprensione dell'opera di Dio... E quando poi la ragione ti dicesse che colla spiegazione dei tuoi limiti e regole conosciute non si spiega niente?...

— Aspetterei allora a pormene il quesito; e prima di ammettere che la scienza positiva ha torto, vorrei anzi ammettere che la mia intelligenza o il mio organismo sono in difetto. Del resto io vado molto guardingo nel riconoscere la realtà di questi fatti non ispiegabili colle norme della nostra conoscenza scientifica moderna. Il più delle volte tali avvenimenti non sono niente affatto certificati. Ora qui, nel caso nostro, mi trovo a fronte una tua affermazione, a cui mi piace e devo prestare ogni credenza. Ma del fatto così provato nella sua materialità, lasciami cercare la ragione in quei fenomeni che per me sono naturali, non in quelli che eccedono la comprensione ch'io posso avere della natura. Se questa ragione la trovo in tal modo, perchè non mi vi acqueterei più volentieri che non in un ordine nuovo di fenomeni e di leggi a cui ripugna il mio intelletto, e di cui la scienza non mi dà la menoma prova?

— Udiamo adunque la tua spiegazione materialista: disse Maurilio col suo strano sorriso.

— Eccola. Lungo tutta la giornata la tua mente era rimasta fissa in un solo pensiero, la tua anima ferma in un solo desiderio: il pensiero di lei, il desiderio di saperne il nome. La passione, fattasi, appena sorta, gigante nel tuo cuore, la tensione continua della facoltà pensativa, l'effetto straordinario e profondo che fecero sulla tua natura impressionabile una stupenda musica primamente udita, un nuovo spettacolo non visto mai, cagionarono in te quel certo eccitamento nell'organo cerebrale, cui produce con più o meno differenza ed intensità la ebbrezza dei vapori alcoolici, il delirio della febbre, il misterioso fenomeno del sogno, quello stato speciale morboso della parte intellettiva pel quale certe fantasmagorie soggettive prendono proporzioni e natura di cose estrinseche, oggettive e reali. Tu non avevi pensato ad altro di tutto il giorno; era naturale che sognassi di codesto; il tuo organismo è disposto a queste astrazioni della fantasia ed a far concreti questi fantasmi del tuo cervello; nulla di più naturale che ciò succedesse in siffatta occasione e con tanto maggior potenza di verosimiglianza. Tu non hai visto che le idee del tuo cervello prender corpo apparentemente all'infuori di te nella lanterna magica d'un sogno, riflessione anormale ed inconscia del tuo pensiero.

Maurilio scosse la testa, sorridendo ancora a quel modo.

— E come va che questo sogno, che questa riflessione anormale, che questa fantasmagoria morbosa, o come vuoi chiamarla, mi apprese una verità che ignoravo? Poichè il fatto è che quel nome erami del tutto ignoto, e quello dettomi dall'apparizione fu il vero.

Giovanni esitò un poco per cercare una ragione.

— È un indovinamento, disse poi, che forse non si deve che al caso.

— Ah! il caso? Esclamò Maurilio con accento di trionfo. Questa sì che è la spiegazione per cui non si spiega niente: questo sì che è il comodo mezzo d'uscir d'impiccio in ogni più grave quesito che vi affacci la natura e l'anima umana. La creazione? Il caso. L'armonia infrangibile di essa? Il caso. La presenza e la comparsa dell'intelligenza in mezzo al mondo della materia? Il caso..... No: questo cieco Dio, cui crea la cecità dell'uomo, non ispiega nulla. A seconda che sminuisce l'ignoranza umana si restringe l'azione e la potenza di questo nume senza ragione. Noi chiamiamo caso il risultamento di leggi che ci sono ignote così da non averne sospettato pure l'esistenza. Se l'umanità potrà progredire di tanto che legga in tutte le pagine del gran libro di Dio, il regno dell'azzardo, che mano a mano si rimpicciolisce, sarà del tutto scomparso.

Fece una pausa di pochi minuti, recandosi sovra se stesso e stringendosi colle sue grosse mani la fronte vastissima, come per raccogliervi ed ordinare le idee che vi si agitavano per entro. Poscia ad un tratto risollevò il capo e riprese a parlare con più forza, e direi quasi con più autorità:

— Ma non fu questo del nome di lei il solo vero che il mio benigno spirito in quella notte memoranda mi apprese. Ti ho detto che sotto all'influsso di quell'eccelso amore, già la fede aveva ripreso a picchiare alle porte della mia intelligenza per abbattervi la negazione trincieratavisi col sofisma, già aveva invaso l'anima mia colla ineffabile forza dell'affetto; ma difettava tuttavia la ragione logica e suprema che coordinasse gli elementi sparsi, che chiarisse i confusi, che assodasse i dubbi di quel sistema completo di credenze onde si compone la scienza prima dell'uomo: quella di Dio, dell'essere dell'anima nostra e del suo destino. L'amoroso spirito delle mie visioni mi formolò nella parola umana la verità apprensibile dal nostro limitatissimo intelletto dell'essere e della ragion delle cose. Vuoi tu udirla o Giovanni?

— Sì, sì, con molto piacere: esclamò Selva che, non ostante la sua sino allora conservata indifferenza e quasi dovrebbe dirsi ripugnanza a tutto ciò che sapeva di metafisica, di superiore cioè alla ristretta materialità della creazione, sentivasi pur tuttavia vivamente interessato come da una nuova curiosità che ne avesse assalito lo spirito. Parla, chè io ti ascolto con ogni attenzione, non rinunciando certo al diritto di critica della mia ragione, ma non disdegnando a priori le allegazioni e gli argomenti della tua credenza.

Maurilio, senza prepararvisi dell'altro, cominciò a parlare.

CAPITOLO XXIII.

Fra i lettori di romanzi una buona parte non cerca che l'interesse il quale nasce dalla combinazione degli avvenimenti e dalle manifestazioni della passione; codestoro trovano superfluo e fuor di luogo, in un lavoro d'immaginazione come in opera d'arte, tutto ciò che ha la pretesa di toccare gli alti quesiti della filosofia, della scienza, della politica e dell'economia pubblica; impazienti di arrivare allo scioglimento del nodo bene o male raggruppato che si trovano presentato dinanzi dalla favola del racconto, dispettano ogni indugio che nel cammino venga frapposto da considerazioni o da esposizioni che non sieno azione di dramma. Per questi cotali non è scritto il presente capitolo: e siccome all'intelligibilità dell'intreccio drammatico ed alla conoscenza dello svolgimento dei fatti non nuocerà per nulla affatto l'ometterne la lettura; così io consiglio senz'altro chi non si piace di queste cui giudica vane fisime e inutili sopraccapi di filosofia, di saltare a pie' pari l'intiero capitolo e ricominciare al XXIV, dove si riprenderà la catena della narrazione.

Avendo poi in animo di scrivere in questo lavoro la storia non solo dei fatti materiali della vita, ma dell'anima di certe individualità, in cui rappresentate intiere classi, non mi parve potere a meno che affrontare eziandio il gravissimo quesito dell'essere, della natura, del destino oltre questa terra dell'anima umana: quesito che comprende la quistione della coesistenza del bene e del male e quella della divinità. Qual è l'uomo che pensa, il quale, anche quando si tenga attaccato alla fede impostagli autorevolmente nell'infanzia dall'affermazione presentatagli come indiscutibile dei maggiori, pur tuttavia non si trovi in dati momenti faccia a faccia con questi terribili enimmi gettatigli innanzi di forza dalla sfinge della vita? In quest'epoca in cui ogni credenza vacilla e la crosta esteriore, per così dire, di tutto il mondo sociale è una strana miscela di scetticismo indifferente e di audaci negazioni rincalzate da vantati progressi di scienze positive, con qualche chiazza qua e là di vernice d'ipocrisia, a mio avviso, nel substrato dell'umanità, nelle viscere di essa e forse appunto in quelle classi inferiori non abbastanza apprezzate e curate fin qui, di cui tuttavia non si dà abbastanza pensiero la parte gaudente del genere umano; in quelle classi di cui è intenzione del presente lavoro tracciare i principali elementi; in quelle classi che, come già pel passato emanarono dal loro seno il ceto medio, dovranno nell'avvenire dar la materia d'una società diversamente atteggiata e d'una civiltà novella; in quelle classi dico, serpe, e si agita, e fa suo cammino inconsciamente un bisogno di fede nuova, più pura di pregiudizi, meno materiale, più logica, se così posso dire, almanco nella sua estrinseca forma. È inutile il dissimularselo. Le agitazioni politiche, le quali dalla caduta del colosso napoleonico fino ad ora — e non accennano cessare — hanno scombuiato il mondo, non sono che i prodromi d'una rivoluzione sociale; ma questa, come quella politica, non sono che un rimutamento esteriore dell'umanità, il quale avendo luogo nella materia, implica, ed è manifestazione ed effetto d'un rimutamento necessario avvenuto o da avvenire contemporaneamente nello spirito. L'idea domina il mondo: lo spirito regge l'uomo; avete bel decretare con impotenti aforismi materialistici che lo spirito non esiste e che l'idea è una creazione della sostanza cerebrale; sarà sempre la modificazione della parte immateriale dell'uomo che cagionerà e guiderà i mutamenti e i progressi de' suoi fatti esteriori e de' suoi istituti. Perciò voi vedete la quistione religiosa far capolino da per tutto sotto quella politica. Invano la volete escludere; invano volete rimandarla al di poi; riuscirete forse a ritardarne l'aperto scendere in campo; ma, dopo avere assalito l'intelligenza dei pensatori nelle loro veglie travagliose, dopo avere lottato nell'arena scientifica coi crogiuoli del chimico, lo scalpello dell'anatomico e le deduzioni sperimentali del fisiologo, lotta che ne acuisce come cote le armi, e la purga da molti elementi d'errore; dopo avere oscuramente, confusamente agitate le coscienze delle plebi, un giorno scoppierà nelle manifestazioni della vita sociale, non colla violenza materiale, speriamo, ma con quella ancora più irresistibile d'una nuova evoluzione della mente umana che ha bisogno di trovare la sua forma, d'una necessità del progresso.

Io qui non sono nè propagatore di nuove dottrine, nè ambizioso cercator di proseliti; sono espositore soltanto d'un complesso di pensieri a tal riguardo, nel qual complesso mi pare scorgere che s'acquetino le aspirazioni superiori dell'anima, le esigenze della ragione e i dati positivi della scienza moderna.

Ciò detto, l'autore, si rintana nella sua parte passiva, e lascia parlare i suoi personaggi.

* * * * *

— Io t'ho già detto, così parlò Maurilio, che fin da bambino la mia mente era stata assalita dal tremendo quesito delle origini e del fine dell'uomo, che le mie audaci interrogazioni spaventavano la fede tranquilla ed umilmente rassegnata del buon Don Venanzio, e che questa fede medesima cui quel vecchio, virtuoso sacerdote aveva fatto ogni sforzo per radicarmi nel cuore, era venuta meno in me, innanzi all'ardita analisi della mia ragione. L'edifizio scavato a poco a poco sotto le fondamenta da questa potenza d'analisi, a un dato punto crollò per intiero, ed io mi trovai in mezzo alle rovine di esso, innanzi ancora d'aver letto Descartes nella condizione che questi assegna per primo elemento, per punto di partenza all'acquisto della cognizione, con un compiuto scancellamento dalla tavola dell'intelligenza d'ogni affermazione a _priori_.