Part 33
«Una strana idea m'assalse. Mi ricordai ad un tratto di quell'aerea forma che fino dall'infanzia a lunghi intervalli era comparsa ai miei occhi, aveva parlato alla mia mente, confortatrice, consigliera, amorevole protettrice. Da lungo tempo ella non si era mostra più, ed io caduto, per conseguenza di alcune letture, in un nuovo scetticismo — e ti parlerò eziandio, se non l'hai discaro, di questi travagli dell'anima mia — io mi era sforzato a persuadermi che quelle apparizioni erano stati null'altro che fantasimi del mio cervello ed a ritenerle come illusioni morbose della mia immaginativa. L'amore che mi doveva ridonare la fede — la nuova fede su cui ora fonda il mio spirito l'edifizio delle sue convinzioni, dell'enciclopedia umana e delle conoscenze che è giunto e giungerà mai ad acquistare — la fede nel mondo superiore, senza cui manca all'essere uomo un elemento essenzialissimo pel suo proprio svolgimento e perfezionamento — l'amore che doveva ridonarmi questa fede, cominciò per farmi creder di nuovo alla realtà dell'esistenza e dell'intromissione nella mia vita di quello spirito incorporeo che mi era apparso in vaporose sembianze sotto forma di giovane donna.
«Siccome mi era dolce pensare che fosse mia madre a visitarmi pietosa dal misterioso mondo di là della tomba; siccome non dubitavo che gli oggetti postimi addosso nell'abbandonarmi infante non appartenessero a mia madre, e specialmente quel rosario; io presi quest'ultimo dal luogo riposto in cui gelosamente lo custodivo, lo strinsi con passione fra le mie mani, me lo serrai sul cuore che palpitava concitato e con un'aspirazione indefinita, inesprimibile dell'anima, pregai:
«— Madre mia, o qualunque tu sia, spirito mio benigno, vedi il mio desiderio e soddisfalo tu, se puoi. Spirito immateriale, tu devi leggere entro il pensiero, tu devi scorgere entro i segreti ripostigli dell'anima. Vieni pietosa a parlarmi di lei, vieni a darmi quella forza e quel merito che mi possano accostare all'altezza di quella creatura, vieni a svelarmi, sia pur anche il più infelice, l'avvenire di quest'amore che sento, che conosco essersi fatto la ragione e la sostanza della mia esistenza.
«Stetti quasi tremante, con un palpito pieno di dolcezza, con un'intima emozione che mi faceva correre lievi brividi per le vene, stetti, nella mia cameretta invasa dalle ombre della sera, aspettando quell'aura leggerissima d'alito che mi pareva soffiarmi in fronte all'apparizione del fantasma, quell'opalino chiarore in mezzo a cui soleva disegnarmisi innanzi l'incorporea forma.
«Aspettai vanamente.....»
— Ah! Esclamò Giovanni, del quale lo pseudorazionalismo, rincalzato da un po' d'umore beffardo alla Voltaire si ribellava contro la secondo lui puerile credenza nelle apparizioni di esseri estraumani. La tua mente, rinforzata pel crescer cogli anni delle forze fisiche, rinvigorita per gli studi maggiori e più assennati, non era più capace di quelle fantasmagorie a cui si prestava nella puerizia e nella prima adolescenza.
Maurilio fece un lieve sorriso scuotendo la testa.
— Aspetta, aspetta: diss'egli. Tu ti affretti di troppo ad imbrancarmi nel gregge degli uomini positivi che credono soltanto a quell'universo di cui le parti si possono misurare col bilancino e scomporre nella storta del chimico. Ho passato per quello stadio ancor io: fu una crisi cui attraversò fra le tante, quest'anima; come già ti ho detto, l'amore me ne trasse, e l'apparizione dall'amore invocata ed evocata, fu il primo atto che mi riscattò dalla schiavitù in cui ero caduto del materialismo.
— Dunque la tua apparizione ebbe luogo? Domandò Giovanni con più interesse di quanto la sua incredulità avrebbe fatto supporre.
— Sì..... Attesala invano in quell'ora mesta e soave del crepuscolo, che era pure stata quella in cui mi si era presentata la prima volta, io tornai a discredere, e indispettito meco stesso, proverbiandomi della debolezza che mi dicevo esser cagione di cotali vane e sragionate lusinghe, uscii nuovamente di casa per tornare a dare sfogo almeno col moto del corpo, al tumulto dell'anima, all'agitarsi del pensiero.
«Dove mi recassero le gambe, anche senza preciso comando della mia volontà, è facile indovinare. Uscii, riscotendomi, dalla riflessione in cui ero assorto, quando mi ritrovai in faccia al portone del suo palazzo. Mi fu impossibile strapparmi di là. Una forza centuplicata d'attrazione pareva inchiodarmi i piedi sopra i sassi di quel selciato. Il cuore mi batteva, mi batteva; la testa mi era rintronata; gli occhi non vedevano distintamente; i lumi che apparivano dalle finestre mi parevano mandare non raggi ma mille sprazzi di scintille che turbinavano come un fuoco d'artifizio; i rumori mi giungevano al cervello ora come lontani e traverso una tramezzatura soppannata, ora come accresciuti a cento doppi di forza da quasi indolorirmene.
«Stetti colà, di questo modo, non so quanto tempo. La mia mente intanto sognava. Quest'io che s'agita in me vestiva nuove forme e conquistava nuovi destini. Il materialismo che aveva confuso e identificato me spirito a questa miserabil carne che mi circonda, che disconoscendo l'essere intimo e superiore mi aveva fatto credere che intelligenza, volontà e pensiero non erano che risultamenti della materia organata; questo crudele, empio e sofistico filosofismo cedeva di botto le armi all'invasione d'un amore che nulla aveva di sensuale ed aleggiava purissimo nelle sfere della spiritualità. Senza più contrasto riconobbi possibile che quella parte essenziale di me a cui la potenza appartiene di volere e di pensare, fosse di altre forme vestita, più nobili, più acconcie e leggiadre. Sentii nel carcere delle disadatte membra incatenata l'anima: ed è quest'anima cui riconobbi non indegna di amare a quel modo quella tanta idealità incarnata in tanta bellezza.
«La nobile fanciulla rappresentava per me tutto quello che vi ha di superiore negli affetti e nella capacità intellettiva della natura umana. Fin da bambino l'anima mia, inconsciamente, aveva anelato a quel mondo superiore dell'idealismo, dove le deficienze della creazione inferiore nella grossolanità della materia non alterano, non avviliscono, non contraffanno l'archetipo dell'idea divina; il non aver mai potuto attingere colle mie aspirazioni pure un adombramento di quella suprema bellezza, i duri attriti della vita sociale in mezzo alle cui più grosse difficoltà il destino mi aveva balestrato, una scienza insufficiente, carpita, per così dire, a casaccio in mal digeste letture, mi avevano fatto disperare di giungere non fosse che alla soglia di quel mondo superiore, mi avevano fatto negare che quel mondo esistesse. Ad un tratto la luce di quella regione celeste mi raggiava di pieno negli occhi con quella verginale beltà. Io era forse indegno di arrivarlo; ma l'ideale esisteva e la perfezione di forme illuminata dall'idea in quell'essere di fanciulla n'era un'incarnazione sublime.
«Perchè la mia anima non aveva ella vestite delle sembianze che stessero a paro con quelle di lei? Era ella una condanna, od una mia colpa od un'ingiustizia? Era codesto un segno dell'inferiorità essenziale dello spirito mio? Ma se nella chiostra del mio pensiero sentivo una forza che abbracciava i mondi, e più audace che non avessi trovato in altrui, si elevava a battere alla porta dei misteri della creazione! E questo era un mistero terribile e impenetrabile eziandio; ma era: che due anime, forse pari e degne l'una dell'altra per loro intima natura, si potevano trovare quaggiù separate per la disparità delle forme, per la distanza delle condizioni sociali, a distribuire le quali cose è forse una legge eziandio, ma a noi cotanto ignota che la chiamiamo caso. Ora l'opera di questo caso o legge misteriosa potrebbe la volontà umana, collo sforzo portentoso del suo travaglio, distruggere, riparare, sconvolgere? In altri e più speciali termini, il povero trovatello, miserabile, brutto, disprezzato, reietto avrebbe potuto coll'intelligenza, colla virtù, colla grandezza dell'opera sua elevarsi sino alla superba fanciulla, bella, nobile e ricca, che a lui appariva nell'orizzonte della vita come all'umile pastore delle montagne la splendida luce della stella del mattino?
«Ecco il quesito che già mi poneva dinanzi inesorabilmente, come l'enimma della sfinge, la febbre della passione.
«Fino a quando sarei rimasto colà inchiodato a quei ciottoli della strada noi saprei dire; ma un avvenimento me ne venne a strappare. Quella medesima carrozza che la mattina era venuta alla porta del fondaco, uscì di sotto il portone del palazzo. Come un lampo mi passò davanti la visione di quella bellezza colla sua aureola di capelli d'oro. Non deliberai, non pensai, non seppi nemmeno quel che facessi; ma d'un balzo mi trovai seduto sulla predella di dietro della carrozza. Più volte mi avvenne poi di fare quel medesimo; ed ancora ieri sera di questa guisa l'accompagnai al ballo dell'Accademia. La carrozza si fermò alla porta del Teatro D'Angennes. Vidi lei discendere ed entrare colà dentro. Rimasi alcuni minuti perplesso. Non ero ancora entrato mai in nessun teatro: non osavo avventurarmi in quel luogo di cui non avevo la menoma idea; non sapevo come fare; ed una irresistibile forza mi traeva a seguitarla. Cedetti e di slancio m'introdussi nella stanza d'entrata come farebbe chi si gettasse in una voragine di fuoco. Il portinaio mi arrestò domandandomi il biglietto. Arrossito sino alla radice dei capelli, confuso, balbettante, mi feci spiegare che cosa fosse, come avessi da fare per procurarmelo, e mi affrettai a seguire le datemi indicazioni. Pagai ventiquattro soldi, che per me rappresentavano anche allora una somma di qualche rilievo, e seguii i passi di alcuni che entravano eziandio in quel momento.
«Era già tardi: lo spettacolo incominciato e la folla in platea tale che ai nuovi venuti non era possibile più lo entrarvi. Dal di là della soglia nel vestibolo, di sopra le spalle e le teste di coloro che mi erano davanti, vidi un ambiente pieno di luce con in mezzo un lampadario ad innumerevoli fiammelle. I suoni dell'orchestra e i canti degli artisti lo riempivano d'armonia, e le onde sonore di quella musica venivano a percuotermi travelate e ad intermittenze la testa.
«Dello spettacolo mi curavo poco; ma volevo vederla — lei!
«Udii due de' miei vicini che si dicevano: — qui non si può veder nulla. Andiamo su in _paradiso_, chè qualche cantuccio da allogarci ce lo troveremo.
«S'avviarono di fretta su per le scale, ed io li seguii.
«Quando fui al secondo pianerottolo uno di quei tanti usci che erano nei corridoi, l'uscio appunto che si trovava precisamente in faccia a chi finiva di salire quella branca di scala, si aprì. Ne venne fuori un giovane, il quale avendo ancora da dire qualche parola a quelli che eran dentro, tenne un istante, standovi sulla soglia, mezzo aperta la porta. Rimasi piantato là innanzi. Il mio sguardo penetrato là dentro aveva visto disegnarsi sul fondo luminoso del teatro il divino profilo di lei. Ella teneva il gomito appoggiato al parapetto e la testa un po' reclinata posando lievemente sulla mano la guancia; ascoltava più che attentamente con emozione la musica, e la sua mossa naturale, abbandonata, di cui ben vedevasi ella non esser conscia per nulla, era la più graziosa, la più avvenente, la più adorabile ch'esser possa mai.
«Ma ratto la visione fu tolta agli occhi miei. L'uscio s'era richiuso, il giovane era partito senza punto badare a me; io mi ritrovava più impacciato che prima di quel che dovessi fare. Essa era là, così vicino a me, separata soltanto da un uscio e da pochi passi. Ma codesto non mi bastava: gli era vederla ch'io voleva, di ciò avevo bisogno; l'ardente desiderio di contemplarla era insaziato in me e da non saziarsi. Salii di volo le scale che ancor rimanevano; giunsi nel loggione, e capii tosto che doveva esserci colà un punto da cui avrei potuto vederla. Corsi sollecito all'estremità verso il proscenio dalla parte opposta a quella dove avevo visto ch'essa si trovava; dall'ultima apertura d'onde non si può vedere sul palco scenico che da chi si trova in prima linea, ed ancora stentatamente, trovai modo di gettare uno sguardo nel sottoposto teatro. La vidi; e ciò mi bastò. Mi appoggiai colle spalle alla parete, e stetti senza più muovermi, senza più batter palpebra, cogli occhi fissi su quell'adorata visione.
«Come già ti dissi, non ero stato mai in nessun teatro; quel caldo, quell'afa, quel rumore mai non mi avevano avvolto; era un tutto nuovo ambiente per me in cui non sapevo ancora, direi quasi, respirare, e per cui opprimendomisi il petto mi veniva impacciata la circolazione del sangue e procurato di questo un ingombro al cervello. Continuavano per me le percezioni ad essere confuse, pressochè senza giusta misura, ora troppo vive, ora troppo smussate, or tarde, or lente, uno stranissimo complesso che non sapevo più se era vita o fantasmagorìa, se realtà o sogno.
«Musica teatrale e canto drammatico non avevo udito mai. Conoscevo solamente i canti di chiesa e il suon dell'organo che nella mia infanzia al villaggio m'intenerivano l'anima, senza pur ch'io ne sapessi e cercassi sapere il perchè. Di poi, dacchè ero a Torino avevo sentito scuotermisi le fibre e sussultare i nervi a qualche marcia concitata suonata dai corpi di musica della guarnigione. Non conoscevo con linguaggio di melodia che due sole espressioni, la religiosa e la guerresca: tutto il resto degli umani affetti e delle passioni del cuore che trova una voce così efficace nell'infinito degli accordi musicali, era ancora libro chiuso per me. Ero in condizioni tali da rendermi le prime impressioni che ne ricevevo, le più forti e profonde che mai: quelle prime impressioni che in cuor giovenile hanno pur sempre intensità ed efficacia cotanta. Al momento in cui ero giunto ad allogarmi in quel cantuccio del loggione, suonavano pel teatro due voci, una d'uomo e l'altra di donna, due voci soavi che s'accordavano insieme a meraviglia in una melodia piena di passione e d'incanto. Aveva incominciato la voce di tenore, poi quella di donna aveva risposto e per ultimo si assembravano insieme con islancio d'inesprimibile effetto. Cantavan d'amore; si davano un addio, separati quali dovevano essere dalla sorte; si scambiavano un pegno del mutuo affetto che li stringeva, e si giuravano eterna la fede.»
— Buono! Interruppe Giovanni: gli è la _Lucia di Lammermoor_ che tu hai udito.
— Non so, rispose Maurilio, non avevo guardato i cartelloni, non li guardai nè anche di poi, non me ne venne pure il pensiero. Le parole non potevo capir bene, ma capivo a meraviglia la musica, e ne capivo ancora di più il significato e la bellezza, vedendone le emozioni dipingersi sulle sembianze di lei..... Quelle medesime emozioni che provavo io, nascosto nel mio cantuccio, compiutamente ignorato. Ella stava immobile, tutto tutto attenta alla scena, non prestando il menomo ascolto alle chiacchere che colla signora ond'era accompagnata facevano parecchi giovani civili e militari che si scambiavano e succedevano in quella loggia. Io ne vedeva di tre quarti il viso leggiadro, e il puro ovale delle sue guancie spiccava a meraviglia sul fondo rosso della tappezzeria; i suoi occhi di colore indefinito, ora verdi come il mare, ora azzurri come il cielo, ora scuri come una perla nera, limpidi sempre come la stella del mattino, i suoi occhi strani di cui non v'ha pari, di inesplicabile, ma sublime, ma inarrivabile bellezza.....
— Un momento: interruppe di nuovo Giovanni Selva. Sì, gli è vero che gli occhi di quella ragazza sono veramente straordinarii ed hanno una certa segreta malìa che non si può definire; ve ne hanno pochi in verità di tali occhi, ma per bacco non sono i soli, e un paio di simili ce l'hai tu stesso, Maurilio.
— Io? Esclamò il povero innamorato arrossendo sino alla fronte.
— Tu, in verità. Sicuro! Più ci penso e più ci trovo una gran rassomiglianza fra questi tuoi che lucicchiano qui in queste tenebre come quelli d'un gatto e gli occhi di quella nobile donzella. Ma continuiamo il tuo racconto. Che cosa facevano quegli occhi ammirabili ed ammirati?
— I suoi occhi si lumeggiavano così bene delle interne emozioni dell'anima che a me le rivelavano più chiaramente che non avrebbe potuto fare la parola. La tenerezza, la pietà, il nobile diletto delle generose commozioni apparivano nei raggi di quegli sguardi sicuri e modesti, non cercatori nè pur curanti dell'omaggio ammirativo d'altrui, e nella loro indifferenza della gente non disdegnosi nemmanco nè oltraggiosamente superbi. Si vedeva che in quell'anima risiedevano, come in loro proprio luogo, tutti i più degni affetti ed i più nobili sentimenti, i quali in quel punto, suscitati dalla malìa di quella musica, attestavano collo splendore dell'esterna bellezza la loro divina presenza. Oh! come sentii che era capace di sublimissimo amore quell'essere che m'accorsi palpitare com'io palpitava, a quelle onde di meravigliosa armonia! Oh come avvisai che felicissimo sarebbe l'uomo il quale potesse porre una mano su quel cuore e sentirlo battere per lui! A me il solo provare insieme con lei le emozioni di quei momenti, tornava un massimo diletto, pareva una ventura che alcun poco ci raccostasse. Quanti altri erano colà ad udire i medesimi suoni e partecipar quindi delle emozioni medesime! Eppure mi pareva che dalla massa comune noi due soli, ella ed io, ci separassimo per provare più veramente e più altamente quelle sensazioni che il genio del musico aveva voluto suscitare, e percepire più chiaro, più giusto, più completo l'ideale della sua creazione. Non ero geloso di tutti gli altri che dividevano meco la felicità di respirare nel medesimo ambiente di lei, di commuoversi delle medesime dolcezze; nessuno di certo sapeva innalzarsi alla altezza delle sensazioni di quell'angelica creatura; io superbamente mi dicevo che coll'ardore dell'amor mio ci arrivavo. Non ero geloso il meno del mondo di quegli eleganti che nel suo palchetto ciarlavano e ridevano con zazzere arricciate, con baffi incerati, con guanti bianchi alle mani e la lente nell'occhiaia, azzimati, ornati, studiati nell'acconciatura e nelle mosse, leggiadrissimi di bellezze da figurino, ameni fors'anco ed ingegnosi ed arguti nella conversazione e nel motteggio, ma senza un lampo nella fronte e negli occhi d'una superiorità qualsiasi dell'anima o dell'ingegno. Perchè esserne geloso? Ella se ne curava così poco!...
«Lo spettacolo dopo quel canto a due fu interrotto, e grandi applausi suonarono per tutto il teatro durante più d'un quarto d'ora. Capii di poi che un atto era finito. Quel fracasso, a cui non ero abituato, mi rintronava fieramente con dolorosa vivezza entro la testa. Mi serrai al petto le braccia e chiusi gli occhi come se isolandomi per la vista, potessi anche sceverarmi dal baccano di quella folla strepitante in quella gran sala, che si apriva come un vasto pozzo luminoso al di sotto di me, entro il quale mi pareva rimuggisse il demoniaco tumulto dell'inferno di Dante.
«Mi pareva così di rientrare alquanto in me stesso, e ne avevo immenso bisogno. Quel giorno era troppo ricco d'emozioni per l'anima mia. Due tremende rivelazioni mi si erano fatte: quella dell'amore e quella d'un nuovo mondo nell'arte. L'intelligenza vacillava abbracciata tenacemente dalla passione, e sentiva che da questa stretta, fatale come la lotta di Giacobbe coll'angelo, doveva uscirne o ringagliardita con più forti ali al volo, o spossata ed impotente. L'idea vedeva squarciarsi dinanzi un velo, e il suo sguardo penetrava nella zona senza limiti e misure del sentimento dalle forme indefinite, e capiva che scorrendo in quel campo od avrebbe attinto nuova grazia alle sue creazioni, o si sarebbe smarrita nelle incertezze di contorni sfumati d'una sentimentalità senza sostanza. E l'amore intanto mi stringeva come con una tanaglia il cuore, mentre mi cantava sotto il cranio la melodia di quell'ultimo accento d'addio dei due amanti.
«Le palpebre abbassate non mi precludevano così bene l'adito alle pupille della luce ond'era invaso il teatro, che nel campo scuro innanzi ai miei occhi non tardasse ad aprirsi come un cerchio rossigno, il quale allargandosi occupò tutto lo spazio indefinito della mia visione, e nel centro, frammezzo ad un'aureola più luminosa, mi apparve la figura di lei, quale avevo vista testè, quale non avevo che ad aprire gli occhi per vedere viva e reale.
«La contemplai meco stesso, come un'immagine stampata nella mia mente. Intorno alla seria e dolce sua fisionomia aleggiavano, per così dire, le note melodiose di quel canto d'amore onde l'anima mia s'era impregnata; i suoi sguardi lampeggiavano di una luce sovrumana e mi parevano fissi su me raggiandomi addosso un soave calore. Ebbi di botto il bisogno di vedere la realtà di quell'immagine. Aprii gli occhi. Aimè! Essa era volta verso l'interno della loggia e non mi presentava più che le ricche ed abbondanti treccie dei suoi capelli dorati raccolte in un voluminoso ammasso sopra della sua nuca.
«Ricominciarono i suoni ed i canti. Non ti dirò tutte le sensazioni che passarono nell'anima mia, perchè non la finirei più. Era un sogno, un mirabile succedersi di fantasie, di visioni impossibili, di chimere ineffabili. Non vivevo più della vita terrena; ero trasportato come in un'esistenza superiore, con altri sensi, con altre percezioni; ero nel delirio della pazzia o del genio: non mi riconoscevo più me stesso; non sentivo più di me che il mio amore in un turbine d'emozioni inesprimibili.
«Il dramma musicale seguitava la sua splendida evoluzione di melodie. Udii i gemiti della fanciulla innamorata cui sacrificavano all'interesse in un matrimonio abborrito, imponendole un tradimento alla sua fede; udii i canti di festa per le infaustissime nozze; udii la voce di dolor disperato e il grido di maledizione che mandò l'amante tradito, tornato giusto a tempo per assistere all'irrevocabil sanzione di quell'infame patto che gli toglieva l'amor suo per sempre. Rabbrividii, raccapricciai, riarsi. Vissi della vita immaginata di quell'infelice, sentii me stesso trasportato in quegli avvenimenti ed io parte principale; soffrii del dolore di quella musica che piangeva, che minacciava, che supplicava, che malediva. Il concerto sublime, affatto nuovo per me, di suoni e di voci in quel grandioso finale che svolgeva la sua imponente frase solenne, mi produsse un magico effetto. Parevami di sentirmi capace di qualunque maggior virtù, di qualunque eroismo, di qualunque sacrifizio. Per lei, innanzi a lei, avrei incontrato felice la morte del martire....
«Ella pure era trasportata e commossa.... Sì, certo; non era una folle superbia la mia, le nostre due anime si incontravano nei sentimenti medesimi.....
«Come passarono rapidi quei momenti i quali pur tuttavia furono occupati da tanta immensità di pensieri e di sensazioni!.. Ella, prima che lo spettacolo terminasse, si partì. Non potei più rimanere colà neppur io. Feci il possibile per affrettarmi a venir fuori da poterla ancora vedere prima che salisse nella carrozza; ma la troppa gente che era stipata nel loggione, e traverso cui dovetti aprirmi il passaggio, mi ritardò talmente che quando fui alla porta del teatro, la carrozza da cui ella era trasportata più non poteva non che raggiungersi, vedersi nell'oscurità della notte.