La plebe, parte II

Part 30

Chapter 303,718 wordsPublic domain

Gian-Luigi fece un sogghigno di disprezzo e mormorò in mezzo ai denti:

— Ladro!

Ma Nariccia mostrò di non aver udito.

— Ve li pagherò; disse di poi Quercia con brusco accento.

— S'intende che dopo il lunedì, se tardate a venirmi a restituire la somma e pagare il totale degli interessi, ad ogni giorno che passerà, saranno altre 100 lire che s'aggiungeranno al vostro debito.

Il _medichino_ fece con impazienza un cenno affermativo.

— Ed io non vi ritornerò neanche il menomo di questi astucci, finchè non mi avrete pagato in totalità capitale ed accessorii.

— Ma sì, ma sì.... Finiamola per amor del cielo!....

— Va bene, va bene... Vo di là un momento e torno subito.

Nariccia prese il maggiore degli astucci che conteneva un bellissimo diadema e si mosse per uscire; ma Gian-Luigi l'arrestò per un braccio.

— Dove portate voi quella busta?

— Di là..... un momento: rispose l'usuraio, facendo guizzare a destra e a sinistra i suoi occhietti balusanti.

— Per che cosa farne? Tornò a domandar Quercia non lasciandogli libero il braccio.

— Così..... per osservarli meglio, da me solo.... a un'altra luce.....

— Voi volete farli vedere a qualcheduno?

Nariccia esitò un momentino, e poi credette più spediente il confessare il vero.

— Ebben sì..... Ve l'ho già detto ch'io non mi intendo abbastanza di queste cose..... E capirete che per avventurare una somma simile, ho piacere di essere completamente assicurato sul valore del pegno che mi viene offerto. Per fortuna quell'altra persona che mi attende di là, è appunto uomo competentissimo in siffatta materia.....

Quercia lo interruppe con molta vivacità.

— Ma io non voglio che nessuno li veda fuori di voi.....

— No? Disse lentamente e con sospetto Nariccia, deponendo sulla tavola l'astuccio. Riconoscete che questo vostro desiderio non è fatto per rassicurarmi di molto. Nella nostra professione, mio caro, la prudenza non è mai troppa, e se voi non acconsentite a codesto, vi dico in verità che non vi ha nulla di fatto.

Gian-Luigi lasciò scorgere qualche esitazione.

— Se questi diamanti sono davvero quel che voi dite, io vi porterò subito di qua le 50 mila lire: soggiunse Nariccia con tono insinuante.

Quercia diede una scrollatina di spalle che mostrava i suoi scrupoli essere passati.

— Va bene: finì egli per dire. Non temo nulla dall'esame di chicchessiasi; ma soltanto vi prego di levarli dalla busta; non c'è nessuna necessità che si veda questo stemma e s'indovini a chi appartengono.

— Avete ragione.

Nariccia levò dagli astucci i pezzi principali e li recò nel suo studio, dove stava aspettando quell'altra persona ch'egli aveva detto.

Il caso aveva voluto che quello fosse appunto un gioielliere, il sig. X, il quale da canto suo, trovandosi in urgente bisogno di denaro, era venuto da Nariccia per un'operazione uguale a quella che ci aveva condotto il _medichino_, recando egli eziandio da sua parte per pegno alcuni gioielli del suo fondaco.

L'usuraio pose sotto gli occhi del gioielliere i diamanti che aveva recato, e domandogli bruscamente:

— Che cosa ne dite di questa roba?

Il sig. X fece un atto di meraviglia:

— Cospetto! Quei diamanti li riconosco; sono quelli della contessa di Staffarda.

— Ah sì?

— Di certo. Sono il suo gioielliere io, e non è guari ch'ella me li ha dati tutti a ripulire e riattare.

— Benone! Allora voi sapete appuntino quanti astucci ella ne abbia e di quanti pezzi consti tutto il corredo completo.

— Perfettamente.

— Ditemeli un po'.

Il gioielliere fece l'enumerazione e la descrizione di tutti i pezzi, e Nariccia fu chiaro che Quercia glie li aveva recati tutti per davvero.

— E il valore complessivo di tutto quel corredo quale pensate voi che possa essere?

— Affè! se lo si volesse vendere, e ch'io ne avessi i denari, non esiterei a darne duecento mila lire, sicuro di fare un buon contratto.

Nariccia non potè contenere un sorriso.

— Eh eh! si lasciò scappar detto. Io l'avrò forse ad un quarto soltanto di questa somma.

— Come! Si decidono a venderlo per sole 50 mila lire?

— A venderlo no: me lo danno in pegno soltanto; ma prima che chi mi reca questo pegno abbia in suo potere una somma sufficiente da ripagarmi capitale ed interessi, son certo che ce ne passerà dell'acqua sotto il ponte di Po.

— Ho capito.... E chi vi ha recato questo pegno è il dottor Quercia.

— Siete un bravo indovino!

— Ci ho poco merito. Ne ho udita la voce testè quando si è accostato alla porta di questa camera... E le sue intime relazioni con quella povera contessa, tutti le sanno.

— Non occorre, spero, che vi raccomandi il segreto.

— Figuratevi!

Nariccia tornò presso Gian-Luigi colle cinquanta mila lire in denaro sonante.

Abbiamo visto come l'usuraio faceva i suoi conti che quegli stupendi diamanti mai più gli si sarebbero potuti levar dalle unghie: da parte sua il _medichino_, uscendo di quella casa colle tasche piene d'oro, così la pensava seco stesso:

— Domenica sarà il giorno della gran crisi. La mi va bene, ed allora Candida non avrà più bisogno de' suoi diamanti pel ballo di Corte, e Nariccia avrò mezzo di fargli rendere quel tesoro e imporgli silenzio senz'altro per tema di peggio; o la mi va male, ed allora, allora affè un'oncia di piombo nella testa, e buona notte ai suonatori. S'aggiusti chi resta.

Recossi in casa di fretta per riporvi i denari; e là trovò Romualdo, il quale, dopo l'abboccamento con Massimo d'Azeglio, secondo le istruzioni avute da Mario, era venuto a cercare di lui e impazientemente stava aspettandolo.

Gian-Luigi lesse le poche parole scritte dall'emigrato romano, udì la narrazione dell'arresto avvenuto di quest'ultimo fatta da Romualdo, e in brevi detti promise si sarebbe adoperato a vantaggio dell'arrestato, ed avrebbe di sicuro ottenuto non fosse provata la sua identità.

Romualdo partissi; Quercia ripose i denari avuti da Nariccia in un cassettino segreto del suo stipo, trasse da quel luogo medesimo un involto di letterine profumate, la cui calligrafia rivelava la mano d'una donna, e con esse s'avviò alla casa della _Leggiera_.

La cortigiana era scesa allor'allora da letto ed avvolta in una magnifica veste di lana di Persia ovattata e foderata di seta color di rosa, stava sdraiata mollemente nella calda e voluttuosa atmosfera dello stanzino riposto, dove non accoglieva che gl'intimi amici.

Noi sappiamo già che un alto personaggio era stato a toglierla dal dorso nudo del cavallo nel circo per allogarla in quella sontuosità di appartamento nell'onorevole qualità di sua _mantenuta_. Questo alto ma poco stimabile personaggio era un Principe appartenente ad una famiglia regnante in Italia, il quale viveva allora alla Corte del Re di Sardegna, seminando di tollerati scandali il severo e bigotto ambiente della Reggia di Carlo Alberto; Principe di animo poco nobile e di costumi corrottissimi, che traditore alla causa della patria ed a Carlo Alberto suo benefattore nel tempo della guerra dell'indipendenza, messo di poi sopra un trono grande come un guscio di castagna dalla riazione del 1849, si divertiva a far da piccolo Tiberio, o meglio da Alessandro Farnese sui suoi sudditi, finchè cadde estinto senza lagrime di nessuno sotto il coltello di un regicida.

Non era lungo tempo che l'augusto e spregevole personaggio erasi partito dall'alcova della cortigiana, quando il _medichino_, del quale i servi conoscevano i privilegi, era lasciato entrare liberamente nel gabinetto dell'antica amazzone da circo equestre.

Al vedere il giovane, la donna mandò un gridolino di gioia e si sollevò alquanto sui cuscini con cui rifiancava la sua abbandonata persona sopra il sofà.

— Ma bravo, ma bravissimo! Esclamò essa battendo insieme le mani. T'è proprio nata un'idea felice a venir qui in questo momento... Ho avuto una lunga conferenza, troppo lunga, col _Prince charmant_ (così chiamava essa il Duca che sciupava intorno a lei i denari dei contribuenti), e mi ha stanca colla sua nullità principesca. Ho le ganascie che mi dolgono dagli sbadigli rientrati; mi sento bisogno di rifarmi un poco lo spirito, l'umore..... e il resto: e tu sei l'uomo apposta.

Lo sguardo provocatore e il sorriso procace accompagnavano acconciamente le folli parole.

Ma l'aria preoccupata di Gian-Luigi e la sua seria risposta non si acconciarono al tono con cui la _Leggera_ aveva incominciato il colloquio.

— Mia cara, diss'egli colle sopracciglia aggrottate: io mi trovo in gravissime circostanze, in cui si decide o la mia perdita assoluta, od uno splendido trionfo... E tu puoi aiutarmi.

Zoe sorse di scatto, e fu presso a lui, fattasi seria essa pure, mettendogli una mano sulla spalla e fissandolo coll'ardente pupilla del suo occhio d'un grigio verzigno.

— Si tratta di quell'impresa, di cui tu mi hai confidato i propositi e mi hai divisato in nube le fila?

— Sì.

Gli occhi della donna s'illuminarono d'una strana fiamma, vivace ed intensa.

— Tu sai che per essa io sono pronta a dare tutto che posseggo e tutta me stessa... Tu sai che gli è appunto per quei tuoi disegni che tu piacesti supremamente all'anima mia, che vincesti il mio fiero disprezzo degli uomini, che mi hai legata a te corpo ed anima, e per sempre; tu sai che per ciò, più che per ogni altra cosa, io che non ho amato mai nulla, ti ho amato e ti amo..... Parla, comandami, ed io farò tutto quello che vuoi.

— La Polizia pare aver avuto qualche sentore dell'opera nostra; ha posto gli artigli sopra alcuni che senza saperlo lavorano pel nostro successo, me stesso circonda di certe fila di cui sembrami tenti farmi intorno una rete da impigliarmivi. Qualche sospetto incomincia ad esser nato che il misterioso capo di quella schiera di ribelli alla società onde si spaventano i sonni dei felici gaudenti dell'oggi, possa esser io, perchè un accorto esploratore viene frequentando la taverna di Pelone, e quel medesimo, ne son certo, ha proceduto all'arresto di coloro che t'ho detto, e tutt'oggi me lo trovo pertinace seguitatore tra i piedi. Venendo da te, qui sotto le tue finestre, l'ho trovato ancora, come segugio che attende la cacciagione alla posta. Tutto m'indica, e più d'ogni altra cosa l'istinto, che quello è un pericoloso e risoluto nemico di cui bisogna sbarazzarci.

Gian-Luigi s'accostò alla finestra e rimosse la tendolina per guardare nella strada sottoposta.

— Ed eccolo ancora là, soggiunse, i suoi occhi grifagni fissi precisamente sulle tue finestre.

Zoe accorse ancor ella presso i vetri ed appoggiandosi con mossa amorosa a Gian-Luigi, guardò nella strada di sopra la spalla di lui. Vide la tenebrosa figura di Barnaba che sotto la tesa del cappello saettava quelle finestre di occhiate sinistramente espressive.

Nel vedersi guardato dai due giovani, l'agente poliziesco sussultò, abbassò gli occhi e la testa, e lentamente si mosse come per allontanarsi di là.

Ma la _Leggera_ nel vedere quell'uomo aveva fatto un certo moto ancor essa che non isfuggì all'acume osservativo del _medichino_.

— Che fu? Diss'egli, piantando i suoi occhi in quelli della donna. Tu conosci quel cotale? Zoe ruppe in una risatina che era perfettamente naturale e sincera.

— No: diss'ella; ma la mia vanità femminile ha or ora ricevuto un buffetto. Quello che tu mi riveli per un poliziotto io l'ho preso per un innamorato, vedendolo da parecchi giorni girarmi intorno alla lontana e covare con isguardi accesi la mia dimora.

— Da parecchi giorni tu dici? domandò Quercia.

— Sì, forse un mese... L'ho creduto un adoratore cui le povere fortune fanno timido... E poi quella figura, a dirti tutto, mi metteva in un certo pensiero, non so perchè. Non mi ricordo aver avuto nulla mai da spartire con un simile individuo, eppure le sue sembianze non mi riescon nuove. Occupavo alcuni momenti delle mie ore più noiose a cercare di scavar fuori dalla massa dei tanti ricordi del mio passato, se, come, quando e dove avessi visto codestui o qualcuno che gli rassomigliasse; non ci sono mai riuscita, e certo per la buona ragione che di sicuro non ho mai avuto la menoma attinenza con lui. Ora tu hai soffiato sopra tutti i miei castelli di carte. È un poliziotto che ci fa da esploratore. Il malanno lo colga...

— Sì; e bisogna che noi aiutiamo il malanno a far quest'opera buona... Sediamo, Zoe, ed ascoltami.

La _Leggera_ tornò a sdraiarsi abbandonatamente sul lettuccio da sedere; Gian-Luigi si gettò sopra una poltrona che era lì presso; ma si ridrizzò tosto con un brusco movimento nel sentire un oggetto sopra le molle elastiche del seggiolone; si volse a guardare, vide una cosa lucicchiante e la prese in mano.

— Che cos'è codesto? Diss'egli, sollevando un collare che brillava di diamanti. Cospetto! Il gran collare dell'Ordine dell'Annunziata in casa tua!

Zoe ruppe in una gran risata.

— Gli è il mio _Prince charmant_ che ne fa sempre qualcuna delle sue con quella testuccia che ha un cervello da passerotto. Ieri sera è venuto qui dopo il ballo dell'Accademia in tutta l'imponenza della sua _tenuta di gala_, per abbacinarmi collo sbarbaglio della sua montura e delle sue decorazioni; e partendo ha dimenticato il collare[8].

[8] Quest'episodio è affatto storico. Buona parte dei miei lettori lo ricorderà tuttavia.

— Va benissimo: disse allora Gian-Luigi che si compiaceva a fare mandar riflessi sotto la luce dalle gemme e dall'oro di quel collare ch'egli maneggiava con un sogghigno sulle labbra tra di scherno, tra di cupidigia, tra di disprezzo. Ecco un bellissimo pretesto che ci porge il caso, mercè la augusta smemorataggine di quella meschinissima Altezza Reale, perchè tu abbia quanto prima un nuovo colloquio con lui. Puoi fargli domandare un momento d'udienza, e portandogli il suo collare.....

La _Leggera_ interruppe crollando le spalle con una mossa molto irriverente pel suo principesco amante.

— Che io mi scomodi per andare da quel capo d'assiuolo?... Mai più!... Gli scriverò che venga di nuovo, e subito a casa mia per udire urgentissime cose che ho da dirgli, e il babbuino sarà felice di avere da me un secondo abboccamento... Non gli dirò che trattasi di riprendere quel giocattolo, perchè sarebbe capace di mandarmi qualcheduno de' suoi ufficiali a ritirarlo, o di lasciarmelo qui senza crucciarsene dell'altro.

Il _medichino_ seguitava a maneggiare quella collana colla medesima espressione che ho detto poc'anzi nella sua fisionomia.

— Sì, un giocattolo; diss'egli come parlando a sè stesso; ma un giocattolo che rappresenta la potenza, la dignità, l'autorità nell'ordine com'è oggidì organato della gerarchia nella società umana. Derisione della sorte, e ingiustizia dell'assetto presente delle cose! Queste supreme insegne a cui cadono in preda per favore della nascita e per privilegio di sangue? Ad un miseruzzo dall'anima imbelle e dalla mente pusilla, che è una caricatura d'uomo ed una parodia di essere ragionevole! Guardatelo da lontano quel _mannechino_ nella pompa della sua divisa ricamata e degli abbaglianti ordini cavallereschi che gl'ingemmano il petto, vi parrà qualche cosa di degno della riverenza umana; avvicinatelo e superate per esaminarne il valore quella suggezione che ispira, per l'abitudine tiranna della ragione, l'altezza del grado, vedrete sotto la pelle del leone la natura del somaro; grattate quella vernice lucente onde si ammanta e troverete sotto di essa l'ignobile ceppo di legno innalzato dallo scherno oltraggioso del caso sui gradini del trono all'ammirazione della gente.... E intanto in quella massa di esseri pensanti che sta umile, povera e soggetta, che vive nel nulla, cui ingoia il nulla, e viene e passa e si discioglie come la goccia d'acqua nell'immenso mare, fra quegli esseri oppressi sempre, condannati sempre, che hanno torto sempre, per cui esiste il dovere soltanto, e il diritto non mai, quanti per cuore, per animo, per intelletto, più degni e capaci!....

Palleggiò ancora un istante nella mano quel gingillo d'oro tempestato di gemme, come se lo volesse soppesare, e poi lo gettò sopra un vicino tavolo con atto tra d'impazienza e tra di disdegno.

— Bah! non pensiamo a codeste miserie... Ecco ciò di cui ho bisogno tu discorra ed ottenga promessa dal tuo scimmiotto di Principe che faccia sollecitamente.

Come avete indovinato, quello di cui intendeva Gian-Luigi era la liberazione di Maurilio, Giovanni e Francesco, e l'affermazione che Medoro Bigonci non aveva nulla di comune con Mario Tiburzio.

— Non basta, soggiunse di poi il _medichino_, bisogna che S. A. ci tolga eziandio dai piedi l'inciampo di quel poliziotto. Io costui l'ho già raccomandato ad uno de' miei uomini, ed alla prima occasione avrà il fatto suo; ma egli mi par furbo, sta sulle guardie, ed ha molti modi da sfuggire alle mani di Graffigna che può agire soltanto con assai prudenza. Un giorno o l'altro quel demonio di Graffigna saprà pur coglierlo; ma frattanto sarebbe utilissimo che un comando dall'alto, una disposizione d'uffizio lo scartasse dai nostri piedi. Tu mi capisci? Il tuo Principe può valerci anche a codesto.

— Capisco: disse la cortigiana con atto e sembiante molto riflessivi; ma gli è il modo di entrare in codesto discorso che non so trovare, e la ragione per interessare a far ciò l'indolenza di quell'egoista.

— Il modo?.... Una bella donna ha da essere imbarazzata per la guisa di far cascare il suo discorso saltuario più qua o più là?.... La ragione?... Un tuo capriccio è la migliore di tutte; e la minaccia d'un temporaneo ostracismo dal tuo _boudoir_ lo renderà invincibile.

Zoe percosse le mani una coll'altra in aria di trionfo.

— Ho trovato di meglio, e son sicura del fatto mio. Il _Prince charmant_ si è lamentato meco più volte che al Re fossero state narrate certe sue più impertinenti scappatelle e le relazioni che ha meco, per cui il Re gli viene regalando di tanto in tanto qualche buona ripassata. Dirò che il rivelatore di cotali segreti è questo poliziotto.... come si chiama?

— Barnaba.

— Il quale da parecchi dì sta spiando intorno alla mia casa. Sii pur certo che il Principe non glie la perdonerà, maligno com'è sotto la sua leggerezza e nullaggine, e saprà aggiustarlo egli per le feste.

— Sta bene. L'hai pensata proprio a dovere. Allora scrivi subito e sollecita la venuta del tuo Principotto.

La _Leggera_ si fece accostare un tavolierino su cui era un elegante _buvard_ con elegantissimo calamaio, e scrisse di fretta alcune righe sopra un fogliolino di carta profumato.

Quand'ebbe finito, disse a Gian-Luigi suonasse il campanello, ed alla cameriera che si presentò diede ordine il bigliettino scritto allor'allora fosse tosto recato al suo indirizzo.

— Levatemi di qui questo tavolino: soggiunse ella di poi alla cameriera che stava per partire.

— No: disse Gian-Luigi, il quale, mentre Zoe scriveva, era stato dietro di lei guardando con una strana espressione di curiosità la mano della donna a tracciare le parole sulla carta: no, lasciate pur lì quel tavolino e ritiratevi.

La cameriera uscì e Zoe levò sul volto del _medichino_ uno sguardo interrogativo.

— Ho bisogno che tu mi scriva ancora due parole: un nome, al basso d'un pezzo di carta.

Zoe sollevò vivamente la testa e guardò entro gli occhi il suo compagno — il suo complice.

— Un nome! Diss'ella. Il mio?... Che cosa vuoi tu fare del mio nome?

Gian-Luigi atteggiò le labbra ad un diabolico sogghigno.

— Non è il tuo: rispose. Hai tu un nome, povera creatura che appartieni al par di me alla schiera dei derelitti?... Il tuo è un nome d'accatto, simile a quello che si dà al cane od al cavallo dal padrone che l'ha comperato, e cui domani il capriccio d'un altro padrone può cambiare.... Io intendo un vero nome, reale, autorevole, cui la sciocchezza comune è usa di rispettare, con cui si possono coprire onte, vizi e magagne maggiori di quelli a cagion de' quali affettano i sedicenti onesti del mondo di avere a schifo la povera plebe.

— Qual nome? Domandò con sollecita curiosità la cortigiana.

— Quello della contessa di Staffarda.

La _Leggera_ mandò un'esclamazione e stette lì mirando intentivamente nel volto Gian-Luigi. Questi trasse da un portafogli un quadrilatero oblungo di carta e mettendolo spiegato innanzi alla donna, soggiunse accennando col dito l'angolo a destra del foglio:

— Qui scriverai queste parole: Candida Langosco contessa di Staffarda, nata La Cappa.

Zoe appoggiò i due gomiti al tavolino che aveva dinanzi, e sostenendo alle mani il suo mento, disse con voce quasi sommessa e lentamente pronunziando:

— Questo pezzo di carta ha da servire per una cambiale?

— Per un _pagherò_ che devo dare a _Macobaro_.

— E la firma della contessa?...

— Deve starci a rincalzo della mia.

— Perchè non l'hai domandata alla contessa medesima?

— Perchè il suo concorso l'ho già ottenuto in altro modo, e conosco il proverbio che troppo tirando si strappa.

— Ma io non ho la scrittura uguale a quella della contessa.

— Tu hai una calligrafia che molto facilmente può imitare quella di qualsiasi altra donna; e tanto più la scrittura della contessa. Ti osservavo poc'anzi appunto mentre scrivevi e mi son venuto confermando appieno in quella opinione che avevo venendo qui, che cioè tu valessi a rendermi molto bene questo servizio.

— Ancora, per imitare quel modo di scrivere, converrebbe avessi sotto gli occhi un esemplare...

— L'ho recato. Eccoti, le lettere della contessa. E trasse fuor di tasca l'involto che aveva preso nel segreto cassettino del suo stipo.

La _Leggera_ afferrò avidamente quel pacco, lo sciolse e, presa a caso una lettera, si diede a leggerla con un impertinente sorriso sulle labbra.

Povera Candida! Se essa avesse saputo mai in quel momento che le segrete espansioni dell'amor suo confidate in una carta che avrebbe dovuto esser sacra al suo indegno amante, che le più calde manifestazioni della sua sciagurata passione, erano abbandonate in preda allo scherno profanatore d'una cortigiana!

— Anzi, continuava quello sciagurato giovane in cui le sfrenate passioni avevano oramai cancellata ogni delicatezza del senso morale, queste lettere fo conto di lasciarle in deposito presso di te. Possono avvenire molte circostanze in cui elleno diventino un'arma atta a salvarmi da qualche precipizio, entro il quale mi capiti di cadere, e di cui essendo io posto nell'impossibilità di servirmi, tu dovresti valerti a mio vantaggio..... In altro momento ti spiegherò più particolarmente la cosa..... Ora veniamo a quei che più preme..... Questa tua firma mi deve ottenere cinquanta mila lire.

Zoe lasciò andare di mano la lettera della contessa e riprendendo quella mossa che aveva poco anzi, tornando a fissare il suo acuto nel cupo sguardo di Gian-Luigi, disse, pesando bene sulle parole:

— Ma questo è un _falso_ che mi domandi?

Il _medichino_ crollò impazientemente le spalle:

— Ebbene sì: diss'egli con ruvido accento: è un _falso_..... Hai tu paura?

La cortigiana stette immobile e silenziosa, guardando fisso il giovane nella stessa maniera.

— Ne prendo io tutto il carico: soggiunse Gian-Luigi. Se anco la cosa venisse scoperta, chi mai giungerebbe a pur sospettare che tu sei stata a scrivere quel nome? Io ti giuro che non parlerò.

Zoe non disse molto, ma staccò dal mento, cui sosteneva con ambe le mani, la destra, e presa la penna intinta d'inchiostro, sopra un foglio di carta, che aveva vicino, si pose sbadatamente a tracciar dei caratteri, come fa chi prova una penna prima di accingersi a scrivere.

CAPITOLO XXI.