La plebe, parte II

Part 29

Chapter 293,834 wordsPublic domain

Il fatto d'uno sconosciuto che gli si presentava senza ricapiti di sorta, e di colpo veniva a gettargli innanzi il nome di uno dei più esaltati tra i rivoluzionari italiani, era tale da far nascere sospetto anche nel più confidente e nel meno avvisato degli uomini; laonde Massimo stette un momento prima di rispondere, e affondò quel suo sguardo limpido e sereno negli occhi di Romualdo. Ma fu un istante. Osservatore acuto ed esercitato degli uomini e delle cose, il nobile patriota non tardò a leggere sulla fisionomia di chi gli era venuto innanzi l'onestà, la sincerità e insieme quella ammirazione per colui che veniva a supplicare, la quale, anche all'animo degli uomini superiori, è la dolcezza d'un omaggio non disgradito. Fece seder Romualdo innanzi a sè, e con piglio pieno di fiducioso abbandono e tale da ispirare la più compiuta fiducia, disse a sua volta:

— Ella conosce Mario Tiburzio?

Romualdo sentì l'obbligo di spiegare le relazioni che passavano fra lui e l'emigrato Romano, e di narrare il modo onde avevano avuto principio; poi finì per esporre come Mario fosse stato arrestato e al pari di lui tre altri giovani suoi amici, ne disse il modo e raccontò eziandio quanto era stato combinato fra lui e Mario, e quanto egli aveva già incominciato ad operare affine di ottenere distrutti i sospetti della Polizia e liberati i quattro giovani.

D'Azeglio lo ascoltò in silenzio, molto attento e con evidentissimo interesse. Poscia manifestò il più gran rincrescimento delle cose avvenute e il suo grandissimo desiderio che le cattive conseguenze di tali arresti si potessero impedire. Taciutosi un momento, recandosi sopra sè, si volse quindi con vivacità al suo interlocutore, dicendogli:

— È Ella venuta per caso affine di avere in me un altro testimonio da escludere l'identità di Mario?

— No, signore: rispose Romualdo con accento pieno di sincerità. A codesto non avevo nemmanco pensato.

— Tanto meglio!... Per quell'opera avrebbe trovato in me uno stromento affatto inefficace. Io non sono buono a mentire. Non è mica un elogio che mi faccio; è un fatto che espongo. La mia natura è così: a dire il contrario del vero non ci ho gamba, e le parole, se il voglio fare, mi si strozzano nella gola. Tutt'al più posso tacere il vero.

— Io ho pensato che Ella potrebbe aiutarci: disse allora Romualdo: il come, non l'ho nemmeno cercato. Mi sono detto fra me e me: quando egli sappia come stanno le cose non negherà di accordarci il suo patrocinio, e il modo di questo Massimo d'Azeglio saprà trovarlo assai più facilmente e meglio acconcio di quello che io gli saprei suggerire. Non sono stato a riflettere dell'altro, e sono venuto.

D'Azeglio sorrise, stette un poco assorto in sè, guardando traverso la piazza tutto bianca di neve, le brune muraglie del castello, la neve che continuava a fioccare con denso turbinar su se medesima, e in fondo alla scena, per così dire, il severo palazzo reale; poi disse ad un tratto, come cedendo ad un interno sentimento che prorompa:

— Ebbene sia: Ella ha ragione d'esser venuto. Tenterò la salvezza di quei poveri giovani, e con ciò tenterò eziandio qualche cosa di maggiore pel bene d'Italia.

Si tacque un momento quasi cercando le parole con cui aveva da esprimersi; poi crollando lievemente la testa con atto pieno di grazia e d'abbandono e sorridendo di quella sua guisa gentile ed amichevole, soggiunse:

— Io non ho autorità nè influsso di sorta presso nessuno degli alti funzionari che regolano a lor posta lo Stato, anzi sono loro grandemente in uggia ed in sospetto, e una parola mia farebbe peggio; non è quindi a nessuno di essi che penso indirizzarmi. Dacchè sono in Torino, quest'ultima volta, ho sempre pensato di domandare un'udienza al Re; ora le cose sono ad un punto che la desidero e la stimo necessaria più che mai. Domanderò sollecitamente questa udienza, e per essere sicuro del fatto mio, la domanderò per mezzo del marchese di Baldissero, il quale, benchè di opinioni affatto contrarie alle mie, mi stima, e cui io stimo oltre ogni dire. Al Re francamente, insieme con tutte le altre cose che voglio dire, parlerò dei suoi amici, signor Romualdo, e spero di ottenere dal cuore di Carlo Alberto la più clemente risposta.

— E non si può dubitare dell'esito: proruppe Romualdo con un calore contenuto che era un entusiasmo di buona lega frammisto a riconoscenza. Ella avrà tolto dalle angustie la famiglia di Benda, avrà salvata quella di Vanardi; avrà conservato all'Italia dei giovani che son pronti a dare per essa, quandocchessia la vita....

Qui si fermò ad un tratto, e chinò gli occhi con aspetto dubbioso ed esitante, come chi vede affacciarglisi ad un tratto una difficoltà od uno scrupolo di molta rilevanza.

— Ma, soggiuns'egli tosto di poi con accento privo della foga di poc'anzi, ma non di una certa dignitosa sincerità, sollevando di nuovo gli occhi sull'Azeglio che lo guardava sempre con quella sua attenzione benignamente osservativa: ma supplicare di grazia Carlo Alberto, noi... imperocchè gli è come se noi medesimi lo supplicassimo.... noi che in realtà congiuriamo a suo danno e vogliamo abbattuto il suo governo che stimiamo avverso ai destini ed ai diritti della nostra patria!... Lo dobbiamo noi? Lo possiamo in coscienza?...

Massimo d'Azeglio prese vivamente la mano del giovane e la strinse nella sua.

— Bravo! Esclamò. Ecco uno scrupolo che mi piace.

— E poi, continuava Romualdo, l'avere dal Re una grazia anco a quel modo ottenuta, non implicherebbe un tacito impegno da parte nostra di rinunziare ai nostri propositi e disegni? E noi ciò non possiamo fare a niun modo. Un giuramento solenne, e più ancora le nostre convinzioni non ce lo permettono. Fino alla morte, con ogni mezzo che ci si presenti, noi dobbiamo e vogliamo adoperarci per la libertà e per l'indipendenza d'Italia....

— E va benissimo: interruppe con vivacità l'autore di _Niccolò de Lapi_. E ciò dovete fare, e farete, ci conto su. Ma la questione sta nei modi di questo adoperarvi per la santa causa della patria. Certo riavendo da Carlo Alberto la libertà tolta loro dalla sua Polizia, i vostri amici non dovrebbero più vagheggiare nè tentare impresa nessuna che fosse contro la persona o lo scettro di quel Re... Io non voglio saper nulla dei vostri attuali progetti; ma conosco abbastanza le follie e le illusioni di quel partito a cui in disperazione d'altro mezzo avete dato il nome, per esser certo che voi scambiate per attuabili delle chimere impossibili. Non vi domando in nessuna guisa una promessa di rinunziare a quei pazzi disegni di cui le circostanze medesime vi mostreranno l'assoluta vanità. Sono sicuro che a quei propositi vi siete appigliati perchè non vedevate altro modo di agire in pro della libertà: quando io stesso vi possa additare un mezzo più sicuro e più leale da ciò, confido che voi l'adotterete eziandio, rinunciando alle tenebrose congiure.

— Questo mezzo, disse allora Romualdo, è certo quello di cui Ella ha già tenuto discorso a Mario: procedere verso l'indipendenza d'accordo coi Principi, ottenendo da loro medesimi a spizzichi la libertà.

Azeglio fece un cenno affermativo.

— Gli è quello, rispose, e primo fra i Principi in questa strada spero si possa ottenere Carlo Alberto.

— Ma chi si fida di lui? Chi può credere in esso?

— Vi domanderò di credere non alle sue parole, ma alle sue opere..... Senta, signor Romualdo: nell'abboccamento ch'io avrò col Re, il primo argomento del mio discorso non sarà quello dell'arresto de' suoi amici; gli parlerò delle condizioni, dei bisogni, dei desiderii d'Italia, delle speranze e delle aspirazioni di quel gran complesso di spiriti liberali che si viene formando per tutta la penisola, il quale non è più una congiura che si nasconda, non è più una setta, nè manco un partito, ma può dirsi ed è la opinione pubblica, che dalla sua universalità, dalla più chiaramente acquistata coscienza dei suoi diritti, viene prendendo il coraggio di manifestarsi all'aperta luce del giorno. Gli è di questo coraggio che abbiamo bisogno in Italia, più che di quello di cimentare la libertà ed anco la vita in cospirazioni segrete, cui forse la pura ed assoluta morale non approva nemmeno; gli è questa massa di tranquilli patrioti palesi che dobbiamo adoperarci ad accrescere con una legale ed onesta propaganda negli scritti, nei discorsi, in ogni attinenza nostra; perchè accrescendo questa massa aumenteremo sempre più la forza che ha da spingere sulla strada del patriotismo i Principi colle loro forze già belle e ordinate, senza bisogno di convulsioni, di guerra civile e di danni di nessuna specie. Parlerò adunque di codesto al Re, e lo metterò, come si suol dire, fra l'uscio e il muro, per non uscire di là, altrimenti che con una parola definitiva. Se questa sarà qual'io la desidero, e la spero, allora ogni opera di congiura sarà non che inutile, dannosa; e credo abbastanza nel vostro patriotismo per essere certo non la vorrete proseguire; allora non esiterò a chiedere a Carlo Alberto di rimandar liberi que' giovani che domani avrà di certo suoi soldati nella lotta dell'indipendenza. Se invece dalle risposte del Re non avrò la certezza della sua compiuta adesione al nuovo programma nazionale che io gli esporrò in tutti i suoi particolari, allora taccio affatto de' suoi amici e lascierò le cose alla salvaguardia della Provvidenza. Questo proposito le va?

— Compiutamente: rispose Romualdo con accento in cui erano riconoscenza insieme ed ammirativa adesione. Guardi, signor marchese.....

Azeglio lo interruppe sorridendo:

— Ah! lasci stare il marchese, la prego. I miei buoni amici, i popolani di Roma, mi chiamavano sor Massimo; è il modo con cui mi piace di meglio sentirmi a chiamare.

Romualdo s'inchinò.

— Quando Ella ci dica: sul mio onore potete fidarvi di Carlo Alberto, noi ci fideremo.

Massimo rimase un istante in silenzio, quasi come se fosse perplesso. Poi scosse la testa, si alzò e recossi alla finestra, dove si pose a guardare fiso verso il palazzo reale.

— Potrò io darvi quest'assicurazione? Là dentro, fra quelle muraglie laggiù, alberga una sfinge che tiene in pugno i destini d'Italia. Varrò io ad esserne l'Edipo? Uscirà essa, questa sfinge, dal suo cupo silenzio o dal dubbio linguaggio?... Vedremo. Ad ogni modo una cosa posso accertarle: ed è che non sarò ingannatore altrui che ingannato io stesso... ed ho già visto abbastanza di cose e conosciuto di uomini al mondo, per non lasciarmi così agevolmente ingannare.

Romualdo, dopo molti altri discorsi coll'illustre cittadino, uscì da quella modesta camera di locanda più ammiratore e più fiducioso che mai dell'intelligenza, del cuore e del carattere di Massimo d'Azeglio.

CAPITOLO XX.

Il _medichino_, colle buste dei diamanti della contessa di Staffarda sotto il suo mantello, era giunto all'uscio chiovato di ferro dell'abitazione di Nariccia. Giusto che stava per suonare il campanello, un battente dell'uscio si socchiuse e comparvero in quella penombra la faccia pienotta, rubiconda ed ilare di Padre Bonaventura che usciva, e quella terrea, umile e scura del padrone di casa che lo accompagnava fin sul pianerottolo della casa.

Essi continuavano un discorso che all'accento delle loro voci ed all'espressione degli sguardi onde lo accompagnavano doveva dirsi per loro interessantissimo, e Gian-Luigi potè udire le seguenti parole pronunziate dall'usuraio al frate:

— Sì, reverendo. Ella ha dato alla _Gattona_ il miglior consiglio che sia del caso.... Io non penso che quel giovane abbia ad essere ciò che il suo nome e quell'oggetto farebbero sospettare..... Ho delle buone ragioni per credere che _quello là_ non esiste più.... Ma non importa: è meglio cercare di saperne alcun che di preciso, tanto più per riguardo di me che ci ho, più che interesse, alcun rischio da correre.... Dunque la ringrazio ad esser venuto subito a pormene in sull'avviso e accetto affatto il suo suggerimento: non dir nulla e far agire con prudenza la _Gattona_, per aspettare di poi a prendere una risoluzione a cose meglio chiarite. Chi sa che non ci sia poi in codesto qualche buon mezzo di nostro vantaggio!...

Vide in quella nello scuriccio del pianerottolo staccarsi dal fondo nero della scala che si affondava al di sotto la figura d'un uomo che s'accostava.

S'interruppe sollecitamente, dicendo:

— Ah c'è qualcheduno qui; ed aguzzò i suoi occhietti birci per conoscere chi fosse il nuovo venuto.

— Buon giorno, Nariccia: disse Gian-Luigi, abbassando la falda del mantello onde si copriva la parte inferiore del volto: sono io.

— Ah ah! siete voi, dottore: esclamò Nariccia. Gli è di me che cercate?

— Appunto. Ho bisogno di parlarvi.

— Io vi lascio colla buona ventura; disse colla voce melliflua che gli era abituale il gesuita; e Dio vi tenga nella sua santa grazia.

— _Amen_: rispose tutto compunto l'usuraio torcendo il collo: mi raccomando alle sue preghiere, reverendo.

Padre Bonaventura fece un movimento colla mano che tramezzava fra un segno d'addio ed un atto di benedizione sacerdotale, e s'avviò senz'altro giù della scala.

— Venite avanti, dottore: disse allora Nariccia a Quercia, levandosi di mezzo ai battenti per lasciarlo passare, ma rimanendo lì presso l'uscio colla mano sulla serratura per esser egli a chiudere l'imposta quando l'altro fosse entrato. È forse cosa di premura quella che mi avete da dire?

— Sì, piuttosto: rispose Gian-Luigi penetrato nello scuro andito che conduceva alle diverse stanze del quartiere.

— Allora, soggiunse Nariccia, il quale chiudeva intanto la serratura colla chiave a doppia mandata, e faceva scorrere un paletto dall'una all'altra imposta dell'uscio; allora vi darò udienza subito.

— Mi farete piacere.

In quella, Nariccia che aveva finito di serrare, si voltò verso l'interno dell'appartamento; ma in quel moto fatto un po' in fretta, sembrò che un capogiro lo prendesse; gli occhi gli si appannarono, le gambe parvero mancargli sotto, le guancie gli si arrossarono e poi impallidirono subitamente, ed egli si tenne al muro del corridoio quasi temendo cadere.

— Che cosa avete? Gli domandò Quercia che vide codesto.

L'usuraio si era già compiutamente rimesso.

— Nulla, nulla, rispose. Gli è da qualche giorno che mi piglian così delle vampe al capo, e mi sento come a girare il cervello.

— Uhm! disse Quercia esaminandolo, alla vostra età, colla vostra complessione, codeste non son cose da non farci attenzione. Sono venuto a trovarvi come avventore; ma credo che fareste assai bene ad accettarmi anche come medico.....

Nariccia ebbe di subito paura che Gian-Luigi colle sue cure da medico intendesse ripagato di poi quel servizio che veniva a domandargli; e siccome ciò non gli piaceva niente affatto, fu lesto a rispondere:

— Vi dico che non è nulla e ch'io non ho bisogno di nessun medico.

— Tanto meglio!

Quercia era giunto all'uscio che metteva nello studiolo dell'usuraio, ed alzò la mano alla gruccia della serratura per aprirlo.

— No lì: disse sollecitamente Nariccia, trattenendolo. Costì c'è un altro che è venuto testè per parlarmi eziandio, ed è affatto inutile che vi vediate reciprocamente.

Gian-Luigi si ritrasse con premura da quell'uscio ed abbassò la voce di cui sino allora aveva usato nel suo tono naturale.

— Avete ragione, disse, m'è più caro non esser visto.

— Venite dunque nella mia camera: soggiunse l'usuraio, e poichè mi dite che sono cose di premura quelle onde volete discorrermi e siete un vecchio amico, darò a voi la precedenza, e farò ancora aspettare quell'altro.

Introdusse il _medichino_ nella sua fredda camera in cui non una favilla di fuoco a temperarne la gelata atmosfera; gli additò per sedere una semplice seggiola col piano poveramente impagliato, e presane una pari sedette egli stesso in faccia al suo visitatore.

Alla luce, che era maggiore in quella stanza che non nel corridoio, Gian-Luigi vide nel volto di Nariccia certi indizi che, per quanto poco foss'egli addentratosi nello studio della medicina, eragli facile conoscere come sintomi di un male minacciante.

— Nariccia, diss'egli osservandolo bene, la vostra indisposizione non è poi tanto quel nulla che voi credete. Se voi mi date retta vi farete fare qualche cosa.

L'usuraio fece un sogghigno che voleva essere malizioso, e crollò le spalle.

— Ecco lì! I medici vogliono sempre trovar dei malati, come gli avvocati vogliono farvi litigare.

— Rassicuratevi: disse Quercia che comprese il segreto sentimento del suo interlocutore. In me vedete tutt'altro che un medico in cerca d'un cliente. Sapete bene ch'io non esercito la professione. Posso dar qualche consiglio _gratuitamente_ (e pesò sulla parola) ad un amico, ma non mando mai nessuna lista di _visite_ a chi abbia avuto tanta fiducia in me da consultarmi.

Nariccia accostò la sua seggiola al dottore.

— Bravo! Diss'egli. È quello che ci vuole per me. Io non sono mica — grazie a Dio ed alla Madonna della Consolata — così malato da aver bisogno d'un medico; ma tuttavia il vero è che da un po' di tempo mi sento così, tutto stonato, e che qualche buon consiglio d'uno che se ne intenda mi può venire molto a taglio.

Gian-Luigi prese il polso dell'avaro, ne esaminò la lingua, gli fece trarre il respiro con forza, e poi gli disse freddamente:

— Mio caro, voi siete minacciato niente meno che d'un colpo apoplettico.

L'usuraio fece un sobbalzo sulla seggiola e il volto gli s'impallidì sotto la tinta terrea della sua carnagione.

— Un colpo apoplettico! Esclamò egli con voce mal ferma..... La Santa Madonna del Carmine mi tenga lontana una tanta disgrazia!..... Dite voi per davvero?

— Davverissimo! Voi avete dalla natura le più belle disposizioni del mondo per avere un accidente, e la vita che fate è adatta a bella posta per aiutare quelle disposizioni...

— Come! La vita che faccio? A me par tutt'altro. I colpi apoplettici vengono a quelli che si nutriscono di robe grasse e sostanziose, che son ghiotti! ed io invece non uso che i più frugali cibi.....

— Sì, delle porcherie, le quali non vi procurano altro che cattive digestioni, e queste son quelle che vi giuocheranno un giorno o l'altro qualche brutto tiro. Tutti gli eccessi non valgono nulla per la salute, e se i ghiotti si rovinano per eccesso di cose nutritive, voi vi rovinate per l'eccesso contrario, caricando il ventricolo d'una massa di alimenti poco acconci ad una buona e normale nutrizione. E poi, vi par egli alla vostra età di dover aver così poco riguardo a voi stesso? Siete sempre chiuso in questo antro mefitico, e qui dentro, affè di Dio, vi si gela come in una ghiacciaia....

— Io non patisco il freddo: perchè avrei da gettare via i denari per abbruciar della legna?

— Non patite il freddo! Bravo! Ma intanto questa temperatura da Siberia vi restringe di troppo il sistema venoso, la circolazione del sangue si fa impacciatamente, e nulla favorisce di più le congestioni. Voi siete minacciato da un travaso nel cervello.

— Misericordia!.... E che cosa fare per antivenirlo?

— La miglior cosa sarebbero due buoni salassi, quanto meno un'abbondante operazione di mignatte.

Nariccia scosse la testa con risoluta negazione.

— Siete pazzo? Mettermi a letto e starci parecchi giorni in questa fine del carnovale, in cui c'è tanto da fare e c'è il mezzo di guadagnare qualche cosa... Ditemi qualche altro rimedio più conveniente ai miei interessi.

— Ah! se preferite gl'interessi alla salute....

— Che? Non ci sarebbe un altro mezzo?

— Così sicuro, no; ma tuttavia una certa diversione potrebbero farla degli attivi purganti.

— A questo posso acconsentire. Sì.... scrivetemi voi una brava ricetta che mi faccia proprio bene... S'intende che la scrivete come amico, non è vero?

— Sì, sì, state tranquillo; rispose Quercia ridendo; non manderò per essere pagato.

Si alzò, depose sopra un tavolino le buste che teneva sotto il mantello e scrisse un'ordinazione. Gli occhi di Nariccia si posarono curiosi ed interrogativi su quelle buste coperte di marocchino rosso ornato di filetti d'oro con impressovi in oro eziandio uno stemma ed una corona comitale.

La sua curiosità non potè frenarsi: tese egli una mano con una mossa avida e riguardosa nello stesso tempo, da paragonarsi a quella del gatto che colla zampina cerca levare il marrone dal fuoco, afferrò la più grossa di quelle buste e l'aprì. Una voce di stupore e d'ammirazione uscì dal suo petto quasi involontariamente.

— Che magnifici diamanti! Esclamò egli mentre i suoi occhi scintillavano come se la luce di quegli stupendi brillanti si ripercotesse nelle sue pupille.

Gian-Luigi alzò con calma il capo, guardò freddamente Nariccia e disse col più semplice tono di voce:

— Gli è appunto di ciò che son venuto a parlarvi.

E continuò a scrivere la ricetta. Quando ebbe finito la porse all'usuraio dicendogli:

— Prendete subito questa roba, oggi stesso, e spero ne avrete giovamento.

— Sì, grazie: rispose Nariccia, prendendo la carta dalle mani del _medichino_; ma i suoi occhi birci erano sempre fissi sul luccicar dei diamanti, e la sua salute in quel momento gli era quello a cui pensava di meno.

— Non è vero che sono stupendi? Disse Quercia con tutta indifferenza.

Ma sul primo effetto, cui non era stato capace di padroneggiare, Nariccia aveva già fatta prevalere la riflessione. Il _medichino_ gli aveva detto che di ciò appunto era venuto a parlargli. Certo trattavasi di qualche transazione in proposito. Il mercatante, no, dirò meglio l'usuraio, aveva già preso il sopravvento, e fu con tono reso affatto impassibile che Nariccia rispose:

— Mi par veramente che sieno belli, ma questa non è la mia _partita_: io non me ne intendo di molto, e non potrei portarne un giudicio proprio esatto.

— Lasciate un po'; voi ve ne intendete benissimo, e siete maestro anche in questa come in tante altre materie.... Aprite, aprite tutte quelle buste, contemplatene a vostro agio il contenuto, e quando vi sarete fatta un'idea del valore di questo tesoro che vi ho recato, allora vi esporrò la proposta che sono venuto per farvi.

Nariccia, ora compiutamente padrone di sè e in sull'avviso per dissimulare le impressioni che la vista di sì ricchi brillanti produceva in lui, aprì con calma gli astucci e guardò con freddezza tutti quei diamanti che luccicavano di mille fuochi anco nella penombra di quella stanza a stento illuminata dalla luce grigiastra della giornata nevosa.

— Che cosa ne dite? Domandò di poi il _medichino_ che teneva i suoi occhi ardenti fissi sul volto impassibile dell'usuraio. Che valore assegnereste a questo tesoro?

— Ma! Esclamò Nariccia facendo spalluccie. Se fossero tutti veri....

— Ne dubitereste?

— Allora potrebbero benissimo valere parecchie decine di mila lire....

— Delle decine! Proruppe Quercia con voce concitata. Siete proprio sempre quel medesimo!... Dite delle centinaia...

— Oh oh! delle centinaia... Non esagerate.

— Vi dico di sì... Non c'è manco la regina che ne abbia dei più belli.

— Uhm!... Ma veniamo a noi... Qual è questa proposta che siete venuto a farmi?

— Ho bisogno urgente di cinquanta mila lire.

A queste parole l'usuraio cristiano fece il medesimo sobbalzo quasi spaventato che aveva fatto l'usuraio ebreo.

— Dio buono! Cinquanta mila lire!...

— Solamente per pochi giorni... Voi ci metterete il tasso che più vi piace e vi lascierò in pegno questi diamanti.

— Per quanti giorni?

— Fino a lunedì mattina... Allora verrò infallantemente a riprenderli e a riportarvi il vostro denaro.

— Cinquanta mila lire, affè, sono troppe... Ve ne darò trenta mila coll'interesse di 50 lire per giorno.

— Ne ho bisogno di cinquanta mila.

Nariccia prese di nuovo in mano una busta dopo l'altra ed esaminò attentamente i gioielli.

— Ve ne do quaranta mila.

— No: disse allora seccamente il _medichino_ alzandosi. Se non volete far voi questo affare, ne troverò millanta altri che vi acconsentiranno con premura.

E tese una mano come per serrare gli astucci e riprenderli.

— Un momento! S'affrettò a dire Nariccia. Gli è solamente fino a lunedì che me li lasciereste in pegno?

— Sì.

— E mi paghereste 100 lire al giorno d'interesse?