La plebe, parte II

Part 27

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Tutta notte era stato presente alla sua memoria quel funesto caso della sua vita, in cui un Maurilio era stato vittima della sua spada; l'immagine di quest'uomo ucciso dalla sua mano, gli era comparsa più viva e spiccata del solito nelle tristi fantasticaggini della sua veglia; quel nome gli aveva suonato come una rampogna sotto la volta del cranio pronunziato dalla sua coscienza; ed ora egli, questo nome non comune, mai più trovato riunito alla personalità d'un uomo vivente, lo udiva frammisto a quel viluppo d'incidenti a cui la tracotanza di suo figlio obbligava lui stesso a prender parte. Una specie di superstiziosa emozione lo prese, quasi un presentimento: che non a caso, che non invano quel nome suonasse al suo orecchio in tal circostanza, e l'individuo che lo portava gli si parasse innanzi nel suo cammino.

— Parlami di costui: soggiunse egli vivamente. Chi è questo Maurilio? Donde viene? Che fa? Quale il nome del suo casato?

Il Governatore aveva notato la viva impressione provata dal suo amico, ed a questo affollarsi di vivaci domande piene di curioso interesse, rispose non senza stupore:

— Che ardore metti tu per questo cotale? Che cosa ti può interessare in quel miserabile plebeo?...

Il marchese con un turbamento nei tratti del volto, tanto più notabile, quanto più era ordinariamente composta ad impassibile dignità la sua fisionomia; il marchese pose una mano sul braccio dell'amico e disse a voce bassa ma improntata di profonda emozione:

— Ah! quel nome!..... Maurilio!..... Tu non lo ricordi quel nome?.... A me si è impresso con incancellabili caratteri nel mio cervello, e non vi sarà obliterato che dalla morte.... E ancora!....

Il Governatore guardava il suo compagno coll'aria stupita di chi a mezzo un grave discorso ode proporsi ad un tratto il rompitesta d'un enimma; stava per interrogare sè stesso, se il marchese non avesse dato di volta.

Baldissero gli strinse più forte il braccio e continuò col medesimo, anzi con più turbato accento:

— Era una mattina d'inverno anche quella.... Non la ricordi?.... Eravamo giunti a Milano la sera prima, tu, Castelletto ed io; tu e Castelletto foste a cercarlo...

Il Governatore si percotè colla mano la fronte.

— Ah! mi ricordo: esclamò egli, come si fa quando le parole vi sfuggono di forza dalle labbra: quel povero Valpetrosa.....

Baldissero proseguiva:

— Ci scontrammo fuori Porta Romana; la neve copriva tutta la campagna.... come oggi.... Egli si avanzò verso di noi, e non disse che queste parole: «Se mi uccidete, vi raccomando mia moglie, — poichè ella è mia moglie! — ed il mio figliuolo che sta per nascere...»

Il Governatore lo interruppe:

— Via, via, non è il caso di andare a rivangare tutte queste dolorose memorie. Tu non hai da farti il menomo rimprovero. Ti sei regolato come ogni uomo d'onore avrebbe fatto in tua vece, e tuo padre te ne ha benedetto. Sua moglie l'hai tutt'altro che dimenticata ed essa ti ha perdonato.....

— Ciò forse le ha accorciata la vita.....

— Eh no, per Dio!... Basta non pensiamo a codesto.....

— E il figlio?

— Il figlio di quell'infelice mi hai detto tu stesso che è morto appena nato, quando tu eri già tornato in Ispagna.....

— Così mi disse mio padre.

— E quello che tuo padre ti disse ti conviene crederlo..... E poi non ci fu frammischiato in quell'affare quel vostro intendente o segretario, Nariccia?

— Sì.

— E non ti affermò ancor egli la morte del neonato?

— Pienamente.

— Dunque tu non avevi altri obblighi verso la memoria di quell'uomo..... Capisco che l'udir questo nome il quale nei nostri paesi è affatto raro, possa evocarti quei certi ricordi, ma non è neppure da pensarsi che il presente Maurilio abbia alcuna attinenza con quello là. Maurilio Valpetrosa apparteneva ad una famiglia di Milano, e questo è un misero trovatello dei nostri campi.

— Un trovatello? Esclamò con qualche interesse il marchese.

— Sì: da se stesso egli si denominò per Maurilio Nulla. To', dà un'occhiata a questa specie di professione con cui egli cominciò questo quaderno di suoi scarabocchi, e vedrai.

Il marchese tolse in mano lo scartafaccio e lesse, scritte sulla prima pagina, le parole seguenti:

«Chi sono io? Non so. Che cosa io pensi, che cosa io voglia, a che cosa tenda l'agitazione di anima e di spirito che sì spesso mi domina e mi sprona e mi tormenta, non so nemmanco.

Se la sapienza dell'uomo, come dissero i Greci, pone la sua prima base nel conoscer se medesimo, oh quanto sono io lontano pur dal cominciamento di essa!

Tuttavia havvi in me, sento in me, alcuna cosa che, quantunque non sappia definirla, mi pare la parte migliore di me. È desso il mio pensiero? È la intelligenza? È qualche cosa di comune a tutti gli altri? oppure è speciale all'esser mio?

Sento così di frequente un bisogno immenso, irrefrenabile di effonder l'anima mia!.... A chi? A nessuno che mi si presenti colle sembianze d'uomo. In faccia ad un mio simile il mio labbro si rinserra sdegnosamente muto, e mi pare che una mano di gelo si imponga come coperchio a rinchiudere il cuore tumultuante.

Nella campagna solitaria ove conducevo al pascolo la giovenca, parlavo alla natura, e la natura parlava a me; sentivo la sua gran voce, ora soave come la carezza del zeffiro, che mi aleggiava sulla fronte, ora terribile come il muggito della bufera che scuoteva le quercie... Qui in città la gran voce tace per lasciar cinguettare il brulichio degli uomini.

Conviene ch'io parli a me stesso. Uscendo dall'interna chiostra formolate in parole, le audacie del mio pensiero, i sogni della mia fantasia, per fermarsi su questo pezzo di carta, sarà come se i lineamenti dell'anima ad uno ad uno venissero a riflettersi in uno specchio che ne conservasse l'impronta. A poco a poco i tratti si aggiungeranno ai tratti, l'immagine — forse — ne riuscirà discernibile, e l'anima riconoscerà se stessa.

«Chi sono io? Mi ridomando. È il gran problema che incombe sulla vita di tutti gli uomini. Per me si è fatto più crudo, più spiccato, più imminente, direi, avendo voluto... (chi? Debbo dire il caso? o la Provvidenza? o la malvagità degli uomini?)... avendo voluto la mia sorte ch'io qui sulla terra fossi, in mezzo ad una razza umana organata a famiglie, senza famiglia, senza legami di sangue, senza protezione di parentela e di nome.

«La prima volta che mi ferì il nome di bastardo sputatomi sulla faccia dalla Giovanna incollerita, non capii che cosa volesse dire quella parola, ma sentii che era un termine d'ignominia ond'era espressa cosa cui la gente faceva mia vergogna. Non mi sdegnai, non risposi, fuggii a nascondermi.

«Ora ch'io incomincio a gettar giù queste parole sulla carta, colla mano tremante, colla testa in tumulto, colla dolce e profonda emozione con cui si deve parlar d'amore la prima volta, con cui si inizia una segreta corrispondenza con cara persona a cui tutto si crede dovere e poter dire di noi; ora io conto intorno a diciott'anni di vita... Ah non so nemmanco di sicuro da quanto tempo il destino mi ha balestrato a soffrir sulla terra! Sono diciott'anni che un uomo mi raccolse abbandonato; ma quanti giorni avessi allora di esistenza — forse mesi, forse già un anno — non mi si disse mai, non lo seppe neanco chi non mi lasciò morir sulla via.

«In questi diciott'anni, dolorosissimi avvenimenti avvicendarono la mia combattuta esistenza: ma più gravi e più numerosi travagli e mutazioni si fecero nell'anima mia, in quell'essere interno che non so definire, dove tante idee s'intralciano e tanti diversi affetti si scambiano. Gli è i risultamenti di questo interno travaglio che io qui voglio registrare, per me — per me solo — a dar conto a me stesso dell'uso del mio ingegno, della mia volontà, dell'effetto di quegli studi saltuarii, abborracciati, ma cui è pur gran ventura che la sorte mi abbia concesso e mi conceda tuttavia di fare.

«Le leggi del mondo fisico e quelle del mondo morale; le leggi dell'organismo sociale come quelle dell'organismo del corpo umano; la vita della terra che ci sostiene, ugualmente che la vita della schiatta umana, delle masse dei popoli e degl'individui mi sembrano concentrarsi e concertarsi in una grande unità, di cui la mia mente troppo debole, e i miei studi troppo incompiuti, non possono darmi tuttavia la forza di abbracciare il complesso, ma che travedo, trasento e perseguo, quasi per istinto, traverso tutti i fatti dell'esistenza, dai moti della mia anima rinchiusa nella carcere del corpo a quelli dei mondi nello spazio infinito.

«Di questo travaglio analitico dell'intelligenza che si affanna alla ricerca della gran sintesi, scriverò le espressioni e le fasi in queste carte per conchiuderle il giorno in cui la morte mi faccia immota la mano, o per troncarle il dì, in cui un diverso apprezzamento me le faccia conoscere inutili e forse anco puerili.»

Il marchese lesse queste pagine con attenzione e non senza meraviglia.

— Un giovane in quelle condizioni, a quell'età, che scrive e pensa di tali cose, diss'egli, non è fatto ordinario. È in lui la stoffa d'un uomo di vaglia.

— Per ora, disse il Governatore, c'è un demagogo. Leggi qui a questo punto ed a quest'altro..... se pure hai pazienza, e vedrai quali idee sovversive della società e fin anco della religione bollano in quel cervello esaltato.

Baldissero scorse cogli occhi le pagine che gli additava il suo interlocutore e che erano state segnate colla matita rossa dal Commissario di polizia.

— Leggerò molto volentieri, rispose di poi, queste cose che assai m'interessano; vuoi tu lasciarmi recar meco per ciò questo scartafaccio?

— A piacer tuo: disse il Governatore chinando la testa con moto di gentile condiscendenza.

In quella fu recato al Governatore un biglietto del conte Barranchi.

— Aspetta, disse il Governatore, dissuggellando la carta, a Baldissero che pareva apprestarsi a partire: questa lettera ha forse riguardo al caso di cui tu t'interessi.

— Ed è così infatti; soggiunse dopo letto quanto scriveva il comandante della polizia; odi ciò che dice Barranchi:

«Caro Governatore,

«Quel tal Medoro Bigonci venne arrestato ancor egli; ma l'impresario del Teatro Regio protesta che, essendosi ammalato il primo baritono, se lo si priva ancora di codestui, egli non potrà più tenere aperto il teatro, e quindi nemmanco darci la solenne rappresentazione di domenica sera, a cui deve intervenire S. M. colla Corte in gala.

«Mio nipote San-Luca che conosce tutta la gente teatrale, è venuto qui ad assicurarmi che questo Bigonci è nient'altro che un artista di canto che sarà vittima d'una somiglianza, ma che egli metterebbe pegno qualunque cosa che pensa tanto alla politica quanto al Gran Turco.

«Il Commissario mi riferisce che nelle sue risposte quel Bigonci si contenne in modo — naturalmente negativo — da non poter nulla dedurne a suo carico, e che mostrò certe lettere e certi ricapiti onde sarebbe provata la sua vera identità come cantante.

«Le scrivo subito queste cose, caro Governatore, perchè sapendo come i Baldissero padre e figlio desiderino la sollecita liberazione di uno dei compromessi, Ella veda se vi ha modo di contentarli. Io non oserei prendere su di me tanta risponsabilità; ma se V. E. mi vi incoraggia con una sola parola, io darò senza ritardo gli ordini di rilascio per quel Benda, a favore del quale anche a Lei sarà andato a parlare il marchese di Baldissero.

«Mi creda, ecc.»

— Ebbene? interrogò il marchese quando ebbe udito la lettura di questo biglietto. Che cosa conti di fare?

Il Governatore esitò un momentino.

— Primo impulso, e quello che seguirei più volentieri, sarebbe di contentarti senza ritardo; ma tu capirai le considerazioni che me ne trattengono.... Il ministero dell'interno è in una specie di gara con noi militari. Se diamo passata a certe cose, farà comparire agli occhi di S. M. che noi non siamo abbastanza vigilanti od abbastanza oculati. Abbiamo ancora la disgrazia che il marchese di Villamarina passa colla nomèa di velleità liberali, ed essendo egli ministro della guerra, si crede che i militari per andargli a genio sieno più disposti a tolleranza di quel che converrebbe... Certo io non posso essere sospetto, ma pure....

Baldissero lo interruppe con un grave sorriso:

— No, il menomo dubbio non può nascere sul tuo conto di tepidezza nell'affetto alla monarchia e nello zelo del tuo ufficio, e spero che un sospetto di simil natura non debba nemmeno poter colpire me stesso. Comprendo la forza delle considerazioni che ti trattengono, e non cerco altrimenti di smuoverti dalla tua determinazione. Esaminerò io stesso di meglio la cosa, poichè tu me lo concedi, e quando io mi confermi nella mia persuasione che non vi sia in tutto codesto che imprudenza giovenile, sfogo di liberalismo rettorico e nissun vero attentato contro il legittimo Governo, allora ne parlerò io stesso di proposito al Re.

— E sarà il meglio che potrai fare: disse il Governatore.

Tese a Baldissero la destra e soggiunse:

— Spero che tu non l'avrai meco per ciò?

Il marchese gli strinse la mano con amichevole effusione.

— Che dici? Potresti pur pensare una cosa simile? A luogo tuo, io non avrei fatto diversamente da quello che tu.

Baldissero si partì dal Governatore, accompagnato da quest'esso sino all'anticamera.

A muovere San-Luca a recarsi da suo zio il generale dei Carabinieri per testimoniare in favore di Bigonci era stato quell'amico e compagno di Maurilio e di Selva, che chiamavasi Romualdo.

Assente per sua fortuna nel momento in cui facevasi la perquisizione ed arrestavasi Maurilio nella casa del pittore Vanardi, Romualdo, rientrando, vedeva scolpito sulla faccia spaventata di Antonio l'annunzio che gravi novità erano intravvenute, ed udiva dalle vivaci, colorite ed interminabili chiacchere della signora Rosa tutti i particolari dell'avvenimento.

Romualdo avvertiva tosto tutta la rilevanza di questo fatto; il ritardo di Selva nel tornare a casa gli faceva inoltre temere che ancor egli fosse caduto negli artigli della Polizia, e capiva abbastanza che alcun sospetto era nato intorno alla congiura — e fosse pure soltanto un sospetto! — e che l'arresto di Mario, quando foss'egli conosciuto per chi era realmente, importava la rovina di tutti i loro audaci disegni patriotici, la perdita della libertà, e fors'anco della vita, per i coraggiosi giovani cospiratori. Le fucilazioni d'Alessandria non erano ancora tanto lontane che la loro memoria non legittimasse il timore di nuove condanne a morte.

Metteva quindi il cervello alla tortura per cercar modo di trovare, se non un mezzo di salute, uno spediente che riparasse almeno in parte la minacciata rovina. Vanardi, sgomentito sino nell'imo fondo dell'anima, proponeva scappar subito così lontano che non si potesse veder più spuntare da nessuna parte sull'orizzonte il pennacchio prepotente e il candido budriere d'un carabiniere del re di Sardegna; col qual mezzo egli faceva anche quest'altro guadagno di mettere la salvaguardia d'una distanza non facilmente superabile fra sè e i suoi creditori, che incominciavano a tormentarlo.

Ma Romualdo non era a salvar sè che pensava soltanto, gli era a salvar gli amici e l'impresa. Non potendo fermare la sua risoluzione su partito alcuno, al buio com'egli si trovava delle circostanze che avevano cagionato l'arresto, Romualdo determinò di andare attorno per la città in busca di informazioni dalla voce pubblica, e di cercare intanto sollecitamente di Mario, del quale importava saper le novelle e col quale urgeva massimamente concertare il modo di governarsi.

Questi arresti e la perquisizione erano evidentemente dei fatti che si attaccavano alla comparsa nella sera precedente di quel personaggio sospetto cui Mario venendo aveva trovato nel camerino della portinaia e dal quale il congiurato s'era accorto essere stato seguito cautamente su delle scale. Sarebbe stato assai bene avere dalla portinaia alcuna informazione in proposito, e Romualdo pensò che niuno era al mondo più atto a codesto che la moglie di Antonio, la buona, vivace e ciarliera signora Rosa; ma, come un'idea ne mena un'altra, questo gli fece avvisare come fosse assai probabile che alle ciarle appunto della signora Rosa con _madama_ la portinaia si andasse debitore dei sospetti e della visita della Polizia.

Romualdo parlò di proposito, a questo riguardo, alla brava donna, mettendole innanzi tutto il danno che ciarle imprudenti potrebbero cagionare; Antonio, il marito di lei, rincarò la dose, strepitò che la era stata di certo quella benedetta linguaccia a comprometterli nei suoi eterni pissi pissi, or con questa, or con quella delle donnacole della casa, che intanto la Rosa poteva andar lieta e superba che aveva messo in sull'orlo dell'abisso suo marito e la famiglia e gli amici del marito, e chi sa ancora se poteva evitarsi il capitombolo nel precipizio! e certo se una sola ciarlatina veniva tuttavia ad accrescere l'imprudente, involontaria delazione, la era una spinta da non potersi più parare in nessun modo dalla catastrofe.

La Rosa rimase a tutta prima sbalordita; ma la non era donna da abbandonarsi così agevolmente per vinta. Protestò fermo e forte che Ella non aveva detto nulla, non aveva scoperto nulla di nulla, perchè di fatto non la sapeva neppure una briciola di quanto e' venivano maneggiando nei loro segreti convegni; che ad ogni modo le sue ciarle erano sempre le più innocenti del mondo, perchè la era donna abbastanza di senno per sapere quello che si ha da dire e quello che si ha da fare e che non sarebbe stato per suo fatto mai che nè la concordia d'una casa, nè la pace d'una famiglia, nè la sicurezza di nessuno avrebbe da rimanere compromessa; e qui, scambiando parte ed eloquenza, passava da difenditrice di sè medesima ad accusatrice d'altrui: e che gli era un grave torto far di questi nasconderelli ad una moglie che, come lei, si meritava stima e fiducia dal marito; e che la testa sulle spalle la aveva ancor essa e dentrovi due dita di cervello, forse più che non altri; e che a dare un consiglio ci valeva tanto bene che, forse e senza forse, s'ella avesse saputo di che si trattava e le avessero dato retta, non si troverebbero ora in quel bello spineto; e qui voltando, come dice Dante, il discorso per punta a suo marito, soggiunse: che gli era in lui un gravissimo torto, come padre di famiglia, quello di cacciarsi in queste mattane, e per delle bubbole d'idee sconclusionate rovinare in un amenne moglie e figli e tutta la baracca.

Antonio era così avvilito dell'animo che non aveva più bastante vigore da contrapporsi alle invettive ed alle conclusioni della moglie, alla quale in cuore la paura gli faceva dar la ragione; Romualdo giudicò rettamente che per finirla bisognava dar passata a quello sfogo e non contrastar menomamente alle concitate di lei deduzioni.

— Mia cara signora Rosa, diss'egli: tutto questo sta bene, ma ora, a pigliarla comunque, gli è di quel senno di poi di cui sa che son piene le fosse e che serve ad un bel niente. Lasciamo stare quello che è stato e pensiamo a quello che è. S'Ella ci sa spillar fuori dalla portinaia alcuni particolari sull'uomo di ieri sera, la ci può giovar molto.

La Rosa si acquetò di subito. La cosa era troppo grave e la toccava troppo da vicino, perchè non le dèsse tutta l'importanza; ella era poi di cuore inclinata a fare il maggior bene che potesse anche a chi gli era indifferente, figuriamoci poi ora che erano in ballo così ponderosi suoi interessi! Inoltre la buona donna aveva sì fatto la brava in presenza del marito e di Romualdo che la rimproveravano, ma in fondo della sua coscienza c'era pure una vocina che le veniva dicendo come tanto tanto innocenti non fossero di questi effetti le chiacchere tenute colla portinaia, e il rimorso ch'ella ne sentiva si aggiungeva a stimolarne lo zelo.

— Lasciate fare a me: diss'ella racconciandosi un poco e in fretta in fretta i panni dattorno. In due salti sono giù dalla portinaia, e non sono chi sono se in cinque minuti non le ho tratto il filo della camicia.

Entrò pochi secondi dopo nel camerino della portinaia, dove le comari del quartiere erano in numero completo e vivissimamente impegnate in ciarle che s'incrociavano senza soluzione di continuità sull'importante argomento dei fatti straordinarii avvenuti quella mattina nella casa. Era colà la gran cuffiona della comare Marta, la lingua più affilata e meno temperante — a detta di monna Ghita, che pure non si lasciava passare nessuna davanti in codesto, — di tutto il quartiere; c'era la bocca sdentata e il mento lanuginoso della Polonia, la rivenditrice di pignatte e di pentole che stava di faccia: chi non c'era delle brave pettegole del pian terreno di quella strada? Le dicerie che avevano corso in quello scambio di supposizioni e di fiabe erano d'una fenomenale assurdità. I giovani erano stati arrestati tutti; le cagioni del fatto erano variamente allegate, ma tutte gravissime: nella casa loro la Polizia aveva trovato cose! cose da fare orrore! La supposizione che Barnaba la sera innanzi aveva fatta sorridendo alla portinaia, tanto per ispillarne la verità, che cioè in casa il pittore si fabbricassero monete false, era per alcune diventata una realtà luminosamente stabilita; altre che si pretendevano meglio informate volevano che quei giovani fossero stati scoperti gli autori dei misteriosi delitti che da qualche tempo avvenivano, e fra gli altri del furto negli uffizi di banca del signor Bancone, di cui da due giorni discorrevasi per tutta Torino; e ve n'erano anche di quelle che pronunziavano la misteriosa parola di politica, ed affermavano sotto voce che gli arrestati erano frammassoni, gente che rinnega Dio e la Chiesa, che commette mille orribili sacrilegi e nefandità, nascosta nelle cantine, e che costoro, fra gli altri, avevano giurato di dar fuoco ai quattro canti della città e sgozzare tutti i preti e far perire tutta la povera gente.

In verità quella rispettabile assemblea di vecchie ciane, per dirla alla fiorentina, mostravasi assai poco propensa alla causa degli arrestati; non c'era che la portinaia, la quale credevasi in dovere di recare in mezzo alcune parole in loro difesa; ma aimè! la era quella una difesa assai poco abile ed efficace, perchè si limitava a dire che vedendoli, quegli individui, nessuno mai più si sarebbe aspettato che avessero qualche cosa da spartire colle manette della Polizia e colla paglia del carcere.

L'entrata di Rosa in mezzo a questo sinedrio di cuffie, produsse, come si suol dire, una viva sensazione. Le ciarle inaridirono un momento sulle bocche ancora aperte, gli occhi lanciarono una mitraglia di punti interrogativi con una curiosità elevata alla quinta potenza: le pettegole si serrarono intorno alla nuova venuta come in una rocca cinta d'assedio si stringe intorno ad un convoglio di viveri la guarnigione affamata.

Rosa non ebbe da interrogare, chè le richieste delle altre le fioccarono addosso come gragnuola; non ebbe da usare arte nessuna a trar fuori da monna Ghita il racconto della visita dello sconosciuto, la sera precedente, perchè di proprio impulso la portinaia afferrò quella propizia occasione per narrare la ventesima o la trentesima volta tutti i particolari, tutte le parole, tutti gli atti che avvennero, ed anche alcuni che non avvennero in quel famoso abboccamento coll'uomo il quale rassomigliava da sbagliarlo, a detta sua, col _fumista_ di via Santa Teresa; abboccamento cui l'acuta penetrazione e l'infallibile giudizio della moglie di Bastiano le avevano fatto ritenere come strettamente collegato cogli strepitosi avvenimenti della mattina che aveva susseguito.

Rosa, quando ebbe saputo ciò che le importava, fece il miracolo di sbrigarsi dalle ciarle interrogative e dalle mani adunche di quell'onorevole congrega, e corse ad informarne Romualdo, il quale, provvisto di quelle nozioni, s'affrettò ad andare in traccia di Mario.