La plebe, parte II

Part 25

Chapter 253,692 wordsPublic domain

Il padre lo guardò più severo di prima. Innanzi a quella grave fisionomia non ci sarebbe stato individualità, per quanto audace, che non si fosse sentita alcuna soggezione, come d'inferiore appetto ad un dappiù.

— La vostra coscienza v'inganna: diss'egli con voce lenta, contenuta, ma piena d'autorità e di forza. Pensate bene ai fatti vostri; voi, ieri sera, avete mancato inescusabilmente a quel debito d'urbanità, a quelle nobili maniere che per noi — per noi: ripetè battendo sulla parola — sono una legge nelle attinenze verso chicchessia...

Ettore interruppe vivamente, come uomo in cui la passione trabocca:

— Ecchè? Ella vuol darmi sì brutto carico per un po' di lezione data alla tracotanza d'un borghesuccio...

Il marchese guardò suo figlio aggrottando la fronte ed alzò una mano ad imporgli silenzio.

— Voi vi permettete d'interrompermi: diss'egli con fiera freddezza.

Il giovane si tacque.

— La tracotanza, continuava il padre, non fu per nulla da parte altrui. E voi dovreste sapere che ad un Baldissero si spetta dar lezioni di gentilezza come di generosità, di tratti squisiti come di valore; che abbandonarsi a certi atti plebei gli è un discendere noi stessi al grado della bassa gentuccia che li usa; che codesti atti in uomo della nostra sfera imprimono una macchia più a chi li adopera che a colui contro il quale sono adoperati. Ciò voi dimenticaste, e questa dimenticanza merita la condanna che vi ho espresso.

Ettore masticava i suoi baffetti in una contrarietà profonda e vivace, cui si sforzava a contenere perchè non prorompesse in isdegno. Suo padre essendosi taciuto, credette di poter a sua volta parlare senza incorrere in altra censura.

— Ella non conosce le nuove temerità di questa nuova borghesia che vien su colla ricchezza, aiutata colla stupidità dell'uguaglianza civile accordatale dall'improvvido codice, parodia delle leggi francesi. Ella giudica le cose colla norma del tempo della sua giovinezza, dopo avvenuta la ristaurazione, quando leggi e costumi concedevano efficacemente alla nobiltà quel posto che le compete. Ma ora non è più così. Le leggi, per deplorevole errore della Monarchia, ci vengono spogliando di quei diritti che i nostri nemici chiamano privilegi e che sono necessarii a costituire una vera ed efficace aristocrazia, senza la quale, Ella sa meglio di me non potervi essere mai un sodo e conveniente organamento della società. I costumi seguitano pur troppo lo esempio delle leggi, e gl'interessi contrarii delle classi inferiori, contenuti un tempo, ora trovando in quelle infauste leggi un appoggio, spingono al di là e fanno a soverchiarci se noi, tutti d'accordo e con ogni mezzo, non siamo pronti e risoluti al riparo. Que' riguardi che si avevano un tempo e che si devono avere alla nobiltà, ora diminuiscono nel popolo con sempre crescente proporzione. È molto scemato quel senso di rispetto che in presenza di un nostro pari faceva chinare le teste del volgo. I borghesi, col mezzo degli studi dell'Università, si vedono aperta la carriera delle alte cariche, quasi come noi: con troppo scandaloso eccesso, noi vediamo della gente da nulla oggidì, la cui plebea natura mal riesce larvata da un titolo recente, nei primi posti della magistratura e dell'amministrazione. Non c'è che l'esercito e la diplomazia che rimangano immuni ancora da questa vergogna. Mercè le industrie, delle quali il Governo ha la stoltezza di proteggere e favorire lo sviluppo, i plebei arrivano alla ricchezza, cui le disposizioni legislative non assicurano più bastantemente in possesso all'aristocrazia: e da ciò pigliano audaci pretese di farla alla pari, di stare a tu per tu con noi. Guai alla nobiltà se essa risolutamente, violentemente non rigetta col suo contegno in quel basso loco che le spetta la classe inferiore e impertinente dei borghesi! Bisogna camminarle addosso e schiacciarla, prima che ci soprammonti. Ecco le mie idee! Questo signor Benda, ricco figliuolo d'un fabbricante, conta fra' primi di quelli che si chiamano liberali, val quanto dire dei più impertinenti e de' maggiori nostri nemici. Percotendolo col mio guanto sulla guancia io ho schiaffeggiato quella sciagurataccia di moderna invenzione rivoluzionaria che chiamasi democrazia.

— Non si tratta di schiaffeggiarla questa democrazia: rispose colla medesima severità il marchese: si tratta di vincerla e di renderla impotente; epperò occorre che l'aristocrazia in ciascuno dei suoi membri — se fosse possibile — nei principali almanco, sia superiore in tutto e per tutto, passi innanzi per ogni modo, virtù, talenti, operosità, benemerenza di qualunque sorta, ai campioni delle nuove popolaresche pretese. Iddio ci ha fatta la grazia di metterci nelle prime file dell'umanità, sui gradini superiori della scala sociale; noi dobbiamo coi nostri atti renderci e mostrarci degni di tanto favore. Noi dobbiamo per nostro onore e per nostro dovere mantenerci in quell'alto grado in cui ci volle la Provvidenza; ma per ciò equivalenti ed acconci bisogna pur che ne sieno i mezzi. Abbiamo nel passato la regola della nostra condotta nel presente e nell'avvenire. Come si formò ella l'aristocrazia moderna nello scombuiamento prodotto dal rovinìo dell'antica società? Emersero fra le predestinate razze invaditrici quelli che avevano più forza e più valore individuale, la cui personalità meglio spiccata e robusta aveva intorno a sè maggior potenza d'influsso e quindi autorità meno contestata d'impero. Allora erano tempi e circostanze, in cui dominava quasi sola e doveva dominare la forza: gli è con questa che s'imposero ai popoli per diritto di conquista le aristocrazie d'Europa. La potenza del pensiero, allora menoma, era tutta raccolta e rappresentata nel clero cristiano; e l'aristocrazia da poco convertita ebbe la saviezza di fare bentosto alleanza col clero medesimo e prevalersi per ciò anche dell'autorità morale e intellettiva. Nel nostro tempo le condizioni sono mutate. La forza materiale del braccio e del valore non tiene più il primo posto nella schiera degli elementi di dominio; vi sono successe due altre forze: quella della ricchezza e quella dell'ingegno e della dottrina, la quale, nemmanco, non è più esclusiva dote del clero. Bisogna che l'aristocrazia, per conservare il suo primato s'impadronisca dell'una e dell'altra e ne usi a beneficio dell'intiera associazione. Quanto alla ricchezza, lamento al pari di voi quelle disposizioni legislative che conducendo al frazionamento obbligatorio delle grandi proprietà ed allo svincolo di esse, ne tolgono la sicura, continuata e irrevocabile possessione nelle nostre famiglie; ma Carlo Alberto si è arrestato a mezzo dell'opera e non gli è bastato il cuore di segnare il decadimento compiuto della nobiltà. Conservando i maggioraschi, egli ci ha lasciato un mezzo di riparare in parte al danno delle innovazioni introdotte nel diritto di successione; al resto occorre che ripari la nostra prudente attività, la quale, prendendo esempio dalla savia nobiltà inglese, domandi ai perfezionamenti dell'agricoltura, ai miglioramenti delle proprietà un aumento di rendite.

Ettore non potè tanto contenersi che una smorfia ironicamente significativa non manifestasse quanto poco fosse a suo genio codesto mezzo di rivalsa.

Il marchese padre si accorse del sentimento nato nel giovane, e interrompendo lo svolgersi del suo primo discorso, gli disse con vivacità:

— Avesse l'aristocrazia del nostro paese, al pari di quella dell'Inghilterra, prescelto codesta via e codesti mezzi allo accorrere sui gradini del trono, alle pericolose carezze della monarchia, per abbassarsi agli uffici di cortigiani! Oggi noi, non per cagione del regio favore, ma per necessità delle cose, per libero consentimento universale, saremmo a capo senza contrasto, senza minaccie, senza odii, di tutta la popolazione, come rappresentanti naturali e necessari d'ogni vitalità del paese.

Il figliuolo chinò il capo come chi non vuole discutere, ma che non è persuaso.

Ripigliando il suo dir primitivo, il marchese continuava:

— Quanto all'intelligenza, al pensiero, alla dottrina, pur troppo molti dei nostri (e, duolmi dirlo, voi stesso Ettore, siete fra quelli) molti pur troppo si lasciano passare innanzi i borghesi; e non è coll'arroganza, non è colla ragione dei duelli che si possa conservar più una supremazia di cui non siasi capaci. La scienza tiene e terrà sempre più il campo, e chi la possederà sarà il padrone della terra.

— Perdoni, padre mio, disse Ettore con accento in cui non mancava il rispetto, ma apparivano il fastidio di siffatta discussione e il suo pieno dissentire dalle idee manifestate dal padre. Noi ci siamo ingolfati in troppa metafisica di considerazioni. Confesso che in codesto io non ci valgo niente. Ho sempre creduto che appunto la Provvidenza mi avesse fatto nascere in questo alto grado per esentarmi dai bassi lavori e dagli studi cui è condannata la borghesia. Pensare a migliorare l'agricoltura, a far progredire la scienza, è opera che si confà alle classi inferiori. Me Dio ha posto, senza tanti discorsi, al di sopra degli altri; e quel grado, pur ch'io sappia mantenermelo colla spada, come con essa lo acquistarono gli antichissimi miei maggiori! Ecco la filosofia civile che mi suggerisce il mio buon senso, e non ne cerco altra. Ma scendendo da cotanta generalità al mio caso particolare, le dico appunto che la suscettività impostami dal mio grado esigeva che ad una parola impertinente di quel da nulla io rispondessi come ho risposto. Capisco che con questa maledetta invasione di pretese uguagliatrici, io del mio atto, quantunque contro uno così da meno di me, debbo esser pronto a dargliene ragione colle armi: e non ho esitato menomamente ad accordargli codest'onore, e credo far tutto ciò che mi detta il più scrupoloso sentimento di delicatezza adoperandomi perch'egli sia sollecitamente posto in condizione da ricevere da me quella soddisfazione di che mi ha mandato a richiedere.

— Ed oramai codesto non basta: disse col suo più autorevol tono di voce il marchese.

— Come! Esclamò Ettore con un sussulto.

— Non basta: continuò collo stesso accento il padre. Voi aveste torto nella contesa che faceste nascere con quel giovane.....

— Sa Ella al giusto come si passarono le cose per potermi dar torto?

— Lo so..... e da Virginia medesima.

— Ah Virginia.....

Ettore voleva soggiungere della parzialità che sospettava in sua cugina a favore del giovane borghese, ma si tacque, contentandosi di atteggiare le labbra superbe ad un sorriso ironico.

— Questo contrattempo della Polizia concorre sventuratamente ad accrescere il vostro torto: seguitava il padre. Per ripararlo, io otterrò la sollecita liberazione di quel giovane, e voi andrete primo a tendergli la mano.

Ettore sorse in piedi come spinto da una molla.

— Oh codesto, prorupp'egli, io non farò mai. Gli manderò a dire che mi rimetto a sua disposizione per un altro convegno; ed ecco tutto. Non posso far di più che accordargli l'onore di battermi.

— Batterti! Esclamò una donna a faccia orgogliosa, che era entrata in quel punto e s'avanzava con mossa superba. Ti vuoi battere con quel borghese di ieri sera. L'ho capita. _Mon Dieu!_ è egli possibile che t'entrino in testa siffatte idee? Un Baldissero si batte con un suo eguale, ma non con un plebeo.

Era la marchesa, la donna la più infatuata della sua nobiltà che potesse esser mai; era un rinforzo che arrivava al figliuolo per la sua resistenza alle generose idee del padre.

Se il marchese nella sua gioventù aveva nel matrimonio vagheggiato il bene d'una compagna amorevole, degna, capace e desiosa d'essere una confidente, una confortatrice, un consiglio: che del marito facesse suoi travagli e piaceri, propositi e speranze; la signora marchesa eragli stata compiutamente una delusione. Era essa la vanità personificata. Nulla arrivava a toccarle l'anima che l'omaggio reso ai quarti del suo blasone; al suo cervello essa non lasciava giungere che il profumo delle adulazioni; il suo cuore non palpitava che per le emozioni dell'orgoglio. A farla consentire con premurosa voglia alle nozze col marchese, non era stata la fama di valore di costui, la bella sua presenza, che ne faceva uno dei più eleganti cavalieri del suo tempo, l'ingegno e la leggiadria delle maniere, era stata soltanto la purezza nobiliare del suo stemma portato dai suoi maggiori alle crociate. Quindi non gli aveva ella recato nella vita comune nè vero amore, nè l'abbandono fiducioso onde si assembra e si fa quasi una sola l'esistenza di due vite, ma soltanto un esagerato concetto della dignità e della grandezza aristocratica del nome. Quante volte il bisogno d'affetto, cui pure possedeva potente l'animo del marchese, non gli fu amaramente propulsato dall'aridità di quel cuore di donna! Come spesso l'animo del gentiluomo si sentì ferito e dolorò nel trovarsi ad ogni occasione daccanto il freddo contatto d'un'anima che non capiva ragione d'affetto, che non aveva per nessuna guisa quello che Dante chiama intelletto d'amore? Aveva egli sperato, l'anima compagna e temprata al medesimo sentire, in cui quindi potesse effondersi, trovarla poi nel figliuolo; e fu invano anche questo. Nel figliuolo primogenito si ritrovava esatta la riproduzione dell'asciutta, fredda, vanitosa, arrogante anima materna. La famiglia del marchese era spoglia di ciò che ne fa la maggiore dolcezza e il pregio invidiabile; egli stava sopra di essa come un capo riconosciuto ma non amato, come un superiore innanzi a cui si cede, ma sotto il rispetto pel quale c'è l'indifferenza. Se non fosse stato della amorevole e riconoscente Virginia, il marchese non avrebbe saputo più che cosa fosse la tenerezza di un affetto. In questa solitudine del cuore le triste memorie del passato, di cui abbiamo avuto già un cenno, lo angustiavano con segreto, incomunicato e tanto più fiero tormento.

E il falso giudizio del mondo lo invidiava come uno dei più felici della terra: lui ricco, lui nobilissimo, lui dei primi dello Stato, lui padre di prospera prole!

— Madre mia: rispose Ettore alle parole pronunziate dalla marchesa entrando; avrei forse potuto esimermi con ragione dall'onorare di tanto quel cotale, ma un Baldissero quando si tratta di battersi non la guarda più così pel sottile, ed ora che ho accettato la partita, non è più il caso di discutere su questo punto. Avvenne inoltre tal fatto per cui mi trovo posto nella più strana e spiacevol condizione che potessi immaginare.....

E narrò in breve alla madre dell'arresto di Francesco.

— _Mais c'est très-bien!_ Esclamò la marchesa con piena soddisfazione. Ecco le cose perfettamente aggiustate! Barranchi si è regolato proprio da quell'uomo di senno che è; gli scrivo un bigliettino per dirgli bravo e per raccomandargli che tenga un po' più a lungo al fresco quel cervellino bruciato.

Il marchese si alzò e col viso accigliato, colla voce ferma che dinota la volontà più risoluta, disse alla moglie:

— Voi non farete nulla di tutto ciò; ed io in questo momento stesso vado ad adoperarmi per far riporre quel giovane in libertà.

La marchesa fece un atto di profondo stupore.

— Voi farete codesto?

— Sì: rispose asciuttamente il marchese.

Mentre la moglie pareva voler formolare alcuna obiezione, si battè leggermente alla porta, e il marchese avendo detto s'entrasse, comparve Michele il domestico, che venne ad annunziare come il signor Giacomo Benda chiedesse di parlarne con S. E.

— Gli è il padre di quel giovane; disse vivamente la marchesa. Che viene egli a fare? Pensate voi di riceverlo?

Il marchese non rispose che con un chinar del capo, e rivolto al cameriere ordinò s'introducesse il signor Benda.

— Lasciatemi: soggiunse alla moglie ed al figliuolo quando il domestico fu uscito. Conviene che io lo riceva da solo.

La marchesa incominciò qualche osservazione contro il partito di ricevere quel cotale; ma il marito la interruppe bruscamente:

— Gli è a me che spetta decidere ciò che si debba o non si debba fare: diss'egli con forza. Prego tutti a ricordarlo.

La marchesa e il figliuolo si partirono di là senza altro; un momento dopo il padre dell'oltraggiato si trovava in presenza del padre dell'oltraggiatore.

Giacomo Benda l'industriale era stato allevato in un'epoca in cui il rispetto alla nobiltà e la persuasione della naturale e legittima superiorità di essa erano sentimenti comuni alla borghesia, massime a quella così detta piccola, a cui apparteneva per nascita egli stesso, la quale appena erasi levata da poco, mercè il lavoro ed il risparmio, fuori del gran serbatoio della plebe. Di credersi uguale ad un titolato non gli era mai passato in mente, e per quanto fosse venuta aumentandosi la sua ricchezza, mai non aveva sognato che ciò lo raccostasse alla schiera de' Semidei per cui fin da giovinetto aveva visto serbate, e credeva giusto che fossero, le grandezze e le distinzioni sociali. Di prepotenze il suo carattere ardito, fermo e leale non era acconcio a sopportarne da nessuno; ma era ben lungi dal creder tali quei privilegi, che erano concessi alla nobiltà e ch'ella stessa si arrogava così risolutamente, per cui, in competenza con un plebeo, il nobile dovesse sempre passare innanzi. In fondo egli aveva l'animo d'un libero cittadino, ma nei tratti della vita aveva le abitudini d'un vassallo. In qualità di commerciante egli aveva dovuto e doveva essere a contatto con varia gente dei varii ceti ed aveva trovato nei clienti più nobili, in generale, più generosa facilità degli altri nell'accondiscendere ai prezzi, la qual cosa era fatta, com'è facile ad intendere, per accrescere in lui quella deferenza che già nutriva per la classe privilegiata. Di questa da lungo tempo aveva imparato a stimare fra i più degni di riverenza il marchese di Baldissero e in occasione ordinaria sarebbe stato coi più umili — non però servili — contrassegni di sommesso ossequio che il padre di Francesco si sarebbe presentato innanzi a lui. Ora però, a farnelo avanzare con più eretta fronte in cospetto del polente titolato, a dargli un contegno di più libera risoluzione, da cui non era tuttavia escluso il rispetto, concorrevano lo sdegno, il timore, la passione che gli avevano suscitato nell'animo l'arresto del figliuolo, la perquisizione fatta in casa sua, la notizia dell'oltraggio inflitto a Francesco dal marchesino e la susseguente sfida a duello.

Nel primo momento, dopo la partenza dell'agente di polizia, delle guardie e dei carabinieri che conducevano arrestato Giovanni Selva, la mente confusa non aveva saputo suggerire nissun partito da abbracciarsi per venire in soccorso di Francesco nè anche al padre di quest'esso. Quell'angustiata famiglia erasi raccomandata alla protezione del dottor Quercia che le era apparso in tale occasione rivestito d'una certa autorevolezza, e che aveva manifestato di potere sovvenirli; ed aveva per allora in codesto solo un barlume di speranza. Ma quando Virginia ebbe mandata pel valletto la sua lettera a Maria, e questa, per subita ispirazione, determinò rispondendole invocare la protezione di lei; fu tal fatto narrato dalla figliuola a Giacomo quasi una rivelazione di quello che gli tornava di fare: ricorrere cioè al marchese di Baldissero. Sor Giacomo non dubitava punto che l'arresto di suo figlio non fosse opera di questo illustre e potente personaggio; e che unica ragione avesse a darsene alla scena avvenuta la sera innanzi al ballo, la quale gli era poi stata raccontata. Al suo dolore si aggiunse quindi una indignazione più che legittima; e tutta la sua ordinaria reverenza per l'aristocrazia non impedì che trovasse quello un sopruso bello e buono da farne i più alti e calorosi richiami. Si decise recarsi dal marchese e _farsene sentire_; ma la moglie, a cui comunicò questo partito e che l'approvò molto ed anzi lo spinse ad effettuarlo sollecitamente, cominciò per ammorzare alquanto colle sue osservazioni e preghiere le fiamme dello sdegno nell'animo di Giacomo: «pensasse, diss'ella, che si trattava di riaver presto e salvo il figliuolo, e che tutto il resto era nulla, ch'egli aveva da parlare ad un potente il quale teneva in mano la sorte di Francesco; guai ad irritarlo! Sapeva bene come sono i grandi della terra, che la verità non la vogliono sentire e che si lascian vincere, più che da ogni altra cosa, dalla umiltà delle supplicazioni. Il recriminare, l'inveire sarebbe stato inutile a rimediare a ciò che era avvenuto, ed avrebbe invece compromesso il presente. Esser sempre vera la favola del vaso di terra e di quello di ferro; il primo aversi da guardar ben bene dall'urtar nel secondo, altrimenti ne andrebbe senza fallo in frantumi ad ogni volta.»

Giacomo trovò questi ammonimenti della moglie dettati dal buon senso e promise conformarsi ad essi.

— E oltre il resto, soggiunse la signora Teresa, ricordati di parlare anche di quell'orribile cosa che è la sfida..... Gesummaria! che nulla di simile abbia più ad aver luogo! Il marchese può impedirlo, e tu l'hai da pregare per le sante piaghe.....

— Sì, sì, sta tranquilla; rispose il marito. Gli parlerò anche di codesto, e non avremo più ragione veruna di stare in transito.

La moglie lo fece vestire cogli abiti da rispetto; e lo accompagnò fin sotto l'atrio, fino a che fu salito nella carrozza, seguitando a consigliarlo e sollecitarlo, quantunque egli non ne avesse bisogno il meno del mondo.

Quando adunque Giacomo venne introdotto in presenza del marchese, la sua anima, era occupata e turbata da parecchi sentimenti che si oppugnavano: la indignazione che, quanto più egli pensava al fatto successo, tanto più trovava giusto motivo di crescere; la persuasione della necessità in cui si trovava di non fare inalberare l'orgoglio del marchese, ma di commuoverlo; la soggezione naturale in lui, che si credeva in una condizione subalterna, di dover presentarsi, e come richiamante, innanzi ad uno dei primi personaggi dello Stato. Pur tuttavia, entrò, come dissi, con una certa risolutezza nel gabinetto, predominandolo in quel punto la coscienza dell'aver ragione e il risentimento del torto sofferto; ma nel trovarsi in cospetto a quella imponente figura d'uomo, avvezzo a vedersi dinanzi umili cervici, il quale dritto presso il camino, rispondeva con un lieve cenno di capo protettore e cortesemente incoraggiante agli inchini di lui, Giacomo sentì pigliare il sopravvento tutta la sua primitiva soggezione.

— Signor marchese, cominciò egli con voce che non era affatto sicura e rivelava la profonda emozione. Eccellenza..... io vengo..... mi perdoni se vengo a disturbarla..... Ella mi vede tutto commosso..... E ne capirà la ragione, e indovinerà fors'anche il motivo della mia venuta, quando le avrò detto ch'io sono il padre di quel giovane che ieri sera con suo figlio..... di quel povero giovane che fu arrestato questa mattina.

Il marchese fece un nuovo cenno pieno di cortesia e rispose con voce affatto benigna:

— Lo so; come conosco gli avvenimenti che pur troppo successero.

Giacomo, incoraggiato da quell'accento come dall'espressione di fisionomia del marchese, fece vivamente un passo verso di lui.

— Ah signor marchese, che le dirò io adunque di più?... Ella è padre... Ella deve conoscere le angustie di un cuore di padre... Io non ho che quello di maschi... Ah per carità mi salvi, mi renda mio figlio!

E siccome in quell'istante la sua commozione fu tale che superò ogni altro riguardo, il povero padre strinse le mani in atto supplichevole, e due lagrime gli vennero agli occhi.