La plebe, parte II

Part 24

Chapter 243,841 wordsPublic domain

Il marchese stava seduto innanzi al camino, in una mossa che avreste detta afflitta, sostenendo il gomito destro al bracciuolo del seggiolone e la fronte alla palma della mano. Il suo occhio guardava il fuoco che gli ardeva dinanzi fra gli alari di bronzo artisticamente lavorati, e pareva seguitare con interesse i varii guizzi della fiamma; in realtà esso seguitava le diverse immagini che passavano nella sua fantasia in una dolorosa meditazione.

Era un uomo di circa cinquant'anni, sui lineamenti del quale scorgevasi la vita non essere passata per esso senza lotte, senza emozioni e senza travagli, e l'esperienza del mondo non essere via trascorsa come acqua corrente su pietra, senza aver lasciato in quell'anima la amara dottrina delle cose terrene e la più amara conoscenza degli uomini e delle loro passioni. Una ragguardevole fisionomia la sua, nella quale i resti d'una rara avvenenza virile preparavano la imponente bellezza d'una nobile vecchiaia. Aveva il profilo caratteristico d'un cammeo romano e la guardatura speciale dell'uomo avvezzo al comando. L'espressione precipua del suo volto, con cui sempre e naturalmente si armonizzavano i suoi contegni, le mosse del suo corpo così come la voce e la sostanza delle parole, era l'espressione d'una dignità ognora presente a sè stessa. Si sarebbe potuto dire ch'egli aveva preso fin dalla sua giovinezza a sostenere una parte — la parte dell'uomo superiore agli altri uomini, ed agli avvenimenti ed alla fortuna — ma che questa parte non la sosteneva pel pubblico, ed innanzi a lui, per lasciar la maschera, quando faccia a faccia con sè solo, sì invece la aveva assunta e voleva sostenerla per sè e innanzi a sè, di guisa da sopravvegliar continuo sopra ogni sua cosa, affine di non mancarci mai, e quindi agire, volere, pensare sempre in modo coerente alla nobiltà di quel personaggio. Era un orgoglio accompagnato dal sentimento incessante d'un incessante dovere; non era una superbia cagionata da impertinente concetto di sè e disprezzo d'altrui. Era l'incarnazione di quel bellissimo motto francese: _noblesse oblige_.

Gli abiti onde vestiva erano mirabilmente assortiti alla severità di quel gabinetto ed alla gravità della sua figura. Un soprabito nero abbottonato alla militare sul petto avvolgeva la sua alta e ben complessa persona: pantaloni neri cascavano sui suoi piedi veramente aristocratici per piccolezza e per forma: un'alta cravatta bianca sosteneva il suo mento, non colpevole mai d'una barba da radere.

Quella mattina, in cui per la prima volta noi facciamo la personale conoscenza del marchese, era egli assorto, come già dissi, in una meditazione, che pareva dolorosa. La sera innanzi aveva appreso la condotta di suo figlio verso quel giovane borghese, cui egli stesso onorava d'un amichevole saluto, e di ciò era egli stato dolentissimo, come di cosa affatto indegna d'un vero gentiluomo e del nome del loro casato. Non aveva però voluto far parola nessuna intorno a questo argomento con suo figlio, perchè ben supponeva che un duello sarebbe intravvenuto, e credeva maggior convenienza lo aspettare a rivolgere i dovuti rimproveri al figliuolo dopo l'esito dello scontro. Era nelle sue idee che egli dovesse non darsi per inteso di nulla fino a cose compiute, perchè sapendo del duello, lo avrebbe dovuto impedire, e il concetto ch'egli aveva dell'onore lo distoglieva assolutamente dallo stornare comecchessiasi il figliuolo dal battersi.

Ma si ha bello essere tutto invasato da queste false idee di suscettività d'onore che non permettono all'ingiusto oltraggiatore di riparare all'oltraggio, e gli comandano invece di andare ad ammazzare l'uomo oltraggiato; quando si è padre non può essere con indifferenza che si passa la notte, finita la quale si sa che il proprio figliuolo si esporrà a pericolo di morte; non può essere con calma che si attendono le notizie dello scontro dal quale il proprio figlio può essere trasportato indietro cadavere. Questo basti per farci sapere quale fosse stata la notte, qual fosse attualmente la condizione dell'anima del marchese. Fra lui e il suo primogenito non correva attinenza di molto affetto, non quella fiducia e quell'abbandono che procura fra due anime compagne e degne l'una dell'altra, tanto stretto vincolo di sangue; la severa dignità del padre impacciava l'indiscreta tracotanza del figliuolo, e le sregolatezze di condotta come le impertinenze di modi in quest'ultimo, offendevano il dilicatissimo sentimento del dovere che governava l'animo del marchese. Ma ciò nulla meno spenta non era nel padre quella potente affezione che fa dell'esistenza dei figli l'esistenza dei genitori; e il suo spirito aristocratico, per quanto elevato, non andava esente da quel pregiudizio nobiliare trasmesso nel sangue traverso tante generazioni, che dava un pregio maggiore alla vita del primogenito che non a quella degli altri figliuoli. In realtà al suo cuore erano più cari i due altri suoi nati che si preparavano alle spalline da ufficiale nell'_Accademia militare_, e specialmente il secondogenito nel quale pareva al padre, ed era in fatto, che maggiormente rivivessero le qualità del suo animo e del suo spirito, come più esattamente si riproducevano le sembianze del viso; ma tuttavia — tanta è la potenza dei pregiudizi, anche nelle anime elette! — se il marchese fosse stato posto nel dolorosissimo caso di dover sacrificare la vita d'un suo figlio ed a lui fosse stata la scelta del capo da immolarsi, ne avrebbe avuto infranto il cuore, ma avrebbe salvato il primogenito a costo del sangue degli altri due.

Oltre ciò una ragione speciale affatto gli faceva più penosa, più paurosa l'idea del duello che doveva compiersi, che stava per aver luogo, che forse già era avvenuto; e questa ragione era una tristissima memoria d'un orribile dramma successo nella sua vita, egli attore principale. Molti e molti anni erano passati dopo quell'avvenimento: ma il ricordo erane fresco ancora nell'anima del marchese, come con raccapriccio parevagli che fresco ancora stesse sulla sua spada, perfino sulle sue mani il sangue ch'egli — uomo di anima benigna e di pietoso cuore — fatalmente aveva dovuto versare.

Ma di codesto tremendo segreto della sua vita, di cui la gente conosceva appena un'ombra, e la famiglia, val quanto dire la moglie sua, i figli e la nipote non avevano il menomo sentore: di questo segreto apprenderemo forse alcuna cosa, ascoltando il soliloquio con cui il padre del marchesino manifesta le intime sensazioni che gli si avvicendano nell'anima.

Tutta notte quell'incessante pensiero aveva travagliato l'animo del marchese: al mattino, affrettatosi, come vedemmo, a mandare a chiedere di suo figlio, dalla assenza di lui così mattiniera, aveva arguito la certezza che in quel punto medesimo avveniva il duello.

Nell'atteggiamento che ho detto, il capo sostenuto colla mano, egli così pensava:

— In questo istante che sarà di lui? Ho io ancora il figliuolo mio primogenito? Oh! se dovessi vedermelo a recare in casa esanime e sanguinoso, morto senza più vedermi, morto senza l'ultimo mio amplesso, morto senza la mia benedizione.... Ed egli non ha cercato punto punto di vedermi, nè ier sera, nè questa mattina! Forse il suo cuore non glie ne ha fatto un bisogno: forse non ha sentito il dovere nè il desiderio di udire ancora la mia voce, di chiedere almeno al mio affetto un addio ed un perdono.... e per tante cose ha egli bisogno di perdono, pur troppo!... Oh forse temette le mie rampogne e ch'io potessi impedirgli di battersi; no, non glie ne avrei mosso di rimproveri a quel momento solenne, non avrei tentato in niun modo di trattenerlo, e s'egli codesto ha temuto, è nuovo segno che non conosce per nulla suo padre. Non gli avrei fatto che una raccomandazione sola: «Guardati dall'uccidere il tuo avversario, se puoi salvare senza la sua morte, la tua vita! La memoria d'un uomo ucciso di nostra mano, sia pur anche in duello, si incastra tremendamente nel nostro pensiero e non si diparte più e nulla val più a cancellarla, e per quanto sia onesta la vostra vita, vi fa provare la puntura sciagurata del rimorso.»

Si passò la mano sulla fronte e mandò un profondo sospiro.

— Questo, io lo so per prova, continuò egli; siffatto tormento, negl'intimi penetrali della coscienza, fu ed è il mio.... Quando son solo, ed anco talvolta in mezzo al rumor gaio delle feste, fra i più gravi discorsi delle cose più importanti, nelle domestiche riunioni, io vedo drizzarmisi innanzi il fantasma sanguinante di quel povero Maurilio Valpetrosa; lo rivedo guardarmi cogli occhi sbarrati come mi guardò in quel terribil momento in cui lo sostenni colla mia spada che gli attraversava il corpo; lo rivedo agitare convulsamente le labbra macchiate di schiuma sanguigna, come per mandare un grido, una parola, e non poterlo, e cadere lungo e disteso come cadavere. Egli aveva una madre che lo attendeva, una madre cui era unico amore e conforto; aveva una sposa..... e quale!..... a me così strettamente per sangue congiunta!... che stava per renderlo padre... E sposa e madre dovettero vederselo recare morente...

Si tacque un istante e si serrò con ambedue le mani la faccia, cresciuta l'angoscia dall'orrido pensiero che gli sopravvenne.

— E se Dio per punirmi riserbasse a me quella vista, e mio figlio, oggi, fra pochi minuti, mi fosse portato innanzi a quel modo, esanime, per morirmi nelle braccia?

Raccapricciò, come scosso da un brivido di febbre violenta.

— Punirmi! E perchè vorrebbe Iddio punirmi? Non mi dettarono quella mia condotta le più sacre leggi dell'onore? Non me la dettò la stessa autorità paterna? E se pur sempre vi ha colpa nello spargere il sangue umano, le circostanze che a ciò mi spinsero non devono esse avermelo fatto perdonare? Padre Bonaventura ben me ne affermò colla sua autorità di sacerdote; ma s'io me ne confessassi a don Venanzio, direbb'egli eziandio il medesimo? E fra questi due, quale il più degno ed autorevole intermediario fra il peccatore e Dio?

Sollevò lo sguardo al Cristo d'avorio appeso alla croce d'ebano.

— Sono io stato colpevole, o Dio? E se sì, non mi hai tu ancora perdonato?.... Ad ogni modo, deh! non volermi colpire nei figliuoli miei!....

I suoi occhi scorsero sul ritratto del padre che stava presso la croce. Era una imponente e leggiadra figura d'uomo anche quella, ma in cui l'orgoglio aveva qualche cosa di aggressivo, e la fierezza aveva una tinta di crudele. A quelle sembianze dipinte rassomigliavano di più le fattezze del marchesino nipote che non quelle del marchese, figliuolo al personaggio ritratto. Il marchese si levò da sedere e ponendo il suo volto presso a quello dipinto di suo padre, i cui occhi, pur dalla tela luccichiavano d'una indomabile superbia, soggiunse:

— E voi, padre mio, chè non trovate un modo da parlare alla coscienza di vostro figlio? Da lungo tempo voi siete passato in quella regione, dove si deve scorgere il vero; colà come ravvisate voi l'opera mia?.... l'opera nostra, poichè voi mi avete chiamato, mi avete spinto a compirla. Conservate voi ancora gli stessi odii, le stesse opinioni? Se adesso una simile avventura si presentasse alla vostra famiglia, e voi poteste consigliarmi, da quel mondo ove siete, mi dareste lo stesso comando?... E l'anima della mia vittima, l'avete voi incontrata in quel regno delle ombre?.... E se sì, qual contegno potè essere il vostro?

Pose i due gomiti sulla mensola di marmo del camino e nascose il volto tra le mani, assorbito in un inesprimibile tumulto di pensieri e di sentimenti. Venne a riscoterlo una mano che bruscamente, vibratamente, quasi sarebbesi detto con premura affannosa, batteva all'uscio del gabinetto.

Il marchese fece un soprassalto, e le sue guancie impallidirono.

— Ah! pensò egli: qui è la trista novella che batte alla porta.

Fermò il viso, si volse verso l'uscio, prendendo la mossa dignitosa d'un uomo di coraggio superiore che è preparato a tutto, e disse con voce che non tremava punto punto:

— Avanti.

L'uscio si aprì di scatto ed entrò Virginia colla lettera di Maria in mano.

La bella giovane era dilettissima a suo zio. Rimasta orfana, egli l'aveva amata d'un affetto più che di padre; aveva trovato per lei nella sua natura severa, riserbata e un po' asciutta da gentiluomo delle tenerezze di madre amorosa, onde Virginia aveva preso nei rapporti con esso una più espansiva e domestica affettuosità ch'ella non avesse con altri, e sopratutto colla superba sicumèra della zia, una famigliarità gentile di tratti cui nessun altro osava ed avrebbe osato mai avere col signor marchese.

Questi nel vedersi entrare in quel momento la nipote nello studiolo, rasserenò d'un lieve sorriso la faccia, e sentì di botto tranquillarglisi l'anima. Credeva impossibile che una sventura potesse prendere per messaggiera quella bella ed adorabile persona.

— Ah sei tu, Virginia, figliuola mia? Le disse con molto affetto tendendole la mano. Sii la benvenuta nel recarmi il tuo saluto mattinale.

Per la mano che Virginia pose in quella da lui tesa, lo zio trasse a sè la fanciulla e le diede un tenero bacio sulla bella fronte. Ma vide allora il turbamento delle sembianze della donzella, e tutto il suo primitivo timore lo riassalì.

— Tu hai qualche cosa? Diss'egli nascondendo pur tuttavia lo spasimo dell'ansietà ond'era travaglialo. Parla senza ambagi, qualunque avvenimento esso sia che tu abbia ad apprendermi.

— Sì zio: rispose la fanciulla: sono venuta da Lei a bella posta perchè sapesse tutto e provvedesse a tutto.

Il marchese sedette sul suo seggiolone, mantenendo sempre ferma la dignità del suo contegno, e fe' cenno alla nipote sedesse anch'ella in prospetto; poi appoggiato il mento alla sua destra, sostenendo colla mano sinistra il gomito, guardando verso la fiamma stette, impassibile in apparenza, ad ascoltare.

Virginia trasse una lunga aspirazione come per prender fiato, e in vero il cuor palpitante le agitava il respiro; poi narrò per disteso tutto ciò che ella sapeva avvenuto fra il cugino Ettore e l'avvocato Benda, dall'oltraggio della sera innanzi all'arresto di quest'ultimo certificato dalla lettera di Maria.

Il calore posto da Virginia nella sua narrazione, e quello soprattutto della perorazione finale con cui supplicava il marchese a voler far restituire alla famiglia il giovane arrestato, erano tali da essere notati dallo zio, e diffatti ne fu esso colpito, ma non ebbe campo la sua mente a soffermarsi su di ciò per la quantità e la natura de' nuovi pensieri che le cose udite fecero nascere in lui.

Di quante maniere avess'egli saputo immaginare in cui avrebbe potuto aver termine la contesa di suo figlio col giovane borghese, questa che gli si narrava, non era mai nè anco apparsa al suo pensiero; e se non fosse stato della lettera della sorella di Francesco, certo non vi avrebbe creduto così di piano. Non dubitò neppure che in questo fatto avesse alcuna colpa il figliuol suo, poichè, conoscendo pur troppo tutti i difetti di lui, sapeva pur tuttavia che non mancava in esso il valore; ma ciò nullameno provò una grandissima dispiacenza di codesto avvenimento. Senza manco parlare suonò vivamente un campanello, di cui pendeva il cordone presso il camino.

— Mio figlio è rientrato? Domandò al domestico che si affacciò per ricevere gli ordini.

— Signor sì: rispose il servo. È tornato adesso adesso.

— Ditegli che venga qui, da me, tosto.

Il domestico si partì dopo un inchino.

— E tu vanne, soggiunse il marchese alla nipote, voglio parlare con Ettore da solo a solo.

Virginia si alzò e camminò verso l'uscio; ma quando fu sulla soglia, quando già aveva aperto il battente, si fermò e rivoltasi verso lo zio, disse con accento di tutta grazia e di supplicazione amorevole:

— Ella renderà quel giovane alla sua povera famiglia, non è vero?

Il marchese fece un segno di condiscendenza col capo e parve in sull'atto di voler muovere qualche parola; ma in quella s'affacciò all'uscio medesimo in cui stava Virginia la figura orgogliosa, in questo momento un po' turbatella, del giovane Ettore. La fanciulla sgusciò via lesta; e padre e figlio rimasero soli.

CAPITOLO XVIII.

Ettore aveva udite le ultime parole dette da Virginia al marchese; mentre la fanciulla gli scivolò daccanto nel partirsi, egli la saettò d'uno sguardo che era tutt'insieme un'indagine osservatrice, una interrogazione ed uno sfogo di sdegno. Tornato a casa dopo il suo colloquio col Generale dei carabinieri, il marchesino aveva appreso dal suo cameriere dove la cugina si fosse recata nella sua gita mattiniera, chi avesse colà incontrato e i discorsi che erano passati fra Virginia e Maria, secondo che lo staffiere aveva esattamente riferito; epperò udendo le parole dalla cugina pronunciate non ebbe il menomo dubbio che le riguardassero il suo avversario e rivale.

In verità non era senza qualche apprensione che il giovane, ubbedendo sollecito alla chiamata paterna, presentavasi nel gabinetto del marchese. A dispetto della sua leggerezza orgogliosa e della irriverente petulanza del suo carattere, egli provava alcun impaccio a comparire innanzi alla conosciuta severità di suo padre, dopo tal fatto in cui sentiva istintivamente di non aver egli la più bella parte.

Stette egli un poco sulla soglia, e padre e figlio si guardarono un istante in silenzio. Gli occhi di Ettore si chinarono innanzi a quelli del marchese. In quello sguardo erasi compreso con meravigliosa sintesi tutto ciò che si sarebbe detto a parole, tutto ciò che era negli animi loro: di qua un'amara scontentezza, di là una pervicacia inflessibile, ravvolta nelle forme d'una subordinazione, da cui era escluso l'affetto.

Fu il figliuolo che ruppe primo il silenzio.

— Di che giovane parlò ella Virginia? Posso io domandarle, padre mio, chi si tratta di restituire alla propria famiglia?

Il marchese accennò al figlio la seggiola che aveva innanzi a sè, e da cui s'era alzata poc'anzi la nipote.

— Venite innanzi, Ettore, diss'egli, e sedete. Vi permetto giustamente la domanda che mi fate, perchè ha riguardo appunto a ciò di cui debbo parlarvi, e per cui vi ho fatto venire.

Ettore si avanzò lentamente, pose una mano sulla spalliera della seggiola che gli aveva additata suo padre, e in quell'attitudine disse con disinvoltura, prima di sedersi:

— Ah! L'ho dunque indovinata. Ella vuol parlarmi dello stranissimo incidente che mi capita. Sta bene; al momento che il suo cameriere venne a recarmi l'imbasciata, io stavo appunto per mandare da Lei a chiedere se mi avesse voluto favorire dieci minuti di colloquio.

Chi non l'avesse saputo, non avrebbe indovinato mai che padre e figlio erano que' due, al vederne i contegni, all'udirne l'accento delle parole. Il giovane sedette, prese l'atteggiamento d'un uomo sicuro d'ogni sua cosa, e continuò a dire:

— Mi permette Ella che parli io per primo?

Il marchese fece un cenno di consentimento, e disse asciuttamente:

— Parlate.

Ettore in poche parole espose a modo suo i fatti che noi conosciamo; poscia soggiunse:

— Sono corso dal generale Barranchi (e ne torno adess'adesso) per ottenerne che il signor Benda fosse posto sollecitamente in libertà. Barranchi da principio si mostrò assai disposto a contentarmi, e già era sul punto di dar gli ordini opportuni, quando ravvisatosi, mi disse che v'era una circostanza, cui non aveva di subito ricordata, e la quale impediva si ottemperasse alla mia richiesta. Questa stessa mattina, per tempo, diceva egli, il commissario Tofi erasi recato da lui a prevenirlo essere necessario procedere all'arresto di quel cotale e di parecchi altri per cagione di certe mene politiche ond'eran rei; che quindi essendo il Benda sotto la grave accusa d'un delitto di Stato, egli non poteva prendersi l'arbitrio di mandarnelo sciolto così senz'altro. Io insistetti con tutto il calore di cui sono capace. Mi restituisse almanco per ventiquattr'ore il mio avversario, e poi ne facesse quel che più gli talentava: dovermi assolutamente siffatta riparazione pel torto che mi aveva fatto, chè da gentiluomo e da buon amico, quale egli ha sempre voluto essere con noi, non avrebbe dovuto fare intravvenire la sua polizia fin dopo che fosse stata _vidée_ fra di noi la contesa d'onore ed avrebbe dovuto ignorare assolutamente che avesse luogo il nostro duello. Gli ricordai il tempo della sua gioventù: che cosa non avrebbe fatto e detto quando era luogotenente nelle Guardie d'onore, se alcuno fosse venuto a levargliene così dinanzi l'uomo con cui doveva battersi? Che non direbbe e non farebbe anche adesso, se mai potesse trovarsi in una simile occasione? Se un disappunto uguale fosse accaduto al suo nipote San Luca, non si adoprerebbe ancor egli a far sì che in alcun modo non patisse pure un appannamento la lucentezza dell'onor suo? Insomma, perorai tanto che il conte mezzo scosso venne in questo temperamento: di mandar subito a chiamare il Commissario e di consultare con esso lui intorno a codesto; se appena appena, senza pericolo della sicurezza pubblica, dello Stato, e che so io, si potesse accondiscendere al mio desiderio, allora io non avrei preso commiato senza udire spiccato l'ordine di rilascio del Benda. Il Commissario venne sollecito[6]; e venne portando seco un fascio di libri e di carte, cui disse testè sequestrati nelle perquisizioni fatte in casa di Benda e di non so bene quali amici suoi. Da codeste carte e da codesti libri, affermò apparire più chiara che mai e più grave che non si credesse la colpa di quei signori; non potersi pensare assolutamente a nulla di simile a ciò che accennava il generale; si compiacesse quest'ultimo di gettare soltanto gli occhi sui titoli dei volumi e su alcune pagine d'un manoscritto che gli additava, e vedrebbe tosto di quale importanza fossero quegli arresti ch'egli si vantava d'aver consigliati. Il Generale guardò quei libri, fece scorrere gli occhi su quelle pagine, e vidi la sua fronte corrugarsi e i suoi baffi fremere d'indignazione.

[6] Abbiam visto che questa era stata causa, onde Tofi interrompesse l'interrogatorio di Maurilio.

«— Corpo d'una bomba! Esclamò colla sua voce tonante. Se mai vi fu gente degna d'esser mandata a Fenestrelle, si è quest'essa. Io mi felicito assai d'aver avuta la buona idea di dar l'ordine che fossero arrestati. Abbia pazienza, marchese, soggiunse volgendosi a me, io vorrei di gran cuore poterla contentare; ma i diritti di S. M. innanzi ad ogni cosa; noi teniamo alcuni birbanti rei di crimenlese, e non possiamo lasciarli andar più neppure per un momento. Trasmetterò tosto tosto questi documenti e i rapporti che li accompagnano al Governatore, e chiederò senza ritardo un'udienza a S. M. per renderla informata di tutto.

Tentai tuttavia insistere, ma per quanto dicessi tutto fu nulla. Allora tornai a casa avendo in animo di pregar Lei, la cui parola è più autorevole, di voler interporsi affine di ottenermi soddisfatto quello che mi pare legittimo mio desiderio.»

Il marchese aveva ascoltato suo figlio, sempre nel medesimo atteggiamento, silenzioso ed immobile, ed alle sembianze mal si sarebbe potuto scorgere quale impressione fosse la sua; quando Ettore ebbe finito, il padre si tacque ancora per un po', quasi riflettendo seco stesso sulle cose udite, poscia, levando lentamente il viso e fissando sul volto del giovane uno sguardo severo, imponente e dignitosamente corrucciato, egli disse:

— Ettore, molte cose vostre mi dispiacquero e mi tornarono indegne di voi e del nome che avete l'onore di portare; quest'ultima più di tutte mi spiace e la trovo indegnissima del vostro titolo, del vostro casato.

Il figliuolo fece un trasalto sulla sua seggiola, le guance gli arrossarono, si morse le labbra, e facendo forza per contenersi, proruppe tuttavia con voce resa balzellante dall'emozione:

— Le sue parole sono severe, padre mio, e mi pare che posso dire troppo severe. Ho il diritto di domandarle come mi può colpire di così tristo giudizio, ch'io ho la coscienza di non aver meritato.