Part 21
La fanciulla rivolse il suo sguardo alquanto peritoso sul padre e disse esitando:
— Pensavo una cosa.
— Che cosa?
— Quelle ricchezze così sotterrate a che cosa servono? Anche per chi le possiede, se non ne trae utilità di sorta, non sono elleno come se non esistessero?
Jacob arretrò d'un passo coll'aspetto d'uno spiacevole stupore.
— Ecchè? Sei tu, figliuola mia, che mi parli in questo modo? A che cosa servono? Dio d'Abramo! Servono ad averle; servono a farcene beare colla loro vista, a darcene il diletto di maneggiarle in segreto, di vedersele aumentare giorno per giorno; servono che ciò che abbiamo in nostro potere noi, siamo certi che è tanto di sottratto agli altri... Oh che non sei del mio sangue se non capisci codesto!.... Per la pietra di Oreb! Oh sentiamo un po' a che cosa pensi tu ch'esse avrebbero da servire?
Ester, in presenza della faccia eccitata di suo padre, non si sentì il coraggio di parlare.
— Di' su, di' su: comandò il vecchio.
— Pare a me: disse allora la giovane timidamente: che il denaro non sia che la rappresentazione dei beni e dei diletti del mondo, un mezzo per procurarseli....
— E vorresti procurarteli, privandoti del denaro? Proruppe Jacob, lo sguardo sfavillante di sdegno. Ma, per la grandezza dell'Eterno! chi ha potuto far penetrare in te queste false idee speciose?
La prese per un braccio e glie lo serrò con una forza di che non si sarebbe creduto capace il suo piccolo corpo.
— Con chi hai parlato?
— Con nessuno, con nessuno: rispose affrettatamente Ester atterrita.
Il padre ne lasciò il braccio e disse coll'accento d'una vera emozione:
— Tu non sai qual dispiacere mi hai dato con queste poche tue parole. Non pronunziarne di simili mai più!.... Voglio sperare — sì, lo credo anzi — che tu non sei conscia della loro importanza e le hai dette per giovanile leggerezza soltanto; ma esse mi hanno fatto travedere un pericolo, cui non ho creduto possibile sinora, ma il quale, se esistesse, guai!.... il pericolo che, spento me, i miei tesori possano andar dispersi, che tu non che continuare l'opera mia, quando io non sia più, empiamente la distrugga. Se ciò avesse da essere, Ester, guarda! preferirei gettare i miei tesori nel più profondo abisso..... e quanto a te, preferirei che tu non fossi nata.....
— Padre! Esclamò la fanciulla tendendo le braccia supplichevoli.
Arom prese un accento dolcereccio e che voleva essere affettuosamente persuasivo:
— Tu non le dirai mai più queste cose, non è vero? E ti guarderai ben bene eziandio dal pensarle, neh Esteruccia mia? Sai se ti voglio bene! Sei la pupilla degli occhi miei. Anche per te io mi sono rallegrato molte volte di avere raccolto tanto tesoro. Tutto questo, mi sono detto, rimarrà a mia figlia. Te — te sola al mondo — ho fatto partecipe di tutti i miei segreti; ti ho aperta sempre l'anima mia dinanzi — come il mio scrigno — e ti ho lasciato vedere per entro. Ho voluto che fin da giovanetta tu gustassi l'impareggiabile diletto di possedere e di saper di possedere. Ho sperato, anzi ho creduto che le mie idee passassero in te, che la mia anima informasse al suo stampo la tua. Tu sei il sangue dei mio sangue, sei la carne della mia carne; devi continuare tuo padre nell'esistenza terrena, come io ho continuato il mio, il quale aveva già dal suo attinto propositi e carattere, e così via via, per generazioni e generazioni. Ma se tu mancassi alla mia speranza, se tu mancassi al tuo dovere; oh te lo affermo, io ti strapperei dal mio cuore, come si strappa un membro guasto dal corpo, io riconoscerei che tu non sei generata dall'anima mia, non ti avrei più qual figlia; e quand'anche fossi morto, la mia maledizione, che affido nelle mani dell'Eterno, ti colpirebbe come ingrata e spergiura.....
— Oh! non dite così, padre: tornò ad esclamare la giovane, più pallida e più turbata di prima. Non badate a quelle mie parole... Dissi a caso... senza rifletterci.....
— Va bene, va bene: continuava il padre; ti credo, mi piace crederti. Mia figlia non può nutrire colpevoli desiderii... Ad ogni modo ascoltami. Se sei degna di me, mi comprenderai. Vi hanno per l'uomo godimenti materiali e godimenti ideali. Quelli soddisfano il corpo, questi lo spirito; i primi sono volgari, son bassi, son vili; gli altri son nobili, sono i soli degni di esseri eletti. La nostra razza, prima e più nobile di tutte, manifesta la sua supremazia nel suo idealismo... Ora anche nel godimento del denaro vi è questa distinzione, e non si contentano della parte migliore quelli che hanno scelto le soddisfazioni materiali. Spendendo il denaro, io non posso avere che questo o quel diletto particolare, concreto, transitorio, consumato il quale nulla più mi resta in mano; conservandomi l'oro invece, appunto perchè esso è la rappresentazione di tutti i beni del mondo, io continuo a possedere in potenza tutte le cose rappresentate, ogni delizia dell'universo; non lo immaterializzo, non lo impiccolisco in cosa particolare, ma ne godo in modo ineffabile, astrattamente, idealmente, perpetuamente, senza soluzione di continuità.
I suoi occhi brillavano per una strana voluttà, le sue mani tremavano per commozione. Ester rimaneva immobile, il capo chino, pallida e muta.
Povera Ester! Come diversamente intonata da quella del padre era in quel tempo l'anima sua!
Fino ad una data epoca, ella aveva vissuto della vita di suo padre, aveva pensato, voluto, desiderato col pensiero, colla volontà, coi desiderii di lui. Il sangue che le correva nelle vene si commuoveva, come quello di chi glie l'aveva dato, allo aspetto dell'oro; aveva ella udito, fin da quando primamente potè intendere parola, magnificar sempre e tanto quella ricchezza di cui sì accuratamente si nascondeva il possedimento che, senza comprendere ben bene che cosa essa fosse, senza domandarsi menomamente allora a che cosa servisse, aveva posto ancor ella nel denaro un culto devoto. Jacob aveva avuto allora nell'anima della figlia un'appendice, per così dire, della propria. Quindi non esitava punto, innanzi ad essa, a manifestare il suo pensiero ed a ricorrere le proprie azioni ed a ripetere i proprii disegni, come fa l'uomo che parla a se stesso e con sè. Le orecchie della giovinetta avevano udito quello che nissuna creatura vivente non aveva dovuto e non dovrebbe saper mai.
Allevata in mezzo alle privazioni poco men che della miseria, sapendo ciò nulla meno che il suo piede calpestava immensi tesori che sarebbero stati, che eran suoi, Ester aveva accresciuta da ciò quella forza di volontà che già aveva recata dalla natura, aveva concentrato e rinvigorito ancora un carattere ardente e risoluto, a cui dava novello rincalzo la dissimulazione, ed aveva acquistata una certa persuasione di potere quasi di sicuro conseguire ciò che volesse, quel dì che potentemente volesse.
Un giorno era avvenuto, nella monotonia invariabile della sua esistenza, un fatto semplicissimo che pure aveva posto in lei il germe d'una interna, compiuta rivoluzione. Un nuovo elemento era entrato nell'anima sua, il quale doveva svolgersi a poco a poco, ingrandirsi, diventar predominante e passar quindi sopra ed innanzi a quegli altri pochi ed aridi affetti che la occupavano dapprima. La sua esistenza erane stata come divisa in due. Il primo periodo tutto silenzio e tenebre; un'indifferenza accompagnata da un assopimento dell'anima. Il secondo un risveglio, una luce nella notte interiore, la rivelazione d'un Dio sopra un misterioso Sinai dell'affetto e del pensiero; l'accensione d'una lava che si comprimeva sotto le sembianze dell'antica apatia.
Questo fatto così fatalmente efficace era stata la comparsa in quella stanza terrena dove Ester soleva lavorare, di Gian-Luigi.
La figliuola di Jacob non aveva allora che quattordici anni, e fino a quel punto l'assopimento dell'anima e del corpo l'avevano mantenuta in una apatia che non era, ma quasi poteva uguagliare la innocenza che ignora. Però sotto quell'indifferenza il precoce sviluppo del fisico e l'audace natura dell'intelletto preparavano celatamente le materie infiammabili della passione. Nel suo sangue era il germe dell'ardore orientale della sua razza. Nella sua bellezza come nella sua natura c'era la tremenda potenza di voluttà della Sunamite.
La bellezza non era ancora apparsa agli occhi suoi sopra nessun volto d'uomo, da nessun occhio di giovane aveva visto raggiare quel baleno di sguardo che penetra nell'anima; una lusinga, una provocazione, una fiamma. Gian-Luigi aveva nella persona la venustà d'una statua greca, nella fierezza del sembiante l'autorità d'una supremazia data dalla natura, nei modi l'agiatezza elegante del gran signore, negli occhi neri il fascino seduttivo di cui Mefistofele aveva armato Fausto contro la povera Margherita. Quella prima volta, Ester non l'aveva visto che pochi minuti, poichè il padre erasi affrettato ad allontanarla; ma l'impressione era tuttavia stata in essa viva e profonda. Più tardi, frequenti volte era avvenuto che il giovane comparisse in quella squallida dimora; e lo faceva con quell'aria di padronanza che a lui era naturale e cui, verso il vecchio ebreo, erano tante le ragioni a giustamente attribuirgli. Ester, partendo, mandata di sopra dal padre sempre sospettoso, scambiava con lui uno sguardo; e quello sguardo era una confessione, era poco meno che una promessa, cui Gian-Luigi non era tale da lasciar cadere inefficace.
Un giorno, parecchi mesi prima dell'epoca in cui si svolge il nostro racconto, Jacob aveva dovuto recarsi a Genova per gli affari suoi, e Gian-Luigi lo sapeva. Il vecchio ebreo contava sulla fedeltà di Debora, obliando come l'oro vinca fedeltà ben più salde che non quella d'una vecchia fante, specialmente di tale che era invecchiata in mezzo a gente che avaramente idoleggia il denaro. Gian-Luigi comprò la serva e fu l'amante di Ester. Da quel giorno, per costei cominciò una esistenza di tormenti indicibili. Ella sapeva quanta ferocia si nascondesse sotto la finta mansuetudine di suo padre; ella conosceva l'odio accanito contro i cristiani che contenevasi nella debolezza di quel vecchio; — e il suo amante era un cristiano! Nessuna speranza adunque di lieta conclusione all'amor suo, fuorchè in una sventura, il pensare soltanto alla quale, non che desiderarla, era una colpa: voglio dire la morte del padre. Questi le aveva detto infinite volte la onnipotenza della ricchezza; ed Ester si sapeva assai ricca. Quella tanta quantità di oro accumulato avrebbe potuto far superare ogni ostacolo. Sì; ma fra quell'oro e lei c'era il padre... Ella scacciava con raccapriccio siffatte idee, e si abbandonava alla fiducia dell'ignoto. Una fiata un leggier barlume di speranza era balenato alla misera fanciulla. Jacob, secondo che soleva di frequente, magnificandole quelle ricchezze che aveva raccolte e la potenza loro, era uscito in queste parole:
— Tutto questo sarà tuo... Bisogna cercarla col lanternino una principessa che ne abbia altrettanto. Tu potresti volere a tuo sposo non so chi, che l'avresti vinta.
— E voi, padre: diss'ella palpitando: voi mi lasciereste sposare quell'uomo che desidererei?
— Certo che sì: rispose il padre colla sua finta bonarietà.
L'anima della giovane si allargò nella subita invasione d'una speranza piena di gioia.
— Perchè, soggiungeva il vecchio, sono più che persuaso come tu non desidereresti se non tale che a te ed a me convenisse pienamente. Voglio dire un israelita del mio stampo, che la pensi come penso io, che sia capace di fare quel che faccio io, e che sapendo continuare la mia opera, sia degno effettivamente di diventarmi figliuolo.
Ester chinò il capo e non parlò più.
Dal momento poi in cui si era accorta d'esser madre, per la figliuola di Jacob s'accrebbero a mille doppi i tormenti, le paure, le angoscie crudeli dell'animo. Gian-Luigi inoltre aveva di molto diminuita la frequenza delle visite che le faceva nelle assenze del padre; e la infelice ragazza s'accorgeva pur troppo che questa era una diminuzione d'amore; se pure mai aveva meritato questo nome sublime, il sentimento che aveva tratto quel seduttore ad abusare dell'imprudente abbandono di Ester.
— Tu mi hai capito bene, figliuola mia, non è vero? Dopo una pausa riprendeva Jacob in quel colloquio con sua figlia, il quale aveva luogo innanzi alle ricchezze della cassa di ferro spalancata. Tu, per essere degna figliuola di tuo padre, per corrispondere al tanto affetto ch'e' ti porta, tu amerai l'oro di quel vero amore con cui deve essere amato, con quel giusto amore che si merita; tu odierai i cristiani con quel vero e giusto odio che si meritano.
Ester si riscosse, impallidì e tacque.
— Un giorno penserò a darti un compagno che corrisponda alle ragionevoli esigenze tue e mie; un compagno che s'immedesimi in noi e nei nostri disegni e propositi, che mi aiuti quando io sia stanco affatto e impotente..... Oh! non sarà tanto presto. Io mi sento forte e robusto, e qui dentro ho un vigore nella volontà, che non accenna a venir manco. Tu altresì sei tanto giovane ancora!.... D'altronde non sarà mica il primo venuto a cui vorrò dare questo tesoro di bellezza, di istruzione e di virtù.....
Accarezzò il mento della figliuola che rimase impassibile e fredda come una statua.
— Il più bel fiore d'Israele, senza contare le sue ricchezze. Voglio che sia un israelita su cui si compiaccia l'occhio dell'Eterno e lo spirito dei nostri padri.... e che conosca per bene le ragioni del nostro commercio.
Ester, come fastidiata da siffatto discorso, interruppe:
— Devo dunque scrivere sul libro dell'avere questi guadagni del giorno? Diss'ella.
— Sì, e scrivi le nuove cifre sulle polizze dei sacchetti.
La giovane si pose all'opera; il padre, guardando di sopra la spalla di lei seduta seguitò cogli occhi la penna che rapidamente tracciò quelle cifre che occorrevano; poscia libri e sacchetti furono riposti nella cassa, questa venne chiusa accuratamente, e le chiavi nascoste dove erano prima.
— Ah! Esclamò allora Jacob soffregandosi di nuovo le mani: ecco una mattinata che è andata bene. Mi sento appetito. Andiamo a mangiare la minestra che ci ha preparato Debora.
CAPITOLO XVI.
Il dottor Quercia era aspettato dalla contessa di Staffarda e i domestici senza indugio gli aprirono le porte che conducevano nel riposto gabinetto di lei.
Candida lo accolse con un freddo saluto, fece affrettarsi la cameriera che finiva la delicata ed importante opera della pettinatura e la congedò sollecitamente.
— Voi avete ricevuto il mio biglietto, contessa? Domandò il giovane appena fu solo con lei.
— Sì: rispose la donna con asciutto contegno; ma il laconismo di esso mi ha spiegato poco e mi ha fatto pensar molto. Spero che voi ora mi chiarirete di tutto.
— Certo! Son persuaso che voi tuttavia avrete fatto ciò di cui vi pregavo.
— Esattamente. Ho parlato a mio marito ed ho scritto a mio padre.
— Che cosa disse il conte?
— Che si sarebbe recato subito dal generale Barranchi.
— Bravo conte! E il barone La Cappa?
— Mi rispose questo bigliettino.
Prese sopra la tavoletta una cartolina ripiegata e la porse a Luigi.
Questi lesse le parole seguenti:
«Qual interessamento prendi tu per quei due giovani scapati? Io li conosco di nome e so che appartengono a quella impertinente razza di liberali che non è male corregger di quando in quando con qualche buona strigliatina. Lascia un poco che la Polizia tenga per alcuni giorni a temperare all'ombra il cervello esaltato di questi giovinotti, e non vi sarà male nessuno. Prima di recarmi a disturbare S. E. il Governatore, aspetto che tu insista, se lo crederai opportuno, nella tua domanda.»
Un amaro sogghigno si dipingeva sul volto di Luigi mentr'egli veniva leggendo la letterina del padre di Candida.
Questa intanto con uno sguardo fisso che avreste detto corrucciato, quasi ostile, esaminava la fisionomia del giovane. La pallidezza delle guancie, la livida riga che ne disegnava le occhiaie, l'espressione di abbattimento doloroso che aveva il suo volto, dinotavano come non fossero state ore di riposo per lei quelle che avevano tramezzato fra il ballo della notte e quell'abboccamento.
— Cospetto! Disse Luigi con ironia, quando ebbe finito di leggere. Il signor barone, vostro padre, è più realista del Re e più poliziesco della Polizia.....
— Signor Dottore: interruppe seccamente la contessa: vi prego di non dimenticare che parlate a me, di mio padre.
Luigi alzò vivamente il capo a guardare in viso la donna, come stupito e dell'osservazione e dell'accento con cui era fatta. Vide quella certa ostilità a suo riguardo, che ho detto, negli occhi di lei, e ne cercò fra sè la possibil cagione. Le pupille dei due giovani stettero un istante fisse le une nelle altre; poi, come sempre le avveniva, come avveniva a tutti, la donna dovette abbassare le sue innanzi al bagliore di quelle di lui. Egli intanto aveva trovato la ragione del segreto corruccio di Candida; s'era ricordato del dialogo che aveva avuto con essa la notte, in quel salotto dell'_Accademia Filarmonica_, dove la marchesa di Baldissero aveva poi superbamente e indirettamente ripigliata e sermoneggiata la contessa Langosco. Sorrise: studiò un momento qual mezzo avesse da prendere per vincere siffatta ostilità, e decise attenersi alla dolcezza, perchè, rifacendosi a parlare, scelse nella sua voce le note più soavi e simpatiche onde tanta efficacia egli poteva avere sul cuore altrui.
— Ah! io sono ben lontano dal voler dir cosa che possa offendere tuo padre, e dispiacere a te: diss'egli prendendo alla contessa una mano e baciandogliela con amoroso ardore.
Quella voce, alla povera donna innamorata, fu come una tenera carezza in sull'anima; a quel bacio sulla destra un brivido di sensazione dolcissima le corse tutti i nervi. Pure levò via la sua mano di mezzo a quelle e di sotto le labbra di Luigi.
— Che cosa credete dunque che io debba fare? Domandò la contessa.
— Insistere, per Dio! Rispose vivamente Quercia. Insistere in quel modo che tu sai, al quale non v'è resistenza possibile.
Candida sorrise con dolorosa amarezza.
— Risparmiatemi queste assurde adulazioni. Troppo vi siete adoperalo voi stesso a provarmene la falsità col fatto vostro. Ho insistito una volta sola presso di voi — questa notte — e il mio successo fu tale da non insuperbirmi.
Luigi non seguitò la donna su questo nuovo campo ch'ella apriva al discorso. Egli si fece più presso ancora alla contessa, tornò a prenderle quella mano ch'ella gli aveva tolta, e coll'accento più persuasivo e più insinuante ond'egli fosse capace, soggiunse:
— E non è più per lettera che tu insisterai presso tuo padre. Quattro pagine di scritto non hanno l'efficacia di due parole di viva voce dette da quelle labbra di corallo. Tu darai ordine di attelare i cavalli, passerai tu stessa dal barone e non lo lascierai più finchè non esca teco; lo condurrai colla tua carrozza medesima alla porta del Governatore; ed ecco fatto tutto.
La contessa guardava con una specie di meraviglia quell'uomo che con tanta sicurezza disponeva di lei.
— Sapete che voi siete un uomo sorprendente davvero!
— Io! Perchè?
— Voi credete di potere in ogni modo e sempre far di me quel che vi piace.
— Io credo poter fare a fidanza colla vostra generosa bontà.
Candida cedendo all'impeto dei sentimenti che la dominavano, proruppe con accalorato accento:
— Ieri sera io vi ho implorato in nome del nostro amore, quasi colle lagrime, coll'oblio certamente della mia stessa dignità...
— Ah! non dite così, contessa.
— Voi foste irremovibile. Voi vedeste il mio dolore e la mia umiliazione, e nulla potè ispirarvi nemmanco una parola di promessa. Voi sapeste che mi lasciavate ad una notte di angoscia, ma il vostro egoismo non se ne diede per inteso...
— Permettete, contessa...
— Questa mattina ricevo un vostro biglietto..... Ho avuta l'ingenuità d'illudermi un istante. Egli mi scrive, pensai, per temperare con parole d'affetto la sua cruda ripulsa di ieri sera; forse per promettere al mio amore quel lieve sacrificio che gli domandò la mia gelosia. Aprii palpitando quella carta... Ah! non parlava in essa menomamente l'amore.
— Parlava l'amicizia che ho per quei due giovani, i quali hanno bisogno del nostro intervento. Quando io amo — uomini o donne — amo con ardore; e quelli per cui vi scrissi mi sono molto cari.
All'udire fatto cenno da Luigi della sua ardenza nell'amare, Candida atteggiò le sue labbra alla tacita protesta d'un amaro sogghigno. Ora ella volle parlare, ma il giovane non glie ne lasciò tempo, e prendendole anche l'altra mano per istringerla insieme con quella che già teneva fra le sue, continuò egli a parlare sempre più insinuante, più affettuoso, più seduttivo:
— Ascoltami, Candida, per l'amor del cielo, che io t'ami, e come, hai tu bisogno ancora d'udirmele a dire ed a giurartelo sull'anima mia? Non vedi che tutti gli atti della mia vita ad altro non sono intesi fuorchè a questo unico scopo: vederti, esserti presso, vivere in quell'ambiente in cui tu vivi, seguirti in quelle splendide sfere che tu, astro brillante e benigno percorri? L'udire da te manifestato pure un sospetto sulla intensità e sulla fedeltà dell'amor mio, è per me un oltraggio che mi offende, e innanzi a cui s'inalbera e riagisce — troppo forse anco — l'orgoglio della mia natura, la coscienza di non meritarlo. Ecco perchè ieri sera alla tua domanda opposi forse troppo aspro il diniego...
Serrò con una sola delle sue le piccole mani di Candida, e si passò la destra sulla fronte e sugli occhi, mandando un profondo sospiro, come uomo assalito da una delle più penose sensazioni.
— Ieri sera, inoltre, io mi trovava, come mi trovo tuttora, sotto la più trista impressione d'una delle maggiori disdette che mi sieno toccate.
La contessa vide la bella faccia di Luigi, così abile ad esprimere ogni fatta sentimenti, dipingersi di tanto cordoglio ed abbattimento che ne sentì tosto e profondo tocca la sua anima pietosa di donna innamorata.
— Che cosa t'avvenne? Domandò essa vivamente chinandosi verso di lui.
— Nulla, nulla. Non parliamo di ciò...
— Parliamone invece. Tutto ciò che riguarda te, non tocca me pure?... Dimmi la verità, Luigi.
— Perchè amareggiarti inutilmente?... Volevo che tu nulla riuscissi nemmanco a sospettare, e ier sera nascosi tanto bene la mia passione, che tu hai piuttosto accusato l'amor mio che indovinata la mia sciagura. La necessità di combattere i tuoi sospetti, che troppo sono dolorosi al mio cuore, mi fece ora sfuggire dalle labbra quelle parole. Ti bastino per ispiegare il mio contegno, e non voler sapere di più.
— Sì, voglio, e ci ho diritto..... Perchè sarebbe inutilmente ch'io apprenderei questa tua nuova traversìa? Chi sa ch'io non possa venirti in aiuto!...
— No: prorruppe con impeto Luigi: questo poi no. Troppo già mi adonto di quello che hai fatto per lo addietro a mio vantaggio. Non voglio più nulla da te.
Candida così era chiara di che si trattava. Guardò un istante Luigi che teneva gli occhi volti alla terra e poi disse:
— Tu hai bisogno di denaro.
Quercia chinò la testa.
— Di molto?
— Moltissimo: rispos'egli a voce bassa.
— Quanto?
— Cinquanta mila lire.
Tacquero un istante tuttedue.
— Oh! come procurarsele? Disse poi la contessa.
Luigi scosse la sua testa leggiadra.
— A questo penserò io; tu intanto, dolce amor mio, non crucciartene. Ho ancora nel mondo abbastanza amici che, pregati, si faranno premura di sovvenirmi... Ah! gli è codesto che ripugna al mio orgoglio: pregare altrui!... Al postutto questa somma non ho bisogno di torla ad imprestito che per pochi giorni. La settimana ventura io sarò in condizioni tali da poterla rimborsar tosto... C'è bensì una persona alla quale non avrei che da dire una parola, perchè mettesse a mia disposizione tutti gli ori e le gemme che possiede...
Candida impallidì, e i suoi occhi lampeggiarono.
— Ah! Esclamò essa. So a chi volete alludere.
— Ma questa parola, soggiunse affrettatamente Luigi, non la dirò a niun conto.
Successe un silenzio. Candida pareva riflettere profondamente.