La plebe, parte II

Part 20

Chapter 203,925 wordsPublic domain

Jacob Arom camminava più lesto che potesse coi suoi passetti corti, facendosi riparare la neve che continuava a cadere dalla sua ombrella di cotone che non aveva più nissun colore. Una maligna gioia raggiava dal suo sguardo, e la preoccupazione del suo animo era tanta ch'egli dimenticava di mandare per le strade il solito grido di _nen da vend_. Giunto a quel grande agglomerato di case che forma il _ghetto_, penetrò nel più interno cortile, dove l'apparenza della maggior miseria si univa colla realtà della massima sporcizia a ferire la vista, l'odorato ed anche l'animo di qualunque estraneo vi si intromettesse. Era un quadrato di muraglie che conteneva un immondezzaio: spazzature, ossa rosicchiate, avanzi di erbaggi marci, gusci d'uova, torsoli e cocci rotti. La neve pareva disdegnare di coprire col suo mantello bianco tanto sudiciume, e fondendosi lo accresceva colla melma del terreno nemmanco selciato. Su questo marciume s'aprivano a pian terreno parecchie porticine con imposte d'usci forti, grosse e chiovate di ferro, e ai piani superiori alcune finestre difese da robuste inferriate a inginocchiatoio. Non si vedeva anima viva colà dentro; nissun naso d'inquilino compariva fra le barre di quelle inferriate, nissun occhio curioso di donna brillava in mezzo alle tendoline affumicate e impolverate delle varie finestre dietro i cristalli poco meno che opachi per la lunga mancanza di lavatura. Avreste detto quel luogo affatto deserto, se non ci avessero suonato gli strilli di qualche bambino piangente e il miagolare di qualche gatto affamato.

Il nostro vecchio ebreo andò ad una di quelle porticine che ho detto, la quale introduceva a casa sua, e ci picchiò dentro col pugno. Egli non usava mai portar seco la chiave di casa, perchè poteva esservi il pericolo di perderla o che gli venisse sottratta. Dopo un poco s'apri un finestruolo al di sopra della porta e vi comparve la faccia d'una vecchia degna d'esser compagna alla faccia di Jacob, degna di trovarsi in mezzo a quel lurido luogo.

— Chi è? Domandò la vecchia con voce tremolante e nasale.

Jacob tirò giù l'ombrella e levò in alto il suo becco da uccello di rapina.

— Apri. Debora, sono io.

— Vengo subito: rispose la vecchia ritraendosi dal finestrino e richiudendo l'invetrata.

Questo subito, però, si protrasse oltre a cinque minuti, così che il padrone di casa, impaziente, tornò a rinnovare la sua picchiata nell'uscio.

— Eccomi, eccomi: disse la vecchia Debora facendo scorrere i catenacci e stridere la serratura che assicuravano le imposte e mostrando finalmente il suo volto scarno fra i battenti, aperti tanto appena che una persona potesse passare.

Jacob entrò e dietro di sè richiuse egli stesso accuratamente la porta.

Entrando, uno si trovava in una stanza abbastanza vasta ma bassa di soffitto, la quale era tutta ingombra dei vari e molteplici oggetti che formavano materia dell'indefinibile commercio del vecchio ebreo. A destra una botola nel pavimento, aprendosi metteva in una scala che s'affondava sotto terra; a sinistra una scala a chiocciola saliva alla stanza superiore; in fondo una finestra con forte inferriata ancor essa, per una tenda color di polvere tirata davanti lasciava penetrare una luce grigiastra; in un angolo certi panni frusti composti di varie stoffe cucite insieme, rappezzati a mille colori, tesi sopra una corda per far da cortina, riparavano dietro sè lo strammazzo che serviva da letto alla Debora. Regnava colà dentro un'afa di rinchiuso e di stantìo che vi pigliava alla gola, congiunta in questo momento all'odore particolare mandato dai cavoli cuocendo, odore che emanava da un pentolino che si sentiva bollire e si vedeva fumare traverso il coperchio sopra un fornello portatile che faceva brillare modestamente i pochi suoi carboni accesi quasi in mezzo la stanza.

Ma chi fosse entrato dietro i passi di Jacob, avrebb'egli potuto prestare attenzione ai miseri particolari che ho appena accennato, mentre avrebbe visto di mezzo ad un viluppo di panni intorno a cui stava cucendo, non lungi dal fornello, levarsi una giovane figura di donna splendidamente bella, più che umana parola possa dire?

Era Ester, la quale venne incontro a suo padre con un sorriso un po' forzato sulle sue labbra di corallo, e pose sotto le vizze labbra di lui la sua candida fronte di così elegante e nobile forma che nulla più. Ella aveva tutte le bellezze — e le bellezze soltanto — dell'originale tipo giudaico. La sua svelta e graziosa persona il poeta l'avrebbe potuta giustamente paragonare al tronco d'una giovane palma. L'occhio nero possedeva tutta la gamma, per così dire, delle espressioni che può avere un occhio umano, dallo sguardo carezzevole, vellutato, soave, ardente d'amore, al baleno dell'odio. Il naso leggermente arcuato dava a quella dolce fisionomia un carattere di forza e palpitava nelle nari all'influsso della passione. I denti candidissimi erano fatti per illuminare il sorriso e parevano acconci eziandio a mordere e dilaniare. Da tutto quel capolavoro di forme leggiadre raggiava una gioventù potente nell'efflorescenza del suo sviluppo, benchè ora apparisse che la mestizia vi aveva gettato sopra un suo velo.

Jacob l'abbracciò con affetto di padre, e la guardò coll'ammirazione dell'avaro pel suo tesoro.

— Tu sei pallida, Ester. Che cos'hai?

Bastarono queste poche parole di suo padre perchè la giovane arrossisse fino alla radice dei capelli.

Debora intervenne.

— La sta sempre chiusa qui dentro fra queste quattro muraglie, diss'ella; vi pare, padrone, che ci si possa pigliare i bei colori?

Il vecchio fece una brutta smorfia che mostrava quanto queste parole gli spiacessero.

— Uhm! Uhm! Diss'egli bofonchiando. La sta rinchiusa! Per la pietra di Oreb, dove la avrebbe da andare? Questa è casa sua; e non c'è altro luogo da starci una ragazza. La faccia di mia figlia, della mia Ester, del gioiello della mia vecchiaia, l'occhio del mondo non l'ha manco da vedere..... Certe cose non le dovresti dire tu, Debora, che sei vecchia e la gente la dovresti conoscere. Sai quanto il mondo è cattivo, e sai che cosa sono i cristiani. Giusto, e' si vorrebbe che qualche sciagurato di quell'empia razza tendesse le reti a questa mia colomba. Pel Dio d'Abramo, piuttosto vorrei!.... La figliuola d'un ebreo? Che sì che ci metterebbero dei riguardi a rapirmela! Sarebbe una festa per essi; e il povero padre non potrebbe nemmanco ottenere giustizia, nè procurarsi vendetta.

Debora non aggiunse parola; Ester tornò a sedersi in mezzo al viluppo dei panni e, chinato il capo, sembrò tutta intenta al suo lavoro che riprese con mano sollecita ma un pochino tremante; Jacob allargò di nuovo l'ombrella e la depose spiegata sul pavimento presso al fornello perchè vi si rasciugasse, gettò sopra un cassone gli abiti frusti che aveva sulla spalla, vi mise su il suo cappello, e poi riappiccando il discorso, domandò alla serva con accento che aveva un'ombra di sospetto:

— Perchè hai tu tardato cotanto a venirmi ad aprire? Visto ch'ero io, non c'era più da indugiarsi.

E il suo occhio intanto scorreva tutta la stanza intorno come per vedere se ci fosse qualche cosa di nuovo che gli svelasse la causa del ritardo.

Debora rispose:

— Eh! non mi sono indugiata per nulla, ma colle mie gambe di quasi settant'anni, capite anche voi che non si può volare... E poi la marmitta bolliva di troppo e mi sono fermata un momento a gettare un po' di cenere sulla bragia.

Jacob non disse più nulla. Si accostò al fornello ancor egli e tese al disopra del coperchio della marmitta le sue mani scarne, annerite e tremanti, per iscaldarsele. La sua preoccupazione lo aveva ripreso, e quella certa gioia maligna che ho detto tornava a scintillare ne' suoi occhietti infossati. Dopo un poco egli si levò di lì, e fregandosi le mani salì per la scala a chiocciola al piano superiore. Le due donne si guardarono con aria di segreta intelligenza e mandarono un sospiro di sollievo.

La risposta che Debora aveva fatta al padrone intorno al suo ritardo ad aprire conteneva tutt'altro che la verità. Il picchiare di Jacob aveva interrotto un interessante colloquio fra le due donne, il quale s'aggirava sulle condizioni, sui timori, sull'avvenire della povera Ester. Questa non confidava più, non isperava più che in Luigi. Ch'egli la facesse fuggir seco, ch'egli la trafugasse, purchè la togliesse all'ira ed alla vendetta del padre, che sarebbero state tremendissime quando avesse scoperto il vero, ella si sarebbe rassegnata a tutto. Ma da tanti giorni il suo seduttore non si lasciava più vedere; ed ora sarebb'egli venuto all'appello fattogli pervenire per mezzo di Graffigna? Senza essere in chiaro di tutta la verità, Ester era abbastanza addentro nei segreti di suo padre per sapere come Luigi fosse a capo d'una schiera, tra i più fidati della quale era Graffigna, non dubitava punto per ciò che la sua lettera sarebbe giunta nelle mani del suo amante, e con ansia si domandava s'egli l'amasse ancora cotanto da mettere innanzi ad ogni altra bisogna questa che riguardava la sorte di lei. Un tristo presentimento la faceva pur troppo proclive più al timore che alla speranza; e Debora, cui le larghezze di Gian-Luigi e le preghiere di Ester avevano fatta complice ed aiutrice del loro intrigo, tradendo così la fiducia del vecchio Jacob, Debora si sforzava di rassicurare alquanto l'animo abbattuto della giovinetta che s'era abbandonata ad uno sfogo di pianto.

I colpi battuti all'uscio le avevano fatte sussultare ambedue. Quella non era l'ora in cui solesse tornare a casa il padre. Un raggio di speranza balenò negli occhi pregni di pianto di Ester.

— Ch'e' sia lui! Esclamò ella gittando via i panni che teneva sulle ginocchia e levandosi per correre alla porta.

Ma Debora la trattenne.

— Può essere benissimo il signor Quercia: disse la vecchia; ma non conviene aprire senza prima vedere chi è, e tanto meno conviene che siate voi ad aprire. Sapete quanto sieno formali e rigorosi gli ordini del padrone a questo riguardo... Lasciate ch'io vada di sopra a guardare dalla finestra.

— Fa presto, fa presto, Debora: disse con accento di preghiera la giovane, e si appoggiò palpitante alla sbarra della scala ad aspettare, mentre la vecchia, quanto poteva più sollecita, saliva al piano superiore.

L'attesa della povera Ester non fu lunga. Udì fuor della porta la voce di suo padre e tosto dopo Debora, affrettandosi giù della scala, dicevale sommesso:

— Vedete se non la facevate grossa ad aprire voi stessa la porta! Qui bisogna tornare a vostro posto e star lì come se di nulla fosse stato... E bisogna rasciugare ben bene quegli occhi perchè non si possa vedere che avete pianto.... Il padrone è malizioso come l'angelo delle tenebre; e se mai pel menomo giunto s'insinua in lui la menoma ombra di sospetto, noi siamo belle e fritte.

Fece seder di nuovo la giovane dove si trovava prima, le raggiustò intorno i panni a cui doveva figurare d'aver lavorato pacificamente sino allora, le rasciugò ella stessa con molta cura gli occhi e fattole ancora alcune raccomandazioni in proposito, andò poi ad aprire come vedemmo.

Quella che possedeva il vecchio israelita era proprio una lieta preoccupazione. Quando egli fu solo nella sua camera al piano superiore, gli occhietti gli brillarono ancora più vivamente, più spiccato gli si fece il sorriso sulle labbra avvizzite, ed e' si diede con più forza a soffregar l'una contro l'altra le sue mani macilente.

Lo stanzone che corrispondeva a quello del piano terreno era diviso in due per un trammezzo; la prima metà, quella in cui immetteva il capo della scala a chiocciola, era la stanza del padre; la seconda metà, a cui non si poteva accedere che passando per quella del vecchio, era la camera di Ester. In quest'ultimo locale Jacob teneva eziandio una specie di grosso armadio di legno di noce, il quale nel suo interno albergava e nascondeva una cassa di ferro. Colà dentro giaceva una parte di quei tanti denari cui l'universale, questo mostro a mille teste e mille lingue il quale sa tutto e indovina tutto, diceva dal vecchio ebreo raccolti, rammontati e posseduti. L'altra parte la più considerevole, era sotterrata in cantina.

In quella seconda camera, e lo diceva egli stesso alla figliuola, e' teneva i suoi due tesori: l'oro che trafficava coll'usura e la sua Ester. La notte, egli ne chiudeva la porta, poi tirava innanzi a questa il suo giaciglio e vi si coricava, così che non altrimenti sarebbesi potuto penetrare in quella seconda stanza se non passando sul corpo del vecchio.

Jacob passeggiò un istante per la sua camera, poi aprì l'uscio di quella di sua figlia e stando in sulla soglia guardò amorosamente il grosso armadio. Le più strane idee parevano passare per la sua mente, poichè le più originali espressioni, riflesso delle medesime, si avvicendavano su quella faccia caratteristica. Avvicinatosi alla botola, si chinò giù verso la stanza di sotto e gridò alla vecchia serva:

— Debora, se mai viene qualcheduno a picchiare non ti muovere: guarderò io chi sia.

E chiuse accuratamente la botola. Poi si guardò dintorno come per timore che tuttavia fossevi alcuno sguardo che lo potesse vedere; aggiustò le sporche cortine alle finestre, prima della sua, poi della camera di Ester, affine di ripararsi di meglio da ogni occhio profano, e camminò sollecito verso lo spento focolare del camino che si vedeva da infinito tempo non aver avuto attinenza più nè con le bragie, nè con la fiamma; mise la mano su della cappa e tastando vi trovò nella muraglia un'apertura entro cui prese quattro chiavi legate insieme da uno spago. Andò con esse all'armadio e colla più piccola ne aprì lo spesso battente, di dentro fasciato di ferro; le tre altre aprirono la cassa di ferro le cui serrature non cedevano che a chi ne conoscesse il segreto. La cassa dividevasi in quattro scompartimenti: uno conteneva le monete d'oro, l'altro quelle d'argento, il terzo gli spiccioli di rame ed erosomisti, il quarto era occupato da carte di valore e da oggetti preziosi. Quando quegli scompartimenti, che pure erano capacissimi, si trovavano ingombri di troppo, Jacob allontanava di casa Debora con un pretesto qualunque, ed aiutato da Ester portava una buona parte di quei valori a congiungersi cogli altri che li avevano preceduti in cantina.

Egli aprì dunque la cassa e stette un momento a contemplare con occhio soddisfatto la vista per lui gradevolissima di tutti quei sacchetti bene ordinati, ben legati, colla sua scritterella ciascuno. Trasse dal fondo delle lunghe tasche dei suoi calzoni una borsa di pelle sudicia da fare schifo e ne versò il contenuto sopra un tavolino da lavoro lì presso. Era il guadagno che gli avevano fruttato certe ultime operazioni fatte in società col bettoliere Pelone, col quale quella mattina avevano aggiustati i conti. Tre napoleoni d'oro luccicavano in mezzo ad una dozzina di scudi d'argento. Arom pose da una parte le monete d'oro, dall'altra gli scudi; poi dalle tasche del suo panciotto trasse una manciata di soldini e soldoni e di monete erosomiste da 40 e da 20 centesimi, quelle che da poco tempo soltanto furono tolte dal pubblico mercato. Separò le une dalle altre monete, le contò tutte, fece mentalmente i suoi calcoli, e parve più contento di prima.

— Sia ringraziato l'Eterno! Diss'egli. La sua mano benedice il mio traffico e non mai volsero così prospere le mie cose.

Diede un'occhiata all'ammasso di sacchetti che riempiva la cassa, e se li mostrò a sè stesso con un gesto di compiacenza.

— Ecco lì! C'è tanto denaro da comprare la coscienza e l'onore di migliaia e di migliaia di cristiani; ce n'è tanto da farmi strisciare dinanzi il più superbo di essi. Certo che sì. Dov'io dicessi: adoratemi e quelle ricchezze sono vostre, quale di quei codardi arroganti si rimarrebbe dal gettarsi in ginocchio ai piedi del vecchio ebreo che disprezzano?.... Ma io li disprezzo tutti più che essi non facciano di me. Non darei un centesimo per avere la loro stima, razza di vipere. Il debole e schernito giudeo ha quanto basta da pagare financo la bellezza delle loro donne; in questa umiltà, in questa vergogna, c'è una ricchezza a cui agognano invano; molti di loro io tengo afferrati nel mio artiglio, e li scuoto, e li torturo a mio talento; e ciò mi basta!

Mandò uno di quei suoi rifiati che trammezzavano fra il sospiro ed il gemito, e stette un poco immobile a capo chino, come se assaporasse fra sè la dolcezza delle idee che aveva rideste colle pronunciate parole.

— Gustoso in vero è il piacere della vendetta: riprese egli dopo un istante. Io me lo regalo a piccoli sorsi; e i figliuoli di famiglia scapestrati, e i padri giuocatori o libertini, e i ladri della cocca, sono quelli che me lo forniscono. Meglio certo se potessi inebriarmi in una compiuta rovina dei nemici della mia razza. Il _medichino_ me lo promette; ma mi promette una cosa impossibile. E poi, vincessero ben anco i miserabili, sono ancor essi cristiani!.... Ciò nulla meno lo aiuterò molto volentieri. Sarà pur sempre tanto di male arrecato a quella gente..... e il rimborso dei miei denari (soggiunse con un sogghigno pieno di malizia) mi sarà assicurato dalla firma della contessa di Staffarda.

— Ah ah quel _medichino_ (continuava egli con una certa ammirazione) è davvero un essere meraviglioso, ed io lo aveva fin dalle prime giudicato a dovere. Che audacia di concepimenti! che prepotenza di volontà! che coraggio di propositi! Ha una impudente ambizione ed un arrogante orgoglio come non vidi mai gli uguali. Di certo egli finirà per soccombere; ma meriterebbe trionfare. In lui riconosco una vera grandezza, una vera superiorità che me ne impone... Ah! s'egli fosse nato di stirpe giudea!... Se in beneficio del riscatto del popolo d'Israele egli quindi mettesse le potenti qualità del suo animo e del suo ingegno, come lo obbedirei, come lo amerei! Lo amerei come un figlio, l'obbedirei come l'atteso Messia del sangue di David.

Si coprì colle scarne mani la faccia e stette un istante pensoso; poi si riscosse e passandosi la destra sulla fronte bassa ma quadrata, disse a se stesso quasi rampognando:

— Eh via! Che cosa ti perdi, Jacob, in sogni di vaneggiamenti impossibili? Pensa intanto ai casi tuoi.

Prese dall'interno della cassa un sacchetto non ancora pieno del tutto di quelli che contenevano l'oro, e ci pose dentro i tre napoleoni; in un altro, non colmo del pari, dello scompartimento dell'argento, serrò gli scudi; le monete erosomiste per la metà del valore che si trovava sulla tavola, ripose in un sacco uguale, di quelli destinati agli spiccioli, l'altra metà mise in una tasca di cuoio che andò a prendere in uno stipo che aveva nella sua stanza, nella qual tasca fece affondarsi anche i soldi e soldoni.

— Ora conviene scrivere tosto questi guadagni nella partita dell'avere, soggiunse Jacob, e sulla polizzina dei sacchetti la nuova cifra del contenuto. Chiamerò Ester... Ah perchè non so scrivere io!... A me non occorrerebbe in verità nemmanco lo averle scritte sulla carta quelle cifre: le ho stampate tutte una per una qui (e si batteva le protuberanze della fronte); ma gli è per mia figlia. Se io mancassi, voglio ch'ella abbia presente in ogni suo particolare tutta la ricchezza ch'io le lascio.... sì una vera ricchezza.... colle istruzioni intorno al modo di usarne che le ho fatte scrivere da lei medesima. Se io mancassi?... Ah! il Dio d'Abramo tenga lontana cotanta sciagura!... No, no, non mancherò sul migliore delle mie fortune.

Prese nella cassa di ferro medesima due libri e ne scartabellò i fogli gremiti di cifre schierate in colonna.

— Come scrive bene la mia Ester!.... Il padre è un ignorantone; sì, appena è se di tutti questi segni ne sa capire qualche cosa; ma la sua figlia volle che imparasse tutto quello che può convenire alla più ricca e nobil giovane. Le sue mani hanno dita incantate, che fanno tutto ciò che vogliono, e la sua mente è ricca di tutte le più utili cognizioni del mondo.... Ed è ricca! Oh oh ricca più di quanto si credono gl'imbecilli che gridano dietro a me: al vecchio avaro, al sordido usuraio; quell'ignorantone di suo padre ha saputo agglomerare dei milioni....

Pronunziò quest'ultima parola con voce più sommessa, quasi temendo che anima viva la udisse.

— Sissignori, dei milioni: ripetè come per convincere l'incredulità di qualcheduno.

Si fregò di nuovo con vivo soddisfacimento le mani, poi fattosi alla botola ed apertala chiamò sua figlia.

— Ester, vieni qui sopra, subito.

La fanciulla non tardò a mostrare la sua bella faccia melanconica nella camera di suo padre. Questi che l'attendeva in capo alla scala, tornò a chiudere con attenzione la botola, poi prese per mano la figliuola e la trasse con sè nell'altra stanza. Colla mestizia della giovane faceva strano contrasto la lieta animazione che regnava sulla asciutta fisionomia del vecchio.

— Vieni: diss'egli, conducendo Ester innanzi alla cassi aperta; vieni, riconfortati, rallegrati anche tu, figliuola mia, delizia mia, nella vista delle mie ricchezze,.... delle nostre ricchezze. Occhio umano fuori che il mio ed il tuo non le vede, e spero che non le vedrà mai. Gli sciocchi fanno ad indovinare: «Oh il vecchio Jacob ha un buon gruzzolo di denari, ha un tesoro nascosto nella cantina.» Stupidoni! Sì, che c'è; e nascosto così bene che nessuno lo saprà mai trovare; ed il mio gruzzolo ed il mio tesoro sono tali, che voi non v'immaginate pure la metà.... Ah ah! Gli è un bel gusto invero sapere che si è più ricchi di tutti que' superbi che vi pongono il piede sul collo; e quando vi oltraggiano, e quando vi fanno un sopruso, dirsi qui, nel fondo del cuore: «Animale che sei, mi leccheresti la suola delle scarpe se ti aprissi il mio scrigno; ma di tutto il mio denaro tu non avrai nulla, e nessuno avrà nulla, no, neppure un centesimo, ed io invece seguiterò a succiarne da tutti....» Mi chiamano appunto vecchia sanguisuga d'un usuraio. (Ruppe in una secca risata). E mi chiamano a dovere! Vorrei succhiarli tutti fino all'ultimo quattrino. Essi ci hanno proibito di acquistare e di possedere. Mentre per gli altri il lavoro, mercè il risparmio, genera la proprietà; per noi nulla, a loro concetto, avrebbe dovuto farci uscire dalla classe dei proletarii. Hanno creduto così rinserrarci a perpetuità nell'inferno della miseria. Stolti! Stolti! Mille volte stolti! La ricchezza essi la vedevano soltanto consolidata nella proprietà immobiliare; e noi ne abbiamo creata un'altra più maneggevole, più potente, e — merito maggiore — che si nasconde, che scappa alla loro avidità, che s'insinua dapertutto, che per mezzo del più ratto soddisfacimento delle passioni dominerà quanto prima il mondo e loro stessi... e già li domina senza che se ne avvedano. Invano tentarono privarcene colle confische, colle pressioni, cogli esigli, colle torture. Noi la portammo nascosta con noi dovunque, come portavamo la nostra legge, lo spirito della nostra razza, e la speranza dell'avvenire assicuratoci dai nostri profeti. Della miseria a cui ci volevano condannare, noi ritenemmo le apparenze, la resistenza alle privazioni, la tenacia, l'odio rivestito d'umiltà; e ne fummo forti al doppio. L'oro, la leva dell'universo, è in mano d'Israele! Ci trasmettiamo di generazione in generazione i tesori e il còmpito avviluppando lentamente il mondo nelle maglie d'una rete che nulla potrà rompere. Un giorno saremo padroni del credito, saremo padroni del mercato, saremo padroni della società. A me mio padre lasciò un tesoro che basterebbe a comprare i più bei palazzi di Torino; io questo tesoro l'ho raddoppiato...

Si tacque un istante e mandò quel suo soffio affannoso che gli era solito.

Ester ascoltava tutte queste parole colla testa china, senza dare il menomo segno d'interessamento. Jacob le prese il mento fra il pollice e l'indice della sua mano destra e le fece sollevare il viso.

— Ebbene, soggiunse, che cosa ne dici, Esteruccia mia? E perchè non ti rallegri? Hai capito quel che ti ho detto? Sei pur capace di apprezzare le mie parole tu?