La plebe, parte II

Part 19

Chapter 193,710 wordsPublic domain

Era il ritratto dell'avarizia e della viltà, colle sembianze d'una sordida miseria. In forme e panni maschili, l'accompagnatura della schifosa figura della _Gattona_. Il naso adunco in quel volto osseo e magro, a zigomi sporgenti ed occhi incassati, ricordava il becco d'un uccello da rapina; la bocca sdentata rientrava nelle mascelle incavando ai due lati della faccia un avvallamento pieno di rughe; piccolo, a spalle strette, a petto incurvato, a membra gracili, Jacob camminava a corti passi, senza far rumore, guardando in terra dove sembrava sempre cercar qualche cosa, respirando in modo particolare, quasi affannoso, tra il sospiro ed il gemito. Parlando aveva la voce debole e rauca e quell'accento tra gutturale e nasale che è carattere del popolo israelita, esagerato nella feccia di quella povera razza dispersa. Sopra una spalla portava accavallati due o tre abiti logori; in mano un ombrello di stoffa di cotone.

Appena lo vide, Quercia gli gridò col tono d'un padrone non benigno ad un cane in disgrazia:

— Avanzati un po' qua, vecchio scellerato, apri le orecchie, e sta pronto a dir sì, senza tanti discorsi, chè tu sai come a me non piacciano gl'indugi delle parole inutili, e ti avviso inoltre che al presente ho molta fretta.

Jacob tirò giù il suo cappello frusto, unto e bisunto, tutto bozze ed ammaccature, e scoprì un capo arruffato con foltissimi capelli corti, ricciuti, che parevano, per forma e per colore, la lana delle pecore in montagna, quando la piova da lungo tempo non è più venuta a lavarla.

— Eccomi agli ordini suoi: diss'egli con tono tutto raumiliato, avanzandosi proprio coll'andatura del can barbone che teme le botte. Mi comandi, e se la è cosa ch'io possa fare, si accerti....

Il _medichino_ lo interruppe bruscamente:

— Mi bisognano fra due giorni cinquanta mila lire in denaro sonante, e tu me le hai da dare....

— Dio d'Abramo! Esclamò Jacob alzando le mani alla vôlta con espressione quasi di spavento, e lasciando per la soverchia sovrappresa cadere in terra il suo cappello frusto. E come vuole che io possa procurarle una somma sì enorme?

— Pigliandola dove ce l'hai; nelle tue casse, nei tuoi nascondigli in cantina, vecchio avaro.

— Per l'anima di Melchisedech! Ancor Ella crede le fole che i piacevoloni si divertono a spacciare sul mio conto? Che io nuoto nell'oro, ed ho tutti i tesori del re Salomone nelle mie cantine. Ma Lei che è un uomo superiore, come può dar retta a simili cantafère? La vede bene che vita miserabile è quella ch'io meno....

Luigi nuovamente lo interruppe con quel suo accento a cui pochi erano tanto arditi da ribatter parola:

— Ti dico che ho bisogno di quella somma, e che la voglio. Risparmia adunque tutte le tue ciancie con cui suoli sgozzare altrui nel tuo mestiere da usuraio, degno emulo di quello scellerato Nariccia. Come tu abbia da fare per procurarmi quel valsente io non lo voglio nemmanco sapere, ma ciò che voglio si è che fra due giorni al più tardi esso trovisi in mio potere. Tu mi conosci qual sono; e regolati in conseguenza.

Il ferravecchio raccolse da terra il suo cappello e per un poco parve tutto intento a lisciarlo e rilevarne la ammaccature. Pareva rannicchiatosi di corpo da essere diventato più piccolo; aveva saputo accrescere l'umiltà, la miserevolezza, la debiltà di quel suo aspetto che era sempre debolissimo, miserrimo ed umilissimo.

— Come mai, diss'egli di poi con timidezza, può esservi bisogno di un tanto capitale? Le casse della _cocca_ dovrebbero essere ripiene; ogni giorno le si vengono rifornendo con qualche nuovo versamento: l'altro dì ancora le ventimila lire di Bancone....

Quercia crollò le spalle con atto disdegnoso.

— Peuh! Esclamò. Una secchia d'acqua nel letto d'un fiume. Le spese sono molte; abbiamo un esercito di miserabili a cui, poca o assai, ci vuole la sua parte; dei valori non monetati tu e Pelone, birbanti tuttedue, ce ne rubacchiate la buona metà del prezzo....

Jacob Arem protestò con un'esclamazione a cui il _medichino_ non diede retta.

— E poi, continuava egli, la impresa per cui li domando questi denari è tale che assorbe al di là dei mezzi pecuniari che può avere accumulati la nostra associazione....

Gian-Luigi s'interruppe con un sorriso pieno di superbia.

— Ma che sto io rendendoti tutti questi conti? Ti dico che ne ho bisogno e basta; ti dico che li voglio, e tu non uscirai di qua senza avermi fatta la promessa solenne di darmi que' denari, per la tua legge e pei tuoi profeti. Hai capito?

Il giudeo guardò intorno con aria profondamente sgomentata. Quercia gli si accostò vieppiù ed appoggiandosi con una mano alla tavola soggiunse a bassa voce, chinando la sua alta persona verso il miseruzzo vecchio:

— Qui siamo affatto soli. (E in realtà Graffigna erasi partito durante il colloquio tra il _medichino_ e Mario: e il domestico era andato a guidar fuori quest'ultimo, e poi ad eseguire le altre incombenze dategli da Quercia). Siamo affatto soli, quasi nelle viscere della terra, e nessuno fra i viventi può udire o veder quello che qui succede....

I lineamenti del vecchio Jacob si alterarono in modo eccessivo: si ritrasse vivamente dal suo interlocutore e disse con voce balzellante pel tremito:

— In nome dell'Eterno! Avrebbe Ella il coraggio di far violenza ad un povero vecchio?

Il _medichino_ ruppe in una risata.

— Di che hai paura? Che io voglia far male a quel tuo vecchio carcame? Se l'oro che possiedi, tu lo portassi come sangue nelle vene, potrei metterti sotto allo strettoio per fartelo sudar fuori. Rassicurati e riavvicinati. Credi tu ch'io sia tale da non averti saputo leggere nell'anima? Io ho penetrato dentro quel vecchio tuo cranio e ci ho visto l'idea fissa che lo domina, io ho sentito le passioni scellerate che fanno battere quel tuo vecchio cuore inaridito.

Jacob sollevò sul viso di Quercia il suo sguardo umile e peritoso, e disse con voce più debole che mai:

— Che passioni? Per la pietra di Oreb!....

— Vuoi che le le dica? Tu ami assai tua figlia....

— La mia Ester! Esclamò l'ebreo facendo scintillare alcun poco i suoi occhi, fissi ancora sul volto di Gian-Luigi. Oh sì! È il fiore sbocciato sul vecchio tronco percosso dal fulmine, è il sorriso della primavera che rallegra il mio inverno, è la mite luce del mio vespro.

— Ma più di tua figlia, continuò il _medichino_ interrompendo, assai più di tua figlia, ami il tuo denaro...e quello altrui.

Arom chinò il capo, abbassò gli occhi, e biascicò con voce più gutturale del solito:

— Sono un pover uomo che ha tanto appena che basti per campar la vita....

— Ma più forte dell'amor che hai per tua figlia, più forte ancora dell'amore che hai pel denaro, sta nel tuo cuore un odio feroce, accanito, profondo, che si è fatto tua natura, che ti guida in ogni atto, che presiede ad ogni tuo proposito: l'odio contro i cristiani, l'odio contro quelli che dominano, che trionfano, che brillano....

— Oh! che cosa dic'Ella mai? Esclamò l'ebreo, tenendo sempre più bassi gli occhi e la faccia. Io pensare ad odiare ciò a cui devo sommissione e rispetto! Un verme come sono io si lascia schiacciare ma non ha la temerità d'aver nemmanco l'ombra d'un rancore contro il piede potente che lo preme.

— Il verme dove potesse scavare una fossa sotto al gigante il cui piè lo calpesta, per farnelo rovinare da tutta la sua altezza, lo farebbe molto volentieri. Tu hai visto che altri, con o senza coscienza dell'opera loro, si adoperavano a scavar sotterraneamente questa fossa, e ti sei giunto a loro ed hai posto al travaglio la mano. Tu al minuto sgozzi coll'usura i cristiani che ti capitano sotto le unghie, collettivamente, all'ingrosso, ti adoperi a spingere le passioni e le miserie che arruolano alla _cocca_ tanti soldati, alla rovina di quello stato sociale che fa alla tua razza una così trista condizione, che dà alla tua persona una parte così umile, così soggetta e così precaria.

L'israelita sollevò un istante le sue palpebre floscie e rugose onde copriva i suoi occhi tenuti fino allora volti alla terra, e lanciò verso il suo interlocutore uno sguardo che era una fiamma viva; ma richinate tosto le pupille si tacque nè si mosse altrimenti come se le parole del _medichino_ non producessero in lui effetto di sorta.

Gian-Luigi continuava:

— Ti ho conosciuto per quello che eri fin dalla prima volta che ti vidi. Io ti venni innanzi allora tratto per forza dalla mano del bisogno....

— Sì; disse allora Jacob facendo sgusciare di nuovo uno sguardo sulla faccia del _medichino_ e parlando più umilmente colla sua voce più nasale che mai. Ella non aveva ancora imparato ad avere una rivalsa sicura nelle carte da giuoco.

Quercia fece un moto di contrarietà come quegli a cui si ricorda cosa che non gli talenta udire accennata.

— Non aveva tuttavia, seguitava l'ebreo, alcuna attinenza colla nostra associazione; ma possedeva le tante buone qualità che la fanno ora capo così degno, così operoso e così intelligente della _cocca_, risuscitata a nuova, più vasta e più fruttuosa esistenza, e chiamata, appunto per l'iniziativa di Lei a maggiori destini. Ed io mi rallegro e mi inorgoglisco nel mio nulla d'essere stato cagione di sì prezioso acquisto, di sì meritata esaltazione di vostra signoria.

— Come io nel tuo, tu eziandio mi hai letto nell'animo. Hai capito che quell'associazione di malfattori..... di ribelli alla legge sociale..... così estesa e bene ordinata, poteva essere uno stromento efficace, un'arma potentissima per abbattere il presente, per vendicare il passato, quando la dirigessero una mano robusta, una ferrea volontà, una intelligenza solerte, ardimentosa e feconda. Siffatte qualità le hai presentite in me; le passioni che dovevano farmi voglioso dell'opera le hai indovinate nella mia giovinezza irrequieta. In quel primo colloquio il tuo sguardo non restò chinato alla terra, come sempre di poi, come anco al presente; ma per gli occhi mi si affondò nell'animo, a scrutare di me, come dice la tua Bibbia, il cuore e le reni. Si era nello stanzone terreno della tua dimora: un antro oscuro come il covo d'una belva; e in un angolo della stanza raggiava la precoce bellezza di tua figlia, ancora quasi bambina....

Jacob Arom aveva levato non che gli occhi, ma la testa e la persona, e guardava con inusata sicurezza e sorrideva con famigliarità compiacente. Alle ultime parole di Gian-Luigi osò interrompere quasi rimbrottando:

— Ah! lasciamo stare mia figlia, la prego.

Gian-Luigi che parve non badare per nulla a quella interruzione, continuava:

— Tu mi prendesti per la mano — la tua destra fredda come un pezzo di ghiaccio e adunca come l'artiglio d'un falco da preda, s'intrecciò colla mia, quasi a stringere un tacito patto solenne. Tu mi sorridesti colla tua bocca sdentata, tu mi facesti balenare dinanzi il cupo splendore della sciagurata sovranità che ora possiedo, tu, senza dirmene apertamente, mi lasciasti travedere lo scopo immenso della nostra opera tenebrosa, che sfugge alla intelligenza ristretta dei nostri consoci, lieti di poco danaro guadagnato col delitto.... Mi rammento eziandio il momento in cui tu sapesti il felice successo della prima di quelle audacissime imprese da me immaginate e condotte che scoppiano come fulmini a ciel sereno nella calma di questa città a spaventare i cittadini colla loro terribilità misteriosa. Tu mi stringesti il braccio con mani che tremavano e mi dicesti susurrando all'orecchio: «Bravo! Bene! Oh! io aveva conosciuto l'uomo che era in Lei. Avanti, avanti! Faccia a que' scellerati d'onest'uomini il maggior male che si possa....»

L'ebreo stava tuttavia col suo corpo dritto e la faccia levata: lo sguardo che non s'era ancora abbassato secondo suo costume scintillava stranamente sotto la fronte proeminente.

— Essi a noi ne fanno tanto del male! Diss'egli colle labbra strette e la voce soffocata nella gola. Se io mi rallegro del danno cagionato a quella gente, chi può darmi torto? È una tirannica persecuzione di secoli che si aggrava sulla dispersa stirpe d'Israele. I padri di codestoro ci abbruciavano vivi; in questa età più mite, ma non più giusta nè onesta, ci si misura la vita col disprezzo e colla prepotenza. Dall'illustre cavaliere che ci tratta collo scudiscio al biricchino di piazza che ci trae dietro al nostro passaggio le immondezze del suolo pubblico, è una gara a chi più ci oltraggi e ci danneggi. Ognuno di noi, fin da bambino, è la mira delle arroganze di tutti. Non v'è debole e meschino fra i cristiani che in faccia ad un israelita non abbia sempre la ragione del più forte. Noi cresciamo in mezzo ad un ambiente di odio comune, isolati e maledetti come i leprosi al bando di ogni vantaggio sociale; a cui non si concede aver possessi, nè cariche, nè onori, neanco una patria, appena se la famiglia. L'altro dì, il nobile conte di San-Luca, col suo carrozzino rovesciava a terra e faceva rompere il capo ad un povero vecchio precisamente innanzi al caffè Fiorio. La folla si raccoglieva pietosa intorno al caduto; ma visto appena chi fosse costui la indignazione contro il giovine conte sfumava. Era un mio compagno di mestiere e di religione. — «Ah! non è che un ebreo:» si esclamò con indifferenza, ed appena fu se alcuno volle porger la mano ad alzare quel miserabile. Il conte seguitò imperturbato il suo cammino, e non ebbe nemmanco un rimprovero. Ogni giorno, ogni ora vede alcun sopruso fatto ad alcuno di noi. Quante volte non ne fui vittima io stesso! Un figliuolo di famiglia nobile, viene a farsi imprestare da me del danaro, quel sacrosanto danaro che io mi guadagno con sì penoso ed incessante lavoro; poscia trova più comodo non pagarmi i pattuiti frutti; il padre titolato e potente ne dice un motto al Comandante della Polizia: il commissario Tofi mi manda a chiamare e mi impone di contentarmi di prendere indietro il mio povero capitale, perdendoci tutti gl'interessi di vedermi imprigionato come usuraio. Non è questo un latrocinio? Ultimamente, sotto il nome di un cristiano che la faceva da mio _uomo di paglia_, prendo una considerevole impresa nelle forniture militari, dalla quale impresa avrei potuto avere assai buoni guadagni. La cosa mi era stata aggiudicata, era mia, e sotto un Governo onesto in una società costituita secondo i dettami di giustizia, nissuna autorità avrebbe avuto potere più di levarmela; ma qui e dai cristiani quale rispetto si ha egli pel giusto? Il conte Barranchi aveva da favorire un suo protetto non arrivato a tempo per concorrere all'appalto, si scopre che il vero accollatario dell'impresa è un ebreo: che bel pretesto! Il solito commissario Tofi mi fa venire innanzi a sè: ordine di S. E. di abbandonare l'impresa o di assaggiare del pan muffato della prigione colla bietta di concussionario. Bisogna curvare il capo e tacere.... E si vuole che questa iniqua società, la quale ci fa una così bella sorte si ami, se ne desideri il prosperare e se ne rispettino le leggi?[5]

[5] Credo superfluo notare che l'epoca di questo racconto è antecedente alla così detta emancipazione degli ebrei, allora quando l'ingiusto rigore delle disposizioni legislative s'univa coi rancori popolari e coi pregiudizi religiosi a fare agli israeliti una esistenza quasi in balìa dell'arbitrio amministrativo e della prepotenza dei privati. Dopo il 1818 nel nostro Piemonte, fatte giuste a tal riguardo le leggi, scomparvero del tutto anche le ingiustizie e i pregiudizi del volgo.

Il vecchio ebreo non aveva mai parlato cotanto, nè con tanto calore. Quell'anima chiusa continuamente, alle parole di Gian-Luigi s'era aperta un istante ed aveva lasciato sfuggire uno sprazzo di quel segreto livore che vi sobbolliva costretto per entro.

— Tu hai ragione: disse a sua volta il _medichino_. Ed io pure odio questa società e questo mondo che non mi volle fare quel luogo ch'io sento di meritarmi; e di odiarli ci ho a mille doppi più ragione di te. Te opprime l'assetto sociale; ma fra noi qual può esservi paragone? Te la sorte medesima ha condannato. Sei nato in una razza maledetta, e la natura ti ha fatto debole, ti ha impresso lo stampo degli umili per imbrancarti nella schiera dei sottomessi. Ma io?.... Io mi sento della razza dei leoni; e perchè una colpa o una sventura de' miei genitori mi ha gettato in mezzo agli uomini senza nome e senza ricchezze, ho da vedermi chiuso ogni accesso agli onori ed ai diletti del mondo? No, no per Dio! Io ho nelle vene il sangue degli Erostrati. Il mondo non mi vuol far luogo ed io mi apro la strada coll'incendio e colle rovine. Erostrato si contentò di ardere un tempio per conquistare una dubbia fama: io metterò sossopra tutto un paese, tutta una epoca per conquistare autorità, ricchezza e gloria imperitura, sia pur anco spaventosa ed orribile.

Jacob era tornato in tutta la umiltà del suo contegno ordinario.

— È vero, diss'egli più rimessamente che mai. Io sono un povero ebreo che non è nulla e non potrebbe esser mai nulla; ma Lei!.... Oh da bravo! Vinca ed abbatta questo tirannico assurdo sociale che s'impone colla legge, colla Polizia, colla carcere e colla forca. Tutti i deboli la applaudiranno. Avrà per sè tutti gli oppressi e tutte le vittime, che sono il maggior numero.

— Or bene, dà retta a quel che ti dico, Jacob, così ripigliava a parlare Gian-Luigi. Io sono alla vigilia d'ottenere il mio intento. Fra pochi dì — forse — avrà principio e conclusione in lotta tremenda la vendetta dei miserabili; lo straccione, il disprezzato, chi ha fame piglierà la sua rivincita sui fortunati, sugli onorati, sui graduati del mondo. Sarà una frana che si precipiterà irresistibile a tutto schiacciare e sconvolgere. Ma perchè questa massa lentamente preparata e raccolta si stacchi e rovini occorre una forza potente d'impulso. Questa forza è il denaro. Mi bisogna una vistosa somma, per comporre la quale ho fatto calcolo sopra ogni qualunque mezzo che sia all'arrivo della mia mano. Tutti quelli onde può disporre la _cocca_, e parecchi altri che gli è inutile il dire: fra questi tu ci entri per quelle cinquanta mila che ti ho domandato.

L'ebreo si pose a far girare tra le mani il suo cappello frusto.

— La ringrazio molto del contrassegno di fiducia: diss'egli con ironia appena se velata; ma per la grandezza dell'Eterno! cinquanta mila lire non sono mica una bazzecola, e per averle e snocciolarle fuori ci vuol altro che buona volontà... Io di certo do al suo progetto — che voglio creder vero, serio e reale — tutta la mia simpatia.

Il _medichino_ lo interruppe con violenza:

— Insolente! Avresti l'audacia di non credere alle mie parole?

— Non ho quest'audacia. Dico appunto che ci credo per l'affatto. Se non si trattasse di Lei si potrebbe aver bensì il sospetto che ciò fosse un pretesto affine di raccogliere nella propria mano un considerevole capitale con cui partirsene quatto quatto per andarselo a godere in santa pace lontano, abbandonando per sempre una vita piena di agitazione ed un'impresa piena di rischi.

Il _medichino_ arrossì per l'ira che gli fece lampeggiare tremendamente lo sguardo e corrugare la fronte.

— Miserabile! Esclamò egli. Tu mi credi capace?...

— No, no: si affrettò a gridare l'ebreo, tirandosi in là di alcuni passi. Ella non farebbe mai una cosa simile... E poi la _cocca_ ha le braccia lunghe e raggiungerebbe un traditore anche in capo al mondo. Le muraglie dell'elegante casino di vossignoria qui presso, se potessero parlare, le conterebbero una storia che può essere d'ammonimento a chicchessia.

— È inutile che me la contino, disse Gian-Luigi tornato in una calma disdegnosa; poichè la so. Il capo di allora della _cocca_ fuggì coi fondi della società, ed alfine di mettersi al riparo da ogni vendetta denunziò alla Polizia i principali autori di parecchi delitti, che erano gl'individui da cui egli soltanto poteva temere la sua punizione. Furono presi tutti, e la _cocca_ per allora rimase dispersa. Due salirono sul patibolo, gli altri furono condannati alla galera in vita. Il traditore pareva dover essere sicuro, e talmente si credette tale che commise l'imprudenza di venire dopo molti e molti anni ad abitare, sotto altro nome è vero, quella medesima casetta che come capo della _cocca_ aveva avuto in suo possesso. Chi pareva ancora ricordarsi di lui? Viveva solo, chiuso in casa, senza relazioni nessuna col mondo. Or bene, una sera ci vide aprirsi l'usciolo nascosto che metteva nel passaggio segreto, il quale allora non comunicava punto colle botteghe che tengono attualmente Baciccia e Pelone, ma si fermava al pozzo cieco del cortile; ed ecco entrargli in casa Marullo, che era fuggito dalla galera a cui era condannato per la vita. Due giorni dopo il vecchio scellerato fu trovato morto.

— Sì, questa è la storia testuale. Marullo fu quegli che di poi riordinò la _cocca_, la quale ora è in così florida condizione sotto la savia direzione di Vossignoria.

— Ma lasciamo questi discorsi: disse Gian-Luigi e torniamo a quelle cinquanta mila lire che tu mi devi dare ad ogni modo. Tu hai fatto troppi guadagni sulla _cocca_, perchè ora che questa ha bisogno del tuo concorso, tu vi ti rifiuti.

— Un concorso di cinquanta mila lire!....

— Che te ne renderanno centomila.

— Oh oh! Esclamò Jacob sollevando la testa. Come mai?

— Non è un dono che ti domando, è un imprestito. Quando avremo vinto te ne rimborserai da te stesso nella divisione della torta.

— E se non vinciamo?

— Ti compenseremo sui guadagni delle future operazioni della _cocca_.

L'ebreo scosse la testa.

— Se avviene uno scoppio simile e il Governo ci schiaccia, la _cocca_ è bella e spacciata per un pezzo... Senta, signor Quercia: ci sarebbe forse un mezzo di aggiustar tutto... Ella è troppo ragionevole per voler rovinare un povero padre di famiglia esponendolo al rischio di perdere così da un momento all'altro una somma di tanto riguardo...

— Sentiamo questo mezzo: interruppe ruvidamente il _medichino_.

— Mi faccia un _pagherò_ a mio ordine per cinquantadue mila lire...

— Subito: disse Gian-Luigi.

— Ma, soggiunse Jacob col tono d'un pezzente che domanda l'elemosina, vorrei colla sua un'altra firma.

Quercia si riscosse.

— Qual firma? Domandò egli aggrottando le sopracciglia.

E l'ebreo con voce più umile e sottomessa che mai:

— Quella della contessa di Staffarda...

Non aggiunse più sillaba, impaurito dallo sguardo e dall'espressione del volto di Gian-Luigi.

Questi però si tacque per un poco; incrociò le braccia al petto e parve meditare profondamente.

— L'avrai: diss'egli dopo alcuni minuti.

Un quarto d'ora più tardi, Jacob, uscito dalla bettola di Pelone, rientrava a casa sua; e Gian-Luigi, venuto fuori per la casina del viale, s'affrettava verso il palazzo Langosco. Seguitiamo per ora il vecchio israelita nel suo quartiere entro la parte più sporca del lurido ghetto, e colà conosceremo la bella Ester, di cui il biglietto scritto a Gian-Luigi già ci apprese la colpa e la sventura.

CAPITOLO XV.