Part 14
La bettolaccia di Pelone si apriva in questo quadrilatero dalla parte che costeggiava la viuzza di cui ho parlato nell'aprirsi di questo racconto: nel lato precisamente opposto, il quale si trovava allo estremo lembo delle abitazioni e quindi metteva sopra i viali, quasi all'altezza medesima della taverna, vedevasi un muro che separava da un tratto di terreno incolto, corrente presso le case fra queste ed il viale, un cortiletto in fondo a cui biancheggiava una casetta d'un piano, ristorata di fresco, la quale colla sua lindura e pulitezza faceva strano contrasto alla miseria delle casipole che la circondavano.
Quella casetta aveva una misteriosa storia cui raccontavano con mille varianti le comari del quartiere. Molti anni prima era di proprietà d'un vecchio misantropo che la fama diceva ricco assai e che viveva da povero, solo, senza servi, senza conoscenti, senz'attinenza nessuna di nessuna sorta. Le vecchie, che ricordavano averlo visto, dicevano che aveva la faccia d'un birbante: che pareva il delitto incarnato in un omiciattolo macilento, rugoso, sporco, scontroso e ributtante. Lo si accusava d'ogni più orribil fatto — e sopratutto di essere uno stregone. Dicevasi che la notte strani rumori si sentivano in quel locale, e che il diavolo ci doveva venire di sicuro a tener compagnia a quel solitario. La casa aveva il medesimo aspetto del padrone; le muraglie n'erano verdastre; i ragnateli pendevano dapertutto, il tetto pareva minacciare rovina; la grondaia cascava staccata da una parte: gli scalini per cui si saliva al peristilio dell'unico ripiano erano disfatti e le lastre di pietra vacillavano sotto il piè vacillante di quel vecchio che solo varcava quella soglia. Era una casa che da lustri e lustri si lasciava andare in rovina.
Un giorno il vecchio misantropo non fu visto uscir più secondo che soleva tutte le mattine; le imposte delle finestre rimasero ermeticamente chiuse, e non fu udito più, nè visto colà dentro cenno di vita alcuno. Passarono e due e tre giorni di siffatta guisa, finchè la pubblica autorità, avvertita, penetrò di forza in quella casa, e trovò il vecchio appiccato per la gola ad un trave del soffitto. Non c'era traccia alcuna di violenza; nulla era derubato; si pensò che il vecchio medesimo, stanco di quella sua vita da orso, s'era ammazzato: si fece il suo bravo processo verbale e, dopo qualche giorno di chiacchere d'ogni fatta, la cosa fu posta in oblio. Il vecchio non lasciava eredi. Il fisco prese possesso di quella catapecchia, e la lasciò nello stato in cui si trovava, non sapendo che farne. Per molti anni essa rimase disabitata, e le comari del quartiere affermavano che la notte ci tornava lo spirito tormentato del vecchio omicida a farci chiasso. Finalmente quattro anni prima dell'epoca del nostro racconto, tutti i vicini stupirono nel vedere muratori e falegnami e poi tappezzieri all'opera a cambiare quelle luride muraglie in un'elegante dimora piena d'ogni ornamento e di ogni sontuosità che per comodo e per lo sfarzo della vita abbia saputo inventare la civiltà moderna.
Il dottor Quercia aveva comperato quella casa e la faceva con grande spesa ridurre a _petite-maison_ per farne il nido de' suoi amori e delle sue avventure galanti.
Gli è verso questa sua casetta che Gian-Luigi diresse i suoi passi. Giuntovi, aprì la porta del muro che metteva nel cortile e la richiuse dietro sè appena entrato. Alla destra, addossato al muro, eravi all'interno un casotto da portinaio, ma la porticina e la finestra chiuse compiutamente anche alla luce dinotavano che non ci stava nessuno. Gian-Luigi traversò il cortile camminando sulla neve caduta, che nessuno aveva spazzato, e salito i tre scalini, che egli aveva fatto mettere di marmo e riparare da una piccola tettoia di ferro e cristalli (di quelle che diconsi _marquises_) aprì la porta di legno ben lavorato con ornamenti di bronzo, ed entrò, chiudendo anche qui studiosamente l'uscio dietro sè non solo con doppia mandata del serrame, ma con un forte paletto di ferro, che fece scorrere dall'una all'altra imposta.
Varcata la soglia eravi un breve andito a colonne che metteva in una sala piuttosto vasta, costrutta ed ornata secondo l'architettura ed il gusto dell'arte pompeiana. Il rumore dei passi era ammortato da uno spesso e ricco tappeto, e due bocche di calorifero alle due pareti laterali a chi entrasse mandavano un dolce tepore come di stufa per fiori. Senza deporre nè cappello nè ferraiuolo, Gian-Luigi traversò la sala ed entrò in una camera il cui uscio trovavasi precisamente in prospetto a quello d'entrata. Era un salotto ritirato, quieto, con tutte le delicature del lusso moderno, con diffusavi una luce semicrepuscolare che invitava l'anima al raccoglimento, i sensi all'abbandono, la voce a suonare sommesso. Sulle pareti era tesa una tappezzeria di seta gialla a fiorami d'ugual colore ma di tinta più scura; di seta gialla erano coperti il lettuccio da sedere, il sofà da starci due a discorrere, le seggiole a spalliera ricurva per accogliere comodamente la persona, le poltroncine, soffici tutti quanti, colle molle elastiche, e _capitonati_. Il legno dei mobili, degli usci, la cassa de' fiori presso la finestra in cui profumavano l'aere viole mammole, resedà e vaniglia, le cornici dei due alti specchi che si appoggiavano a due mensole elegantissime erano bianchi coi fregi e gli orli dorati. Un piccolo lustro dorato, di elegante forma, pendeva a metà dalla vôlta bellamente dipinta d'ornamenti architettonici e di vedute di paesi fra quelli inquadrate. Un più elegante tappeto copriva il pavimento e nel camino, tutto rivestito di marmo finissimo, ricco di belle scolture, dietro alari e paracenere elegantissimi di bronzo dorato ardeva un bel fuoco che una mano attenta doveva avere da poco tempo rianimato.
Gian-Luigi non si fermò neanche in questo salotto, aprì l'uscio che era alla sua destra e s'introdusse in una camera da letto che era tutto un'eleganza ed una gaiezza. Le tappezzerie, di seta altresì, erano di color celeste; di bianco e di celeste era incortinato il letto di legno di mogano, prezioso per egregio lavorio; dalla finestra per tendoline di seta rosea coperte di mussolina bianca si stacciava una luce a tinte soavi e calde che si rifletteva con effetto molto pittorico sugli orli dei mobili dorati; la vôlta formicolava di fiori e d'amorini sorridenti vagamente dipinti in ogni mossa; dal mezzo pendeva un canestrino indorato nel quale fioriva una di quelle strane piante erratiche a cui non è bisogno per germogliare e vivere la prosa della terra, ma che si alimentano poeticamente dell'aria, e in mezzo c'era luogo ad una lampada che dal cristallo opaco mandasse il suo lume travelato, non a rischiarare, ma ad assistere in quel tempio della voluttà ai dolci misteri della notte. Due specchiere alte da terra alla cimasa superiore della parete si facevan faccia dall'una all'altra parte della stanza, e il letto, posto in mezzo, era riflesso da ambedue all'infinito in una interminabile infilata.
Il giovane, entrato, chiuse studiosamente dietro sè la porta, come se temesse che alcun occhio profano avesse da vedere ciò ch'egli stava per fare, e non la chiuse soltanto colla stanghetta a molla, ma diede colla chiave due mandate al serrame, quasi per esser sicuro che nessuno potesse venire a sorprenderlo. La precauzione poteva in vero dirsi soverchia, poichè aveva egli già serrato e il portone da via, e la porta d'ingresso della casina, e ben sapeva che nessuno aveva chiavi da penetrar colà dentro contro sua voglia o ad insaputa; ma il segreto che si celava in quella camera così elegante da parer fatta per gli amori soltanto, era pure di sì gran rilievo che per abitudine da non trascurarsi mai, egli s'era imposto ogni fatta di maggiori cautele cui potesse suggerire la più diffidente prudenza.
Gian-Luigi gettò uno sguardo sopra una mensola dove stava un gruppo di bronzo dorato in istile _rococò_, rappresentante con allusione mitologica varii amorini incatenatori del Tempo, il quale portava sulle sue spalle un orologio a pendolo.
— Di già le dieci ore!.... Come passa il tempo! Decisivamente la giornata è troppo corta per le tante cose che m'impone questo lavoro di Gigante assalitor dell'Olimpo..... Ah delle volte sono stanco!....
Vide in una delle specchiere, innanzi a cui si trovava, la sua faccia giovenile, impressa di tanta baldanza e risoluzione, e sorrise a sè stesso.
— Eh via! Sono troppo innanzi nel cammino per fermarmi..... E lo potrei d'altronde?.... Sono preso fra i rocchetti d'una macchina ch'io guido bensì, ma di cui sono schiavo insieme. Il giorno ch'io mi arrestassi o volessi ritrarmene sarei inevitabilmente schiacciato.
Le sue sopracciglia si aggrottarono un momento in fiera guisa.
— Io che voleva esser libero! Soggiunse con molta amarezza. Io che voleva dominare..... e che voglio!
Crollò le spalle e s'avviò senz'altro, con passo d'uomo che non ha esitanza di sorta, verso la specchiera che era in fondo alla camera. Si drizzò in punta di piedi, e trascelto in mezzo ai fiori scolpiti della cornice un bottoncino di rosa, cui nulla poteva far distinguere dai moltissimi altri che vi si ammassavano uniti ai fiori sbocciati, vi premette su lentamente col pollice inguantato, perchè l'azione della pelle non avesse da appannare la doratura. La specchiera girò adagio adagio sopra cardini invisibili, e lasciò scorgere un ambiente entro il muro in cui s'apriva nel suolo una scala a chiocciola che s'affondava tenebrosamente al di sotto.
Gian-Luigi accese una lampada a cristallo chiuso che trovavasi in una nicchia entro la parete di quello stretto stanzino intermurale, poi fatto ritornare a posto la specchiera, e rimasto egli così in una oscurità profondissima, si diede a scendere rischiarandosi del raggio che mandava innanzi a sè la lampa da minatore.
Discese per l'altezza di circa dieci metri e trovossi in un vano uguale a quello da cui dall'alto partiva la scaletta; fece cadere il raggio della lucerna sopra una porta di legno afforzata da lastre di ferro, nella quale presso il muro umidiccio, chiazzato di bianco qua e là per l'efflorescenza del nitro, aprivasi un bucherello in una lastra d'ottone fortemente, non che invitiata, incastrata nel legno. Era una di quelle serrature inglesi che si dicono _a pompa_ che impossibile lo aprirle ad ogni grimaldello, impossibile quasi il romperle e scassinarle. Gian-Luigi trasse dal taschino del panciotto un anello d'acciaio in cui erano infilate parecchie piccole chiavi, e trasceltane una, l'ebbe appena introdotta in quel bucherello della toppa che la porta si aprì chetamente senza fare il menomo rumore. Un corridoio s'internava sottoterra e lasciava luccicare nella densa nebbia delle sue tenebre tratto tratto alcune fiammelle di lampa rischiaratrice che parevano chiazze sanguigne nel fondo nero di quell'oscurità. Un'aria fredda, umidiccia, pesante percoteva nel volto chi entrasse e gli si aggravava sulle spalle come un mantello di gelo che lo vestisse. Un silenzio sepolcrale ammoniva chi camminasse per quell'_ombre visibili_ esser egli separato dal mondo dei viventi come se rinchiuso nella tomba. Qualche goccia di acqua infiltrata rompeva soltanto quella mutezza cascando tratto tratto con lieve rumore sul suolo. Gian-Luigi si avviluppò di meglio nel suo mantello e serrato anche qui alle sue spalle l'uscio pesante camminò innanzi di buon passo e coll'andatura di uomo pratico dei luoghi e della via.
A seconda che avanzava, il terreno che saliva si faceva più asciutto, e l'aria più libera e più mossa. Giunse così dopo un centinaio di passi ad una rotonda tutto murata, di cui il pavimento era composto di lastre irregolari di pietra e nella quale dall'alto pioveva per parecchi forami un po' di luce diurna ed aria esteriore. In quella rotonda facevano capo due altre gallerie cieche, uguali a quella che Gian-Luigi aveva allor allora percorso venendo dalla sua casina; di questi altri due condotti sotterranei uno metteva alla taverna di Pelone, l'altro alla retrobottega di quel _Baciccia_ che abbiamo udito menzionare dal _medichino_, il quale la faceva da ferravecchi e mercante di mobili usati. Questi tre _tunnels_ correvano sotto l'ammonticchiamento di quelle casaccie che ho detto, sino al centro di quell'isolato vasto e compatto dove quella rotonda trovavasi sotto un cortile interno il quale raramente o non mai veniva visitato da persona che non vi abitasse; e gli abitanti di quella miserrima casa erano la feccia morale e materiale della popolazione.
Ma la rotonda di cui ho detto, non era mica la meta dei passi di Gian-Luigi. Essa non era che il vestibolo del luogo a cui era diretto. Un uscio forte e grosso come quell'altro che era a capo del corridoio sotterraneo, apriva i due suoi battenti sopra uno scalino che lo rialzava dall'umidità del suolo, su cui traverso i fori della vôlta era caduta e cadeva un po' di neve che veniva liquefacendosi tosto. Gian-Luigi trascelse un'altra di quelle chiavettine che aveva radunate a mazzo in quell'anello d'acciaio, cui l'abbiamo già visto trarre dal taschino del suo panciotto, ed aprì colla medesima guisa anche questo uscio.
Al di là di esso continuavasi a salire per cinque altri gradini, che si seguivano in un andito ascendente, accuratamente murato, colla calce lisciata e scialbata. Più asciutto si faceva l'ambiente, un'aria più pura si respirava; piccole aperture a mo' di feritoie, aperte qua e colà con arte che le dissimulava, servivano da sfiatatoi e facevano penetrare un certo dubbio chiarore crepuscolare, come servivano a rinnovar l'aria.
Gian-Luigi aveva già chiuso alle sue spalle anche quest'uscio della scala, quando, ravvisatosi, tornò ad aprirlo e lo lasciò rabbattuto. Poi salì i gradini; depose la lanterna sopra una panca che trovavasi in una specie d'anticamera in cui metteva la scaletta, e sospinse un uscio che trovò aperto innanzi a sè.
Entrò in una vasta cameraccia, aerata ancor essa, come la gabbia della scala e l'anticamera, mercè que' certi sfiatatoi che ho detto, i quali non bastando a gran pezza ad illuminarla, era mestieri di una lampada, che pendeva dalla vôlta continuamente accesa a rischiarare l'infinita, confusa, enorme, varietà di oggetti d'ogni fatta che facevano ingombro colà dentro, non lasciando libero di quell'ampio stanzone che uno spazio di circa due metri in metà.
Ogni cosa qualunque che possiate immaginare di quelle che servono all'uso dell'uomo, avreste potuto colà rinvenire: armi e vestiario, mobili ed utensili da lavoro, arnesi di cucina e suppellettili eleganti da salotto signorile, materassi e biancherie, quadri, bronzi e strumenti musicali, stoffe, tappeti, stipi, casse di ferro e stoviglie, oriuoli a pendolo e da tasca, gioiellerie, e cenci e cordami, perfino libri e quaderni di musica, perfino crocifissi e statue di Madonne di varia materia e lavoro, candelieri, vasi da chiesa, paramenta da altare e da sacerdote celebrante, argenteria da tavola, tabacchiere di preziosi metalli, decorazioni cavalleresche, bottiglie di vino, parrucche, barbe posticcie, pali di ferro, martelli, tanaglie, ascie, le più ignobili come le più sontuose cose del mondo. Se il signor Bancone, quel ricco banchiere che due notti innanzi era stato derubato, avesse mai potuto penetrare colà dentro, avrebbe riconosciuta la principale delle sue casse di ferro, nella forza e nel segreto congegno dei serrami della quale tanto confidava, rotta e sventrata giacente in un angolo.
A ragione questo celato riparo l'avevano battezzato col nome di _Cafarnao_. Ma aimè su molti di quegli oggetti — orrida vista! — c'erano macchie di sangue.....
Gian-Luigi s'inoltrò fra quel _pandemonio_ e venne presso ad una tavola che stava nello spazio lasciato vuoto in metà. Su quella, al di sopra di una delle gambe che la reggevano, vedevasi un anelluccio attaccato ad un tondello di ottone; il _medichino_ prese quest'anello e tirò su con forza un'asticina di ferro che entrava nella tavola, e la quale, per mezzo d'un filo metallico, metteva in moto nella bettola di Pelone un martello nascosto che batteva dei colpi contro l'interno della parete dietro il banco del taverniere medesimo. Diede tre strappate ad un piccolo intervallo l'una dall'altra, poi levatosi il cappello ed il ferraiuolo, fece per gettare l'uno e l'altro sopra un viluppo di materassi e di balle di lana che era alla sua destra. Ma là, sopra quell'ammasso di cui s'era fatto un comodo giaciglio, stava lungo e disteso un omiciattolo colla faccia sottile, col naso appuntato, il quale aveva aperto un occhio per guardare il _medichino_; un occhio vivo, irrequieto, malizioso, ironico ed impertinente.
— Sei tu, Graffigna? Disse Gian-Luigi deponendo altrove il mantello ed il cappello. Che cosa fai tu costì?
Graffigna tirò giù lentamente le gambe, l'una dopo l'altra, si drizzò in piedi, e rimanendo appoggiato allo stramazzo su cui poco prima giaceva, rispose colla sua voce esile da falsetto, che strideva come l'unghia d'un avaro sopra lastra di vetro:
— Dormivo. Si lavora tutta la notte di santa ragione da quel bravo Graffigna che si è, e un po' di riposo lungo il giorno vi ristora un uomo come una scodella di brodo con dentrovi un mezzetto di _barbèra_. Qui poi si può dormir tranquilli senza la paura della zampa del gatto. Pur tuttavia sono così avvezzo a non dormire che d'un occhio, che l'ho sentita venire, sor _medichino_.... ed ecco l'affare!
— Va bene... Non voglio disturbarti... Sta pure sdraiato a tua posta.
— La mi burla!... Conosciamo i nostri doveri verso i superiori, che diavolo!... La disciplina o che il boia m'impicchi... Non esco di lì, io... Ed a meno che Ella me ne dia espressamente l'ordine...
— Sì, proruppe il _medichino_ con qualche impazienza. Sdraiati, ascolta soltanto due parole che ti ho da dire, e poi russa pure come quel maiale di Stracciaferro che allorchè dorme qui dentro fa tremar le vôlte.
Graffigna allungò di nuovo chetamente il suo corpo mingherlino e disse con voce più sottile che mai:
— _Che scusi_, ma non son io che sarei capace di mancare alle convenienze come quell'animalaccio di Stracciaferro. Io mi rimetto a giacere per obbedirla, e son tutto orecchie ad ascoltare le sue parole; e poi quando Ella mi avrà dato i suoi ordini, se la mi permetterà, avrò anch'io da spifferarle quattro ragioni in croce.
— Quel che t'ho da dir io, è detto in due motti. Primo, cercherai i quattro supremi consiglieri della _cocca_ e loro comanderai a mio nome di trovarsi qui stassera alle sette. I capi-squadra sono avvisati di radunarsi nella bettola di Pelone.
Graffigna si levò su a sedere sul suo giaciglio con atto di molto interesse.
— Oh oh! Esclamò egli. Ci sono dunque grandi cose in aria?
Gian-Luigi chinò in segno affermativo la testa.
— Benone! Disse tutto lieto il galeotto mentre tornava a sdraiarsi.
— In secondo luogo, continuava il _medichino_, ho grande interesse di sapere chi sia quel poliziotto che stamattina si recò a fare una perquisizione in casa Benda. Ho chiamato Pelone appunto per averne alcuno schiarimento, che mi penso egli potrà darcene. In difetto, quand'egli non sappia o non voglia parlare...
— Eh eh! disse tranquillamente Graffigna: si potrebbe farlo cantare anche contro voglia.
— No: interruppe vivamente Gian-Luigi; nessuna violenza... D'altronde Pelone ci è troppo necessario per disgustarlo... e troppo pericoloso per farcelo diventar nemico. Quand'egli taccia, fa di scoprir tu con ogni mezzo che ti parrà migliore, e quando tu lo abbia conosciuto...
Il _medichino_ parve esitare.
— Quando io lo abbia conosciuto? Ripetè Graffigna ficcando i suoi occhietti vivacissimi negli occhi di Gian-Luigi.
— Farai di modo da sapere eziandio le sue abitudini, e dove si possa cogliere solo, allo scarto...
— Ho capito..... È un impaccio?
— È un impaccio.
Quei due uomini, così diversi di sembianze e di natura e d'intimo valore, si guardarono un momento in silenzio e si compresero. Gian-Luigi sviò primo le sue brune pupille e si diede a passeggiare su e giù per quello spazio di pochi metri libero in mezzo al _Cafarnao_.
— Stia tranquillo sor _medichino_; fra un'ora mi metterò in campagna e spero poterle dire quanto prima che gli è un affar fatto.
Il _medichino_ non rispose e seguitò a camminar con passo concitato e a capo chino. Dopo un poco si fermò presso la tavola, battè del piede sul pavimento con impazienza collerica e disse rabbiosamente:
— Quell'eterno lumacone di bettolier dell'inferno non viene. E sì che ho tirato di forza!
Riprese l'anelluccio della tavola e tornò a dare, ma con più violenza, tre strappate.
— Prenda pazienza: disse con vocina sempre più esile Graffigna seguitando il giovane col suo sguardo ironico e scrutatore: ci sarà gente nell'osteria e non potrà aprire la porta segreta; e poi quel benedett'uomo è così lento e lungo in ogni sua mossa!.... Frattanto se la mi permette dirò io a Lei qualche cosa che non manca neppure d'interesse.
— Parla! Disse vibratamente Gian-Luigi continuando a passeggiare in lungo e in largo.
— Prima di tutto ho una commissione da farle, una commissione importantissima, mi disse chi me la diede.
Il _medichino_ si fermò in faccia a Graffigna di colpo.
— Chi?
— Ester, la bella figliuola di quel brutto scellerato di _Macobaro_.
Gian-Luigi crollò le spalle e si rimise a passeggiare.
— Dove l'hai tu vista?
— A casa sua. Sono andato ieri sera da quel sacco di tutte le malizie d'un vecchio ebreo per intenderci sulla compra di qualche masserizia fra tutta questa roba che ci ingombra maledettamente. Quell'avaraccio è indegno di appartenere alla cocca. Ha una indiscrezione di pretese che trarrebbe i calci dalle scarpe d'un santo; e non è mai quel cane da offrire pure una goccia di _branda_ ad un amico..... Basta; a grande stento mi avanzò qualche miserabile spicciolo che mi disse avrebbe portato in conto.....
— E che tu ti sei affrettato di consumare in tanta acquarzente.
— _Cribbio!_ Come si fa? Con tante fatiche e con questa vitaccia che si mena, se non si tiene un po' su la macchina, vi casca l'asino di sotto..... Per farla breve, mentre quel vecchio schifoso, dopo mille storie, andò a prendere quei quattro miserabili soldi, Ester che era sempre stata immobile in un cantuccio, agucchiando certi panni al lume d'una lucernetta che pareva far la veglia ad un morto; Ester mi saltò innanzi con quella sua bella faccia d'alabastro, con quei suoi lucidi occhioni scuri, con quelle sue labbra rosse come il sangue che spiccia. «— Per l'anima vostra, mi susurrò all'orecchio con voce soffocata, in cui si sentiva che ella parlava da maledetto senno: date questo biglietto e il più sollecitamente possibile a Luigi: si tratta di vita o di morte.» E nel pormi in mano la cartolina ripiegata mi serrò con forza convulsa le dita fra le sue così esili e bianche, in quel momento gelate come il marmo. Si sentivano intanto trascinar le pianelle di quel vecchio esoso di suo padre, — come mai una sì bella creatura può essere nata da un mostro simile? — ed essa, lesta come uno scojattolo come un augellino, fu d'un salto seduta di bel nuovo al suo lavoro, che non pareva aver mosso pure la punta del dito mignolo; e guardandomi con un'espressione capace di rimescolar le budelle ad un vecchio peccatore, teneva l'indice della mano destra in croce sulle labbra a raccomandarmi il silenzio.
Gian-Luigi tornò ad arrestarsi presso il galeotto.
— E quel biglietto, l'hai tu costì?
— Sì signore: rispose il mariuolo tirandolo fuori da una tasca e porgendolo.
Il _medichino_ lo prese con isgarbo impaziente: si recò sotto la lampada che pendeva dalla vôlta, e rottone quasi disdegnoso il suggello lesse queste parole:
«In nome di Dio Eterno, bisogna che ci parliamo. Fa d'ingannare la sorveglianza sempre più sospettosa di mio padre, e vieni. Un tempo ne trovavi i modi e le ore. Il Signore ha — debbo dire benedetto o maledetto? — ha fatto fecondo il nostro amore. Sono madre. Mio padre mi ucciderà, se tu non mi salvi. Salvami, Luigi!»