Part 11
Tofi vide l'emozione del giovane e ne conchiuse fra sè issofatto che Barnaba non s'era ingannato e che Francesco Benda era istrutto del vero essere di quell'individuo. Col proposito di atterrire l'arrestato e di ottenerne in questo modo alcuna confessione od almanco una più imprudente risposta, il Commissario continuò colla medesima voce sommessa ma fremente di minaccia:
— Ora Ella capirà agevolmente che la sua condizione non è così buona e i carichi che pesano su di lui non sono così lievi da permetterle tanta temerità e tanta sicurezza. Mario Tiburzio è un agente di Mazzini. Il solo essere in rapporto con lui è gravissima colpa, è delitto di Stato. Siffatte audacie dei mandatari di quello scellerato rivoluzionario che vengono a sedurre e sommuovere la gioventù nel nostro Stato sono oramai troppe. Il Governo di S. M. è deciso di porvi fine e di tagliare il male dalla radice. Qualunque siasi che abbia intinto in siffatta pece si è deciso di deportarlo senz'altro in Sardegna.
— In Sardegna! Esclamò Francesco, il quale non potè nascondere il suo sgomento. Egli pensò alla sua famiglia, al dolore che i suoi cari avrebbero provato, all'oggetto dell'amor suo che forse non avrebbe potuto veder più, ed uno spasimo indicibile gli strinse il cuore.
— Sì signore, in Sardegna: ripetè il Commissario, il quale s'accorse e fu lieto dell'effetto prodotto dalle sue parole. E primi di tutti i caporioni e i più pervicaci. Il Governo fu finora troppo magnanimo, troppo tollerante: è gran tempo che alla fine eserciti tutto il suo rigore. Nessuna pietà, nessun riguardo per i nemici dell'ordine e del Sovrano. Se si farà qualche distinzione fra essi, se si potrà essere più miti verso alcuni, sarà soltanto per coloro i quali col loro contegno dimostreranno come da illusione giovanile, da inconsideratezza meglio che da perversità d'animo furono tratti a fallire, per coloro che proveranno colla sincerità delle loro dichiarazioni il proprio pentimento. Mi capisce?
Le parole del Commissario erano troppo chiare per non essere capite. Francesco che colla forza della volontà aveva rinfrancato il suo animo si disse con disdegno:
— Costui tenta e spera di avere in me un delatore.
E la indignazione riagì sulla nobile di lui natura così da restituirgliene calma e fermezza.
Tofi continuava:
— Ella, signor avvocato, a quale di quelle due schiere vorrà ascriversi? Non di certo, io spero, a quella dei pervicaci nemici di S. M. l'augusto nostro Sovrano. Ella di certo ripudierà i scellerati propositi di chi non tende che ad abbattere la legittima autorità; Ella vorrà meritarsi il generoso condono alla leggerezza — non la chiamerò altrimenti — alla leggerezza della sua condotta, colla sincerità delle sue confessioni.
Fece una pausa, tenendo sempre que' suoi occhi grifagni fissi in volto al giovane. Francesco volse altrove lo sguardo con tutta indifferenza.
— Or dunque: riprendeva a dire il Commissario: poichè Ella conosce ed è in istretti rapporti con questo Mario Tiburzio, la mi saprà spiegare perchè quell'individuo è venuto a Torino con falso nome e sotto mentita qualità...
— Signore: interruppe Francesco, non senza manifestare nel suo accento il disprezzo e lo sdegno che in lui destavano i tentativi del suo interrogatore: io non so spiegarle niente affatto. Mario Tiburzio non conosco chi sia. Ho visto alcune volte in casa del mio amico Vanardi il signor Medoro Bigonci cantante, il quale non ha altro pensiero che quello delle sue crome e biscrome. Se mi sono legato qualche poco con lui, nulla è più naturale, essendo egli artista ed io dilettante di musica. E non ho altro da dire.
Il Commissario stette alquanto in silenzio e fece colle sue labbra grosse uno strano e minaccioso ghigno.
— Questo, disse poi con ironia grossolana, è il sistema di difesa che il signor avvocato crede bene di adottare?
— Io non ho bisogno di difesa nessuna, perchè non ho colpa.
Tofi tacque di nuovo un istante facendo sempre piombare sopra il giovane quel suo sguardo penetrativo, ironico e minaccioso.
— Sa una cosa? Proruppe quindi ad un tratto. In questo stesso momento si fa una perquisizione a casa sua.
In quella specie di scherma che aveva luogo fra l'interrogante e l'interrogato, fu questa una botta bene assestata che colpì il giovane in pieno petto.
— Ah! Esclamò egli con una scossa, ricordando di botto come nella sua camera, entro i cassettini della scrivania ci fossero l'_Assedio di Firenze_ di Guerrazzi, i libri cinque sull'_Italia_ di Tommaseo, la _Giovane Italia_ di Mazzini, e peggio ancora di tutto questo una istruzione sul modo di ordinare e guidare la rivolta del popolo nelle città e di organare bande d'insorti nelle campagne, istruzione per sommi capi fatta e scritta tutta di pugno di Mario Tiburzio.
— Che cosa ne dice eh signor avvocato? Domandò il Commissario colla medesima insultante ironia.
— Dico che quella è una violazione di domicilio che non avverrebbe in paesi retti civilmente.
Tofi si abbandonò ad uno scoppio di collera.
— Come sarebbe a dire? Gridò egli con violenza. Forse che questo paese non è retto civilmente? Che insolenza la è questa? Come osa Ella, me presente, offendere così il Governo del nostro augusto Sovrano? Sappia che gli Stati di S. M. il Re di Sardegna non hanno nulla da invidiare a nessun altro; e non mi dica di queste bestialità che sono quasi un crimenlese, perchè altrimenti saprò ben io ricacciargliele nella gola e farnela amaramente pentire. Per conchiudere, pensi bene ai casi suoi; è Ella decisa a rispondermi schietto la verità su ciò di cui la interrogo?
— Ciò che avevo da rispondere, ho risposto. Ripeto che non ho nulla da aggiungere.
— Sta bene. Vedremo se dopo i risultamenti della perquisizione Ella seguiterà a tenere simile linguaggio.
Volse villanamente le spalle a Francesco e disse ai carabinieri:
— Traducetelo in cittadella.
Venti minuti dopo il giovane sentiva chiudersi alle spalle le serrature, i chiavistelli e catenacci dell'uscio di quella stanza che doveva servirgli da prigione.
CAPITOLO X.
Barnaba era entrato sotto il portone di casa Benda, seguito da quattro carabinieri.
— È Lei il signor Giacomo Benda? Domandò al padre di Francesco che gli veniva all'incontro.
— Signor sì.
— Ella avrà appreso come suo figlio sia stato arrestato.
— Vennero or ora due amici di Francesco a darmene la infausta novella. Spero ch'Ella vorrà dirmene la ragione, ch'io non posso a niun modo immaginare.
— Io non ho nessuna istruzione di darle informazioni a questo riguardo. Ho invece l'ordine di perquisire minutamente tutta la casa.
— Non mi vi opporrò menomamente, sottomesso cittadino qual sono alle autorità, ma farò i miei richiami presso il signor Governatore, presso S. E. il Ministro medesimo, se occorre.
— Ella farà poi quel che crede. Intanto la prego, ed ove d'uopo le impongo di volere acconciarsi a quanto sto per dirle.
Il signor Giacomo curvò la testa per accennare che era pronto ad obbedire.
— I signori che vennero a comunicarle l'arresto di suo figlio sono il dottor Quercia e l'avv. Selva?
— Sì.
— Essi sono ancora in sua casa?
Giacomo esitò un istante; ma poi pensò miglior consiglio rispondere affermativamente. Barnaba notò quell'esitazione.
— Dove si trovano? Domandò egli fissando il volto del signor Benda.
— Nel salotto con mia moglie: rispose questi.
— Bene: riprese il poliziotto; noi comincieremo la perquisizione dal luogo più importante, dalla camera di suo figlio, ed Ella avrà la compiacenza di venir con me. In questo frattempo tutte le persone onde si compongono la sua famiglia e la servitù si raccoglieranno nel salotto in cui già si trovano la signora Benda e quei due signori, e nessuno se ne muoverà che dietro mio ordine.
Si volse ai carabinieri, e designandoli gli uni dopo gli altri, soggiunse:
— Voi due starete a guardia del salotto; voi due verrete meco.
Fu fatto a seconda ch'egli aveva detto; e senza altro ritardo Barnaba, il sig. Giacomo e i due carabinieri a ciò prescelti n'andarono nella camera di Francesco senza passar punto pel salotto.
Selva, troppo persuaso che non c'era affatto tempo da indugiarsi, aveva in tutta fretta arraffato e libri e carte pericolosi, dove sapeva che si trovavano, e senza darsi cura di chiudere cassettini e tiratoi erasi partito di corsa. Barnaba, appena entrato, vide i mobili aperti e le carte disordinate sopra il piano della scrivania. Andò vivamente a guardare in que' cassettini, fece scorrere sotto il suo sguardo linceo le carte abbandonate, tutte della più innocente indifferenza, e fu chiaro di tutto.
— Ah ah! Diss'egli volgendosi al padre di Francesco. Qualcheduno è venuto a toglier via il corpo del delitto, e probabilmente questo qualcheduno avrà cercato di salvarsi con esso.
In quel momento veniva frettoloso a cercar di Barnaba uno dei carabinieri che erano stati incaricati di custodire la famiglia e la servitù del signor Giacomo.
— Signore: disse il carabiniere; della famiglia non si trova in casa la signorina.
— Diavolo! Uscita a quest'ora, e sola, una ragazza! Esclamò Barnaba, guardando fisamente il signor Benda, che stette impassibile senza nulla rispondere.
Il carabiniere continuava:
— Di quei due signori che dovevano essere nel salotto non ce n'è che uno: il dottor Quercia.
— È naturale: disse Barnaba. L'avvocato Selva è amico intrinseco dell'avvocato Benda. Nissun altro era meglio di lui adatto a questo còmpito. Madamigella Benda potrebbe bene aver guidato l'amico di suo fratello ad uscire per qualche porticina riposta.
Il padre di Francesco, maravigliato e sgomentito dalla penetrazione del poliziotto, rispose pur tuttavia freddamente:
— Ella può fare tutte le supposizioni che vuole; a me per distruggerle bastano le mie negative.
— Ha ragione, ha ragione: disse Barnaba sorridendo. La non è mal giuocata; ma il guadagnare la prima bazza non vuole ancora dire partita vinta.....
Si volse ai carabinieri:
— Udite voi altri! Disse, e come i tre armigeri si furono serrati intorno a lui, egli diede loro sottovoce alcune brevi istruzioni, parlando specialmente a quello tra di essi cui i galloni alle braccia indicavano per brigadiere.
— Ed ora andiamo nel salotto: riprese Barnaba ad alta voce. Signor Benda ci mostri la strada.
Quando fu per entrare colà dove sapeva trovarsi il dottor Quercia, l'agente di Polizia si tirò di nuovo il cappello sugli occhi, si avvolse di nuovo nelle pieghe del mantello la faccia, di guisa da nascondere affatto i suoi lineamenti. Del viso non gli si scorgevano che gli occhi sguscianti fra il tabarro e la tesa del cappello.
Maria non era ancora ritornata, e la madre non istava senza ansietà aspettandola; Quercia si era seduto comodamente presso al camino e colla maggior agiatezza del mondo giuocherellava colle molle aggiustando di quando in quando la legna sul focolare per farla ardere più vivacemente; i servi erano aggruppati in un angolo e mostravano nelle fisionomie la meraviglia e il turbamento che loro ispiravano quei fatti; però fra quei servi non trovavasi Bastiano il portinaio; il carabiniere stava dritto come una sentinella alla porta. Il signor Giacomo entrò primo, poi i tre carabinieri che col loro compagno si schierarono in fila innanzi all'uscio, ultimo venne Barnaba il quale, camuffato come era, si recò nella strombatura d'una delle finestre volgendo le spalle alla luce.
— Ancora l'uomo dal mantello! Disse Quercia fra sè. Gli è evidente che tutto quello studio di nascondere la sua grinta è cagionato dalla mia presenza. Il portamento della persona mi è affatto ignoto... Qui sotto c'è qualche mistero che bisogna ch'io penetri.
La madre di Francesco, vedendo entrare quell'uomo coi panni da borghese ed avvisando che esso fosse la persona più autorevole di quella brigata poliziesca, si slanciò verso di lui colle mani giunte e con infinita supplicazione nell'aspetto, nello sguardo, nell'accento della voce.
— Oh per carità, mi renda mio figlio..... Mio figlio è innocente..... Egli non è capace di far male nessuno..... No non è capace..... O mi dica almeno qual è la sua colpa.
Barnaba rimase impassibile, senza fare un moto nè dare pure una voce di risposta. Il brigadiere dei carabinieri si avanzò.
— Parli meco, se le aggrada: diss'egli. Quanto alle cause dell'arresto di suo figlio, possiamo dirle soltanto che gli è per ragione di Stato.
— O mio Dio! Esclamò la signora Teresa spaventata.
Suo marito, per calmarne lo sgomento, disse allora con ispiccata espressione:
— Qualunque sieno le accuse che si vogliano fare a Francesco, questo so di certo, che non potranno avere nessuna prova da convalidarle.
— Gli è ciò che vedremo: soggiunse il brigadiere. Intanto, siccome abbiamo fondate presunzioni che queste prove si debbano trovare, prevengo le signorie loro che noi faremo le più minute ricerche in tutti i locali di questa casa ed anche addosso alle loro persone.
Luigi Quercia si drizzò di scatto come spinto da una molla.
— Per Dio! Esclamò egli con impeto. Questo è ciò che non tollereremo....
In quella entrava Maria sollecita. Aveva il petto ansimante, le guancie arrossate, sugli abbondanti suoi capelli, cui non aveva avuto tempo di riparare nemmeno con un velo, ancora alcuni fiocchi di neve cadutile su nell'attraversare il cortile, ma aveva eziandio l'aria soddisfatta di chi ha eseguito con pieno successo una importante commissione. Il dottore fissò su di lei i suoi ardenti occhi neri, che contenevano una interrogazione; ella rispose con una intelligente occhiata, che diceva: — tutto è andato a seconda; rassicurò suo padre con un sorriso e si recò presso la madre, a cui strinse significantemente la mano.
Quercia continuava con maggior vigore:
— Difenderemo da simile oltraggio queste signore; difenderemo la nostra stessa dignità.
— Signore: rispose il brigadiere, a cui le parole di Gian-Luigi e l'aspetto di naturale autorità onde s'avvantaggiava la bella di lui figura imponevano assai. Certo duole anche a noi, ma Ella sa che noi siamo stromenti e dobbiamo obbedire.
Ma Barnaba vide in codesto una bella occasione di ottenere quello scopo ch'egli desiderava cotanto: l'arresto del dottore medesimo e una conseguente perquisizione nel quartiere dall'elegante giovane abitato ed in quell'altro che la Polizia sapeva essere segretamente da lui tenuto per ospitarvi i misteri delle sue molte avventure galanti. Egli si accostò quindi al brigadiere e gli insinuò nell'orecchio alcune parole.
Il brigadiere chinò la testa in atto affermativo, e mentre Barnaba ritornava al luogo che occupava dapprima presso la finestra, riprese a dire con più risolutezza al giovane che gli stava fieramente dinanzi:
— Noi dobbiamo obbedire: ed Ella avrà la pazienza di prestarsi primo a quest'operazione.
Gian-Luigi si trasse indietro d'un passo, incrociò le braccia al petto, aggrottò le sopracciglia e i suoi occhi lampeggiarono.
— Io?... E se mi vi rifiutassi?
— Adopreremmo la forza.
Il volto di Quercia arrossì pel sangue che tumultuosamente vi corse: sulla sua fronte si disegnò quella linea fatale che l'attraversava nei momenti di violenta passione del suo animo. Il suo aspetto era davvero terribile ed imponente, come quello di un coraggio impareggiabile accompagnato da una forza degna di esso.
— Giuro a Dio! Esclamò Gian-Luigi con uno scoppio tremendo di voce; e si atteggiò in una positura minacciosamente aggressiva, che si sarebbe potuta paragonare a quella del leone che sta per islanciarsi addosso al suo nemico. Il brigadiere indietrò recando la mano all'elsa della sua sciabola, e i carabinieri gli vennero a costa in atto di difesa.
Maria, spaventata, per atto irriflessivo, spinta da quel suo cuore sensibilissimo, si slanciò davanti al giovane, quasi a fargli riparo.
— Per carità, signori! Esclamò essa pallidissima in volto, ma fatta indicibilmente bella dalla sua emozione.
In Gian-Luigi l'uragano era già passato, la violenza era domata. La sua fronte era di nuovo liscia e placida come prima, sulle guancie era tornato il suo colorito naturale, sulle labbra il tranquillo sorriso; nello sguardo soltanto, chi sapesse osservare avrebbe scorto tuttavia qualche cosa di duro, di implacato, quasi direi, di feroce.
Prese egli con garbo la piccola mano di Maria e glie la strinse con affetto; poscia, gentilmente traendola in disparte, le disse colle note più soavi di quella sua voce che sapeva mirabilmente temperarsi ad ogni espressione:
— Perdoni, madamigella, se il mio troppo impetuoso umore non ha saputo frenare questo subito scoppio. — Si volse al signor Giacomo ed alla signora Teresa e soggiunse: — Perdonino tutti e si rassicurino, chè per causa mia non avverrà nessuno scandalo in casa loro.
Fece alcuni passi verso i carabinieri che non avevano ancora smessa l'attitudine bellicosa, e disse con aspetto tutto piacevole:
— Con voi non la ho il meno del mondo, brava gente, che siete soltanto esecutori materiali di ordini, di cui non avete la responsabilità....
S'accostò a Barnaba che stava sempre rincantucciato nella strombatura della finestra:
— Gli è a Lei, signore, che io mi rivolgo: continuò. Ella è certo qualche cosa di più che un cieco stromento d'una volontà altrui; ed Ella deve capire che un uomo mio pari non si sottopone gratuitamente ad uno sfregio come quello di che mi si minaccia.
Barnaba rimase immobile.
— Non è certo con nessuna materiale resistenza ch'io voglia oppormi a codesto, ma gli è colle buone ragioni. Mi conceda Ella un colloquio di pochi minuti, e sono sicuro di convincerla dell'inopportunità, per non dir peggio, di siffatto provvedimento.
Il poliziotto non disserrò menomamente le labbra, non iscoprì punto nè poco il suo volto, ma fece un segno negativo colla testa.
Allora Gian-Luigi gli voltò disdegnosamente le spalle e parlò ai carabinieri.
— Sarà come si vuole. Ma badate che un simile oltraggio a cittadini onoratissimi come i signori Benda, ad un buon suddito di S. M. come mi vanto d'esser io che mi onoro dell'amicizia di molti fra i più considerevoli personaggi del Regno, è un atto gravissimo; e badate che io di tanto arbitrario eccesso farò tosto e direttamente i richiami al vostro comandante, il generale conte Barranchi che è di quelli appunto i quali mi onorano della loro stima e famigliarità.
Queste parole, più d'ogni altra precedente, fecero effetto sui carabinieri, i quali esitarono con manifesta perplessità.
Barnaba stava per invigorire la loro decisione con nuovo suo interporsi, quando un altro grave incidente venne ad interrompere quella scena.
Un uomo vestito da popolano, ma colla faccia da guardia di polizia si precipitò nella stanza.
— Signore, diss'egli a Barnaba; un cotale fuggiva per una porticina che dà sui campi dietro la fabbrica; lo abbiamo inseguito, raggiunto ed arrestato.
Barnaba mandò una sommessa esclamazione di soddisfacimento, e di sotto la tesa del cappello fece sgusciare uno sguardo di trionfo verso il sig. Giacomo, quasi per dirgliene: — Ecco la mia rivincita. Il sig. Giacomo, egli, impallidì; la povera signora Teresa si lasciò cader seduta mandando un gemito; Maria si torse convulsivamente le mani; Quercia si morse il labbro inferiore, ma il suo aspetto non perdette nulla affatto della sua sicurezza e della sua aria di imperiosità.
— Dov'è? Domandò Barnaba a voce bassa all'agente vestito da borghese.
— L'abbiamo qui sotto. Vuol vederlo?
Barnaba fece un segno affermativo, e il birro si allontanò di fretta.
Un minuto dopo entrava in quel salotto, in mezzo a quattro guardie travestite, Giovanni Selva.
Questi e Maria, che lo guidava per mano, avevano attraversato correndo il cortile e s'erano introdotti nell'officina. Là, per la via più corta, attraversando uno dei laboratoi, sempre di corsa, la ragazza aveva condotto il compagno alla porticina che era meta dei loro passi. Ma la serratura dell'uscio era chiusa colla chiave, e questa non era nella toppa. Maria corse nel più vicino dei laboratorii: e gridando quanto più poteva per superare il fracasso dei varii lavori che facevano le lime ed i martelli, domandò agli operai:
— La chiave della porticina?... Chi ha la chiave?... Presto per amor di Dio!
Gli operai dapprima non compresero le parole della giovanetta; ma videro l'ansietà e l'affanno così vivamente espressi nella fisionomia di lei, che smisero un momento il loro lavorare per poter udire che cosa ella dicesse.
Maria ripetè la sua domanda.
I più non ne sapevano nulla e si consultavano tra di loro, dicendo dev'esser qua, dev'esser là; intanto il tempo passava con inesprimibile e dolorosa impazienza della ragazza.
— Ne chieda al capo-fabbrica: disse uno finalmente, e Maria, che comprese quello essere il migliore dei suggerimenti, corse nello stanzino occupato di solito dal direttore degli opificii.
Per fortuna egli vi si trovava; e Maria col respiro affannoso, colle parole tronche, fece la sua richiesta. Quella era per sè così strana e fatta inoltre così stranamente che il capo-fabbrica non potè tenersi dal provocare qualche spiegazione; ma la ragazza con impeto impaziente interruppe:
— Presto, presto..... Si tratta di salvar Francesco.... Lo hanno arrestato.... Bisogna far fuggire il suo amico colle carte.... Sono già al portone i carabinieri....
Il capo-fabbrica non capì bene che fosse avvenuto, ma vide che si trattava di cosa premurosa. Senz'altra osservazione si alzò e corse ad aprire la porticina.
Giovanni lanciò uno sguardo al di fuori, nei campi tutto bianchi di neve non si vedeva il menomo segno di anima viva. Strinse egli la mano a Maria e le disse:
— Ora Francesco non correrà più nessun grave pericolo. Si tranquilli, madamigella, e tranquilli anche la mamma.
Poi uscì di buon passo, mentre gli altri richiudevano la porticina alle sue spalle.
— Che cos'è ciò ch'Ella mi dice? Domandò con sommo interesse il capo-fabbrica a Maria. L'_avvocatino_ arrestato? I carabinieri che sono al portone!
— Sì, sì.... Domandano del papà.... Purchè non vogliano arrestare anche lui!.... A quest'ora saranno già entrati.... Io corro presso la mamma, che è tutta sottosopra.
E tornò di volo vicino ai suoi parenti.
Il capo-fabbrica, onestissimo e risoluto uomo, devoto oltre ogni dire al suo principale, a cui doveva tutto, rimase perplesso e turbato profondamente.
— Hanno arrestato sor Francesco! Diss'egli tentennando il capo. Vogliono arrestare anche il padrone!... Che si abbia anche da veder questa?... Diavolo! Diavolo!
Ed entrò colla faccia tutto stravolta nelle officine dove gli operai, fra i quali quella notizia era corsa colla rapidità con cui prende fuoco una striscia di polvere da mina, avevano smesso il lavoro e stavano animatamente discorrendo in crocchi più o meno tumultuosi, in mezzo a cui si distinguevano appunto i capi dei laboratoi.
Selva intanto si era avviato di buon passo in linea retta davanti a sè con non altro intendimento che quello di allontanarsi il più presto da quel luogo e di ridursi quindi per un lungo circuito in città, dove avrebbe poi pensato in qual più sicuro nascondiglio andare a riporre i libri e le carte che aveva presi nella scrivania di Francesco.
Ciò di che più si rallegrava era di aver sottratto il manoscritto di Mario Tiburzio, e mentre camminava affondando le sue gambe fin sopra al polpaccio nella neve che copriva i campi, egli veniva scorrendo cogli occhi quella pericolosa scrittura che avrebbe bastato a far condannare alla galera qualunque l'avesse posseduta.
Ad un tratto gli parve udire dietro sè rumor di gente che si muovesse. Si volse e vide due uomini che con lunghi e solleciti passi, l'uno da destra e l'altro da sinistra venivano verso di lui traverso il campo. Quantunque non avessero divisa, Selva capì tosto che quelli erano birri; e senza aspettar altro prese la corsa con quanta più rattezza gli concedeva l'ostacolo dell'alta neve in cui affondavano i suoi piedi.
— Ferma, ferma: gridarono i birri, e giù a correre ancor essi, cercando di venirgli a tagliare diagonalmente la strada.