Part 10
Ora seguitiamo Francesco, il quale viene condotto alla presenza del terribile signor commissario Tofi.
Il signor Commissario aveva dormito poco e male. Per la mente commossa tutta notte s'erano dimenate le rivelazioni di Barnaba ad eccitarne lo zelo irrequieto, operoso e prepotente. Egli aveva sognato degli arresti a fusone, e la sua fantasia s'era deliziata nella visione d'un reggimento di liberali mandato a impallidire dietro le inferriate del forte di Fenestrelle. S'arrabbiava della impotenza relativa a cui lo condannava la sua condizione di subalterno, e s'angustiava per non essere in grado di tradurre in atto di propria autorità lo splendido disegno della sua poliziesca immaginativa. Avrebbe dato non so che cosa per trovarsi ventiquattr'ore almanco nell'uniforme da generale del conte Barranchi.
Effetto di questa insonnia si fu che, appena il mattino, il signor Tofi era nell'anticamera del suo superiore ad insistere presso un domestico sonnoloso che sbadigliava, affinchè lo introducesse presso il padrone. Il domestico che sapeva bene non trattarsi di giuggiole, quando la faccia scura e il soprabito lungo del Commissario comparivano in quelle soglie, si lasciò vincere dalle imperiose parole di messer Tofi ed osò introdursi nella camera del conte a turbarne i dolci sonni mattutini.
Si ha bell'essere generale dei carabinieri reali e comandante supremo della Polizia, e tuttavia non si va esente da qualche piccolo difettuccio. Ahimè! Non c'è nessuno di perfetto su questa terra. Il conte Barranchi amava supremamente due cose: mangiar molto e bene con ghiottoneria istruita a perfezione nella difficil arte della cucina, e dormire beatamente la grassa mattinata. La sera innanzi egli avea pranzato a Corte, dove i pranzi di Carlo Alberto erano conosciuti per parsimoniosa frugalità; la notte aveva dovuto vegliarla al ballo, ed a sbrigar poi varie faccende, di cui lo aveva intrattenuto il Commissario: e quindi era naturale e necessaria conseguenza di ciò che il suo umore fin dalla sera innanzi non si trovasse nello stadio della sua maggiore amenità, e che massimo fosse in lui il desiderio e il bisogno di dormire tranquillamente sino all'alba dei tafani.
Per dire il vero, affatto affatto ameno l'umore del signor generale non lo era pur mai. Il suo carattere brusco e violento si era di molto rinforzato nell'impertinente disdegno d'altrui mercè la prepotenza concessa al suo grado ed alle sue funzioni. I suoi modi erano aspri come quegli ispidi baffi che gli ombreggiavano il labbro superiore. Avvezzo a parlare a carabinieri che lo ascoltavano in posture di rispetto per obbedirlo ciecamente, ad inferiori e subordinati che s'inchinavano innanzi allo scoppio della sua voce, come le umili erbe del prato al passaggio del vento, a poveri diavoli o timorosi o colpevoli che tremavano alla impettita severità del suo aspetto, il conte Barranchi trattava con tutti ch'ei non credesse suoi pari, come un caporal tamburo tratta con un allievo tamburino. Figuratevi un po' che cosa dovesse essere quest'umore quella mattina in cui il domestico venne a rompergli il più quieto dei sonni per dirgli che il Commissario era lì che voleva parlargli! Il fatto d'essere stato svegliato era già doloroso e grave; ma vi era di più che sotto il soprabitone del Commissario venivano occupazioni e fastidi da non lasciarlo riaddormentar poi, perchè era persuaso che senza una pressante necessità Tofi non l'avrebbe disturbato. Il signor conte, che bestemmiava in francese, quantunque fosse austriaco in cuore, sparò una dozzina di _sacrebleu!_ minacciò di prendere il domestico per il collo, diede un pugno sul tavolino da notte che mandò in aria il _verre d'eau_ di cristallo di Boemia, agitò minacciosamente la ciocca di cotone che si drizzava con superbia in alto del suo berrettino notturno, e finì per dire che quel malaugurato signor Commissario fosse introdotto.
Tofi si avanzò con aspetto umile ma sicuro. La pervicacia della sua natura, la coscienza del suo merito poliziesco, l'essere addentro in tutti i misteri di quell'ufficio e in più a varii degli altri rami dell'amministrazione, gli davano eziandio, appetto al suo bizzarro superiore, una certa sicurezza di sè, che, trattandosi d'altro e per altre attinenze, avrebbe potuto anche dirsi dignità. Ciò non toglieva punto che S. E. il conte Barranchi non lo strapazzasse come un cane.
E fu appunto con una vera bordata d'improperii che il sig. Tofi venne accolto quella fatale mattina. E che gli era insopportabile l'essere perseguitato in quella maniera; e che fastidiosissimo e da sdegnar chicchessia non avere un Commissario che valesse a far da sè e sapesse come governarsi, senza venir a romper la testa e il sonno ad ogni momento a cui la sua alta posizione avrebbe dovuto lasciare più _loisirs_ e meno seccature: parlasse presto e poco e bene, e guai a lui se le comunicazioni che aveva da fargli non fossero di tanta importanza da scusare quell'irriverente procedere.
Il Commissario, dritto nella postura del soldato senz'armi, il suo largo cappello in mano, i suoi occhi infossati, fissi sul generale, la faccia ossea ferma sul cravattino duro, ascoltò impassibile la sfuriata del conte, e poi colla sua voce rauca, bassa, contenuta, disse ordinatamente e laconicamente quanto aveva appreso da Barnaba.
A prima giunta siffatte informazioni non parvero abbastanza di rilievo al bravo signor generale. Gridò sbuffando che gli era un prendersi gabbo di lui il venirlo a sturbare per sì poca cosa. Bel miracolo che quattro arfasatti di liberale si radunassero in casa d'un pitocco per combriccolare; cani che vogliono prender la luna coi denti. Che sì che lo Stato aveva da tremare di que' mascalzoni! I becchi d'un cappello da carabiniere li avrebbe fatti scappar tutti come una legione di diavoli dall'acquasantino. Poi se la prese con questa empia incorreggibil razza dei liberali, stupidi matti che avrebbero potuto mangiar e bere e star tranquilli, e volevano ficcare il becco in ciò che loro non toccava. Gli era tempo di finirla mercè qualche buon provvedimento di rigore con questi paladini del disordine; ecchè eravi egli bisogno di andarlo a disturbare di quella guisa, un Commissario che sapesse secondo conviene il dover suo? Si arrestava, si procedeva, si perquisiva; e poi quando e individui, e carte, e tutto, fosse al sicuro, si aspettava un'ora un po' da cristiano per andarne a romper la testa al proprio superiore.
Tofi sostenne la seconda bordata colla medesima impassibilità colla quale aveva sopportata la prima; quando il conte si tacque, il Commissario fece balenare le sue pupille grifagne nelle occhiaie incavate e chinò leggermente la testa in moto affermativo.
— Va bene, e mi basta: diss'egli. Avevo appunto in animo di far così; ma le sue raccomandazioni di temperanza ultimamente fattemi e ripetutemi erano riuscite a pormene un po' in suggezione. Ora le sue parole mi levano ogni scrupolo ed io non mancherò di fare secondo le mie ispirazioni. Mi rincresce aver disturbata S. E.: non la scomodo oltre e vado a dar gli ordini che mi sembreranno più opportuni.
E girò sui suoi talloni per avviarsi alla porta da cui era entrato.
— Un momento, un momento: gridò il conte levandosi a sedere sul letto, appoggiato al gomito. Diavolo! Come voi ci andate di gamba lesta. Corpo d'uno squadrone! Innanzi a S. M. sono io che porto la responsabilità di tutto.
La risposta di Tofi gli aveva richiamato alla mente le rampogne fattegli dal pallido, severo labbro di Carlo Alberto per alcune maggiori prepotenze commesse da ultimo dalla Polizia, gli avevano ricordato che ancora il giorno prima il Re, fermandosi innanzi a lui a favorirlo di quella mezza dozzina di parole che soleva regalare ad ogni convitato, facendo il giro della sala dopo il pranzo, avevagli detto:
— E la sua Polizia, conte Barranchi?
— Cammina alla perfezione: aveva risposto il generale inchinandosi.
— Va bene: aveva soggiunto il Re. Spero che non sentirò più richiami di sorta per eccessi che ella commetta. Bisogna essere vigilanti, severi, ma nei limiti delle leggi e senza violare i diritti dei cittadini. Si ricordi, conte, che è mia intenzione precisa che la Polizia nei miei Stati cessi d'essere un arbitrio e diventi sempre più una magistratura.
Il generale non aveva saputo far altra risposta che inchinarsi di nuovo ed il Re era passato.
Che cosa precisamente significassero le parole di Carlo Alberto, lo spirito poco arguto del conte Barranchi non lo capiva ben bene. La Polizia una magistratura? Egli non vedeva nessun'attinenza fra queste due cose La Polizia e la sciabola, meno male! Ma il Re da qualche tempo si piaceva a tirar fuori di queste frasi; e il marchese di Villamarina, ministro della guerra, da cui Barranchi dipendeva direttamente, sembrava d'accordo col Re. Ragione di più per acconciarsi a quelle intenzioni, che in fin dei conti erano di mettere la sordina allo zelo degli agenti. Ma il Re aveva pur detto che bisognava essere severi e vigilanti. Fin dove andava la vigilanza e la severità che piacevano al Re, senza cadere in quell'arbitrio ch'ei non voleva più tollerare? La quistione era troppo seria e complicata per i mezzi intellettuali del fiero comandante della Polizia; e questa aggrovigliata quistione gli avevano riposta innanzi in tutta la sua gravità le ultime parole del commissario Tofi.
Questi s'era fermato come un buon fantaccino che abbia udito il comando dell'_alt_. Si rivolse di nuovo verso il generale e col medesimo tono e colla medesima voce di prima disse:
— Abbia dunque la compiacenza di darmi i suoi ordini. Debbo lasciar correr l'acqua alla china e lavarmene le mani?
Il conte ricordò la severità e la vigilanza inculcatagli.
— Mai più, mai più: esclamò corrugando fieramente le sue sopracciglia ispide come i baffi.
— Debbo arrestarli tutti?
Barranchi sentì a suonare la frase che non bisognava violare i diritti dei cittadini, i quali al giusto egli non sapeva che cosa si fossero. Si grattò il berretto di cotone in testa, e mai faccia da generale dei carabinieri non espresse l'indecisione e l'imbarazzo come fece in quel momento il volto fiero del conte Barranchi.
— Tutti? Cospetto! Tutti addirittura? Si potrebbe vedere, esaminare... Uno di quei che mi avete nominato è un bastardo; peuh! certo che nessuno verrà a muover richiami per esso... Arrestatelo... Un altro è un ciarlatano da teatro e forestiero; anche per lui non ci sarà chi metterà innanzi pur un piede... Pigliatelo... Quell'impertinente d'un avvocato Benda abbiam già deciso di _archiviarlo_. Eh! una retata di tre gli è qualche cosa. Circa gli altri, guardate voi, fate voi... Avrete in mano qualche carta, qualche documento di cui vi potrete impadronire nelle perquisizioni che farete. Regolatevi dietro di ciò; che cosa volete che vi dica? Voi dovete esser pratico del servizio; lo siete più d'ogni altro: sapete meglio di chicchessia ciò che vi tocca di fare. Fate adunque in vostra buon'ora, e fate bene.
Si lasciò ricadere sul letto, come uomo che ha finito di spiegare le sue volontà e brama essere lasciato tranquillo; ma quando Tofi era già all'uscio, il generale si ridrizzò di nuovo con mezzo il corpo e colla sua voce tremenda da comandante di brigata in piazza d'armi soggiunse:
— Badate che lascio a voi la responsabilità di tutto. Siate severo, siate vigilante... ma guai a voi se mi fate prendere una rampogna da S. M.
Tofi uscì più perplesso di quanto fosse al venir suo; ed un'irritazione profonda contro Barranchi e contro tutti gli accresceva il maligno talento della sua natura. A lui toccava operare, ma se l'operato fosse stato creduto degno di lodi, queste sarebbero andate al conte Barranchi, se di biasimi, su di lui sarebbero piombati i più crudi, non senza pericolo ancora di qualche cosa di peggio che biasimi. In quell'occasione in cui a cagione di qualche eccesso di arbitrio, il conte Barranchi aveva avuto i rimproveri del Re, il commissario Tofi, su cui naturalmente s'era venuta a scaricare l'ira del generale aveva sentito scoppiar alle sue orecchie niente meno che la minaccia d'esser tolto a quel posto che da tanti anni occupava. Questa era per lui la peggior sciagura che ei potesse immaginare, e il solo pensiero ne lo spaventava tremendamente. Prima di tutto quel posto gli era carissimo per amore di artista che aveva collocato nel suo mestiere; poi eragli un'autorità di cui si compiaceva infinitamente ed una salvaguardia personale di cui sentiva vivissimo il bisogno. Nella sua lunga carriera egli aveva così perseverantemente offeso l'interesse, il carattere, l'onoratezza di tanti individui che ben sapeva avere ammassato sul suo nome un tesoro incalcolabile d'odio, cui la sua qualità sola impediva dal prorompere. Quel giorno in cui egli non fosse più nulla sarebbe stato oppresso dall'esplosione dello spregio e dell'animavversione pubblica; altro non gli sarebbe rimasto che fuggire per andare a nascondere in chi sa qual remota solitudine la sua imprecata e maledetta vecchiaia.
Con quella profonda irritazione che aveva in corpo, il Commissario si era recato nel suo uffizio di Piazza Castello e si disponeva a ricevere l'arrestato quando gli fosse condotto dinanzi.
Si era nella seconda camera, in mezzo della quale stava la tavola lunga collo sporco tappeto di panno verde. Alla scrivania sedeva un impiegato che, per la fredda temperatura, di quando in quando dava in uno scossone di brivido e soffiava sulle mani per iscaldarsele. Tofi passeggiava su e giù della stanza con passo concitato, il cappellone piantato in testa e le mani affondate nelle larghe tasche laterali del soprabito.
Ad un punto Barnaba socchiuse la porta che metteva nel corridoio e cacciò dentro la sua faccia scialba, appuntata, da faina.
— Gli è qui il merlotto.
— Ah ah, va bene.
Tofi trasse di tasca le sue grosse manaccie e si pose a fregarsele l'una coll'altra facendo chioccare le giunture delle dita premendosele.
— Come andò la faccenda? Dite spiccio.
Barnaba in poche parole raccontò ciò che era avvenuto presso il cimitero.
— Cospetto! Avevate colà anche quel Selva; potevate prenderlo.
— Ci ho pensato.
— Ma no; è meglio si abbia qualche altro pretesto. Voi correte subito a perquisire la casa Benda con quanti uomini crediate aver bisogno. Mandate il Rosso con altrettanti in via ***, n. 7, a fare il medesimo da quel pittore, e si arrestino quel Maurilio Nulla e quel Medoro Bigonci. Gli altri vedremo poi. Andate. Dite che s'introduca l'arrestato.
Barnaba sparì.
Tosto dopo entrò Francesco e dietro di lui due carabinieri; questi si fermarono presso l'uscio; il giovane s'inoltrò nella stanza fino presso alla tavola. Era un po' pallido ancora, ma il suo aspetto non dinotava la menoma trepidazione. Il Commissario seguitava a passeggiare su e giù dall'altra parte della tavola guardando di sottecchi Francesco e brontolando inintelligibili parole fra i denti. Ad un tratto Tofi si piantò innanzi al giovane in atto minaccioso ed affondando le sue manaccie nelle tasche, disse con tono imperioso e villano:
— Dove si crede di essere Lei?
Benda esitò un momentino a rispondere, poi con una calma dignitosa disse fissando il suo limpido sguardo sulla faccia terrea e cupa del sig. Tofi:
— Il luogo, la compagnia che ho qui meco, il suo aspetto, il tono con cui Ella mi parla, mi dicono abbastanza che io sono in presenza del Commissario di Polizia.
— Ah sì? Riprese questi ingrossando vieppiù la voce ed aggrottando vieppiù le sopracciglia. E innanzi al Commissario Lei pensa di potersi rimanere col suo bravo cappello in testa, eh?
Francesco seguitò a guardare la faccia cupa del signor Commissario nello stesso modo franco e sicuro.
— Ella, rispose, sta bene col cappello in capo innanzi a me.
L'audacia della risposta fece sussultare l'impiegato subalterno alla sua scrivania, fece guardarsi in volto i due carabinieri come per interrogarsi mutuamente che cosa avessero da fare in presenza di tanta temerità. Tofi mandò un'esclamazione fra i denti che pareva un grugnito.
— Carabinieri! Diss'egli poi colla voce più rauca e più aspra del solito: tirate giù il cappello al signore.
Uno dei carabinieri, colla canna della carabina ond'erano armati, diede un colpo al cappello di Benda e lo mandò per terra. Il giovane non si mosse, ma arrossì fino alla radice dei capelli.
Tofi fece di nuovo due o tre giri per la stanza senza parlare; poi fermandosi presso alla scrivanìa dov'era l'impiegato:
— Siete pronto a scrivere? Disse.
L'impiegato prese la penna in mano e fece un cenno affermativo. Allora incominciò l'interrogatorio. Francesco rispose asciuttamente alle domande fattegli sull'esser suo: nome, cognome, figliazione, patria, età, ecc.
— Che cosa faceva Lei al Camposanto a quell'ora mattutina? Domandò poi il Commissario.
Benda parve studiare un momento la risposta da farsi, e poi disse:
— Se Ella sa la ragione per cui io mi trovava colà, è inutile ch'io glie la ripeta, se poi non la sa stimo niente affatto di mio dovere il dirgliela.
Tofi proruppe, sbuffando, in una esclamazione di collera.
— Oh oh! Crede Lei di poter far qui il bello spirito ed il capo ameno? Probabilmente Lei non conosce ancora bene chi sia il commissario Tofi.
Il giovane chinò leggermente la testa e fece un ironico sorriso come per significare che lo conosceva appuntino.
Tofi si volse allo scrivano:
— Scrivete che interrogato se si fosse recato là dove venne arrestato col criminoso proposito di cimentarsi in duello contro il marchese Ettore di Baldissero, rispose affermativamente.
— Io non ho detto così: esclamò Francesco.
— Vorrebbe forse negare ciò che sappiamo perfettamente?
— Io non nego, ma.....
— Dunque?.... (E allo scrivano) scrivete come vi ho detto.
— Protesto.
— Protesti quanto vuole, e tiriamo innanzi.
— Sul terreno si trovavano il dottor Quercia e l'avv. Selva?
— I carabinieri che ci sorpresero scrissero il nome di tutti coloro che eran colà.
— Quelli che ho or ora nominati erano suoi padrini?
— Mi accompagnavano.
Tofi gettò sopra il giovane uno sguardo feroce che avrebbe potuto paragonarsi a quello d'un animale di preda sopra la vittima che sta per isbranare.
— Qui si vuole schermire di finezza con me. Cattivo partito, signore, cattivo partito, glie lo dico io..... Risponda franco, sincero, la verità, e tutta la verità: e ne avrà maggior vantaggio. Quei signori sono suoi amici?
— Sì.
— Specialmente il Selva?
— Siamo stati compagni fino dalla prima adolescenza.
— Ella conosce le idee e le opinioni di questo suo intimo amico?
— Io so che quello è il più onorato e più dabben giovane che sia al mondo.
Il Commissario ruppe in uno scoppio di quella sua voce aspra e vibrata.
— Ah onorato? Ah dabbene? Gridò egli incrociando le braccia al petto ed atteggiando sul cravattino duro il suo mento quadrato con mossa minacciosa. No signore che non è un giovane onorato; no signore che non è un giovane dabbene.....
Francesco ebbe il coraggio d'interrompere il signor Tofi, parlando ancor egli di forza:
— Signor Commissario, io non soffro smentite, e tanto meno soffro che si oltraggi con esse l'amico che ho più caro e che stimo di più.....
Il Commissario gli troncò le parole con esclamazione violenta, venendogli presso, la faccia contratta dall'ira, lo sguardo più acceso che mai sotto le folte sopracciglia:
— Lei non soffre?! Ma dove si crede Ella di essere? Con chi si crede di parlare?... Sono io che non soffro di queste arie in chi mi viene dinanzi, sa!... Badi che io fo presto a levar la superbia ai pari suoi. Ne ho domati di più audaci. Se la mi stuzzica la faccio cacciare al _crottone_ a pane ed acqua, finchè le sia passato il ruzzo di fare il bell'umore. Il suo amico non è un giovane onorato, non è un giovane dabbene, perchè chi è onorato e dabbene ha rispetto ed obbedienza per le legittime autorità, non osa censurare il Governo del suo sovrano, non isparla de' suoi superiori e dei ministri della santa religione cattolica, non desidera e non cerca sovvertimenti nello Stato, non congiura contro il trono del principe di cui ha la fortuna e l'onore di essere suddito. E questo suo amico fa tutto ciò e peggio. E Lei lo sa, e Lei partecipa a questi empi intendimenti.
Francesco tacque un istante, sbalordito a codesta sfuriata; poi superando la trepidazione che quelle parole gli avevano fatto nascere — trepidazione naturale, perchè in quei tempi la Polizia non era menomamente impacciata da nessun ostacolo di legalità a mandare a Fenestrelle chi le paresse suddito non abbastanza devoto — disse colla calma che potè maggiore:
— Credevo d'esser qui per cagione della mia contesa col marchese di Baldissero, e non pensavo mai più di aver da rispondere per altre cose e pel fatto di altri.
— Ella è qui per tutto quello su cui mi piacerà interrogarla... Crede Lei che la Polizia non sappia appuntino ciò che lor signori fanno e dicono e pensano? Da molto tempo abbiamo gli occhi su di loro e ne seguitiamo i passi e le gesta. Noi sappiamo _tutto_, signore..... TUTTO! Ripetè pesando sulla parola.
Fece una piccola pausa e poi riprese:
— Ella conosce di molto anche il pittore Vanardi?
— Sì.
— Va spesso a casa di lui?
— Qualche volta.
— Spesso. E colà vi si tengono delle conventicole che durano fino a notte inoltrata.
— Ci troviamo in alcuni amici e stiamo insieme a discorrere.
— Vorrebbe dirmi di che cosa si discorre?
— Mah! Di mille cose e di nulla... di arte e di letteratura sopratutto.
— E per discorrere di codesto si chiudono in istanza ed impiegano parte della notte? Mi parli un po' di coloro che prendono parte a questi discorsi?
— Siamo in parecchi amici, quasi tutti compagni di Università.....
— I nomi, i nomi. Dica su come si chiamano.
Benda esitò.
— Ecchè? Disse il Commissario con perfida ironia. Per una cosa cotanto semplice ha forse scrupolo a dire il nome dei suoi compagni? Be': ve lo aiuterò io. V'è prima quel Selva; poi il padron di casa, poi un certo Maurilio Nulla... Appunto! Parliamo un momentino di codestui. Lei lo conosce bene?
— Sì.
— È suo amico?
— Sì.
— Sa che questa la è strana? Ella che è ricco ed appartiene ad una famiglia di ricchi commercianti, come va che si trova in intima relazione con quel cotale, che viene dalle più basse regioni del volgo? Conosce Ella bene il passato di quel giovane?
— Lo conosco.
— E ciò nulla meno Ella non ha avuto il menomo ribrezzo di stringere tanta attinenza con un trovatello, che fu accusato del più orribile dei delitti, che passò varii mesi in carcere, che non possiede nulla al mondo e si guadagna la vita non si sa ben come? Una simile amicizia non è degna di Lei e non è affatto naturale.
— Ho avuto campo di conoscere che in quell'infelice vi è un'anima nobilissima ed un'intelligenza superiore, e ciò mi basta per farmelo amare e stimare. L'essere povero e trovatello non è cosa di cui egli abbia colpa, e soltanto il pregiudizio può crederlo un disdoro; ch'egli sia rimasto in carcere accusato d'un orribile delitto non l'ho mai saputo, e non lo credo così di piano....
— Cospetto! Quando glie lo dico io!....
— Ad ogni modo io, giudicando da quello che conosco di lui, debbo credere ch'egli sia stato innocente.....
— Parliamo un poco d'un altro: voglio dire Medoro Bigonci. Anche di costui non so vedere alcuna ragione perchè partecipi a così stretti e confidenti colloquii da amico.
— Egli abita con Vanardi..... Del resto non prende parte quasi mai alle nostre riunioni.
— Ah no? A me le mie informazioni mi dicono diversamente. E le mie informazioni mi dicono molte cose, sa, che altri crede affatto nascoste..... Vuol saperne una, per esempio?
Si accostò ancora più presso a Francesco e gli disse con voce sommessa, ma piena di forza:
— Mi dicono che Medoro Bigonci non è il vero nome di quel tale, ma ch'egli chiamasi Mario Tiburzio.
Benda non fu tanto padrone di sè che non desse indietro d'un passo e che non impallidisse nel volto.