La plebe, parte I

Part 37

Chapter 373,831 wordsPublic domain

— Cara contessa: riprese Langosco sorridendo con quella sua espressione che pareva sempre una ironia; la fortuna non vuole lasciarsi commovere nemmanco dalla vostra presenza, o piuttosto dove siete voi stima superfluo il venire ancor essa.

— Vuol dire che mi mandate via?

— No. Tutt'altro! non vorrei rubarvi di troppo al piacere di ballare ed all'ammirazione altrui.

— Ah! ecco il dottore! Esclamò ad un tratto Candida, la quale non potè tanto dissimulare che un lieve rossore non le corresse alle pallide guancie.

— Ah sì? Fece il conte alzando il viso e guardando al di sopra dei coprilumi colle ciglia serrate a suo modo.

Gian-Luigi si avanzava il cappello a schiaccia sotto l'ascella, guardando attentamente di qua e di là. Pareva, e forse era una finta, che non avesse visto nè il conte nè la contessa, ed il suo passo dirigevasi ad altra parte, quando il marito di Candida lo interpellò:

— Eh dottore, arrivate pur finalmente.

Quercia venne sollecito al tavolino dov'era il conte: salutò e strinse la mano a Candida, a Langosco ed a San-Luca.

— Arrivo tardi, non è vero?

— Oh sì: disse Candida lanciandogli un'occhiata di rimprovero.

— Sì proprio: soggiunse il marito con un accento che avrebbe potuto sembrare bonarietà a chi non conoscesse l'indole di quell'uomo.

— Spero tuttavia d'essere ancora a tempo per danzare una polka colla signora contessa, e per giuocare una partita con lei, conte.

— Sicuro; disse vivacemente Langosco. L'aspettavo appunto per codesto.

— Vorrebbe Ella mettere il giuoco innanzi alla nostra polka? Domandò la contessa, i cui occhi neri seguitavano a saettare rimproveri all'amante.

— Certo che no; e quando siasi ch'Ella voglia favorirmi...

— Subito: ecco appunto l'orchestra che incomincia a suonare.

Luigi offrì il braccio alla contessa, la quale vi pose sopra la sua piccola mano inguantata.

Amedeo Filiberto alzò il capo e scoccando verso di loro uno di quei suoi sguardi pieni di malizia, disse a Quercia mentre si allontanava colla contessa:

— La non si dimentichi nelle delizie della sala da ballo la promessa della nostra partita.

— Fra venti minuti sarò a mantenere la promessa: rispose Gian-Luigi, ed uscì con Candida avviandosi al gran salone.

— Perchè sei venuto così tardi? Domandò senz'altro la contessa appena allontanati di là, con molta passione. Dove sei tu stato? Mi avevi promesso di venir presto.

— Non l'ho potuto per certi affari che mi capitarono: rispose Gian-Luigi con una tranquillità che lasciava scorgere una certa impazienza ed un fastidio per queste domande.

— Che affari? Tu non hai altri affari che i tuoi sollazzi.

— Ah contessa! Disse Luigi guardandola ironicamente. Voi siete troppo curiosa.

Candida arrossì, e stringendo forte il braccio a cui si appoggiava disse all'orecchio del suo compagno:

— Lo sai che sono gelosa, lo sai che soffro immensamente pensandoti con altre.... Dimmi il vero. Tu sei stato da quella donna?

Quercia scrollò lievemente le spalle. Intanto erano giunti nella sala in cui passava col bisbiglio delle conversazioni a mezza voce e col fruscio delle vesti delle signore, il serpente della _queue_.

— Vuole che prendiamo posto nella _queue_? Disse Luigi alla contessa.

Questa lo trasse bruscamente indietro e lo guidò in un'altra stanza, dov'era meno frequente la folla.

— Che, tu pensi ch'io voglia ballare? Diss'ella con accento di rampogna, in cui c'era anche dolore. Sediamoci qui in quest'angolo, dove potremo parlare più liberamente e discorriamo.

— Come la vuole: disse Gian-Luigi inchinandosi con fredda pulitezza.

In quel salotto non c'erano che pochi gruppi d'invitati. Sedute nella cantonata opposta a quella dove si recò la contessa Langosco, erano due donne, l'una attempata e l'altra giovanissima, che noi, tenendo dietro a Maurilio, abbiamo già visto uscire dal loro palazzo in carrozza e salire le scale dell'Accademia, voglio dire la marchesa di Baldissero madre del marchesino, e la nipote di lei, madamigella Virginia di Casatorsa, una delle più splendide bellezze in quei giorni della città di Torino.

Passando loro dinanzi la contessa di Staffarda aveva fatto un saluto, al quale la giovane aveva risposto con tutta grazia e gentilezza, la vecchia invece con un sussiego molto altezzoso e con un certo sguardo trascinato, per così dire, dalla contessa al compagno ch'ella aveva, nel quale sguardo eravi un complesso di cose — accusa e condanna.

Intorno alla marchesa ed alla bella nipote stavano alcuni giovinotti, fra cui il giovane che abbiamo già conosciuto sotto il nome di Francesco Benda.

Candida sedette e fe' cenno a Luigi le sedesse dappresso. Questi obbedì.

— Rispondimi: prese a dir tosto con accento concitato e volto acceso la contessa: e rispondimi il vero: tu sei stato da quella donna?

— Che donna? Domandò Quercia giocherellando sbadatamente colla catena e coi pendagli che gli luccicavano sul nero panciotto ricamato; ed intanto tenendo il suo sguardo fisso sul gruppo di persone che si trovava dall'altra parte della sala, in mezzo al qual gruppo splendeva, per così dire, la perfetta beltà della contessina Virginia.

— E mi domandi quale? Sai bene a cui alludo. A quella zingara, a quella perduta.....

— Non vi scaldate cotanto, contessa: disse tutto pacato Gian-Luigi. È bene teniate a mente che qui non siamo soli e che il vostro sembiante concitato può far nascere sospetto sul tenore del nostro dialogo e curiosità in altrui di udirlo, e che la indignazione con cui parlate dà alla vostra voce tanta forza da poter soddisfare quella curiosità più che non convenga.

Candida si morse le labbra, tacque un momento innanzi all'aspetto sorridente di Luigi, il quale parlavale colla guisa con cui si dicono i complimenti e si sussurrano le galanterie alle signore; poi riprese abbassando la voce:

— Ma rispondetemi almeno.

— Cara contessa, voi mi avete fatta una di quelle domande che una donna non dovrebbe muover mai. Perchè mettere l'uomo che vi ama nella dolorosa condizione o di mentire, o di darvi un dispiacere?...

— Ah dunque voi siete stato colà? Proruppe la contessa i cui occhi lampeggiarono.

— No, questa volta non ci fui, ma avrei potuto benissimo esserci andato, come mi avvenne per l'addietro e mi avverrà ancora per l'avvenire.....

Candida si gettò verso lo schienale del sofà dove sedeva, allontanandosi così da lui che le parlava chino verso di essa.

— Ah Luigi! Diss'ella con voce turbata da non lieve emozione, voi siete crudele.

— No, sono sincero. Del pari che vi dico di avere un certo interesse a continuare quell'attinenza, vi affermo che al presente non c'è nulla fra me e quella donna, che possa rassomigliare ad un rapporto amoroso.

— Al presente? Esclamò Candida con amarezza.

— E non vi basta? Del passato che cosa vi deve importare?

— Sì, m'importa. Vorrei poterlo distruggere tanto bene che non ve ne rimanesse pur la memoria. E poi chi mi guarentisce intorno l'avvenire?

— Eh! che queste rifritture io non le faccio più.

La contessa si ridrizzò della persona con un sobbalzo.

— Ah! voi confessate finalmente!...

— Confesso, confesso: disse Luigi impaziente.

— Non mi negaste finora di aver amato quella donna? Non mi diceste pur anco di averla voluta accostare soltanto per aver occasione di legarvi con mio marito?

— E così è...

— Menzogna! Voi avete mentito...

— Candida!

— Lo so di sicuro. Mi sono informata. E chi mi assicura che non mentirete nell'avvenire, che non mentiate anche adesso?

— Mia cara, torno a pregarvi a moderare la vostra voce e l'espressione della vostra fisionomia. Per quella dozzina di paia d'occhi che son qui, pensate che gli è tutta Torino che ci guarda.

— Luigi: riprese dopo un poco la contessa con accento quasi supplichevole. Tu mi dicesti più volte di amarmi.

— Sì, e te lo dico anche adesso.

— Ebbene, dammene una prova, che per me varrà più d'ogni qualunque dichiarazione e protesta.

— Che prova? domandò Quercia, tornando nella sua aria sbadata.

— Non andar più da quella donna...

— Eh via! Queste le son bambinate.

L'accento di Candida divenne affatto supplichevole.

— Contentami in codesto, diss'ella, mettendo la sua mano su quella di lui, te ne scongiuro.

Egli tolse via la sua destra e rispose con tono in cui cominciava ad apparire l'impazienza:

— Ti ho detto che avevo un certo interesse a continuare le mie gite in quella casa.

— Che interesse?

— Questo non te lo posso dire.

— Luigi, ti prego dal fondo dell'anima, dammi questa prova d'amore.

— Non posso.

— Io sono gelosa, lo sai, tremendamente gelosa di tutto e di tutte. Vorrei poter occupare io sola intiera la tua vita e la tua anima e il cuore. Sono gelosa anche del passato. Perchè sei tu venuto a destarmi quest'amore, se non volevi corrispondergli alla pari? Quando tu manifestasti alcun desiderio, non mi sono io affrettata ad acconciarmivi? Non ti domanderò nulla mai più; ma ora consenti a questo mio desiderio.

La fisionomia di Quercia era degna di nota in quel punto, chi avesse saputo esattamente osservarne la duplice espressione. Mentre le sembianze del viso erano atteggiate a quella graziosità un po' leziosa con cui si ascoltano dai vagheggini le parole di una bella signora, lo sguardo ch'egli faceva piombare sulla sua interlocutrice, era freddo, duro, quasi minaccioso.

— Via via, che cos'è questa insistenza? Se ti affermo che non hai nulla da temere in codesto, non ti basta?

— No. E come puoi tu esitare per sì poca cosa? Non ti ho io dato l'esempio di cedere a tutti i tuoi desiderii?... Innanzi a quale sacrifizio ho io indietrato?

— Ah! ci siamo colla famosa parola dei sacrifici; che vuoi tu rinfacciarmi con essa?

La fronte di Luigi era solcata da quella tal ruga che conosciamo, e il suo occhio erasi fatto ancora più minaccioso.

— Nulla, nulla: s'affrettò a dire la povera donna quasi sgomentata. Non ti rinfaccio che una cosa sola... il poco amore che tu hai per me. Se tu mi amassi com'io t'amo, come forse meriterei, non esiteresti a fare a mio senno in quella poca cosa che ti domando.

— E lo farei se ne fosse il bisogno o ne valesse soltanto la pena; ma qui non accade nè l'una cosa nè l'altra.

Erano ancora in questi discorsi, quando il conte Amedeo Filiberto comparve sulla soglia aguzzando secondo soleva il suo sguardo per vedere entro la stanza. Vide dapprima la marchesa di Baldissero con intorno la schiera dei corteggiatori di sua nipote, e si diresse verso quella parte.

— Eh buon giorno, marchesa: diss'egli stringendole la mano. Voi state bene? Ne godo infinitamente. Madamigella Virginia, ricevete gli omaggi della mia servitù... Sapete marchesa che sono in via d'una spedizione da argonauto?

— Alla ricerca d'un vello d'oro?

— Alla ricerca di mia moglie.

— Ah!

La marchesa si morse le labbra per frenarvi l'epigramma che stava per iscoccarne.

— Non l'avete per caso veduta, marchesa?

— Sì: disse la marchesa mettendo agli occhi il suo occhialino a doppia lente per guardare intorno. Siete più fortunato che non vi meritiate. Eccola appunto là.

Amedeo Filiberto si volse: pose anch'egli nell'occhio il suo disco rotondo di vetro, che gli serviva da occhialino e guardò.

— Sicuro. La è là. Vi ringrazio, marchesa.

E andò senz'altro presso Candida e Quercia.

— Ah siete qui voi altri? Avevo bel cercarvi nel salone delle danze.

Luigi si alzò in piedi:

— Stia, stia comodo: soggiunse il conte. Siete stanca di ballare, contessa?

— Sì: rispose asciuttamente Candida.

— Allora non avrete difficoltà di cedermi per un poco il vostro ballerino.

— Volete lasciarmi qui sola?

— Ecco la marchesa di Baldissero con un cerchio di cavalieri. Vi lasciamo in buona compagnia.

Candida si alzò ancor essa. Aveva una nube di tristezza e di contrarietà sulla fronte, parve voler soggiungere alcune parole, ma poi non disse nulla: gettò uno sguardo di indefinita espressione verso Gian-Luigi di cui il conte pigliava famigliarmente il braccio per trarlo seco e s'accostò lentamente alla marchesa di Baldissero.

— Caro Quercia, disse il conte, io non ho mai avuto la disgrazia che mi perseguitasse tanto quanto stassera. Ho perduto con una pertinacia impossibile. Ho bisogno d'una rivincita.

— E la viene da me per farsela dare: disse Gian-Luigi mezzo ironico, mezzo scherzoso.

— Vengo a domandarle aiuto e consiglio.

— Aiuto? In che modo?...... Vuol forse domandarmi in imprestito?...

Il conte non lasciò che finisse. Tolse via da quello del dottore il braccio che vi appoggiava su e disse con un vivo sentimento d'alterigia vestito però della massima cortesia:

— Oibò! Per cotesto so bene a cui rivolgermi. Il consiglio è questo. Devo io ancora ostinarmi ad affrontare questa _diablesse_ d'una fortuna? Se sì, Lei che ha d'ordinario sì prosperi successi al giuoco....

— Fuorchè contro di Lei, che mi guadagna sempre: interruppe Gian-Luigi, guardando il conte con una cert'aria scrutativa e piena d'una finezza indescrivibile.

Il conte fece un cenno grazioso d'assentimento, e continuò:

— Vorrebbe Ella ammettermi socio nel suo giuoco, accettando come messa di fondi la mia parola? Ecco l'aiuto. _Ma foi_ le ho detto tutto.

— Molto volentieri: rispose Luigi. Vado a far banca durante un'oretta e non più. I guadagni saranno a metà.

— Vado ad assisterla.

— No: disse vivamente il giovane. Preferisco esser solo a tagliare. Che vuole? È una superstizione da giuocatore. Se qualcheduno, anche un socio del mio giuoco, mi sta presso o tocca le carte, queste mi tolgono ogni loro favore.

— Starò colà come spettatore soltanto.

— Anzi, faccia a mio senno, punti contro di me. Se la perde ne sarà compensato nella divisione dei guadagni; se vince... tanto meglio per Lei.

Entrarono nella stanza dove si giuocava. Gian-Luigi scelse un tavolino, a cui il banchiere aveva le spalle al muro, così che nessuno poteva venirgli dietro, e recandosi colà, disse al signore il quale stava tagliando:

— Signore, avrei desiderio di succederle nella banca. Ha Ella intenzione di continuare ancora, o si acconcerebbe a rimettere il posto?

Il banchiere alzò il capo per guardare chi gli parlava a questo modo.

— Ah! gli è Lei, dottore. Se perdessi sarei pronto a lasciarle la mia seggiola per farle piacere: ma siccome sono in guadagno debbo a questi signori la loro rivincita.

— Non si dia pensiero di ciò. La darò io a suo luogo a chiunque voglia farmi l'onore di giuocare contro di me.

— Non ne dubito: disse alquanto seccamente il banchiere; ma ci tengo a far da me quel che mi tocca.

— Allora non c'è che un mezzo per aggiustarla: disse con un cortesissimo sorriso il dottore Quercia.

— Quale?

— Giuoco tutta la posta del banco e lo faccio saltare.

— Ah sì? E se invece la perdesse?

— Ripeterei il giuoco finchè mi riesca. Vuol Ella?

Il banchiere esitò un momentino: e poi la paura si dicesse aver egli indietrato per poco coraggio innanzi a questa sfida, lo fece acconsentire.

— Sia pure: diss'egli prendendo due nuovi mazzi di carte e rompendone l'involto.

Gli spettatori che attorniavano quel tavolino, interessati a quella specie di duello, fecero posto a Gian-Luigi, il quale venne a piantarsi in faccia al banchiere e non sedette neppure, ma puntandosi con una mano al tappeto verde, chinò alquanto la sua bella ed aitante persona e disse con tanta semplicità:

— Ecco due mila lire in oro e otto mila in biglietti di banca francese[13]. Li vuole accettare?

[13] Allora non eravi ancora la Banca Sarda.

Il banchiere fè cenno di sì colla testa, sbirciando i rotoli di marenghi e i pacchetti di polizze di banca che il suo avversario schierava innanzi a sè.

— Non so neppure, diss'egli, se il fondo della banca giunga a tal somma.

— Non importa; rispose con indifferenza Gian-Luigi. Se perdo, conteremo dopo; se guadagno io prendo senza contare.

Intanto il banchiere batteva le carte, e le sue mani tremavano un pochino, quantunque la sua faccia tenesse un buonissimo contegno. Quercia teneva fisso sul banchiere e sulle carte ch'egli maneggiava uno sguardo intento, vivo, imperioso, che pareva doverne imporre all'azzardo, cui non era possibile sostenere senza un certo disagio.

Dopo due minuti passati nel più alto silenzio, il banchiere pose innanzi al puntatore le carte perchè tagliasse.

Luigi fece attendere un momentino, perchè aveva ancora da levarsi il guanto paglierino che calzava la sua mano poco meno aristocratica che quella del conte Langosco. Poi la destra di Quercia, al cui annulare brillava uno splendidissimo diamante in una verga d'oro, si abbassò sui due mazzi di carte battuti e raccolti insieme, e ci stette alquanto, quasi come fa la mano d'un magnetizzatore che voglia far penetrare in un oggetto il misterioso fluido; quindi come per subita ispirazione prese il mazzo, lo battè alquanto egli stesso affrettatamente con tutta l'arte d'una mano esercitatissima e lo ripose sulla tavola. Il banchiere tornò a mescolare a sua volta le carte egli stesso: poi le ripose innanzi all'avversario: Luigi vi battè sopra con un colpo secco della mano e disse:

— Dia.

— Vuole che ne _brucii_?[14].

[14] Si dice _bruciar carte_ il levarne dal mazzo una certa quantità che si gettano in mezzo a scarto e non si distribuiscono ai giuocatori.

Luigi fece un cenno negativo col capo.

Il banchiere esitò un momentino, come riflettendo a ciò che più gli convenisse, poi, tenendo il mazzo colla mano sinistra, prese colla destra un'alzata di carte e la gettò sul tappeto.

Poi gli occhi suoi interrogarono quelli dell'avversario, il quale rimase impassibile. Allora il banchiere diede le due carte al puntatore e ne prese due per sè. I giuocatori presero ambidue le loro carte raccolte nel concavo della mano in guisa che nessuno le potesse vedere e recatesele all'altezza dei loro occhi guardarono la prima e poi fecero scorrere la seconda lentamente oltre la compagna, per iscoprirne a poco a poco il numero dei punti, che è quello che chiamasi _filar la carta_. Nè l'uno nè l'altro manifestò la menoma impressione che questo esame avesse in loro prodotto. Quercia il primo posò sul tappeto le sue carte ricoperte e si diede a guardare con quel suo occhio penetrativo la faccia del banchiere. Questo eziandio depose le carte distribuitesi e prese in mano il mazzo. Stettero così mezzo minuto ad osservarsi.

— Son disposto a passare: disse poscia il banchiere.

— Io no: rispose freddamente Gian-Luigi; e rovesciando le sue carte scoprì un otto da fiori e un asse da quadri.

Il banchiere frenò un movimento di rabbia che gli fece sgualcire il mazzo che teneva in mano; sforzò le sue labbra ad un sorriso e si alzò tosto.

— A lei dunque, signor Quercia, il campo e le spoglie.

Gian-Luigi andò ratto a sedersi su quella seggiola che lo sconfitto aveva abbandonata.

— Signori: diss'egli togliendo dal taschino l'orologio colla catenella e i pendagli d'oro, e mettendolo innanzi a sè. Premetto che sia che io perda, sia che guadagni, non terrò la banca più d'un'ora giusta da contarsi cominciata in questo momento. Non rifiuto nessuna posta, ma pregherei a non volerne fare di minori d'un napoleone d'oro; quanto più grosse sieno, tanto meglio mi converranno. Il fondo di banca è di circa venti mila lire.

Prese in mano i mazzi abbandonati dal suo precessore e ne raddrizzò le carte state alquanto sgualcite: in quest'operazione pochissime carte gli scivolarono di mano e caddero in terra. Egli si chinò in fretta a raccoglierle.

— Io preferisco di molto tagliare con mazzi di carte non adoperati affatto, e benchè questi non sieno stati battuti che una volta sola, se loro signori lo desiderano, faremo portare degli altri mazzi, chè qui di intatti non ce n'è più.

— Quei lì possono servire benissimo: disse uno che per la passione del giuoco mal tollerava ogni indugio.

— Eh! se piace loro, piacerà anche a me: disse sollecitamente Gian-Luigi; e il giuoco incominciò.

La banca ebbe una fortuna costante. Pochi vinsero fra i puntatori; fra questi pochi il conte di Staffarda.

Trascorsa l'ora assegnata Gian-Luigi depose le carte, ricordò la promessa che aveva fatto, raccolse le vistose somme che aveva dinanzi a sè e lasciò intorno al tavolino i merli che gli era riuscito di bellamente spennare.

Il conte Langosco gli tenne dietro quasi subito.

— La serata è stata buona: gli disse Gian-Luigi che lo attendeva, e lo condusse seco nel vano d'un finestrone. Ecco dodici mila lire che le spettano come sua parte.

Amedeo Filiberto si trasse in là e non porse la mano a ricevere i rotoli di monete d'oro che l'altro gli porgeva.

— Un momento: diss'egli. Abbiamo da levarne quel tanto che ho guadagnato puntando.

— Eh via! Si ha manco da discorrere di queste cose. Abbiamo fatto metà dei guadagni, eccole la metà.

— Bene! Disse il conte con qualche malavoglia. Come la vuole. Ma se le tornasse più comodo, invece di darmi tutta la somma in numerario, mi dia pure di quelle polizze di banco.....

— No: interruppe il giovane, il cui occhio si piantò entro quelli del conte con istrana acutezza scrutatrice: dei biglietti ne ho bisogno io per certe mie faccende.

Il conte prese i denari che Gian-Luigi gli offriva, e poi si partì da quest'esso per andar tosto a pagare alcuna di quelle perdite che aveva fatto su parola. Ma la sua fronte era alquanto annuvolata, e quei denari pareva che gli pesassero oltre il dovere nelle tasche. Aveva egli vergogna di aver acquistato in quel modo un capitale relativamente vistoso? di avere stretto quella società? C'era un po' di codesto, ma c'era anche in fondo in fondo un'ombra indefinita di sospetto, che per la prima volta gli si era affacciata, che la fortuna dell'elegante dottorino era stata troppa e troppo costante.... un sospetto a cui non sapeva trovare fondamento di ragione, che si condannava esso stesso di avere, che se fosse mai stato manifestato da altrui, egli avrebbe vivamente combattuto, ma pure non poteva discacciare dall'animo.

Quei denari gli facevano veramente pena. Quando li ebbe dati a quelli di cui n'era debitore, si trovò più libero, ma non più soddisfatto. Mai denari vinti al giuoco gli avevano prodotto un simile effetto. Deliberò quando Quercia giuocasse di non prender parte mai più al giuoco nè contro a lui, nè dalla sua parte, ma di esaminarlo attentamente.

La superba marchesa di Baldissero fece appena un piccol saluto alla contessa Candida che venne a sedersele dappresso, e continuò la sua conversazione che aveva avviata con due vecchi militari pieno il petto di insegne cavalleresche, e piena l'anima di boria aristocratica, mentre vicino a lei la nipote era il centro d'un piccolo gruppo di cavalieri, fra i quali il solo Benda non era titolato.

La conversazione della marchesa pareva intesa a bella posta per ferire la moglie del conte di Staffarda. La si aggirava intorno alla sconvenienza di certe relazioni, che obliando il loro decoro, alcuni titolati consentivano a stringere nel mondo con gente da meno. La marchesa parlava a voce un po' più alta di quello che forse sarebbe stato strettamente necessario: e le sue parole avevano la fortuna di colpire due delle persone presenti: la contessa Candida e il borghese Francesco Benda.

— Sì, barone, diceva la marchesa continuando nel suo discorso: la massima dei nostri antichi è pur sempre quella che si deve seguire, chi vuole vivere dignitosamente e secondo le esigenze del suo stato: conviene stare ognuno coi pari suoi. Io, per me, _j'enrage_, quando vedo alcuno dei nostri farsi famigliare con tali che dovrebbero stare nelle nostre anticamere o poco più: o peggio poi quando vedo qualche dama così _oublieuse_ del suo sangue da lasciarsi avvicinare e corteggiare da qualche figliuolo di non so chi, o notaio, o mercante, o va dicendo.....

Candida sentì a suo dispetto una vampa di rossore salirle alla fronte; gettò sulla vecchia marchesa dalla faccia di pergamena uno sguardo che l'avrebbe voluta incenerire, e si diede ad annasare il mazzo di fiori che teneva in mano.