Part 36
— S'egli almeno mi amasse! Esclamò ella: ma no: sento ne' suoi modi, anche ne' suoi detti più caldi che manca l'amore. Oh essere pareggiata a quelle ignobili donne!..... Ah! se m'amasse davvero, come tutto il resto gli perdonerei!...
Riprese in mano la lettera e la lesse di nuovo. Un subito rimutamento si fece in essa.
— Egli ha ragione, proruppe. Non ho io ascoltato più la mia boria che l'amore? Non ho ceduto al timore del _mondo_?... Egli si afferma degno di me... Oh! se potesse persuadermene....
Il domani a mattina la contessa, vestita modestamente di scuro con una fitta veletta sulla faccia, recavasi sollecita in un'umile casa posta in una viuzza remota della parte più antica della città, e per una scaletta deserta saliva ad un primo piano dove intromettevasi per un uscio socchiuso, cui serrava sollecitamente dietro di sè.
In quella camera, ove così di celato recavasi la contessa di Staffarda, stava ad attenderla Gian-Luigi, istrutto già quella stessa mattina dalla cameriera dell'agitazione e delle emozioni che, la sera innanzi, il suo biglietto aveva prodotte nella misera donna.
Il _medichino_ era trascuratamente sdraiato sopra una poltrona presso il fuoco che ardeva nel camino. Al vedere entrare la contessa si alzò, ma non le mosse incontro, non le tese la mano, non fece atto alcuno di gioia, non le diede altrimenti la benvenuta che inchinandosi con un cerimonioso saluto, mentre il suo occhio la squadrava freddamente con una fierezza accusatrice.
Candida, quella notte, che aveva dolorosamente vegliato, quella mattina nel decidersi a venire colà, lungo la strada, che in fretta percorse combattuta l'anima fra la speranza ch'egli pur venisse al convegno e fra il timore che secondo quanto aveva scritto non ci si recasse; Candida aveva pensato mille modi, e tutti diversi, di contegno da tenersi con esso lui; ora un orgoglioso disdegno, ora una benignità da superiore, ora una indifferenza da umiliarlo, ora una dignità di generoso condono; ma quello che tenne in realtà fu il contegno a cui non aveva pensato e che era il più naturale: fu quello d'un'amante appassionata che teme, l'uomo da essa amato, voglia rompere il nodo che li stringe.
Da parte dell'uomo fu l'orgoglio, la superiorità, la freddezza: ella, appena entrata, appena visto l'aspetto severamente contegnoso di lui, dimenticato ogni altro suo proponimento, erasi gettata al collo del suo diletto e diceva in preda al suo commovimento, più forte della volontà d'ogni preconcetto disegno:
— Tu sei pur venuto, Luigi, e siine benedetto... Se qui non ti avessi trovato, sarei corsa a casa tua... Avrei insistito in ogni modo fin che avessi potuto giungere presso di te... E se tu mi avessi inesorabilmente respinta... Dio mi perdoni!... Non so qual peggior pazzia non avrei fatta!
— E il mondo? Disse Gian-Luigi con un crudele sogghigno.
Candida scosse il capo ed arrossì come persona cui si rinfaccia un suo fallo.
— Il mondo? Riprese ella, quasi con isdegno. Che mi importa di esso mai? È il tuo amore che voglio.
Passò di nuovo il braccio intorno al collo di Luigi e soggiunse con appassionato abbandono:
— Vuoi tu ch'io lo lasci — e per sempre — questo mondo maledetto? Vuoi tu ch'io sia tutta per te e solo per te?
Gian-Luigi si tolse d'intorno al collo quel braccio leggiadro che lo cingeva:
— No: diss'egli: chè forse codesto avresti da rimpiangere un giorno.
Le prese le mani e glie le strinse forte sul suo petto, guardandola con quella potenza, ond'erano dotati i suoi occhi neri, di far penetrare in altrui la sua volontà.
— Voglio che tu non mi sacrifichi a questo mondo, che in presenza di esso non ti vergogni di me, che non faccia comunella coi miei nemici per umiliarmi della supposta inferiorità della mia condizione.
Candida fece un atto come per protestare; ma egli, stringendole con più forza le mani, non lasciò che parlasse.
— Io mi sento dappiù di tutti quei burleschi gentiluomini della tua società che non hanno oramai nulla del cavaliere fuor che i titoli e la superbia. Voglio che tu non solo riconosca in te stessa che così è: ma che non nasconda, come una colpa, l'averlo riconosciuto; voglio che i tuoi modi non dieno ansa all'impertinenza di quei scimiotti a trattarmi come io non tollererò mai che nessuno mi tratti, da inferiore, perchè io mi sento inferiore a nessuno.
— Ma io.....
— Tu ieri sera fosti complice di quell'imbecille di San-Luca, la cui oltraggiosa superbia ho dovuto punire questa mattina con un colpo di pistola.
La contessa fu presa da un subito sgomento retrospettivo.
— Che? Esclamò essa. Tu ti sei battuto!... O cielo! Esporti così al pericolo... E non hai pensato a me? Oh che cosa sarebbe avvenuto di me se alcuna disgrazia t'avesse colto!
— Ho pensato al mio onore: disse asciuttamente Luigi: ho pensato al mio giusto risentimento. Ora il contino espia la sua sciocca insolenza con una ferita nel braccio...
— E se io ho alcuna colpa, tu me la fai espiare più crudamente ancora col tormento che mi dànno le tue parole, il tuo contegno.... Se tu sapessi che brutta notte ho passata in seguito alla tua lettera!... Ma tu non vuoi aver nissun riguardo, non vuoi comprender nulla delle mie condizioni!... Che vuoi tu, che pretendi tu da me? Che io confessi pubblicamente aver per te mancato ai miei doveri, ai miei giuramenti, alla dignità del mio nome?... Oh va, che tu sei ingrato verso una donna che ha tutto sacrificato per te.
Luigi la interruppe con brusca violenza:
— Sacrificato, sacrificato!..... Tu pronunzi una parola che è un sanguinoso ed ingiusto rimprovero... Tu credi che da parte tua sia tutto il merito d'esser discesa fino a quest'umile individuo... Ma da parte mia credi tu che nulla siasi dovuto, che nulla debbasi fare oltre ciò che mi conviene, oltre ciò che io possa coi mezzi miei, per vivere nella tua sfera, per seguirti con passo pari in questa costosa esistenza?
La contessa fece un moto di stupore e parve voler parlare. Ma egli non glie ne diede il tempo. Lasciò le mani di lei che teneva ancora fra le sue, e dirizzandosi della persona con mossa piena di orgoglio, soggiunse:
— Io sono il figliuolo delle mie opere; non ho da un patrimonio inalienabile, trasmessomi dalle prepotenze de' miei maggiori, guarentito l'ozio e il soddisfacimento dei miei vizi e della mia vanità... Chi può indovinare i sacrifizi che mi costa questo lusso, il quale mi è condizione indispensabile per accostare la contessa Langosco?
Candida sentì una specie di gelo insinuarsele nel sangue. In quale quistione bassamente economica andava ad impigliarsi la discussione!
— Che vuoi tu dire con ciò? Spiegati..... Tu non sei ricco, tu hai fatto dei debiti?
— Io ho tutta una falange di difficoltà contro cui lottare. Fra me e te io vedo sorgere ad ogni istante mille ostacoli di varia natura, e tutti li voglio vincere e li vinco; nè di questo contrasto continuo e doloroso mi lamento o mi stanco..... Ma tu, perchè mi faresti più scabra la via, meno sicuro il coraggio concorrendo a ferirmi nell'intimo del mio amor proprio?
Candida ebbe un movimento dell'anima, quale avrebbe avuto ogni altra donna innamorata. Immaginò che il suo amante sostenesse crudeli privazioni per poter mantenersi in quella vita dispendiosa della società elegante dov'ella lo aveva trascinato. Un rincrescimento accompagnato da un generoso impulso di venire in di lui soccorso, la fece prorompere nelle seguenti parole:
— Ma io sono ricca!... Ma io posso venirti in aiuto. Tu forse hai sofferto!... Oh perchè non mi hai tu detto nulla mai?
Gian-Luigi fece un atto d'orgoglio offeso:
— Io domandare?... Io!! E lo penseresti forse? Ed ella per rimediare a quel nuovo colpo che pareva aver portato all'anima di lui, con infinito amore, quasi supplichevole:
— Ma non sono io tua? E tu non sei mio? Quello adunque che mi appartiene, a te appartiene...
Il _medichino_ sembrò commoversi alquanto. La guardò con occhio ch'ella trovò intenerito ed amoroso, le disse coll'accento più seduttivo della sua bellissima voce:
— Che tu sii benedetta per queste parole... In esse ho sentito il vero amore. Sì, tu sei mia ed io son tutto di te fino alla morte... Ma ciò nulla meno io non posso nulla accettare delle tue offerte. L'onore, quale lo fabbricano gli uomini, mi vieta di dare a te e di riceverne questo, che tra amici è uno dei migliori contrassegni di fiducia e di affetto. A me in ogni cosa si conviene lottar solo, lottare finchè le forze, la mente, l'audacia mi accompagnino, e quando l'accumularsi delle avverse circostanze impedisca ogni mezzo di scampo, non resta che sentire il freddo contatto d'una canna di pistola alla tempia, un lampo di dolore, e poi precipitare nel mistero della morte...
— O cielo! Che di' tu?... Ah no, per amor di Dio!... Oh vorresti tu troncar ad un colpo due vite?... A me non pensi, crudele!... A me che tutto ho posto in te, nell'amor tuo?... Oh che non farei io per renderti dolce e cara la vita? Come? Il mio amore non potrebbe nulla, niente affatto per recarti pure un sollievo?... Senti, Luigi, te lo dico dal fondo dell'anima mia, e tu devi riconoscere nel mio l'accento della verità..... — Io son pronta a tutto per te. Vuoi tu che fuggiamo insieme per vivere ignorati e modesti in qualche solitudine lontana?
Luigi scosse mestamente la testa.
— Vuoi tu che chiuda l'uscio del mio salotto a tutti, che non compaia in nessun luogo più, che rinserri la mia vita qui in questa camera dei nostri ritrovi?
— No, no; ti ho già detto che forse te ne pentiresti un giorno di poi.
— Oh no, te lo giuro... purchè tu mi ami!
— Tua natura e tuo destino sono di brillare in mezzo agli sfarzi sociali fra cui sei nata. Perchè ti imporrei io il sacrifizio di sceverarti da essi? Continua nella tua carriera di luce: io ti seguirò finchè mi basteranno le forze.
Per quella volta siffatto colloquio non ebbe altra conclusione; ma la contessa si partì di colà con una spina nel cuore. Luigi per causa di lei trovavasi costretto a penosi imbarazzi finanziari, ed ella voleva ad ogni modo venire in suo soccorso. A questo intento cercò di avere a sè l'uomo che serviva il _medichino_: una strana faccia che a primo aspetto ti pareva da melenso, a chi lo esaminasse per bene compariva da mariuolo. Questa figura avreste potuto vedere nella bettola di Pelone, entro quella camera riservata dalle tendoline rosse ai cristalli dell'uscio, far parte di quella specie di sinedrio, in mezzo al quale ci è apparso la prima volta il compagno d'infanzia di Maurilio; ed allora non lo avreste visto verso Gian-Luigi nelle relazioni di domestico a padrone, ma di pari a pari, con alcuna deferenza però come a capo, a cui il proprio consentimento ha accordata una certa autorità.
Questo pseudo-servitore, certo d'accordo col giovane, dopo finto mille tergiversazioni e mille ritrosie, si lasciò strappare dalla contessa il segreto cui aveva una gran volontà di svelarle: che cioè Luigi era perseguitato per alcune cambiali in iscadenza da certi creditori, i quali poi facevano tutti capo ad un famoso usuraio, primo di tutti gli usurai, quel falso sant'uomo di messer Nariccia.
La contessa non rimase guari a prendere la sua decisione, volle vedere essa stessa questa tremenda arpia che, a detta di quel domestico, aveva in pugno la sorte e la libertà del suo Luigi; e siccome la non voleva che un simile personaggio entrasse nel palazzo Langosco, un dì, vestita di scuro eziandio e colla veletta fitta in sugli occhi, come quando recavasi agli amorosi convegni, ella fu a visitare l'ipocrita usuraio, la cui abitazione già conosciamo pel racconto di Maurilio.
La gita della contessa al covo di Nariccia non si rimase pur troppo ad una sola. Di quando in quando la fronte annuvolata di Luigi, la parola sarcastica, alcune maledizioni alla sua sorte, ammonivano la povera Candida che qualche nuova difficoltà finanziaria sbarrava il cammino al suo amante: ed una volta appresa la strada della casa dell'usuraio, non c'era più ragione per tenersi dall'accorrere a cercare colà il rimedio al male e la salvezza pei pericoli che minacciavano il suo diletto.
Le sostanze della figliuola del barone La Cappa consumavano intanto come un mucchio di neve al sole, assalite dall'una parte dall'amante, dall'altra dal marito, il quale non aveva bisogno di alcun diretto intervento della moglie per ispiccare e fondere al crogiuolo del giuoco, i buoni pezzi di quella fortuna, stante la procura generale ch'egli aveva ottenuta da lei nel modo che abbiam visto.
Ah! se il padre di Candida avesse mai saputo una cosa simile! Ma in ciò andavano pienamente d'accordo marito e moglie, che ogni cautela era da loro adoperata per nascondere la verità al barone, il quale viveva felice nell'orgoglio di esser padre d'una contessa il cui blasone era stato in Oriente al seguito del Conte Verde.
Fra il conte e il dottor Quercia le cose andavano di pieno accordo e il più quietamente che mai. Amedeo Filiberto aveva in realtà posto una certa affezione — l'affezione che può dare l'anima aridissima d'un vecchio libertino, tipo di perfetto egoista — in quel giovane che all'occasione era comparso così coraggioso, che mostrava in tutto che facesse tanta destrezza, che in compagnia era sempre così allegro, che si vantaggiava d'una distinzione naturale di maniere da parere poco diverso da un gentiluomo allevato sotto l'ali di una primogenitura, che aveva la squisita abilità di perder quasi sempre quando giuocasse contro il marito della contessa Candida.
E da questa buona e domestica attinenza col conte di Staffarda, il _medichino_ tirava per intero quel vantaggio appunto che aveva avuto in mira, di fare cioè rispettare entro certi limiti dalla curiosità e dalle investigazioni della Polizia il mistero della sua vita. Quest'argo dai cento occhi, al quale è pure così facile accecarne cento e uno, aveva bensì rivolta la sua attenzione a due personaggi che in due sfere affatto diverse e così lontana l'una dall'altra, le si presentavano col velo d'una specie di enimma; e questi due personaggi erano il _medichino_ della bettola di Pelone e l'elegante dottor Quercia del salotto della contessa Langosco. Del primo non avevansi che in nube alcune confuse nozioni che potevano lasciare in dubbio perfino sulla realtà dell'esistenza di quell'individuo, il quale appariva quasi un mito nella sua qualità di centro, ispiratore e direttore di ogni fatto di quella sorda guerra di delitti che muovono all'ordinamento sociale, alla proprietà ed alla sicurezza dei cittadini la miseria, il vizio e l'ignoranza della canaglia. Per quanto accortamente e con lusinghiere promesse si fossero interrogati tutti i soldati di quell'esercito di reietti che cascassero nelle mani della forza pubblica, intorno a quell'essere misterioso, da nessuno mai erasi potuto ottenere una risposta che mettesse sulle sue traccie; per quanto accurate indagini si fossero fatte, per quanta abilità ed audacia di spie ed esploratori si fosse adoperata, non si era potuto far capo a scoperta nessuna, e quell'individuo rimaneva pur sempre nelle nebbie d'un mistero impenetrabile, tanto che lo stesso commissario Tofi, espertissimo poliziotto, non credeva alla esistenza di lui. Ma ben credeva ad essa il più fine e destro segugio che avesse allora la polizia torinese, quel Barnaba che abbiam visto nella taverna di Pelone.
Del dottor Quercia conoscevasi l'elegante quartieretto che abitava in una delle strade principali della città, conoscevasi il modo dispendioso di vita, sapevasi la sua abitudine e la sua fortuna forse soverchia al giuoco, dal quale credevasi attingesse i mezzi di quella splendida esistenza; ma quando la curiosità della Polizia aveva voluto penetrare più in là nei fatti di lui, erasi trovata impacciata dalla qualità delle attinenze che il giovane aveva nella classe più elevata e che allora era onnipotente nella società torinese.
Gl'impiegati di Polizia erano poveri plebei che troppo temevano dover perdere l'impiego quando eccitassero lo sdegno di un nobile protettore di qualcheduno. La vessazione di quella Polizia, che non rispettava quasi nulla di ciò che avrebbe dovuto essere rispettato, si arrestava innanzi al timore di poter disgustare il marchese tale o il ciambellano tal altro. Come osar commettere un atto arbitrario in danno d'uno che viveva intimamente col conte di Staffarda, col marchesino di Baldissero, col contino di San Luca ed altri parecchi di simil razza? E senza un atto arbitrario si era già belli e certi, dalla sorveglianza che per alquanto tempo si era esercitata su di lui, che non si sarebbe potuto giungere a scoprir nulla sul conto del sedicente dottore, tanto erano in sembianza regolari e tranquilli gli atti della sua apparente vita abituale.
Ben si era tentato insinuare nella testa dura del conte Barranchi, generale dei Carabinieri, e quindi a quel tempo capo supremo della Polizia, alcuni sospetti riguardo a quel cotale, per eccitarlo a coprire della sua potente risponsabilità alcuni dei soliti atti illegali da farsi verso di lui. Ma il conte Barranchi per coprire una carica di sì delicata natura non aveva altre qualità che la superbia e la prepotenza. Alle prime parole fattegliene, aveva detto a suo modo, coll'accento di un comando militare:
— Arrestatelo!
E poi all'osservazione che glie ne venne espressa, che quel giovane era famigliarissimo dei tali e tali:
— No, cospetto; s'era affrettato a gridare: lasciatelo in pace... Aspettate!
Quindi tenutosi per cinque minuti nella mano il suo mento quadrato in attitudine di profonda meditazione, aveva soggiunto:
— Ne parlerò io col conte di Staffarda. Non prendete nessuna deliberazione ed aspettate i miei ordini.
Il conte Langosco, quando il generale avevagli manifestato i sospetti dei suoi agenti intorno al dottor Quercia si pose a ridere di tutto cuore.
— Che cosa vi salta per la testa? Aveva risposto. Credete voi che io voglia ammettere nella mia famigliarità un truffatore o un congiurato o un qualche cosa di peggio? Quel bravo giovane è una persona ammodo, a cui sarei dolentissimo se arrecaste il menomo fastidio.
— Basta, basta! Aveva risposto il famoso conte Barranchi, altrettanto arrendevole verso i potenti, quant'era duro ed intrattabile coi deboli. Poichè voi, conte, me ne parlate in questa guisa, non ho più nulla da dire.
A tutti gli agenti fu dato ordine di non molestare menomamente in nessun modo diretto, nè indiretto il dottor Luigi Quercia.
Non ostante codesto uno di quegli agenti non si era tuttavia affatto persuaso che sotto la esistenza del pseudo-dottore non ci fosse un mistero, e che questo mistero non interessasse la Polizia; e questo agente era quel tal Barnaba, il quale esercitava il suo mestiere con una vera passione, di quella guisa che un valente artista professa la sua arte. Egli per un istinto della sua natura di poliziotto, per una inspirazione del suo ingegno attivissimo ed eminente in quest'ordine d'idee, era presso che sicuro nel suo intimo come l'elegante dottore e l'incognito _medichino_ fossero una persona sola. Certo non faceva egli nulla che potesse motivare rimostranze e richiami del dottore, e quindi suscitare la collera del conte Barranchi; ma non cessava di tenerlo d'occhio; e per quanto le apparenze della vita e della condotta del signor Quercia fossero innocenti, per quanto impossibile fosse il cogliere in fallo quell'individuo, Barnaba non si stancava di vegliare e dubitare. S'era persuaso anzi che fra sè e quel cotale intravveniva quasi una tacita lotta, Quercia per sottrarsi alle ricerche di lui e renderle frustranee, egli per penetrare in quel segreto che si ostinava a supporre nella vita del sedicente dottore.
Laonde quando, la sera del ballo dell'Accademia Filarmonica, Barnaba ebbe notato Maurilio, alla vista del dottore, fare un atto di sorpresa, da cui il poliziotto argomentò che fra quei due correva alcuna attinenza, pensò egli subitamente che in quel giovane, ancora sconosciuto, incontrato dapprima nella bettola di Pelone e poi sotto l'atrio del palazzo in cui aveva luogo la festa da ballo; che in quel giovane, dico, la sorte gli aveva forse presentato un bandolo per penetrare nel fino allora chiuso mistero della vita e del passato del signor Quercia.
Quindi lo aveva ormeggiato; e, come ho narrato, s'era Barnaba intromesso nella loggia della portinaia in quella casa ove abitava Maurilio coi suoi amici. Ma prima di riferir qui il colloquio che intravvenne fra il poliziotto e la portinaia, occorre ancora che ci soffermiamo nelle splendide sale in cui aveva luogo la festa da ballo.
CAPITOLO XXVII.
Quella sera, al ballo dell'Accademia filarmonica, il conte Langosco, dopo avere per un po' di tempo tenuta in iscacco la fortuna del giuoco, n'era affatto vinto e perdeva a rotta di collo. Quel mucchio di monete che al cominciare del capitolo XXII gli abbiam visto allato sul tappeto verde del tavolino, era sparito affatto e da alcuni minuti il conte giuocava su parola. La sua faccia non era mutata per nulla; soltanto un po' più pallide forse si sarebbero potute dire le sue guancie, un po' più accesi gli sguardi, più ironico il sogghigno; ma l'urbanità elegante del tratto, era, se fosse stato possibile, ancora maggiore del solito.
La contessa sua moglie, appoggiata al braccio ora di questo ora di quel cavaliere, era già venuta due volte fino presso ai giuocatori con una aria che avreste detta inquieta, come di chi cerca e non trova, aspetta e non vede arrivare. Ella cercava, ella attendeva il suo amante, il quale tardava di troppo dopo la promessa fattale di venir sollecitamente alla festa.
Amedeo Filiberto, ad ogni volta aveva salutato con amichevol cenno la moglie e rivoltole alcune indifferenti parole in francese:
— Avete voi ballato? Siete già stanca di ballare? Vi occorre qualche cosa? Fa caldo, non è vero?
Ed altrettali simiglianti.
La terza volta che Candida, accompagnata dal conte San Luca, ricomparve presso al tavolino dove suo marito aveva perduto tutto il denaro recatosi allato e stava perdendo con implacabile persecuzione della sorte, Amedeo Filiberto le disse con isquisita galanteria:
— Ah sì, venite un po' qua, contessa, a recarmi fortuna. La vostra benigna influenza sopravanzerà, ne son certo, questo maledetto _guignon_ che mi sta addosso.
Candida s'accostò con un cotal suo sorriso d'accatto che mostrava come la sua mente fosse a tutt'altri pensieri rivolta e venne ad appoggiare il nudo suo braccio bellissimo, bianco e ben tornito alla spalliera della seggiola del conte. Colà il suo sguardo seguitava a scorrere per tutta la sala ad ogni tavoliere, come se ad uno di essi dovessero pur finalmente apparirle quelle sembianze che finora aveva in tutta la festa cercato inutilmente.
Langosco prese sbadatamente le carte che gli venivano distribuite in quella, ed il valore delle quali decideva di qualche centinaio di lire; le guardò con un'apparente indifferenza e le ripose coperte sul tappeto della tavola. Nella sua mano si sarebbe potuto notare quel certo tremito nervoso che ho detto.
Mentre il banchiere distribuiva le carte agli altri puntatori e le prendeva per sè (giuocavasi al nove), Amedeo Filiberto si volse al conte di San-Luca per domandargli con tono affatto naturale di voce:
— Non avete voi veduto il dottor Quercia?
— No: rispose San-Luca.
Candida piegò gli occhi verso il marito senza nessuna esitazione, senza nessun impaccio e disse:
— Non è ancora venuto. Credevo anzi trovarlo qui, perchè è più facile lo attiri il giuoco che non la danza....
— Ah voi calunniate la sua galanteria e il suo buon gusto: interruppe scherzosamente il conte. Il diletto del giuoco, sta bene per noi attempati, ma per un giovinotto la musica, la danza, la compagnia e la conversazione delle belle signore...
— Otto! Gridò il banchiere abbattendo le sue carte che facevano il numero detto.
Il conte Langosco gettò nel mucchio colle altre le sue carte dicendo freddamente:
— Ho perso; e se la consente raddoppio la posta.
Il banchiere fece un segno affermativo del capo.