La plebe, parte I

Part 35

Chapter 353,850 wordsPublic domain

Due anni dopo Zoe, battezzata col nomignolo di _Leggera_, faceva l'ammirazione di tutti i frequentatori di questa razza di spettacoli, e vedeva ai suoi piedi gli omaggi e le offerte più o meno spropositate d'un nugolo di libertini giovani e vecchi. Scaltrita come vi ho detto ch'ella era, la ragazza seppe scegliere assai bene i suoi adoratori. Le sue acconciature, che erano di quelle chiamate dai Francesi _tapageuses_, costavano un occhio della testa e abbagliavano tutte le donne oneste in tutte le città dove recavasi a dare rappresentazioni la Compagnia. Avrebbe potuto cento volte abbandonare il dorso nudo del cavallo e le sottanine di garza per darsi di proposito alla rovina di qualche Creso; ma non si affrettava nella scelta, perchè le piaceva il lusinghiero tumulto del circo plaudente, la inebbriava il grossolano incenso dei battimani e delle grida d'entusiasmo della plebaglia stivata ad ammirarla nell'ultima galleria, le mordeva per così dire con diletto l'anima la lotta incessante col pericolo sempre affrontato e vinto. Nessuno era più temerario nel suo ardimento di lei, che le chiome rossigne abbandonate al vento passava innanzi ai guardi del pubblico sbalordito, al galoppo furibondo del suo cavallo, come una meteora, sicura, sorridente, colle sue forme di corpo da statua greca e la sua faccia e il suo atteggio da cortigiana e da baccante. Essa sapeva che, se non i cuori, i desiderii di tutti quegli uomini che la saettavano cogli occhi accesi, la seguitavano in quella corsa sfrenata, e se ne compiaceva con maligno disprezzo del sesso forte in fondo alla sua indole così prematuramente corrotta. Quando aveva fatto fremere tutte quelle centinaia di spettatori pei rischi a cui si esponeva con superba indifferenza, quando chiamata nell'arena sei o sette volte alle ovazioni del pubblico in entusiasmo, ella veniva a ringraziare con un sorriso che si sarebbe potuto dire quello d'una Messalina stanca ma non sazia, ella ai suoi compagni a mezza bocca soleva dire, mostrando il pubblico con una occhiata piena di disprezzo: — Massa d'imbecilli! — Ma l'unica cosa che le facesse battere un pochino il cuore erano tuttavia gli applausi di quegl'imbecilli.

Gian-Luigi, che appariva fra i giovani più eleganti della città, andava a prendere lezioni d'equitazione dal direttore di quella compagnia, e in tal modo aveva stretto conoscenza con tutti gli artisti ed assisteva alle prove dei loro spettacoli. Colla _Leggera_, egli, fosse calcolo, o indifferenza, aveva tenuto quel solo contegno che poteva servirgli per farsene notare: parlatole freddamente due o tre volte, non prestava a lei un'attenzione di maggior importanza che a qualunque altra. Questo modo di trattare in un giovane che era così potentemente leggiadro, che appariva ricco, che aveva dato assai prove di non esser timido, tornò per Zoe un mistero cui ebbe curiosità di penetrare. Poi la sua vanità fu punta da questa freddezza che pareva disdegno. Cominciò a lanciare verso di lui alcuni di quegli strali che tiene la civetteria nel suo turcasso, a cui Gian-Luigi oppose una corazza adamantina di noncuranza. Il vero è che si studiavano ambedue a vicenda, e l'uno voleva coglier l'altro nella rete.

Un giorno Gian-Luigi era presente alle prove e Zoe, forse desiderosa di eccitare in lui la meraviglia, volle tentare l'addestramento d'un cavallo indomato, cui temevano di cavalcare i più forti ed audaci degli uomini della compagnia. Era una magnifica bestia piena di fuoco, colle gambe asciutte, il collo arcato, la groppa incavata. Strepitava, scalpitava, s'inalberava, tenuto a mano pel morso dal mozzo di stalla. Zoe in un salto leggiero gli fu sopra e raccolse nel suo pugno piccolo ma nervoso le briglie, e la lotta fra il quadrupede e l'amazzone cominciò di botto. Ogni fatta scambietti, e corvette, e salti, e svolti, e sparar di groppa fece l'animale imbizzarrito, fremente, bianco di spuma la bocca, rosse come di fuoco le froge; ella stette salda, tranquilla, col suo sorriso quasi disdegnoso. Sì, Gian-Luigi l'ammirava: e chi non l'avrebbe ammirata? Tanta forza unita a tanta grazia, tanto coraggio in tanta leggiadria! Ad un tratto il cavallo, stanco, indispettito di quella pugna in cui la debolezza aiutata dall'intelligenza e dall'arte prepoteva sopra la sua forza, volle finirla ad ogni modo anche con suo danno. Prese la corsa e si precipitò verso uno dei pilastri che sostenevano le gallerie dell'anfiteatro, per isbattervi contro la sua nemica e se stesso. Fu un grido solo di spavento dalla bocca di tutti gli spettatori che miravano con vivissimo interesse quella contesa e che videro impossibile all'amazzone il frenare la bestia furibonda. Gli uomini si slanciarono tutti a quella parte, ma col timore pur troppo di non raccogliere più che un corpo sfracellato. Fra tutti giunse primo Gian-Luigi che in un salto fu ad abbrancare alla vita la fanciulla, la trasse violentemente di sella e potè recarsela via fra le braccia nell'istante appunto in cui il cavallo precipitava contro il pilastro.

Zoe era diventata pallida, il suo cuore le parve cessar di battere un istante, gli occhi le si appannarono e si chiusero. Ma non fu che un fugacissimo minuto. Tosto tosto si trovò pienamente padrona di sè e provò una specie di dolcezza che le riusciva affatto nuova, nel sentirsi appoggiata e sostenuta al petto potente di quel bel giovane, la cui faccia così splendidamente bella era tanto vicina alla sua che l'alito delle loro bocche si confondeva.

— Ah! Lei mi ha salva la vita: diss'ella al _medichino_, a voce bassa, come se si vergognasse di confessare la sua obbligazione, quasi che una sua sconfitta.

Poscia si sciolse dalle braccia di lui; si fermò sopra i suoi piedini, si riscosse come fa chi vuol torsi dalle spalle un peso che lo infastidisca, guardò fissamente in faccia i suoi compagni che le si serravano intorno ancora spaventati, e disse loro col suo sorriso impertinente:

— Ebbene? Gli è nulla..... E quel povero cavallo, che male si è fatto?

Nemmanco il cavallo non s'era fatto gran male. Ei si levò ancora sbalordito, fremente in tutte le membra. Zoe gli passò sul collo la sua mano piccola ed asciutta.

— Che matto cattivo! Vorresti accopparmi anche a costo di rovinarti te..... E sarebbe peccato, perchè sei una troppo bella bestia..... Ma sta che fra noi la non è finita, e un altro giorno ti vorrò dir io un'ultima parola.

Stette seguendo attentamente collo sguardo l'animale che veniva ricondotto a lento passo nella scuderia, e parve che questo soltanto la occupasse. Poi ad un tratto si rivolse a Gian-Luigi e guardandolo fissamente entro gli occhi gli disse con una certa bruschezza:

— La vorrebbe farmi anche il favore di accompagnarmi a casa?

Il _medichino_ si inchinò senza pronunziar parola.

Giunti nella sontuosa dimora della saltatrice, Gian-Luigi stette dieci minuti in compagnia di lei con tutto il riserbo che avrebbe potuto avere per una verginella, mentr'essa lo guardava sempre fiso con curiosa insistenza che poteva anche sembrare contrarietà. Il giovane si alzò, strinse la mano leggermente alla donna che stava sdraiata sopra la sua poltrona, e prese commiato dicendo:

— Avrete bisogno di riposo e vi lascio.

La _Leggera_ non rispose a tutta prima, abbandonò freddamente la sua mano a quella fredda stretta, e con un solo cenno di capo rispose al saluto del giovane. Ma quando questi fu sulla soglia dell'uscio, mossa da un subito avviso, ella sorse di scatto, e fu in un salto innanzi a lui a contendergli il passo.

— Che strano uomo siete voi? Diss'ella piantando in faccia a Gian-Luigi i suoi occhi smaglianti, color del mare. Voi non cercate alcuna ricompensa al servigio che mi avete reso?

Il _medichino_ fece un misterioso sorriso.

— Che ricompensa potrei domandare? Temerei essere indiscreto, o che a me stesso avesse a costar troppo caro quella che desidererei ottenere.

Zoe lo prese per mano e lo ricondusse a seder presso di sè sopra un sofà.

— Perchè non mi avete fatto mai la corte, voi? Diss'ella sfacciatamente, prendendo una delle sue mosse le più seduttive e procaci.

Il _medichino_ rispose brutalmente:

— Perchè non sono abbastanza ricco per comprarvi, e mi accorsi tosto che voi non avete nè cuore, nè sensi da potere essere sedotta dall'amore.

La _Leggera_ fece un miracolo, arrossì.

— Voi avete ben trista opinione di me..... E s'io ci tenessi a provarvi che avete torto?

— Non domando di meglio.

Alcuni mesi dopo questi due, da amanti — se si può dar loro tal nome per la relazione che avevano insieme — erano diventati confidenti e direi quasi complici nella prosecuzione d'uno scopo comune, che era una guerra nascosta, ma accanita e implacabile contro i favoriti dell'attuale assetto sociale. Si erano intesi compiutamente, le loro anime, i loro odii, le loro invidie, i rancori, le avidità s'erano affatto compenetrati e camminavano di conserva assecondandosi.

Zoe, dietro le splendidissime offerte d'un alto personaggio che teneva un posto dei primi nella gerarchia dei potenti della terra, aveva finito per abbandonare la sua carriera artistica, a ciò consigliata eziandio da Gian-Luigi; e nella sua dimora, la più sontuosa che si potesse immaginare, accoglieva tutta la gioventù mascolina elegante che avesse denari da gettare nelle matte spese, negli sfarzosi regali, nelle sciocche futilità del lusso il più sfrenato e nel giuoco, a cui sorgeva non mai abbandonato l'altare nelle sale della _mantenuta_.

In queste sale entriamo dunque sulle orme di Gian-Luigi, il quale dopo il teatro vi si recò insieme con quei due che aveva scelto a suoi padrini pel duello intimatogli dal conte San-Luca.

CAPITOLO XXVI.

Le sale della _Leggera_ erano piene di luce e di uomini fedeli di tutto punto ai dettami del figurino. Ad un tavoliere di _Faraone_ sedeva per tenerci banco Gian-Luigi. A mezzo d'un _taglio_, i due ufficiali ch'egli aveva condotto seco, i quali s'erano accontati in un salotto vicino col marchesino di Baldissero e col conte Langosco, vennero a dirgli in un'orecchia:

— Tutto è inteso.

— Va bene: disse con tutta indifferenza il _medichino_. Dopo il giuoco i ragguagli.

E continuò con tutta scioltezza e col più allegro umore del mondo a trar giù le carte, le quali, come se obbedissero alla volontà da lui manifestata in teatro alla Zoe, quella sera gli erano avverse inesorabilmente e lo facevano perdere a rotta di collo.

Ma nello stesso tempo che il giovane appariva in una vena di tanta disgrazia, mai non s'era mostrato tuttavia in tanta vivacità ed allegria di spirito; di guisa che i giuocatori che si stringevano al tavoliere da lui tenuto, tra per la contentezza del guadagnare, tra per la felicità e il brio dei motti che schioppettivano sulle labbra del _medichino_, avvicendavano le parole del giuoco colle più franche risate in una conversazione animatissima e burlona.

Il conte di Staffarda era venuto ancor egli ad aggiungersi a quel cerchio e guadagnava ancor egli, anzi guadagnava più ancora degli altri, quantunque avvezzo ordinariamente a perdere di molto: le carte sotto le mani di Gian-Luigi parevano metterci una certa galante insistenza a farlo vincere. Anche il conte rideva delle uscite e dei motti del _medichino_, e, fra se, ammirava più che gli altri quella libertà dello spirito, quell'agiata noncuranza, egli che sapeva il giuocatore alla vigilia d'un giuochetto non affatto scevro di pericoli.

Dopo un'ora Gian-Luigi depose le carte e si alzò senza pure una moneta più innanzi a sè nè in tasca.

— Basta: diss'egli. Lascio altrui il vantaggio del _banco_.

Aveva pagato tutte le vincite a contanti, eccetto il conte Langosco al quale rimaneva ancora debitore d'una cinquantina di _marenghi_ su parola.

— Signor conte: gli disse, passandogli vicino nell'allontanarsi dal tavoliere: le rincrescerebbe venir meco per cinque minuti di là?

Il marito di Candida nulla rispose, ma si alzò e si mostrò pronto a seguire il giovane, il quale, entrando innanzi, andò sino ad una galleria che guardava verso il cortile, nella quale, chiusa a cristalli, erano tenuti come in una stufa arbusti e fiori vagamente disposti. Lampade frammesse alle frondi e pendenti dalla volta entro cestellini vestiti di piante erratiche fiorite, illuminavano vagamente quel luogo in cui appena era se giungeva il mormorio delle voci di tanta gente raccolta nei due salotti.

Gian-Luigi incominciò senz'altro:

— Il debito che ho verso di lei, sono in obbligo di pagarglielo domattina....

Il conte fece un atto, come per dire: — Di che cosa mi venite a discorrere ora?

— E lo farò senza fallo io stesso, se il conte San-Luca me ne lascia la possibilità: ma siccome è tra le cose possibili — quantunque però io non la creda probabile — che il signor conte mi mandi all'altro mondo con due dita di lama o una pillola di piombo in corpo, perchè io non so ancora se ci batteremo alla spada o alla pistola....

— Alla pistola: disse il conte Langosco.

— Va benissimo. Siccome, dico, in tal caso non potrei adempire io stesso a quel mio dovere, non voglio per ultimo saluto lasciar lei defraudandola di ciò che le spetta.

— Eh via! Di queste cose non occorre parlare: disse superbamente il conte di Staffarda, accennando volersi partir di là per metter fine a quel colloquio.

— Signor sì, che gli occorre: soggiunse con voce ferma il _medichino_, senza punto muoversi.

Trasse di tasca un portafogli ed appoggiando ad una mensola carica di vasi di fiori un fogliolino di carta vi scrisse su poche parole, in cui si dichiarava debitore al conte della somma testè perduta al giuoco, quindi porgendo al marito di Candida quella carta ripiegata, riprese a dire:

— Se io soccombo, si troverà fra le mie carte un testamento. L'esecutore testamentario, che in esso ho nominato, è un buon sacerdote, un parroco di campagna: a lui abbia la compiacenza, signor conte, di recare questo foglio, ed egli, che conosce la mia scrittura, si affretterà a soddisfare per me il mio debito.

Il conte s'inchinò in segno d'acquiescenza e di ringraziamento. Egli non poteva a meno che riconoscere la delicatezza del tratto ed encomiarla fra sè, come aveva sin'allora ammirate la libertà e la vivacità di spirito di quel giovane, vero indizio di un coraggio reale, non millantatore, nè artefatto.

— Del resto, continuò Gian-Luigi, non occorrerà nulla di tutto ciò e sarò io a portarle domattina, prima di mezzogiorno, la somma dovuta a casa sua.

— Cospetto! Disse sorridendo il conte. Lei è molto sicuro del fatto suo.

— Sicurissimo. Il conte San-Luca mi sbaglierà, ed io lo ferirò dove mi parrà e piacerà.

— San-Luca tira bene.

Gian-Luigi crollò le spalle e fece un sogghigno.

— Al tiro del Valentino, con una pistola _à double détente_ può darsi; ma in aperta campagna, in faccia ad un uomo che lo guardi entro gli occhi, così....

E fulminò addosso al conte uno sguardo così imponente ed imperioso che anche quest'esso lo sentì come una minaccia atta a turbare l'animo d'un uomo anche non pauroso.

— Le dico io, continuava il _medichino_, che non avrà più tutta quella fermezza della mano che si richiede per mandare all'altro mondo una creatura a lui simile e — mi permetta quest'orgoglio — uguale.

— E Lei? Disse Langosco. Crede che non farà alcun effetto anche a Lei il trovarsi dinanzi per bersaglio un uomo?

— No, signor conte. Anzi tutto io sono convinto d'aver la ragione dalla mia, e che il signor di San-Luca fu meco villano e screanzato. Ho quindi per me lo sdegno dell'orgoglio offeso e la coscienza del mio buon diritto. Inoltre, avessi anche torto, le confesso che non credo sia nato ancora l'uomo che possa incutermi un timore od una soggezione.

Gian-Luigi diceva codesto con tanta semplicità e con una sicurezza così spoglia di jattanza che il conte avvertì quella essere la pura e semplice verità.

— Quanto poi alla sicurezza del mio polso....

Adocchiò sopra il tavolino che era in mezzo alla galleria una di quelle piccole pistole a solo cappellozzo, che si dicono di salon, colla quale la _Leggera_ si divertiva a tenersi la mano e l'occhio esercitati al tiro, e fu a prenderla.

— To', continuò Gian-Luigi, ecco che posso dargliene tosto una prova.

Caricò la pistola d'uno di quei cappellozzi colla pallina di piombo, ond'era piena una scatoletta che trovavasi su quel medesimo tavolino, poscia fattosi ad un capo della galleria guardò verso l'estremità opposta qual oggetto potesse prendere per punto di mira.

— Guardi: riprese additando colla pistola un gruppo di fiori in fondo alla galleria; guardi quella ciocca di azalee; la vorrebbe farmi il favore d'indicarmi quale di quei fiori ho da abbattere col mio colpo?

Il conte, miope com'esso era, pose a cavalcioni sul naso il suo occhialetto a molla e guardò attentamente quel ramoscello fiorito.

— Questo qui: diss'egli poi additando uno di quei fiori che pendeva frammezzo a due fogliuzze.

— Bene!

Gian-Luigi chinò la pistola, e parve non aver nemmanco il tempo di mirare, si tosto sparò.

Il conte s'accostò frettolosamente al cespuglio. Il fiore da lui additato era sparito, senza che nè l'una nè l'altra delle due frondi in mezzo a cui si trovava fosse menomamente scalfitta.

— Bel colpo! Diss'egli approvando anche con un cenno del capo. Bel colpo davvero!

Il _medichino_ gettò là quell'arma da giocattolo e si riavvicinò al conte.

— Credo poter dare per sicuro di colpire nove volte su dieci.

— Cospetto! Esclamò il conte guardando coll'occhialetto la faccia tranquilla di Gian-Luigi. Ed a quel povero San-Luca, gli vorrà Ella fare molto di male?

Gian-Luigi mosse le labbra ad una smorfia quasi disdegnosa:

— Peuh! diss'egli, il meno possibile. Lo colpirò nell'avambraccio. Io non avrei voluto fargliene affatto di male; ed è perciò che dapprima fui così rimesso con Lei che Ella signor conte me ne avrà stimato fin troppo pacifico. Ma poichè, dal contegno che Ella ha tenuto con me, ho dovuto accorgermi che il signor San-Luca aveva le fiere intenzioni d'un gradasso ho deciso di lasciargliene un ricordo che lo ammonisca per l'avvenire ad essere meno insolente prima e meno tenace di poi nella sua prepotenza....

In questa un'ondata di voci allegre ed un rumore di stoviglie e posate giunse sino alla galleria dove stavano i due nostri interlocutori.

Il _medichino_ s'interruppe:

— Ve' che gli altri sono già a cena; andiamoci anche noi senza altro indugio.

Passò il suo braccio sotto quello del conte con una certa famigliarità da compagnone, che in quel punto non fu trovata sconveniente dall'orgoglioso aristocratico, non disposto a tollerarla da chicchessia, e s'avviarono di conserva verso la stanza da mangiare.

Il programma che Gian-Luigi s'era prefisso fu eseguito appuntino in ogni sua parte. Il domattina il povero San-Luca riceveva una palla nel braccio, che lo condannava a venti giorni di malattia; il _medichino_ diventava più famigliare di prima con i due padrini del suo avversario, il conte Langosco e il marchesino di Baldissero; un mese più tardi si faceva una specie di festino di riconciliazione cui pagava il conte San-Luca, il quale così la pagò in tutte le maniere. Nessuno più dei nobili frequentatori del salotto e del palchetto della contessa, ebbe la menoma velleità di mostrar disprezzo o fare pure una sembianza d'oltraggio al dottore Luigi Quercia.

E Candida? Quella sera medesima in cui aveva luogo la contesa fra San-Luca e il suo amante, ella si struggeva dal desiderio di ritrarsi presto a casa, affine di leggere quel biglietto che Gian-Luigi le aveva detto essere nella scatola di dolci. Lo spettacolo, la compagnia e la conversazione dei visitatori, il rumore ed il caldo della sala, tutto la impazientava maledettamente. Avrebbe voluto andarsene tosto: ma non l'osava. Dopo ciò ch'era intravvenuto nel suo palchetto, che cosa avrebbe detto il _mondo_ del suo sollecito ritirarsi? Quel complesso di persone indifferenti e maligne, all'autorità delle cui sentenze tutti vanno soggetti, agli strali delle cui ciarle tutti sono bersaglio, quel mostro indefinibile di mille lingue che chiamasi il _mondo_, che tutto vuol sapere, che tutto vuole indovinare, che si piace sciorinare ad oggetto di maldicenza i più riposti segreti; che all'uopo anche li inventa per generosamente regalare a questi ed a quelli le morali magagne ond'egli si diletta; il _mondo_ avrebbe fatto le più maliziose induzioni; ed essa che aveva il coraggio di fronteggiare i giusti richiami e i legittimi rimproveri che potrebbe farle il marito, come ne avrebbe affrontata anche la collera, se il conte fosse stato uomo da dare in escandescenze, ella si arrestava intimorita ed esitava innanzi al susurrio delle ciarle mondane.

Finalmente, come a Dio piacque, giunse l'ora in cui ella poteva levarsi dal suo palchetto senza fare stupire i cannocchiali degli abbuonati e destare le non caritatevoli induzioni delle signore. Rispose con nervosa rapidità alle strette di mano, ai saluti, ai sorrisi dei suoi corteggiatori; avvolta nel suo mantelletto impellicciato, fece di volo quel po' di scale, si precipitò nella carrozza di cui un lacchè le teneva aperto lo sportello sotto l'atrio, e rincantucciatasi in un angolo, trovò che i cavalli camminavano troppo lentamente, quantunque col loro trotto serrato in meno di cinque minuti la conducessero sotto l'ampio portone del palazzo di Staffarda.

Salì correndo sino al piano superiore, s'affrettò a recarsi nel suo camerino da acconciarsi. Pose sopra la sua _toilette_ la scatola di dolci che s'era portata seco, e gettò uno sguardo nello specchio, dove le apparve la sua figura commossa colle sopracciglia corrugate. Gettò via il mantelluzzo che teneva ancora sulle spalle e si portò ambo le mani a quella bella fronte che le ardeva e doleva.

La sua cameriera le si avvicinò in quella, e Candida levando il capo ne vide l'immagine riflessa entro lo specchio. Si rivolse di scatto e disse con accento corrucciato:

— Che volete? Che fate costì?

— Sono qui per ispogliarla...

— No.... non voglio nessuno... Lasciatemi... farò da me... voglio esser sola.

La cameriera uscì di stanza, ma ch'ella si astenesse dall'ascoltare alla porta non oserei affermarlo, imperocchè la ci tenesse molto a soddisfare i desiderii manifestatile da Gian-Luigi.

Candida, quando la cameriera fu uscita, s'affrettò ad afferrare la scatola de' confetti e la rovesciò sopra il marmo della _toilette_, poi con mano agitata frugò fra i dolci fin che trovò ed ebbe preso il biglietto di Gian-Luigi. Lo aprì sollecita e lo lesse palpitando alla luce delle candele che la fante aveva accese innanzi allo specchio. Il primo sentimento in lei fu di sdegno.

— Gli è così che osa parlare a me? Alla contessa di Staffarda? Così potrebbe adoperare con quella sua vile creatura tolta dal trivio, ma con me? O Dio! Che ho mai fatto amando quell'uomo! Mi dice, come una minaccia da spaventarmi, che si allontanerà per sempre da me... E s'allontani!..... Sarà finita una volta! Avrò cessato di soffrire.... e di arrossire per lui.... Si allontani....

Ma questa parola — non ostante lo stato d'eccitazione in cui la si trovava — la seconda volta che essa la pronunciò le parve pungerla come una spina al cuore. Lasciò cadere sul piano della _toilette_ la letterina che teneva ancora fra le dita e si diede a passeggiare concitatamente per lo stanzino tutto specchi e intagli di legno dorato. La sua immagine riflessa alle due pareti dagli specchi, a quella poca luce delle candele, apparivale come due spettri che l'accompagnassero nelle sue mosse agitate. Si stracciò i guanti che aveva ancora alle mani e li gettò per terra; si tolse rabbiosamente di capo i fiori che l'adornavano e li buttò via. Si sentiva addosso come un malessere materiale di cui le pareva avrebbe dovuto trovar modo a liberarsi. Andò a sedersi alla _toilette_, appoggiò il bel braccio denudato al freddo marmo di essa e guardò lungamente nello specchio la sua faccia pallida e conturbata, la bella forma del suo busto scollacciato, l'eleganza delle sue vesti da festa che stranamente contrastavano col rodimento che aveva entro sè, colla commozione dolorosa delle sue sembianze.