Part 30
Il cristallo che le rifletteva lo splendore di sì giovanile beltà, la rassicurava; si salutava con un sorriso pieno di fiducia e di malìa e correva di nuovo al verone. Erano ore tormentose insieme e piene d'un acre diletto.
Nessun'ombra era venuta ancora ad oscurare quella luce elisiaca di amore, nessuna nube ancora era passata su quel sereno in cui nuotava l'anima sua. Candida si sentiva e nel suo cuore con infinita gioia si proclamava felice. Non un sospetto la amareggiava, non l'accenno neppure d'un rimorso. Amava ed era amata: tutto il mondo era lì.
La prima spina che le si fece sentire fra quei fiori inebbrianti fu quella della gelosia. La non ci aveva neppur pensato ancora mai. Luigi era così ardentemente amoroso! Non poteva in niun modo entrarle in mente pur l'idea che potesse volgere un istante d'attenzione non che un desiderio ad altra donna. Una sera, aspettandolo secondo l'usato al suo castello, e vistolo a comparire sotto i raggi della luna filtrati fra le frondi delle piante, Candida si ritrasse dal verone ove era stata tanto tempo aguzzando gli sguardi, e suo primo impulso fu correre giù delle scale all'incontro dell'amante, per introdurlo essa stessa dalla segreta porticina che soleva schiudergli il passo, per gettargli due minuti prima le braccia al collo e sentire la voluttà per lei immensa di essere stretta al seno di lui; ma un sentimento di dignità, ultimo sforzo del suo orgoglio aristocratico soggiogato, pur la trattenne. Incaricata di aprire chetamente la porticina a Luigi era la cameriera. La contessa stette sulla soglia della prima stanza del suo appartamento aspettando che il suo diletto, fatta di corsa la scaletta riposta, comparisse tosto a prenderla, come soleva, fra le sue braccia in un amplesso pieno di forza e di passione: e il suo cuore di donna innamorata le balzava nel petto. Ma parecchi minuti erano trascorsi, e Luigi non veniva. Che poteva far egli colaggiù? Un ratto sospetto corse come un lampo nell'anima della donna; un sospetto affatto incerto e indefinito, ma che pur valse a tutta conturbarla. Come sotto l'impulso d'un sentimento irrefrenabile, aprì essa l'uscio e si slanciò fuori sul ripiano a guardare giù della scala. In fondo a questa Luigi sorridente ciarlava colla cameriera, la quale moineggiava con civetteria imitata in mal modo dalle grazie e dagli attucci della padrona. La fante aveva in mano un lume che rischiarava la scena, e la troppo chiara espressione del viso di lui, e la simulata renitenza della giovane, traverso alla vita della quale Luigi aveva passato il suo braccio. Candida in un attimo vide tutto, e l'amplesso, e il riso rivelatore, e il bacio che egli osò mettere sulle guancie fresche e rotonde della fanticella. Tutto il sangue della contessa si rimescolò; un subito bollore le infiammò le vene e si precipitò al cervello quasi offuscandole e la vista e la intelligenza. Per primo impeto volle correre abbasso a schiaffeggiar quella pettegola a scacciar di casa sua quello sciagurato sì vilmente offenditore di lei e dell'amor suo; ma si trattenne. Ritirossi sollecita nella sua camera col sangue che le pulsava dolorosamente nelle tempia. I più fieri propositi passarono con turbinosa rapidità nella sua mente eccitata. Mai più vederlo, piantargli un pugnale nel cuore, gettargli sulla faccia il disprezzo degno di tanta viltà, farlo scacciare come un ladrone dai domestici: mille pazzie in mezzo ad un fremito di furore.
Non aveva ella ancora preso determinazione di sorta, quando l'uscio s'aprì chetamente, e Luigi le venne in istanza con sulla faccia quel medesimo sorriso che aveva poc'anzi abbracciando la cameriera.
E' s'inoltrò colle braccia aperte per darle il solito amplesso. Candida indietrò come inorridita. Un vivo rossore la colorò sino alla fronte, poi tosto diede luogo ad una pallidezza di cadavere. In mezzo a quel pallore i suoi occhi neri lucevano come due carboni accesi. Volle parlare, ma le labbra le tremavano e non valse a pronunziar parola.
— Che è ciò? Disse Luigi arrestandosi stupito. Che cos'hai?
La contessa voleva tacere la ragione del suo sdegno. L'umiliazione che l'uomo da essa amato le recasse sulla bocca le labbra calde ancora del bacio della sua cameriera le pareva troppo e troppo vergognosa per esprimerla, per lasciare pur supporre ch'essa la sentisse. In quel tumulto in cui si trovava la sua mente, s'era detto, vedendo entrare l'amante, di umiliarlo a sua volta col suo disprezzo, di troncare violentemente con esso quel nodo di amore che pure fino a quel punto le era stato così dolce, di bandirlo dalla sua presenza per sempre, senza pur dirgliene una ragione. Sentisse, egli che la sapeva, la sua colpa, ella non si abbasserebbe ad accuse nè a rimbrotti.
Ma la misera donna amava con tutta la forza dell'animo suo, e se codesto fiero modo sia possibile a donna che ami, lo lascio dire a voi, mie gentili lettrici.
Luigi domandò spiegazioni pressantemente, colla voce che pareva tremante di dolore, colla eloquenza della passione, colla malìa che ha su cuore di donna la voce dell'uomo amato. Alla resistenza di lei, all'asciutta fierezza delle risposte, all'orgoglio onde essa respingeva le sue supplicazioni, i suoi atti di amore, Luigi si disperò, parlò di morire, passò a sua volta ai rimbrotti.
L'orgoglio della debol donna non era più che una mostra. Ella cedette, disse tutto, e dalla maggior fierezza passando al più umile abbattimento, pianse. Che disse, che fece Luigi? Difficile il ripeterlo. Ben lo sanno gli amanti che si trovarono in tale situazione. Parlò con enfasi, giurò e spergiurò, la strinse fra le sue braccia con ardore irrefrenato, bevve le sue lagrime, la coprì di baci, la stordì con parole e con atti di amore; breve, all'alba si partì lasciandola persuasa che quella non era stata che una facezia, che il meglio era di farne caso nessuno e di non parlarne più.
Ma la spina era penetrata nel cuore di Candida, e l'arte del seduttore non l'aveva potuta estrarnela affatto, sibbene glie l'aveva infranta nella ferita e lasciatavi la punta, seme perenne di sospetti e di diffidenze, che avrebbe germinato.
Colla cameriera la contessa non disse nulla; e fuori di un maggiore riserbo e di una più esigente severità verso la fante, nessun cambiamento avvenne nella condotta della padrona. Fra i due amanti neppure non fu più mai parola di ciò, nè Luigi prestò più mai pretesto a somiglianti sospetti.
Ma un mese circa dopo questo avvenimento, per parte dell'amante accadde ciò che ancora mai non era accaduto; cioè ch'egli mancasse al convegno.
Fu una notte crudele per la contessa. Sino quasi all'alba stette essa al verone, inquieta, palpitante, ad aguzzar lo sguardo nella tenebra inutilmente. Come suole, mille paure, mille sospetti, mille crucciosi fantasimi l'assalsero. Che cosa poteva averlo trattenuto? Una disgrazia od un tradimento: l'uno e l'altra orribili al suo cuore di donna innamorata. In certi momenti faceva a calmare lo spasimo della sua anima, la febbre della diffidenza che la occupava. Esponeva la fronte alla brezza della notte per farsene rinfrescare il sangue; si sforzava a sorridere come per compassione della sua follia, cui chiamava il senno a vincere e domare. Voleva pensare che alcuna bisogna lo aveva trattenuto; ma qual bisogna mai, mentr'egli le aveva più volte dichiarato che l'unica sua occupazione era un tempo il darsi spasso ed ora s'era fatto l'amore per lei? Che non avesse ricevuto l'invito di venire? Impossibile! Il mezzo ond'ella si serviva per farglielo pervenire era sicurissimo. Che cosa adunque poteva averlo impedito, se non qualche ragione fatale per essa?
Era la logica istintiva ed assurda dell'amore, la quale raramente sbaglia.
Quando già spuntava l'aurora all'orizzonte, Candida si ritrasse dal verone affranta come dopo una notte di febbre, confusa la testa, pieno di amarezza il cuore. Si gettò sul suo letto, il seno gonfio di pianto, senza pur avere lo sfogo delle lagrime; il corpo stanco chiedeva il riposo del sonno, ma un mulinìo turbinoso d'idee, d'immagini, di propositi nella testa, non la lasciava dormire. Si assopì pur finalmente in un sonno leggero, affannato dai più tristi e maledetti sogni. Sorse tardi, colle traccie in volto che parevano d'un sopportato malore.
Nel pomeriggio, sentendosi bisogno di prender aria fece attaccare i cavalli, e corse, come soleva un tempo, in una passeggiata senza meta. L'azzardo, la sua maligna stella la condusse in luogo dove la carrozza in cui essa s'abbandonava ai suoi turbativi pensieri, incontrò un'altra carrozza occupata da un'altra donna, la cui figura, l'abbigliamento e il contegno erano tali affatto da chiamare l'attenzione di chicchessia.
Qual istinto segreto è quello che alberga nell'essere sensitivo della donna e lo avvisa dei pericoli che lo minacciano per quanto coperti essi sieno, dei nemici nascosti che gli si presentano nel cammino? Candida, all'aspetto di quella donna sentì una scossa interiore, come un urto nell'anima. Si tirò su della persona e incrociò lo sguardo con quello della sconosciuta, la quale a sua volta lasciò lo sguaiato abbandono in cui stava sdraiata per esaminare con attenzione quasi insolente la contessa che passava. Fu un ratto istante, poco più d'un baleno in cui le due carrozze si passarono a fianco, al trotto serrato dei cavalli; ma in quel fugace momento le due donne ebbero campo pur tuttavia, con quel meraviglioso loro sguardo complessivo, di vedersi in una a vicenda le sembianze, i modi, le vesti, i difetti della bellezza e del gusto. Candida dovette giudicare senz'altro che quella giovane — poichè la era giovane — non apparteneva nè alla sua classe nè ad alcun'altra di donne oneste. Era sfarzosamente vestita di stoffe abbaglianti, ma come tale che più si compiace di attrarre addosso a sè l'occhio dei riguardanti che non di contentarlo con acconcia armonia di colori ed avvenenza di complesso. Sulla faccia non brutta, ma più provocante che bella, eravi troppo belletto, troppa sensualità e troppa impudenza. Il più strano di quel volto erano certi occhi verdi del color del mare, acuti, ora freddi come una lama d'acciaio, ora ardenti come la voluttà, ora feroci come quelli d'una tigre. Piantandosi in faccia a qualcheduno parevano dilatarsi e sprizzar fuori un fascio di raggi acuminati, per così dire, che vi stillavano nel sangue a seconda o il gelo del sospetto, d'una soggezione indefinita, quasi d'una paura, oppure nell'uomo il fuoco dei desiderii sensuali. C'era in quello sguardo alcun che dell'animale selvatico non affatto addomesticato, in cui la prisca selvaggia natura ricomparisce a tratti sotto la spalmata vernice della coltura.
Quella donna sentì forse ancor essa che nella vita di Candida doveva intrecciarsi la sua e l'una sull'altra esercitare un fatale influsso a vicenda, funesto troppo per la nobil dama? Il vero è ch'ella saettò sulla contessa uno di quei suoi sguardi felini di cui Candida non potè sostenere l'incontro, ne fu tutta conturbata in quell'atto, e dopo appena oltrepassata la carrozza ne provò lo sdegno maggiore come di ricevuto oltraggio.
Si piegò ella verso il cocchiere e gli domandò con indifferenza non affatto sincera:
— Conoscete voi chi sia quella donna?
Il cocchiere fece un certo atto colle spalle e sorrise in certo modo che dicevano di molto.
— Peuh! Diss'egli. La signora contessa ne avrà udito a parlare. È quella tale che fin dalla primavera ha preso in affitto la _Villa-lunga_, a poche miglia qui distante.
— Ah! Fece la contessa che in vero aveva sentito alcuna cosa di quell'avventuriera. È una ballerina, credo....
— Mah! Se ne dicono tante sul suo conto! Il più certo pare che fosse una di quelle che saltano sui cavalli. La chiamano ancora _La Leggera_. Dicono che qualche considerevole personaggio l'ha tolta dal dorso dei cavalli per metterla in un elegante appartamento con mobili, servitù, carrozza all'avvenante. Anzi si bisbiglia che i protettori sieno più d'uno. Quel che è certo, si è che nella _Villa-lunga_ c'è baldoria tutti i giorni: conviti, festini, balli, giuoco tutta la notte..... e peggio, che non si finisce mai; e vi accorre gran gente d'ogni fatta; e si spendono allegramente dei gran denari.
Candida — e non sapeva il perchè — ascoltava con molto interesse le parole del suo cocchiere. Ad un punto s'accorse di questo suo eccesso di curiosità non troppo degna, e vergognatasene, arrossì leggermente.
— Non vi ho domandato la storia di madamigella _Leggera_: diss'ella con accento più severo di quello che il bisogno non fosse, e si ricacciò in fondo la carrozza, tornando a darsi in preda ai suoi confusi e disordinati pensieri.
Chi le avesse detto che quelle volte in cui Luigi era stato veduto in quei dintorni, prima ancora che essa lo conoscesse, egli o veniva dalla _Villa-lunga_ o vi si recava a passar la notte in quelle baldorie della _Leggiera_! Chi le avesse detto che quel giorno stesso in cui il temporale lo fece riparare al castello di lei, Luigi era diretto a quella volta!
Due giorni dopo quell'incontro, la cameriera, fosse per interesse che sentisse verso la padrona, fosse per malignità femminile, trovò modo di far capire alla contessa che Luigi la sera innanzi era stato visto in que' luoghi e la mattina medesima era stato incontrato sulla strada per a Torino. Ora al castello egli non s'era lasciato vedere. Candida sentì quella certa spina infitta nel cuore dar sangue dolorosamente.
E perchè il suo pensiero corse allora a quella donna che aveva incontrata per via?
Il conte era allora al castello; Candida non poteva chiamare Luigi a sè perchè venisse a scolparsi; gli scrisse quattro pagine di rimbrotti e di accuse, invitandolo a difendersi per lettera ancor egli. Luigi rispose laconicamente affettuoso. Essa aveva fatto riguardo alla mancanza di quella notte mille supposizioni ed accolto mille sospetti; ma, diceva egli, aveva dimenticato la cosa la più semplice ad immaginarsi, che era la vera: esser egli, cioè, quel giorno stato preso da un malore che non gli aveva concesso la gita. Esser vero, soggiungeva, che una notte aveva egli passato nei dintorni del castello, ma ciò aver egli fatto per conseguir modo di poter meglio accostarsi a lei, di fare che più liberi e più frequenti potessero essere in avvenire i loro convegni. Le avrebbe spiegato a voce il mistero.
Difatti pochi giorni di poi questa spiegazione avvenne. Il conte si allontanava di quando in quando, ma non facendone prima avvertito nessuno, Candida non poteva mandare il solito invito a Luigi. Era avvenuto così che il marito passasse eziandio la notte fuor del castello, senza che la moglie pur lo sapesse, credendo ch'egli tornasse ad ora tarda e, secondo l'usato, senza prendersi la briga d'andarla a disturbare per darle un saluto, rientrasse chetamente nel suo quartiere.
Dove si recasse il conte in quelle gite, Candida non si curava per nulla saperlo; ma pure, da alcune vaghe parole udite dai servi, aveva finito per indovinare che egli era alla _Villa-lunga_, dove il vecchio libertino passava le molte ore di sua assenza. Cotesta scoperta aveva fatto nell'animo della contessa una strana sensazione ch'ella medesima non sapeva spiegare. Da una parte le pareva questa come una nuova scusa al suo fallire alla fede coniugale, e insieme una nuova ragione di maggior libertà per essa, dall'altra sentiva una specie di ripugnanza e di sgomento al sapere che quella donna, di cui essa in quel solo vederla di sfuggita aveva portato sì avverso giudizio; che quella donna, dico, avesse attinenza con due uomini che maggiormente le appartenevano, il marito e l'amante; poichè Candida non dubitava punto che anche Luigi fosse stato là quella notte.
Una sera adunque che il conte, allontanatosi dal castello, mancava da più ore, Luigi comparve inaspettato agli occhi di Candida, la quale sola nella sua camera ruminando i suoi tristi pensieri, sentiva sotto l'influsso dei sospetti cambiarsi in profonda amarezza le primitive dolcezze dell'amor suo.
Al vedersi innanzi improvviso l'amante, essa gettò un grido di sorpresa e sorse come spaventata.
— Non ti sgomentare: disse col suo sorriso più amoroso Luigi; sono io... Io che anelavo al momento di venire a dissipare tutto quell'ammasso di brutti ed ingiusti pensieri che la tua lettera mi ha rivelato aver tu rammontato nella tua testolina riguardo a me.
La contessa guardò intorno con aria ancora smarrita.
— Mio marito è al castello; disse sommessamente. Potrebbe averti visto a venire, potrebbe vederti partendo. E' non entra mai di solito nel mio appartamento, ma pure...
— Rassicurati: rispose Luigi, prendendole una mano. Egli è là donde io vengo; l'ho lasciato a mezzo d'una partita di giuoco troppo interessante perchè egli l'abbandoni di tutta la notte. Mi sono affrettato a perdere tutto il denaro che avevo presso di me; poscia ho finto ritirarmi imbronciato colla fortuna ed irmene a fare svanire il cattiv'umore all'aria aperta. Avevo già ordinato mi si tenesse insellato il mio cavallo. In un salto ci fui sopra, e in un tempo di galoppo eccomi qua. Un'ora d'amore con te, anima mia, e poi ritorno colà che niuno avrà potuto pur notare la mia assenza.
Volle abbracciarla, ma essa freddamente si fece in là ed anzi levò da quella di lui, la mano che egli le aveva presa.
— Colà? Diss'ella con ironia sotto cui c'era sdegno e dolore. Dov'è egli questo colà?
Luigi accennò a rispondere, ma Candida non glie ne lasciò, prorompendo con impeto:
— Tacete! Non voglio nemmanco udirlo dalla vostra bocca. So tutto. Voi pure v'imbrancate all'impuro corteo di _quella donna_.
Queste parole furono pronunziate con tanto disprezzo che il rossore ne salì alla faccia di Luigi. I suoi occhi s'infiammarono un istante tremendamente, e sulla fronte si disegnò quella certa ruga che i lettori già conoscono, ma fu un baleno, e cambiata rapidamente quell'espressione collerica, quasi feroce, in un sorriso, egli disse con accento pacato ed amorevole:
— Via, via, non esageriamo, Candida mia. Ecchè? Potresti tu avere il torto di credermi capace di fallire a ciò che debbo a te ed a me stesso? Non conservare quell'aria sdegnosa, mio dolce amore; non mirarmi oltre con quell'occhio irritato in cui mi è sì dolce, invece, veder la fiamma della passione. Guarda che con una sola parola io posso abbattere tutti i tuoi sospetti, e tu ti pentirai d'averli avuti..... Ebbene sì, senza imbrancarmi a quell'impuro corteo, come tu dici, io mi sono recato alcune volte alla _Villa-lunga_. Ma sai tu perchè?.... La vera e la sola cagione ne sei tu.
— Io? Esclamò la contessa stupita.
— Tu stessa; ripigliò Luigi ancora più amoroso nel suo accento e nel suo sorriso. T'ho scritto che ciò avevo fatto per potermi avvicinare di più a te. Perchè non mi hai creduto?
— Ma come?
— Sapevo che colà avrei trovato il conte; volevo che fra lui e me si stringesse tale attinenza che mi schiudesse liberamente la porta di casa tua. Ho io avuto torto? Impiegai tutta l'arte di cui sono capace affine di entrare nelle grazie di tuo marito. Egli mi ha già offerto di presentarmi a te ed invitato al suo castello. Ho accettato senza mostrare troppa premura per allontanare sempre meglio ogni sospetto. Un giorno o l'altro egli mi guiderà per mano a te dinanzi.
Candida rimaneva perplessa e non rispondeva. In codesto sentiva essa alcun che ond'era urtata la delicatezza della sua anima. Avrebbe preferito che il marito e l'amante mai non si fossero trovati a fronte nel suo salotto, che quest'ultimo mai non avesse dovuto lusingare con compiacenti parole il primo, e stringergli la mano come amico. Le pareva che ne sarebbe stato abbassato il loro amore. Vedersi soltanto nel mistero — che niuno della società cui essa apparteneva, lo sapesse — le pareva preferibile, più dignitoso, più confacente al suo sentire.
Luigi s'accorse di codeste impressioni che le sue parole facevano nell'animo di lei, e quindi si affrettò a soggiungere:
— Pensa che se ciò non avvenisse quando tu sii ritornata in città le occasioni di vederci sarebbero troppo rade e troppo pericolose per la tua pace e pel tuo buon nome.
La contessa crollò leggermente le spalle, come per significare che appetto all'amore ella considerava come cosa da poco tutto il resto del mondo.
— Ed a questo; continuò con più calore Luigi; io debbo tenerci più ancora che non tu stessa, e ci tengo.
Chi non sa com'è l'animo di donna innamorata? Quelle cose che a lei meno paiono acconcie diventano tali per essa, appena l'eloquente parola dell'amante ne la voglia persuadere. Con quanta facilità s'accolgono nel cuore di lei i sospetti, con altrettanta si dileguano alle proteste dell'uomo amato. Poco ci volle che Candida restò persuasa come d'ogni fallo era innocente Luigi e com'egli s'era adoperato pel meglio di tuttedue.
Diffatti qualche giorno dopo la contessa ebbe un rimescolo in tutto il sangue nell'udire sulle labbra del marito il nome del dottor Quercia.
Si era di tardo autunno ormai, e il conte soleva invitare alcuni conoscenti a partite di caccia nelle sue tenute. La vigilia di una di siffatte partite, il conte disse alla moglie in fin di tavola, dopo pranzo, come cosa di poco rilievo che allora soltanto gli fosse venuta alla mente:
— Ah! Domani mi prenderò la libertà di presentarti un nuovo ospite. Un giovanotto che ha abbastanza buone maniere per far dimenticare che non ha titoli; un certo dottor Quercia, medico senza clienti, e credo senza medicina.
Candida si volse dall'altra parte con un pretesto qualunque per nascondere il suo subito turbamento. Il conte non aggiunse altro: nè dove lo avesse conosciuto, nè come; la contessa non domandò nulla, e non se ne parlò più.
Luigi aveva saputo realmente andare ai versi del vecchio conte, e ricevuto il primo invito, seppe far di guisa da diventare in breve famigliarissimo di casa.
Tornati a Torino il conte e la contessa, questa domestichezza non solo si continuò ma si accrebbe.
Il mondo susurrò, poi parlò senza ritegno, prima indovinò, poi seppe. Le migliori amiche della contessa compassionarono perfidamente la povera donna che si perdeva in una tresca indegna con un uomo che non si sapeva chi fosse.
Gli ultimi a sapere queste cose sono sempre i mariti: ma il conte di Staffarda non era uomo da non vedere e da non capire. Cominciò per non dar più la mano a Luigi quando lo incontrava in qualche luogo o quando entrava nel suo salotto; si diede ad accoglierlo con un altezzoso sussiego che era quasi un'insolenza. Luigi usava tutti i mezzi che può un uomo di spirito per mostrare che non faceva attenzione a questo contegno del conte ma frattanto aspettava un'occasione affine di provocare una spiegazione che volgesse secondo quello ch'egli desiderava ed aveva in previsione immaginato. Il conte eziandio da parte sua cercava un'occasione per dire alla moglie il fatto suo, senza scene, senza scandali, con tutta la forbitezza e la disdegnosa indifferenza d'un vecchio libertino di marito allevato nelle tradizioni dell'elegante corruttela del secolo scorso.
Queste occasioni aspettate vennero per ambidue, e prima pel conte.
CAPITOLO XXIV.
Già s'era fatto tardi. Luigi erasi indugiato più forse che non solesse nel riposto stanzino della contessa. Nell'alto silenzio della notte, i sontuosi arazzi del gabinetto di Candida entro il superbo palazzo dei conti di Staffarda avevano udito suonare voci di rampogna e di sdegno (imperocchè l'amore fra quei due già ne fosse venuto allo stadio dei rimbrotti, delle accuse da parte di lei, delle impazienze e peggio da quella di lui; e vi narrerò di poi le fasi di questo periodo ed i torti e le colpe e — dirò fin d'ora la parola — l'infamia dell'indegno amatore), poscia voci più miti di perdono e di supplicazione sulle labbra della misera donna e per ultimo di tenerezza e di passione più concitata quanto più era stata lungamente repressa da altri sentimenti.