La plebe, parte I

Part 27

Chapter 273,815 wordsPublic domain

L'indifferenza abituale e beffarda della sua fisionomia, direste ora un po' simulata nell'atto con cui prende ed esaminar le carte da giuoco, dal valore delle quali dipende la sorte di quelle somme vistose in oro ed in argento che stanno in monete accumulate innanzi a ciascuno dei giuocatori. Dal suo occhio grigio e vivacissimo, l'unica parte del suo viso che conservi alcuna apparenza di gioventù, quasi direi di vitalità, partono a tratti a tratti lampi accesi, veri getti di fiamme, cui tosto s'abbassano a spegnere ed a velare le palpebre. Il mucchio di denari ch'egli tiene sul tappeto verde là al suo destro lato, è maggiore di quelli che stanno presso gli altri giuocatori. La sua mano affilata e bianca giuocherella sbadatamente colle monete; e soltanto alcuna rarissima volta si potrebbe notare in quella mano alcun movimento più secco, più convulso, come determinato da un sussulto, da un raggrinzamento di nervi. Un osservatore potrebbe, dopo sottile investigazione, conchiuderne che in quell'essere fatto apatico ad ogni cosa, una sola può tuttavia farne vibrare una fibra, che in quell'animo spento ad ogni passione, una ancora vi rimane e si suscita, ed è quella del giuoco. Quando perde, vede con volto inalterato passare i cumuli d'oro dalla sua alla parte dell'avversario; quando guadagna gli è con una superba freddezza che le sue dita sottili tirano le vinte monete verso il mucchio che gli sta davanti: ma gli è nel prendere le carte che la sua mano ha quelle certe lievissime contrazioni, gli è quando l'avversario le batte che il suo occhio, affissandosi su di lui, mandano quelle cotali faville.

Per sua ordinaria abitudine, ogni qual volta parla con qualcheduno, egli serra le ciglia ed usa guardare il suo interlocutore «come vecchio sartor fa nella cruna,» se non che a questo suo stringer degli occhi egli sa dare le più varie e diverse espressioni; ora di una specie di bonarietà fiduciosa, ora di una ironia profonda, ora, ed è il più frequente, d'un orgoglio che tocca l'impertinenza. Adesso ch'egli giuoca, codesto sogguardare è più intenso, direi quasi, e più maligno che mai. Da quelle sue ciglia socchiuse pare che scocchino vere puntine sottili d'acciaio a ferire gli occhi entro cui si piantano.

Questo personaggio si chiama Amedeo Filiberto Langosco conte di Staffarda; ed a quanti aveste a quel tempo chiesto di lui in Torino, tutti vi avrebbero risposto che era il più perfetto e il miglior gentiluomo che vi fosse.

Nato quando appunto era incominciata la rivoluzione francese che doveva abbattere i privilegi di casta, egli apparteneva ad una delle più antiche famiglie della più privilegiata aristocrazia piemontese. La sua stirpe feudale aveva conservato di primogenitura in primogenitura la maggior parte delle vaste tenute che erano state concesse in beneficio ai suoi antenati nella divisione delle terre fatta colla legge del più forte dai nordici invasori, a cui appartenevano. L'asse patrimoniale era stato accresciuto dalle graziose concessioni dei sovrani, alla causa dei quali essi erano stati dei primi a disposare la loro, dai vistosi stipendi goduti, dalle commende acquistate pei servigi resi allo Stato, per le arti cortigianesche presso il principe.

Il padre di Amedeo Filiberto possedeva due o tre villaggi e tre o quattro cariche di Corte. Il palazzo dei conti di Staffarda, fabbricato nuovo in uno dei quartieri nuovi della città rinnovellata dopo la pace d'Utrecht, con disegno del celebre Juvara, sta uno dei pochi monumenti di vera arte architettonica del secolo scorso che esistano in Torino. La grandiosa sontuosità di esso — forse troppo solenne — non è superata da nessun'altra, per quanto signorile, fra le abitazioni dei privati. Alla magnificenza delle forme esteriori corrisponde intieramente lo sfarzo degl'interni ornamenti ed addobbi, dipinti, intagli in legno, dorature, arazzi e tappeti; ma anche tutto questo ha un'aria solenne, a cui aggiungendosi ora la vetustà, ne riesce un'apparenza melanconiosa più che non si potrebbe dire. Sotto le ampie volte di quelle sale fatte scuriccie dalle pesanti cortine, innanzi a quelle preziose antiche tappezzerie d'alto liccio a gran personaggi ed a grandi fiorami, in cospetto a quelle forme di mobili che appartengono ad un secolo spento, uno si trova rimpiccinito, quasi perduto, come fuor di luogo, e gli pare che la sua personalità, le foggie del suo vestire, le idee che sono nella sua testa stonino affatto con quell'ambiente che là si trova.

Un inesplicabile fastidio, un'uggiosa tristezza direste che emanino da quelle pareti, che regnino sovrani in quel cortile quadrato colle finestre a cartocci di genere _rococò_, sotto gli alti archi di quelle gallerie, come in volto ai ritratti polverosi degli antenati, che si schierano a costa l'un dell'altro, contando la storia di dieci secoli nelle date scritte sulle cornici dalla doratura annerita dei loro quadri.

Gli era in questa temperie che Amedeo Filiberto aveva passata la più triste e noiosa infanzia che possa toccare a creatura umana.

Suo padre, ciambellano di Corte, non pensava che ai suoi cavalli, alle sue partite di caccia, ai suoi uffici di cortigiano, alle sue belle, che con iscandalo manteneva spendiosamente; la madre era tutta presa dalla galanteria, che dalla Francia di Luigi XV aveva passate le Alpi ed aveva finito per piantarsi dominatrice anche intorno l'onesta Corte di Savoia; per l'uno e per l'altra l'ultimo soggetto della loro preoccupazione era il figliuolo che il più spesso riuscivano ad obliare, come appunto era lor desiderio.

Amedeo cresceva abbandonato alle cure d'un prete zotico ed ignorante, che lo annoiava di latino mettendo tutta la sua cura a insegnargli niente, egli che con la sua prosopopea non sapeva di niente. Sotto la cotta del prete c'era il villano rifatto che era gonfio di orgoglio coi suoi pari sopra cui credeva essersi innalzato, ed umile piaggiatore verso i titolati che gli davano il pane; un che di mezzo fra il domestico e il parassita, impertinenza da questa, servilità da quella parte, la crassa ignoranza su tutto.

Il padre e la madre, il bambino sapeva appena che esistessero. Se non li avesse visti una volta alla settimana, il mattino della domenica, avrebbe potuto avere di loro la stessa idea confusa che gli davano di Dio i barocchi insegnamenti del precettore. Quel momento in cui veniva introdotto alla presenza dei genitori, era per Amedeo un momento solenne che gli destava nessuna impressione di gioia, nessun movimento d'affetto, si invece un sentimento di soggezione, quasi di paura.

Gli era nel gran salone dell'appartamento da ricevere dove stavano il conte e la contessa; questa ordinariamente seduta sopra il seggiolone, dura stecchita nel suo busto, pettinata ed incipriata in grande acconciatura, con uno specchio in mano a guardarsi il bell'effetto seducente dei finti nèi sparsi con arte sulla sua faccia imbellettata, il marito dritto per solito presso la finestra fischiando fra i denti un'aria di caccia che accompagnava col tamburinar delle dita sui vetri.

Il bambino veniva introdotto, tenuto, quasi tirato per mano dal prete. Ci entrava con una segreta riluttanza che non osava manifestarsi, ma che gli faceva sembrare sempre più fastidioso e più grave quel momento. Se lo avessero lasciato fare e' sarebbe scappato le mille miglia lontano.

— Siete qui Amedeo? Diceva con sussiego la madre, staccando per un momento lo sguardo dallo specchietto affine di volgerlo sul figliuolo. Dio! com'egli cresce giorno per giorno questo disgraziato!

Tendeva con atto solenne e di protezione le dita della sua mano sovraccariche di anelli verso il piccino, il quale deponeva un timido bacio su quelle falangi che uscivano fuori del mezzo guanto.

— È egli buono il vostro allievo, Don Tabusso? Domandava la contessa col tono indifferente di chi chiede ad alcuno le novelle del suo cagnuolo, alzando un momento i suoi occhi brillanti in faccia al prete che si profondava in una riverenza.

— Buonissimo.

Il padre lasciava la sua finestra e s'accostava a passo lento.

— Che cosa gli fate studiare al contino? Diceva svogliatamente. Il Mandosio?... Non rompetegli di troppo la testa. Capite bene ch'egli di tutte le vostre bazzecole non ne avrà da far nulla mai.

Poneva la sua mano sul capo del figliuolo e soggiungeva:

— Ti piacerebbe più imparare la scherma e andare a cavallo, non è vero? Sta buono che fra pochi anni ti metterò il _fioretto_ in mano, ti comprerò un cavallino e ti darò per aio un cavallerizzo.

La madre gli pizzicava la guancia destra, facendogli alcune ammonizioni a mezzo labbro; il padre _piroettava_ sui suoi talloni da agile ballerino di minuetto ch'egli era, e il bambino veniva — sempre per mano del prete — ricondotto al fastidio grave e continuo della sua solitudine.

Quantunque a lui la Provvidenza avesse dato ricchezza e una famiglia, ben potevasi tuttavia ascrivere alla infelice schiera dei derelitti, in quanto che, scevrato d'ogni affetto, vivesse solo, senza compagni, in mezzo alla poco nobile compagnia d'un corrotto e oziante servitorame.

Il destino gli avesse almeno conceduto dei fratelli! Ma no: solo a quell'ostico studio, solo al sollazzo, solo in quel vasto palagio pieno di ombra e di silenzio.

Ad interrompere quella uggiosa monotonia venne il terremoto, un compiuto cataclisma — la rivoluzione francese, che come la lava d'un vulcano in eruzione si sparse per tutta Europa.

La contessa che aveva fatto strette relazioni con alcuni emigrati francesi nel tempo ch'essi erano rimasti alla Corte di Torino, fuggì con loro in Germania; il conte, uomo coraggioso, si pose alla testa d'una di quelle bande che uccidevano i francesi sbandati e i _giacobini_ isolati per amore del re legittimo e della religione cattolica; e la durò finchè un giorno, sorpreso in una forra egli ed i suoi uomini da un drappello di truppa repubblicana, piuttosto che arrendersi, lasciò che una palla gli spaccasse la testa. I beni della famiglia furono sequestrati; dall'alto della facciata del palazzo fu atterrato lo stemma dei conti di Staffarda; in quelle belle sale venne a crogiuolarsi la democrazia d'un commissario francese qualunque.

E Amedeo Filiberto?

Preso da un parente lontano, che viveva in provincia, passò da una solitudine ad un'altra, da una uggia ad una peggiore. Quando fu in caso di portar le armi, e' si partì ed andò a sostenere il grado di sottotenente nei reggimenti stranieri di cui allora si serviva l'esercito inglese. Visse qua e colà la vita scioperata dei campi e delle guarnigioni, senza amare, senz'essere amato, senza provare menomamente il bisogno d'un affetto. A forza d'essere privo d'ogni amore, il suo cuore ne aveva perduto ogni bisogno, come ogni stimolo. Una specie di atrofia l'aveva inaridito. Le forze della giovinezza che cercano e trovano solamente sfogo nella passione, sviate da tutto ciò che è sentimento, si volsero precipitose e prepotenti a tutto quanto è vizio. L'ardore della voluttà, le ansie del giuoco, gli eccitamenti dell'ebbrezza la più volgare tennero luogo in lui dei diletti soavi e dei trasporti dell'amore. A 26 anni, nel 1814, succeduta la ristaurazione, e' gettò via l'uniforme rossa e tornò in patria, logoro, disgustato, bacato nell'anima ed affralito di corpo. Si trovò in faccia con uno spettro imbellettato, un vero _revenant_ del secolo spento, sua madre, cogli stessi sentimenti, cogli stessi nèi finti sulle guancie, cogli stessi modi, colle stesse abitudini, ma colle rughe in più sulla faccia e con diciasette anni di vantaggio sulle spalle. Si guardarono stupiti come una spiegazione ridicola d'un enimma di cui si fu lungo tempo curiosi. Nel petto loro non sentirono battere l'un per l'altro a vicenda, nemmanco un'apparenza di cuore. La madre si sgomentò di trovarsi innanzi un figliuolo così vecchio: il conte ebbe difficoltà a reprimere un sorriso nel vedere gli atti e l'aspetto di quella poppatola vecchia, imbellettata e mascherata da giovane. Fra di loro nessuna corrente di simpatia, nessun legame di fiducia, nessuna comunanza di sentimenti. Vissero come estranei, vedendosi raramente, quantunque abitatori del medesimo palazzo, finchè la contessa andò ad abitare il monumento sepolcrale della famiglia nella chiesa dell'antico feudo, restituito dalla ristaurata monarchia, monumento cui la fittizia pietà del figliuolo ornò di due statue e di una epigrafe latina di più in onore della memoria materna.

Amedeo Filiberto era proprio solo nel mondo. Non aveva amici, perchè il suo carattere non era simpatico a nessuno. Anche in amicizia è vera la profonda massima scritta in una sua novella dal Boccaccio: se vuoi essere amato, ama. E chi amava egli il giovane profondamente blasé, se non appena se stesso? Ebbe compagnia di parassiti, di mezzani, di cozzoni, di cortigiani, di complici nelle orgie; non ebbe nè amante, nè amico. Al matrimonio ci pensò — ma per giudicarlo una catena e un giogo che non avrebbe mai voluto portare.

Il giuoco e i soverchi dispendi gli avrebbero consumato il patrimonio, se il re non glie lo avesse salvato con un _biglietto regio_, per cui s'imponeva ai creditori di non molestarlo oltre, e di contentarsi di essere pagati a centellini del capitale, perdendo gl'interessi[11].

[11] Queste cose, che ora sembrano incredibili, succedevano allora nel nostro paese. Quando un nobile era troppo perseguitato dai suoi creditori, il sovrano lo traeva dalle peste in siffatta guisa, ma bisognava che egli fosse proprio nobile di tutti i quarti. Così rispettavasi a quel tempo la giustizia civile!

Sei anni prima del giorno in cui lo vediamo introdotto nel nostro racconto, egli aveva fatto strabiliare tutta la elegante società torinese, e massimamente coloro che lo conoscevano più davvicino, annunziando il suo matrimonio con una delle più belle ragazze della città, madamigella Candida, figliuola del ricco barone La Cappa.

Il conte di Staffarda aveva 52 anni e ne mostrava 60; la sua sposa ne aveva 18 e compariva di 16. Egli era pieno di debiti, ed ella recava un mezzo milione di dote allo stringer del contratto, forse più di due milioni d'eredità alla morte del padre.

La spiegazione di questo mistero era la seguente:

Anatolio La Cappa era un nobile di fresca data che avrebbe sacrificato la metà della sua ricchezza (la quale eragli pure la cosa la più cara del mondo) affine di poter vantare senza menzogna di compilatori d'alberi genealogici un lungo ordine d'avi illustri con sangue azzurro di centinaia di generazioni. Egli aveva bensì una galleria di ritratti di antenati, ma suo padre — primo a portare il titolo di barone (ed era stato barone dell'impero) — li aveva comperati belli e fatti e polverosi da un rigattiere. La fantasia di un araldista aveva inventato per ciascuno di essi un nome, una qualità, una carica ed una data. L'avolo dell'attuale barone era stato commerciante, e la tradizione di ciò — il che scottava tremendamente al padre di Candida — non si era ancor affatto perduta in Torino. Il padre aveva incominciato ad innalzarsi col favore appunto delle ricchezze ammassate dal commercio dell'antenato. Il figliuolo del bottegaio era entrato nella magistratura, divenuto presidente o che so io, ed insignito del titolo di barone, cui ristaurata la Casa di Savoia, ottenne per gran ventura di avere riconfermato al suo nome. Il figliuolo era entrato nell'amministrazione, si era spinto su, parte per merito, parte per protezioni, che sapeva accortissimamente procurarsi e sfruttare, alle prime cariche dello Stato, si era coperto il petto di croci d'ogni ordine cavalleresco, aveva acquistata un'autorità, un'influenza delle prime ed aveva inoltre avuto il talento di saper accrescere ancora il patrimonio raccolto dall'avo, già aumentato dal padre.

La fortuna, in ciò solo avversa, gli aveva negato un figliuolo maschio. La sua Candida avrebbe adunato in sè tutte le glorie e tutti i denari dei La Cappa. Il padre, ambiziosissimo per sè e per lei, voleva ad ogni modo imbrancarla con una delle più antiche e delle più illustri prosapie della nobiltà torinese.

Il conte Langosco s'incontrò col barone e con sua figlia, un autunno, alla villa d'un comune conoscente. La fresca gioventù di Candida, rincalzata da una pura ingenuità di modi, di sembiante, di parole, accese un ultimo ardore stantio nel sangue corrotto del vecchio libertino.

A trent'anni, quando aveva l'audacia e la spensieratezza di Don Giovanni, avrebbe tentato sedurla. A cinquanta, con qualche reumatismo nelle ossa, fiacco della persona e poco acconcio ormai alle scalate dei balconi ed alle frasi incendiarie, sentì una certa tal quale lusinga del suo egoismo nel pensare ad una brava donnina che facesse da curatrice amorosa alle sue infermità, e che rallegrasse l'ora dell'addormentarsi ed il momento dello svegliarsi la mattina con un visino color di rosa, assai più gradevole a vedersi, che non la faccia senza garbo di un domestico.

Alla prima idea che gli balenò allora alla mente del matrimonio, il conte rise di se stesso a gola spalancata, e si promise di chiudere la porta del suo cervello ad ogni simile pensiero biscornuto, diceva egli con un sogghigno, che osasse ancora presentarglisi innanzi. Ma il giorno dopo, il barone La Cappa fu leggermente indisposto, ed il conte, come gli altri ospiti della villa, si recò a visitarlo nella sua stanza. Colà vide Candida nell'esercizio di uno dei più preziosi e cari uffici che la natura abbia affidato alle donne, quello di suora di carità; — e ancora la pietà naturale in essa addoppiata dall'affetto di figlia; — e le ironie del suo scetticismo si trovarono spuntate innanzi all'idea del matrimonio, che profittò di quell'occasione per ricomparire più ardita di prima. Candida, seduta presso il letto di suo padre con un lavoro in mano, gli parve mandare in quella stanza, traverso la sua modestia, una luce benigna e riconfortevole. Pensò alle lunghe ore ch'egli passava nella sua solitudine, quando il male lo inchiodava sopra il suo letto nelle ombre pesanti della sua alcova cortinata; e non ostante tutte le promesse che s'era fatto non iscacciò con mal garbo la bandita idea, ma anzi se ne compiacque. Ad un tratto sentì nascere in sè un sentimento che fino allora non s'era ancora mai manifestato: la voglia di continuare la nobile antica razza a cui aveva l'onore di appartenere. Gli parve un suo debito supremo codesto, grave colpa il non adempierlo. Che? Nessuno ci sarebbe stato, che, lui morto, com'egli aveva fatto per la madre, aggiungesse nella cripta del sepolcro famigliare un monumento ed un'epigrafe a ricordarlo? Nessuno più a portare negli alti gradi dell'esercito, o nelle ambasciate, o nelle sale della Corte colla chiave d'oro sulle reni, il fastoso, illustre nome di Langosco di Staffarda? Come non aveva egli pensato mai fino allora col dovuto orrore a tanta jattura della vera nobiltà e del paese? Finchè si era in tempo — e si era egli veramente ancora in tempo? in quel momento il conte osava sperarlo — finchè si era in tempo doveva affrettarsi ad antivenire un tal pericolo.

Siffatti pensamenti occuparono la mente del conte fino all'inverno, quando, raccolta di nuovo nella capitale tutta la società aristocratica, egli tornò avere l'occasione di trovarsi in presenza dei belli occhioni neri e delle lussureggianti chiome corvine di madamigella Candida.

Allora, per maggior stimolo ad affrettare quella decisione che pur tuttavia stentava a costituirsi e fermarsi, avvenne che i debiti dessero maggior fastidio al conte scialacquatore, e nella sua distretta, gli apparissero quali salvatori i denari della dote di Candida che facevano come un'aureola d'oro intorno alla bellezza della giovinetta. Si determinò ad un tratto al passaggio di questo rubicone matrimoniale. Che la sua domanda potesse venire respinta, egli non lo sognò neppure. Aveva troppa coscienza del vantaggio che gli dava il suo antico casato, troppo riteneva per impareggiabile l'onore di portare il suo nome, sapeva troppo la smania del barone di affratellarsi colla nobiltà _vera_, per dubitare un momentino che la sua proposta non venisse accolta col meritato entusiasmo. Quanto al consentimento di Candida ed a quello che potesse avvenire nel cuore di lei, egli non se ne preoccupò menomamente. Apparteneva ad una società in cui i matrimonii sogliono intendersi e conchiudersi dietro dati tutto diversi da quelli delle reciproche simpatie e della comunione dei sentimenti.

Fece dunque la sua domanda, e il fatto diede ragione alle sue superbe previsioni. Il barone aveva fino allora invano tentato il terreno di qua e di là, per trovare un vero discendente dei paladini delle crociate, al quale piacesse guadagnare con un semplice sì la mano, la gioventù, la venustà ed i milioni di madamigella Candida. Ben è vero che questa non aveva che diciott'anni, ma il barone era premuroso di godere della gioia di vedere la figliuola innalzata a quell'altezza a cui la voleva spingere nell'olimpo degli Dei terreni, di vederla cinta di quello splendore, del quale ben contava seco medesimo che un riflesso avrebbe riverberato su di lui.

Il conte di Staffarda non era più giovane — ma la sua stirpe era tanto antica!; non aveva fama di morigerato — ma nella distinzione delle maniere non aveva chi lo superasse; aveva una infinità di debiti — ma il suo palazzo, il castello e le terre del suo feudo erano inalienabili, vincolate in un maggiorasco, e Candida aveva una fortuna che si acconciava proprio a dovere colla grandezza e collo splendore del nome.

La possibilità d'una opposizione da parte della sua figliuola, non fu nemmanco ammessa dal buon genitore. Ed invero la giovanetta non pensò menomamente a ribellarsi alla volontà paterna. Era stata allevata con questa idea; la felicità del matrimonio le era stata indicata nella purità nobiliare d'un blasone. Si era insinuato in lei la convinzione che il genere umano era diviso in ischiatte, una sovrapposta all'altra, e che la superiore soltanto meritava il suo riguardo; tutti gli uomini delle caste inferiori erano poco più che animali soggetti, bene o male addomesticati.

— Avrai diritto di sedere a Corte, le disse il padre trionfante, e potrai essere, sarai fatta di sicuro dama della regina.

Questo le parve un gran che. Certo avrebbe preferito che tutti questi vantaggi le venissero innanzi rappresentati da un giovane e leggiadro cavaliere; ma dove e quando mai si può ottenere tutto ciò che si desidera? Il suo cuore non aveva ancora parlato; l'educazione fornitale e il modo di vita adottato erano tali da impedirgli anzi che parlasse, contento di far tranquillamente il suo dovere d'organo essenziale alla vita. Non ebbe nessun trasporto di gioia, non travide colla fantasia nessuna regione dorata nell'avvenire fra nubi di rose con amori sorridenti; ma senza la menoma riluttanza si dispose a pronunziare quel monosillabo fatale da cui tutta l'esistenza, tutto il suo destino dovevano dipendere, senza più redenzione.

Quel giorno in cui essa andò innanzi all'altare, ad inginocchiarsi sul cuscino di velluto rosso gallonato d'oro per mettere la sua fresca manina nella destra asciutta del conte, potevasi scorgere una nube di mestizia onde, a dispetto di tutto, era circonfusa la bella di lei figura.

Quanto a bellezza, nessun indiscreto avrebbe potuto desiderare di più in una creatura di ossa e di carne. Un pallore che si sarebbe potuto chiamar pensoso, rendeva più brillanti i neri occhi della giovane, colla cui pura e bianchissima fronte si accordavano a meraviglia i bianchi fiori d'arancio della sua corona e del mazzolino appuntato al suo petto.

Ho detto pensoso il pallore della sposa in quell'istante, perchè diffatti la mente di lei era occupata da mille confusi pensamenti, da dubbi e paure, da un'incerta temenza e peritanza che parevale un presentimento. Era come se, affacciandosi alla soglia di un'abitazione ignota, sentisse ad un tratto una voce gridarle nell'anima: — prima di avventurarti là dentro, guarda quello che fai!