Part 26
«Ed ecco quindi come anche la società ne riesce ad avere un danno più grave di quel che paia. Avrebbe potuto contare un buon operaio, un onesto agricoltore, un lavorante, insomma, che avrebbe concorso alla produzione della ricchezza comune; invece ne ha fatto per tanto tempo un consumatore improduttivo, e ne' più de' casi si è preparato un membro cancrenoso che diffonde il guasto intorno a sè.
«Quando il bisogno urgente della patria lo vuole, allora va benissimo che si passi sopra ad ogni altra considerazione, e tutti quelli che valgono accorrano a recare il braccio ed il sangue in difesa della sicurezza comune, ma in tempi ordinarii, quel sistematico sottrarre una parte della gioventù agli utili lavori, che è la coscrizione annuale, mi pare la più ingiusta barbarie che abbia saputo inventare la nostra vantata ma troppo manchevole civiltà. Più progrediti di noi l'Inghilterra e gli Stati Uniti d'America che non conoscono questo tremendo tributo, cui introdusse l'ambiziosa sete di dominio di Napoleone, e cui condannò pur tuttavia egli stesso negli ozi di S. Elena.
«Ma lasciamo codesto. Quasi una settimana io restai in casa di quei buoni campagnuoli, e quando mi partii, e' mi fecero mille sollecitazioni perchè rimanessi con loro, che un boccon di pane non mi sarebbe mancato più mai. Il mio destino mi traeva qui. Quando ci arrivai una delle prime persone in cui m'imbattei fu Graffigna.
«— Lo stupido animale che siete! Egli mi disse venendomi incontro con un'aria quasi minacciosa. Non solamente rifiutate la fortuna per voi, ma impedite che altri la colga. Voi avete avvertito Nariccia, e quel caro amico che il diavolo attanagli, ha fatto cambiare tutte le serrature. È una cattiva azione la vostra.
«— Sì, risposi sogghignando con disprezzo, come fu buona la vostra di farmi scacciare di là.
«Egli si strinse nelle spalle.
«— Vi rincresce forse aver abbandonato quel dabbene scellerato d'un avaro che vi faceva vivere di stenti? Ho agito pel vostro vantaggio. Sicuro! Voi, contento di quel poco pane, vi sareste anneghittito come un minchione che siete, caro martuffino dell'amor mio, e non sareste mai più stato buono da nulla. Invece ora il bisogno vi aguzzerà l'ingegno e vi farà capire la morale del mondo. Sarete quanto prima dei nostri, ve lo predico io.
«— Mai! Dissi con tutta la forza del mio accento.
«Graffigna scrollò le spalle.
«— Peuh! Avete dei redditi da vivere? Vi è capitata qualche eredità dal mondo della luna?
«— Lavorerò.
«Egli ruppe in una risata secca e stridente:
«— Lavorare! Esclamò. Che cosa? Che mestiere è il vostro? E la forza dove la prenderete? Se non ci avete altra rivalsa, mi aspetto a vedervi morir di fame. Gira, gira, tirerete la vita coi denti, afferrerete il diavolo per la coda e finirete per essere dei nostri, ve lo dico io.
«— Ed io vi dico che voi non vi conosco, che non ho nulla da che fare con voi, e vi prego quindi a non parlarmi più, a non venirmi oltre fra i piedi.
«E con queste parole io lo lasciai.
«Girai tutti i fondachi di parecchie strade, ad ognuno dicendo che cercavo lavoro; non mi si chiedeva neppure che cosa fossi capace di fare, ma mi si rigettava, il più spesso di mala grazia. Stanco e scoraggiato, non sapevo più oramai a qual santo votarmi, quando in una di quelle strade che percorrevo vidi arrivare con gran fracasso un grosso carrozzone carico di viaggiatori e di bagagli. Una frotta di facchini si precipitava intorno a coloro che ne discendevano per offerirsi a portarne i rispettivi bagagli. Pensai che questo era intanto un modo di guadagnarmi qualche cosa; ma come aprirmi la strada in mezzo a quegli omaccioni che facevan ressa per contendersi la preda? E ci fossi anche arrivato, avrei potuto caricarmi di un pesante fardello com'erano i bauli e le casse che vedevo i facchini trasportare sulle loro spalle?
«Stavo guardando mestamente sfilarmi dinanzi e i viaggiatori che s'affrettavano verso le loro case e i facchini che li seguivano col loro carico, quando mi passò accosto uno di questi arrivati, la cui fisionomia o non mi era nuova, o mi era simpatica di tanto da ispirarmi fiducia più che non altri. Egli recava in sua mano un piccolo sacco da viaggio, ed a parecchi che gli avevano chiesto se volesse farlo portare da loro, aveva risposto con impazienza di no. Ebbi tanto ardire da fare un passo verso di lui, ed additandogli il sacco dirgli in tono pieno di supplicazione che me lo desse a portare; ma in quella il rossore mi saliva sino sulla fronte. Fosse il mio accento, il rossore, o l'aspetto, il fatto è che quel signore si fermò ad osservarmi.
«— Tu non sei di Torino? Mi diss'egli.
«— Signor no.
«— E ci sei venuto colla famiglia?
«— Non ho famiglia.
«— Come? Nessuno?
«— Sono affatto solo.
«Senza dir altro quel brav'uomo mi pose il sacco nelle mani.
«— Seguimi.
«Mi condusse in una delle principali strade ed entrò in una bottega da libraio che appariva aggiustata ed aperta di fresco. A quel punto riconobbi chi egli fosse, e dove l'avessi già visto. L'avevo veduto in casa di Nariccia, ed era quel libraio che aveva dato in pegno le casse di libri. Anzi queste benedette casse erano là ancor esse in mezzo a quella bottega, come se recatevi da poco tempo. Quell'eccellente uomo di libraio, come appresi di poi, aveva di nuovo avuta prospera la sorte, e dal _baraccone_ era passato ad una bottega considerevole, al di sopra della quale, negli ammezzati, aveva preso l'alloggio per la sua famiglia. Pagato tutto il suo debito a Nariccia, ne aveva ottenuta la restituzione del pegno; e quel giorno egli tornava da un piccol viaggio che aveva dovuto imprendere in una delle primarie città di provincia per cagione del suo commercio.
«Appena entrato egli nella bottega, un giovinetto, che stava dietro il banco, s'alzò con impeto e venne a gettarsi nelle braccia di lui, dicendo:
«— Buon giorno, babbo. Hai tu fatto buon viaggio?
«Il libraio lo abbracciò e baciò con molta tenerezza, e poi gli domandò della madre e dei fratelli. Il giovanetto rispose che erano sopra nell'alloggio, e allora tutti due sollecitamente s'avviarono verso la scala che dalla retrobottega conduceva al piano superiore. Ma mentre il figliuolo, correndo, saliva ad annunziare tutto festoso che era giunto il padre, questi s'arrestava ricordandosi di me, e, prendendomi il sacco di mano, accennava volermi dare qualche moneta in pagamento; ma poi, come cambiando avviso, ripose di nuovo in tasca la borsa che ne aveva tratta, e mi disse:
«— Aspetta qui un momento. Vado ad abbracciare i miei figli e mia moglie e poi verrò a discorrerla teco.
«Fui lasciato solo in quella bottega dove da tutte parti non vedevo che libri. Essi esercitavano su me una specie di fascino. Avrei voluto ad un tratto poterli esaminar tutti. Un ladro introdotto nella bottega d'un gioielliere piena di ori e diamanti, e lasciatovi solo, non ha più vive tentazioni di quella che io sentiva a quel punto. Quel sapere a cui anelava con tanto ardore l'anima mia, mi appariva là raccolto e fatto concreto in quei libri schierati nelle scancìe onde tutte le pareti erano coperte, rammontati in quelle casse aperte nel mezzo della stanza.
«Mi accostai a queste ultime. Al di sopra di una era appunto un volume che stavo leggendo e non avevo ancor finito quando venni scacciato da Nariccia. Lo presi in mano, quasi per atto meccanico, involontario; e pochi istanti dopo io era assorto nella lettura, avendo obliato tutto il resto del mondo.
«Fui interrotto ad un punto da una mano che si posò sopra la mia spalla. Mi riscossi, alzai la testa, mi vidi innanzi la faccia tutto stupita del libraio, e lasciai cadere il libro, coprendomi di rossore sino alla fronte.
«— Che stai tu facendo costì con quel libro in mano, e così assorto che non senti nemmanco la gente venirti addosso?
«— Mi scusi: diss'io balbuziando; leggevo e...
«— Tu leggevi? Mi stupisce già che tu sappia leggere, mi stupisce di poi che tu legga di questi libri. Quello è il trattato di economia politica di Say. Ora sai tu pure che bestia sia l'economia politica?
«Cedetti ad un impulso d'orgoglio e colla mia risposta gli feci conoscere che lo sapevo e che non ero digiuno di qualche idea intorno a quella disciplina, di cui, alla nostra Università, ancora oggidì non si trova neanche registrato il nome[10].
[10] La prima cattedra di economia politica fu istituita all'Università di Torino nella primavera del 1847, e fu chiamato a professarvi lo Scialoja. Parve quella allora una gran concessione liberale.
«Il libraio allargava tanto d'occhi.
«— Ma chi sei tu dunque? E come in quest'arnese? Qual mistero nascondi tu sotto quei miserabili cenci?
«Io esitai. Il primo mio avviso fu di dire a quel brav'uomo tutta la verità. In me il subitaneo impulso è sempre il migliore; gli è colla riflessione e col ragionamento che imparo a credere più conveniente la simulazione o i miseri consigli della diffidenza. L'offendere la verità è un peccato che quasi sempre si volge in danno di quel medesimo che lo commette. Anche dal lato dell'interesse, la sincerità è un buon partito da adottarsi: io ne ho fatto in tal occasione l'esperienza a mie spese. Se avessi detto le cose come erano realmente a quell'eccellente uomo, egli di certo avrebbe avutomi compassione ciò nullameno, e io non mi sarei messo nel brutto caso di perdere un giorno la sua simpatia e la sua stima; come avvenne pur troppo. Ma l'esitazione condusse tosto in me il timore e la vergogna. Non osai confessare le ragioni che dal mio villaggio mi condussero a Torino, quelle che dalla casa di Nariccia mi trassero sul selciato delle vie. Temei che se il libraio sapesse il vero, mai più non mi avrebbe accordato alcun interesse, come parevami da tanti indizi più che disposto a fare. Mi venne alla mente in quel punto la favola immaginata sul mio conto da Gian-Luigi per introdurmi da Nariccia, e la dissi macchinalmente, quasi ripugnante la mia volontà, condannandomi meco stesso di ciò pur nel parlare.
«La mia oscitanza e il mio imbarazzo apparvero certamente a quel bravo sig. Defasi (chè così chiamavasi) la timidità naturale e la pena impacciosa di un giovanetto che si trova con tali condizioni infelici nel mondo; epperò, compassionatomi assai e confortatomi a sperar bene nell'avvenire e nell'aiuto della Provvidenza, mi domandò che cosa volessi fare e quali progetti più mi arridessero. Risposi che ero fermo nella volontà di guadagnarmi la vita con qualunque sorta di lavoro anche il più umile, purchè onesto; ed egli, lodatomi assai di queste buone intenzioni, mi disse che tornassi poscia il domani da lui che avrebbe pensato ad alcun modo di darmi intanto qualche occupazione, e datomi, del piccolo servigio che gli avevo reso, un largo compenso che potesse bastare ad ogni mio bisogno per quella giornata, mi congedò con affettuose parole.
«Il primo mio pensiero, uscendo dalla bottega del sig. Defasi, fu quello di rifocillare il mio povero corpo affamato. Entrare in un'osteria un po' ammodo, con quei panni addosso, non osavo; più fiate passai e ripassai innanzi alle lucenti invetrate su cui stava scritto in caratteri d'oro restaurant, e la eleganza di quelle sale, che a me pareva allora la più sontuosa del mondo, mi toglieva ogni coraggio di pure approssimarmi a quelle tavole di marmo, a cui vedevo, traverso i cristalli, seduti signori riccamente vestiti.
«Mi ricordai ad un punto che non molto lontano dalla casa di Nariccia, nelle strette vie della parte più antica della città, eravi una bettola, della quale le apparenze, gli accorrenti e tutto erano in quelle più umili condizioni che alle mie si convenissero; e mi diressi allora con passo deciso a quella volta. Quella brutta e sporca bettolaccia — sporca moralmente e fisicamente — rividi stassera dopo assai tempo. Là dentro condussi a sfamarsi, come sei anni sono c'ero entrato io, quel povero bambino che ti ho detto aver trovato colà, in quelle luride viuzze, sul fango del lordo selciato. Al momento di porre di nuovo il piede in quel covo, uno strano superstizioso timore mi assalse. Fra quel tempo di cui ora ti narro e questo in cui vivo circondato dalla vostra amicizia mi pare sia avvenuta fortunatamente una soluzione di continuità. La tua carità, salvandomi dal suicidio, la vostra carità di tutti, facendomi intorno quasi un ambiente di famiglia, hanno scavato sto per dire un abisso tra quelle prime prove della vita e queste che attualmente mi toccano. Entrando in quella povera e sconcia osteria, mi sembrò per un momento ch'io movessi incontro a quel destino che oso sperare mi abbia abbandonato e mi esponessi al pericolo ch'esso mi riafferrasse. Dovetti superare una istintiva ripugnanza, quasi ammonimento di minacciante sventura.
«Quella bettolaccia, che ora ritrovai tal quale, era frequentata dalla peggiore ciurmaglia in cui si reclutano i ribelli all'ordine sociale, ladri ed assassini. I miei cenci non erano in disaccordo colla povertà del luogo e colla qualità degli avventori. Alla miseria ed all'ambiente di essa ero ausato quant'altri mai, perchè mi trovassi colà come a mio posto. Per pochi soldi ebbero ristoro i miei bisogni. Per più tempo di seguito presi poscia colà i miei pasti, finchè un giorno mi si fece innanzi in quella fetida, fumosa atmosfera, la faccia maliziosa e malvagia di Graffigna. Egli riprese da capo le solite insinuazioni sarcastiche e le tentazioni. Risposi seccamente che avevo trovato onesto lavoro ed onesto guadagno; abbandonai issofatto quel lurido antro, e da quel giorno non ci entrai più.
«L'onesto lavoro e l'onesto guadagno l'avevo trovato per davvero in casa del signor Defasi. La fortuna questa volta mi aveva sorriso, e dalla casa di Nariccia conducendomi a quella del libraio aveva cambiato la mia vita in tal guisa, che gli era come avermi fatto passare dai rigori i più crudi d'un triste inverno alla mite e soave temperie d'una fiorente primavera.
«Tornato dal sig. Defasi, com'egli mi aveva detto di fare, il giorno dopo quel nostro incontro, io n'era stato accolto con ancora maggiore umanità. In breve egli aveva assestato fra noi le cose a mio sommo vantaggio. La buona piega presa dal suo avviato commercio gli consentiva di avere un commesso, e mi proponeva di esser quello. Ragionevole era lo stipendio; e per mettermi in grado di provvedere alle mie prime necessità, ebbi una conveniente anticipazione di alcune mesate del medesimo. Egli non poteva prendermi seco ad abitare. Dovetti adunque cercarmi un alloggio, che trovai in quelle vicinanze in un'allegra soffitta, contro i vetri della quale veniva sollecitamente a percuotere coi suoi raggi dorati il sol nascente. Là vivevo solo, ma non sentivo la solitudine, imperocchè quasi tutte le ore del giorno passassi nel fondaco, e in quelle poche della sera e della mattina avessi meco la compagnia de' più alti spiriti che furono nell'umanità, i quali, i portati della loro immaginazione, della scienza, fecero concreti nelle pagine di libri immortali....
«Ah! che felice tempo fu quello ch'io passai nella bottega del libraio e nella mia povera soffitta! La mia intelligenza si aprì allora a tutti i più severi ammaestramenti, e con quell'ardore che possiede la mia natura si gettò sopra tutte le parti del sapere e in ognuna fece bottino, confusamente, incompiuto, disordinato, ma con tanto trasporto dell'anima!... Oh! le sere ch'io passava studiando al lume della lucernetta, sere beate, in cui pareva che nel mio pensiero si ripercotesse tutto il pensiero dell'umanità, che innanzi alla mia mente venissero a schierarsi tutte le idee che sono e furono e saranno patrimonio dell'intelligenza di questa audace stirpe d'Adamo! Oh le mattinate che io stavo meditando in faccia al sole sorgente nella sua aureola dorata, con sotto i piedi le miserie della città sonnecchiante, sopra il capo l'infinito! Chi me le rende quelle ore? Chi può dirne la soavità e la bellezza?
«Coll'erudizione qua e là afferrata, senza metodo e senza logica distribuzione accatastata nel mio cervello, sobbolliva pure, non soffocata, ma forse anco fatta più viva, una potente fiamma di poesia; quella fiamma che avevo sentito desta fin dai primi giorni, innanzi ai meravigliosi spettacoli della natura; quella fiamma che non aspettava se non la forza meravigliosa d'un affetto divino per diventar luce raggiante ed illuminare i misteri del mio cuore, i segreti della vita, le tenebre dell'universo....
«O poesia! Come t'amai e come t'amo, figliuola divina, che sei il sole morale nell'universo infinito delle intelligenze! E quanto ti debbo di gioie tremende, di superbi conati onde l'anima s'innalza, di voluttà supreme nella vita mentale! Ben disse un poeta che tu sei un elisire, di cui basta una goccia nel sangue d'un uomo a dargli più devozione alla patria, più amore alla sua donna, maggior grandezza all'esistenza. Coloro che entro le vene ne hanno due goccie, sono i forti nella sfera politica, regnano nell'eloquenza, e dettano le ammirevoli pagine della miglior prosa; ma quegli in cui questo elisire è il liquore stesso della vita, quegli è il re del pensiero nel primo dei linguaggi.
«Poesia ed amore!... Due termini della grandezza dell'anima umana!...»
Qui Maurilio s'interruppe; nascose un istante il volto fra le palme, e quando lo rialzò mostrò all'amico i tratti sconvolti e le guancie pallide più che non fossero prima.
— Ed ora, diss'egli, ho da svelarti il mio più caro e più importante segreto.... Ma debbo io svelartelo?
Giovanni gli prese una mano e gli disse con molto affetto.
— L'ho indovinato, il tuo segreto. Tu ami! Maurilio fu riscosso da un subito tremito, quasi convulso.
— Sì: rispose curvando il capo.
— Parla, dimmi tutto.....
— No..... non ancora..... Sono stanco, ho bisogno di rifletterci, lascia che io raccolga ancora le mie idee..... La notte è passata..... Questa sera ripiglierò il mio racconto, e ti dirò ogni cosa.
Un orologio suonò in quella con lenti rintocchi le sette ore.
Giovanni balzò con impeto giù del letto.
— Già le sette! E Francesco mi attende! Per fortuna ho buone gambe e, quantunque la sua casa sia così lontana, in due minuti sono da lui.
Corse fuori di casa. Mario era partito. Maurilio, rimasto solo nella stanza, appoggiò la testa alla sponda del letto e chiuse gli occhi, come dormisse. Ed era un sogno diffatti quello che si svolgeva nel suo eccitato cervello, ma un sogno da sveglio.
CAPITOLO XXII.
Noi ci siamo riservato il diritto (se vi ricorda) di introdurci nella sontuosa festa da ballo che aveva luogo nelle sale dell'_Accademia Filarmonica_, quella notte appunto in cui Mario Tiburzio raccoglieva i fili della congiura per affrettarne lo scoppio in rivoluzione, in cui Maurilio raccontava a Giovanni Selva una gran parte dei casi della sua vita.
Se non vi dispiace, venite, ascendiamo anche noi l'illuminato scalone, entriamo nell'ampia, vastissima sala che sta prima nell'appartamento signorile che occupa quella eletta società in cui concorre la parte più ricca della borghesia torinese.
Le sfarzose sale fanno risplendere le infinite loro dorature alle fiammelle di migliaia di doppieri. Dalla tribuna dell'orchestra nel gran salone, piovono onde d'armonia suscitate da quanti meglio valenti artisti conta la città. In faccia all'orchestra, sopra un palco tutto coperto di tappeti di velluto con frangie d'oro, sorge il trono per le LL. MM., ed ai lati i seggi dorati per le persone della Real Famiglia e della Real Corte, dalla presenza delle quali, dietro supplicazione dei soci, la festa dell'_Accademia_ viene onorata. Nel salone e nelle sale circostanti si accalca una folla elegante, fra gli abiti neri della quale spiccano brillantemente le decorazioni che ingemmano gli stomachi impettiti degli uomini d'importanza, i ricami indorati e inargentati degli abiti di Corte, gli spallini, i bottoni e le armi delle divise militari, e i diamanti e gli ori e le splendide acconciature delle dame.
Nello slargo che in mezzo al gran salone si è fatto fra la siepe fitta dei riguardanti si avvolgono in ispire concitatamente le coppie dei danzatori, cui, come sferza che flagella la trottola, sospinge ed incita il ritmo balzante della musica da ballo; mentre nelle sale vicine si allunga e si contorce come un serpente in riposo la coda di quelle coppie che lasciano ansimando affannosamente la danza e il salone da una porta, per rientrare, dopo il lento progredire traverso il cammino segnato da cordoni di seta, da un'altra porta e precipitarsi con nuova foga in quella voragine, in quel turbine della danza.
Nelle sale più lontane la folla meno densa consente ai gruppi degl'invitati di assettarsi sopra i soffici sedili e godere quel gran diletto del mondo che è il mormorare, in conversazione cui accompagna il suono travelato della musica. Colà esercita il suo impero sovrano la critica malignamente urbana, armata di malvagie insinuazioni e di più malvagie apologie; le donne passano colà al crivello le assettature di tutte le altre donne, fanno il conto addosso alle trine, alle sete, a quelle nebbie che sono le stoffe d'un abito di danza, ai gioielli, alle grazie, alla bellezza, allo spirito delle loro rivali. Ogni donna che mette il piede in una simil festa è rivale a tutte ed ha per rivale ogni altra che vi si trova. Colà si susurrano all'orecchio con sorrisi che dicon troppo le spiegazioni del lusso misterioso della tale e della tal altra; fiorisce l'aneddoto calunnioso su quelle labbra color di corallo, si lacerano con motti arguti le rinomanze di donne, da bellimbusti e da vecchi celibi che la pretendono allo spirito e che si fanno un giuoco dell'onore delle famiglie. S'incrociano, si emulano, corrono il palio, per vincere la più ingegnosamente crudele, quelle maledette ciarle che con tanta leggerezza assassinano la fama altrui.
Più in là, in una sala meglio appartata, stanno i tavolieri da giuoco. In paragone allo splendore delle altre stanze questa la troverete oscura. Sopra il tappeto verde d'ogni tavolino riflettono la luce delle candele accesevi i coprilumi bianchi all'interno, verdi al di fuori. Intorno a quei tavolieri siedono giovani e vecchi con quell'uniformità di vestire che forma, direi quasi, la livrea della gente elegante; e nascondono sotto un'urbanità ostentata ed un'indifferenza d'accatto la gioia di guadagnare e il dispetto di perdere. Fra quanti sono giuocatori in quella sala piacemi additarvene uno, la cui figura, in verità non è tale da confondersi colla massa delle fisionomie volgari.
È un uomo di età inoltrata, sulle cui sembianze un osservatore riconoscerebbe tosto che i vizi e gli abusi della vita e dei piaceri materiali andarono a gara cogli anni a togliere ogni fiore di giovinezza, ogni soavità d'espressione, ogni mostra di affettuoso sentimento. La sua fronte è calva, del colore dell'avorio antico, l'occhio grifagno, il naso adunco; un sogghigno permanente, pieno di scherno e d'ironia piega le pallide, sottili labbra tirate. Ha voce fioca e bassa, parola maligna, arguta, crudamente epigrammatica. Un egoismo che non si dissimula, un'aridità di cuore apertamente confessata con un cinismo, che per l'audacia e l'ingegnosità della forma ne impone altrui. Udendo parlare il scetticismo di quell'uomo, un'anima debole, tutto sbalordita, si prende a dubitare di ogni cosa ancor essa, e si domanda se non è una gran giunteria la virtù, se la filosofia della vita e la legge ultima dei rapporti sociali, non sono quell'egoismo di vizio avviluppato in forme eleganti, che colla vernice dell'urbanità la più squisita ride di tutto e non si dà un pensiero serio di nulla. Veste con eleganza inappuntabile secondo le leggi della moda e del gusto, senza smancerie da giovinotto che stonerebbero colla sua età, col suo stomaco curvo e colla calvizie della sua fronte. La beltà che gli è rimasta è quella d'una mano fina, ben fatta, per dirla in una parola, aristocratica, e come si usa dire e credere, _vero indizio di razza_.
Giuoca con ardore coperto da quella continua attenzione agli atti ed alle parole che ha un uomo in guardia contro le sue impressioni.